giovedì 29 luglio 2010

Romano Amerio: lo "Zibaldone" di recente pubblicazione boicottato dai vescovi italiani

Riporto il trafiletto di poche righe con il quale Avvenire del 21 luglio scorso, liquida sommariamente ma anche con evidenti inesattezze il testo e le questioni di cui si parla poi più diffusamente.

«Romano Amerio inedito "Zibaldone" per la Tradizione»
"Si rifà al celebre volume di Giacomo Leopardi questo "Zibaldone" del pensatore Luganese Romano Amerio (1905-1997), che ora le Edizioni Lindau portano in libreria (pp.618, Euro 32). In questo volume - pubblicato per la prima volta - Amerio già noto per "Iota unum", ha condensato circa 700 pensieri appuntati dagli anni Trenta fino agli anni Novanta. Ma le posizioni più tradizionalistiche di Amerio non hanno trovato il favore del Vaticanista Sandro Magister, resposabile del sito www.chiesa. Il quale ha evidenziato come le affermazioni anti-conciliari di Amerio non abbiano riscontro in Benedetto XVI, propugnatore invece del Concilio Vaticano II nella sua verità di evento riformatore nella continuità della Tradizione della Chiesa. Il volume di chiude con un testo di Enrico Maria Radaelli, discepolo di Amerio."

Sono parole che vanno smontate una per una, nel rammarico di constatare come il giornale dei vescovi italiani, oltre a neppure prendere in considerazione con la serietà che merita un Autore e i suoi contenuti così basilari per decriptare quanto è successo negli ultimi 50 anni e purtroppo continua a succedere nella e alla Chiesa, li liquidi con sommaria e per di più erronea sufficienza. Considerato modestamente da Amerio «soltanto un centone di cose disparate, incoerenti e improvvise», lo Zibaldone costituisce in realtà una sorta di autobiografia intellettuale dell’autore di Iota unum. La sua pubblicazione mette a disposizione dei lettori il laboratorio speculativo quotidiano nel quale il grande studioso cattolico si confronta con le tematiche più diverse, dalla storia alla letteratura, dalla filosofia alla cronaca, dal costume alla vita della Chiesa.

1. Romano Amerio non è "anticonciliare" - Innanzitutto Romano Amerio NON E' autore di affermazioni anti-conciliari. Dal succo dei suoi studi seri e appassionati, oltre ad emergere la globalità e la serietà della crisi che ha investito la Chiesa, si evidenziano le ragioni prossime e remote delle varie tendenze e pensieri dominanti che l'hanno innescata e poi anche innervata anche attraverso le ambiguità presenti in alcuni documenti conciliari. Egli afferma che il Magistero è stato abbandonato dai vertici della Chiesa per lasciarlo in mano ai teologi. E purtroppo la cultura divenuta egemone è forgiata da teologi che si definiscono cattolici e che di fatto insegnano l'opposto di quello che la Chiesa insegna (o forse insegnava?).

Piuttosto la questione, alla stato attuale, sta in questi termini. L'obbedienza è una virtù, ma non può diventare deresponsabilizzazione. Si obbedisce, attivando l'uso di ragione illuminata dalla fede, al Magistero che richiede assoluto consenso in quanto in sintonia con la Tradizione, al resto si può prestare rispetto ma non obbedienza assoluta.

Un concilio eminentemente pastorale è finalizzato ad esprimere nel modo più efficacemente pastorale possibile la dottrina immutata ed immutabile: cioè a dire, ad indicare le vie ed i modi per meglio trasmettere la Verità in un determinato contesto storico-culturale. In modo nuovo (Nove) e non con contenuti nuovi (nova)...

Il problema nasce quando, proprio perché dottrina e pastorale non sono o non dovrebbero essere in sé in contrasto, ma l'una al servizio dell'altra, i documenti usano - come su molti aspetti usano ed è su ciò che si basa lo studio di Amerio - un linguaggio equivoco, variamente interpretabile, perché non normativo ma discorsivo-teologico. Un linguaggio che, di conseguenza, rende ambigui e variamente interpretabili i punti dottrinali toccati, soprattutto quando i documenti delineano dottrine o formulano anche singole affermazioni (che però gettano la loro ombra sull'intero impianto del documento), che sono o appaiono non incanalabili nell'insegnamento costante della Chiesa.

Risulta ormai dato storico acquisito che quando si aprivano le discussioni tra i Padri conciliari e le posizioni erano divergenti, i novatores opponevano ad ogni contestazione secondo la Tradizione: no, lasciamo il documento o le singole affermazioni così come sono, tanto siamo in ambito pastorale! Poi non hanno fatto altro che trarne le basi per un insegnamento pericoloso per l'ortodossia o addirittura contrario ad essa, del quale ora stiamo vedendo i frutti deleteri.

Perciò diventa ineludibile la necessità dell'interpretazione autentica di certi documenti conciliari. Sono quasi 50 anni che questa interpretazione autentica viene richiesta dalle 'sentinelle' più attente ed ora molte voci consapevoli si vanno levando. Tuttavia, le scarne risposte intervenute fino ad oggi hanno chiarito poco o nulla e se, a tanti anni di distanza ancora si discute sul valore da dare ai singoli documenti e sul modo per conciliarli col magistero precedente, il motivo non può che essere la loro problematicità.

La Santa Sede non s'è impegnata fino in fondo a rispondere alle obbiezioni anche seriamente motivate provenienti da più parti ed ha lasciato che i testi venissero tirati a destra e a manca, cullandosi nell'illusione che l'invocare l'ermeneutica della continuità, senza proclamarla solennemente nei punti controversi, bastasse a dissolvere i dubbi e a risolvere i problemi.
Solo ora il nocciolo della questione viene affrontato attraverso i colloqui con la Fraternità San Pio X; ed è proprio dal risultato di questi che ci si attende una chiarificazione tale da sollevare le nostre coscienze dalla condizione d'opzione, che molti angoscia e molti altri disorienta.

2. Romano Amerio non ha mai scritto che il magistero pontificio insegna cose scorrette.
Egli afferma, e giustamente, secondo le sue impeccabili analisi e sintesi, che una delle pecche del magistero è quella di non correggere più l'errore. O se il magistero insegna, e Papa Benedetto lo fa, poi è ignorato, contestato. Purtroppo di solito, piuttosto che insegnare con autorità o sanzionare, si preferisce indicare, mostrare... E allora accade che le eventuali prescrizioni contro abusi, errate applicazioni, quando ci sono, non sono seguite da nessun effetto concreto perchè nessuno sorveglia la loro esecuzione e restano lettera morta. Questa diluita attività di governo, questo snervamento della potestà, che ha origine nel concilio, nasce anche dall'indole e da atti conseguenti di Papa Montini, dalla inadempiutezza della sua funzione di 'reggimento', cioè di governo, attraverso l'uso di un metodo oratorio e monitorio che indica, richiama e non condanna, cui assistiamo ancora oggi: fenomeno anomalo e forse patologico, non proprio della religione autentica...

Oggi di fatto il governo della Chiesa è 'dimidiato' e, per dirla biblicamente, "rimane abbreviata la mano di Dio" "breviatio manus Domini" (Is 59,1- "ecco non è troppo corta la mano del Signore da non poter salvare"), che si determina a causa:
  • conoscenza imperfetta dei mali
  • mancanza di forza morale
  • calcolo di prudenza che non pone rimedio ai mali veduti perché stima che così aggraverebbe i mali anziché guarirli
Sostanzialmente si deduce dagli scritti di Romano Amerio che di due cose c'è bisogno per custodire la Verità. Primo: rimuovere l'errore dalla sfera dottrinale; il che avviene rifiutando gli argomenti erronei e mostrando che essi non sono convincenti. Secondo: rimuovere la persona in errore, depondendola dalla sua funzione, il che vien fatto con un atto di autorità della Chiesa. Se questo servizio papale non è esercitato, sembrerebbe ingiustificato dire che è stato usato ogni mezzo per custodire la dottrina della Chiesa: siamo in presenza della "breviatio manus Domini".

3. Il mancato favore di Sandro Magister da dove si deduce?
Nessun commento sfavorevole sembra cogliersi nell' interessante ed esaustivo articolo di Magister, anzi! Anche se si può esprimere qualche riserva sulle considerazioni circa Benedetto XVI, per le quali certamente è improprio parlare di "assoluto non riscontro" e comunque vedi punto 4.
Viene riportato di seguito un essenziale estratto di quanto Magister pubblica su www. chiesa, ampliando il discorso su Amerio alle tesi di mons. Gherardini ed alle conclusioni di Enrico Maria Radaelli, che le accoglie e sembra andare più in là, perché pone con vigore l'accento sulla conclusione già prefigurata da mons. Gherardini della necessità di una autorevole pronuncia veritativa del Trono più alto sulle questioni da troppo tempo controverse, invocando anche un cambio di stile da propositivo a impositivo. Piuttosto sulla saporosa e sapienziale post-fazione di Radaelli sarà necessario un articolo a parte, perché l'approfondimento si fa non solo interessante ma anche vitale.

(Inizio citazione Magister):
"Con i suoi oltre settecento pensieri, "Zibaldone" forma una specie di autobiografia intellettuale dell'autore. Nella quale le questioni sollevate in "Iota unum" sono naturalmente presenti.

Come, ad esempio, in questa paginetta datata 2 maggio 1995:

"La autodemolizione della Chiesa deprecata da Paolo VI nel famoso discorso al Seminario Lombardo dell’11 settembre 1974 diviene ogni giorno più palese. Già nel Concilio il cardinale Heenan (Primate d’Inghilterra) lamentava che i vescovi avessero cessato di esercitare l’officio del Magistero, ma si confortava osservando che tale ufficio si era conservato pienamente nel Pontificato Romano. L’osservazione era ed è falsa. Oggi il Magistero episcopale è cessato e quello papale anche. Oggi il Magistero è esercitato dai teologi che hanno ormai improntato tutte le opinioni del popolo cristiano e squalificato il dogma della fede. Ne ho avuto una dimostrazione impressionante ascoltando ieri sera il teologo di Radio Maria. Egli negava impavidamente e tranquillissimamente articoli di fede. Insegnava [...] che i Pagani, cui non è annunciato il Vangelo, se seguono il dettame della giustizia naturale e si studiano di cercare Dio con sincerità, vanno alla visione beatifica. Questa dottrina dei moderni è antichissima nella Chiesa ma fu sempre condannata come errore. Ma i teologi antichi, mentre tenevano fermo il dogma di fede, sentivano però tutta la difficoltà che il dogma incontra e si studiavano di vincerla con escogitazioni profonde. I teologi moderni invece non avvertono le difficoltà intrinseche del dogma, ma corrono diritti alla 'lectio facilior' mettendo in soffitta tutti i decreti dottrinali del Magistero. E non si accorgono di negare così il valore del battesimo e tutto l’ordine soprannaturale, cioè tutta la nostra religione. Anche in altri punti il rifiuto del Magistero è diffuso. L’inferno, l’immortalità dell’anima, la risurrezione dei corpi, l’immutabilità di Dio, la storicità di Cristo, la reità della sodomia, il carattere sacro e indissolubile del matrimonio, la legge naturale, il primato del divino sono altrettanti argomenti in cui il Magistero dei teologi ha eliminato il Magistero della Chiesa. Questa arroganza dei teologi è il fenomeno più manifesto dell’autodemolizione".

Ma era convinzione di Amerio – e Radaelli lo spiega bene nella sua ampia postfazione a "Zibaldone" – che tale riparo assicurato da Cristo alla sua Chiesa vale solo per le definizioni dogmatiche "ex cathedra" del magistero, non per gli insegnamenti incerti, sfuggenti, opinabili, "pastorali" del Concilio Vaticano II e dei decenni successivi.

Proprio questa, infatti, a giudizio di Amerio e Radaelli, è la causa della crisi della Chiesa conciliare e postconciliare, una crisi che l'ha portata vicinissima alla sua "impossibile ma anche quasi avvenuta" perdizione: l'aver voluto rinunciare a un magistero imperativo, a definizioni dogmatiche "inequivoche nel linguaggio, certe nel contenuto, obbliganti nella forma, come ci si aspetta siano almeno gli insegnamenti di un Concilio".

La conseguenza, secondo Amerio e Radaelli, è che il Concilio Vaticano II è pieno di asserzioni vaghe, equivoche, interpretabili in modi difformi, alcune delle quali, anzi, in sicuro contrasto col precedente magistero della Chiesa.

E questo ambiguo linguaggio pastorale avrebbe aperto la strada a una Chiesa oggi "percorsa da mille dottrine e centomila nefandi costumi". Anche nell'arte, nella musica, nella liturgia.

Che fare per porre rimedio a questo dissesto? La proposta che fa Radaelli va oltre quella fatta di recente – a partire da giudizi critici altrettanto duri – da un altro stimato cultore della tradizione cattolica, il teologo tomista Brunero Gherardini, 85 anni, canonico della basilica di San Pietro, professore emerito della Pontificia Università Lateranense e direttore della rivista "Divinitas".

Monsignor Gherardini ha avanzato la sua proposta in un libro uscito a Roma lo scorso anno dal titolo: "Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare".

Il libro si conclude con una "Supplica al Santo Padre". Al quale viene chiesto di sottoporre a riesame i documenti del Concilio, per chiarire una volta per tutte "se, in che senso e fino a che punto" il Vaticano II sia o no in continuità con il precedente magistero della Chiesa.

Il libro di Gherardini è introdotto da due prefazioni: una di Albert Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo ed ex segretario della congregazione vaticana per il culto divino, e l'altra di Mario Olivieri, vescovo di Savona. Quest'ultimo scrive di unirsi "toto corde" alla supplica al Santo Padre.

Ebbene, nella sua postfazione a "Zibaldone" di Romano Amerio, il professor Radaelli accoglie la proposta di monsignor Gherardini, ma "solo come un utile primo gradino per ripulire l'aia da molti, da troppi fraintendimenti".

Chiarire il senso dei documenti conciliari, infatti, a giudizio di Radaelli non basta, se tale chiarimento viene poi anch'esso offerto alla Chiesa con il medesimo, inefficace stile d'insegnamento "pastorale" entrato in uso con il Concilio, propositivo invece che impositivo.

Se l'abbandono del principio di autorità e il "discussionismo" sono la malattia della Chiesa conciliare e postconciliare, per uscire da lì – scrive Radaelli – è necessario agire all'opposto. La somma gerarchia della Chiesa deve chiudere la discussione con un pronunciamento dogmatico "ex cathedra", infallibile e obbligante. Deve colpire con l'anatema chi non obbedisce e benedire chi obbedisce.

E Radaelli cosa si aspetta che decreti la suprema cattedra della Chiesa? Alla pari di Amerio, egli è convinto che in almeno tre casi vi sia stata "un'abissale rottura di continuità" tra il Vaticano II e il precedente magistero: là dove il Concilio afferma che la Chiesa di Cristo "sussiste nella" Chiesa cattolica invece di dire che "è" la Chiesa cattolica; là dove asserisce che "i cristiani adorano lo stesso Dio adorato da ebrei ed islamici"; e nella dichiarazione "Dignitatis humanæ" sulla libertà religiosa.

Papa Ratzinger non ha finora convinto i lefebvriani, che proprio su questo punto cruciale si mantengono in stato di scisma.
[Da rettificare questa affermazione di Magister: Benedetto XVI ha parlato di una comunità sacerdotale in pericolo di separazione. Quindi lo scisma per il papa regnante (che si vocifera nei sacri palazzi non avrebbe voluto a suo tempo la scomunica) non è stato consumato. Tanti cardinali hanno via via sostenuto tale posizione, non solo Castrillon Hoyos, ma anche, fra i molti, l'allora Presidente del Consiglio per l'interpretazione dei testi legislativi, Castillo LLara. Anche Cassidy sosteneva che i lefebvriani erano in una situazione di irregolarità ma erano nella Chiesa. - ndR]

Ma non ha convinto – a quanto scrivono Radaelli e Gherardini – nemmeno alcuni suoi figli "obbedientissimi in Cristo".
(Fine citazione Magister)

4. La riflessione della Redazione di Messa in Latino.
Non saremmo così categorici circa il futuro rifiuto di Benedetto XVI di accogliere la domanda di chiarimenti avanzata da mons. Gherardini e, ora, da Radaelli. Anzi: i colloqui dottrinali con i lefebvriani potrebbero esserne l'occasione. Certamente, il Papa deve preparare gradualmente gli spiriti (come ha cominciato del resto a fare con la Dominus Iesus, contro cui si scatenò quasi tutta la Chiesa), né può ovviamente sconfessare apertamente i testi conciliari, pena non solo un'opposizione invincibile, ma ancor più una contraddizione magisteriale ancor più grave, forse, di quella tra i documenti del Concilio e il magistero precedente. Di qui la sua esigenza di tenere insieme tutti i pezzi del puzzle. Ma la dichiarazione del Sant'Uffizio sul 'subsistit' è già un passo estremamente importante, anche se certo deve essere rafforzato sotto il profilo della cogenza magisteriale, nonché mediante l'abbandono di certe residue ambiguità di discorso che sono, come nota Radaelli, la cifra espressiva caratteristica degli ultimi 40 anni.

Circa la libertà religiosa, il Papa, nell'importantissima allocuzione del 22 dicembre 2005, distinse tra i princìpi, rimasti immutati, e la loro applicazione concreta che ha portato nell'Ottocento al Sillabo, e nel Novecento alla Dignitatis Humanae (che lo stesso giovane Ratzinger definì l'antisillabo). Benedetto XVI si accorge che il filo del suo discorso, volto a tenere insieme quanto appare inconciliabile, è arduo da seguire - per non dire tenue! - e lo ammette scrivendo: "È chiaro che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi – fatto questo che facilmente sfugge alla prima percezione". Vogliamo però aggiungere che il tentativo di compromesso (compromesso, si ripete, inevitabile, non potendosi purtroppo considerare il Concilio tamquam non esset) ci sembra avere una sua plausibilità, oltre che un'indubbia necessità. Scendendo da un piano astratto ad uno molto concreto, che ci è più congeniale, ci permettiamo inoltre di aggiungere una considerazione, anche per stimolare la discussione e, perché no, la correzione da parte dei lettori. Eccola: se il Sillabo si inseriva in un contesto storico nel quale vi erano ancora Stati almeno formalmente confessionali, che si potevano quindi richiamare al dovere di difendere la Fede, ha senso controvertere oggi sulla questione se lo Stato debba restringere la libertà dei culti acattolici, quando la realtà evolve sempre più verso un laicismo apertamente anticristiano, o peggio ancora verso la conquista islamica, sicché teorizzare divieti e censure statali in favore della vera religione è completamente velleitario, mentre invocare libertà religiosa per tutti appare come una forma di garanzia per i cattolici perseguitati di oggi e di domani?
Enrico (Messa in Latino) 13 luglio 2010

Conclusioni
Non mancano le obiezioni, in campo progressista, nell'accogliere con difficoltà l'affermazione di Amerio che le assicurazioni di Nostro Signore valgono solo per quelle definizioni che sono ex cathedra. Si sostiene che, se così fosse, il Magistero Vivente [conosciamo purtroppo il senso storicistico dato a questo termine] della Chiesa sembrerebbe del tutto superfluo dato che di definizioni ex cathedra ce n'è una ogni 2 secoli. I novatori ritengono del tutto ingiustificate le posizioni di dissenso - o per lo meno le questioni aperte con perplessità e interrogativi - con alcuni tratti di Magistero postconciliare

Resta assodato che si dà infallibilità quando in modo esplicito si afferma una dottrina che si impone come verità che tutta la Chiesa deve professare perché contenuta nella Rivelazione, o si ribadiscono verità già definite. La Chiesa deve restare fedele ai princìpi della dottrina sempre insegnata e continuare ad insegnarli e custodirli. Poi, nella prassi, necessariamente essa si piega a salvare il salvabile. Resta comunque indubitabile che la Chiesa non può - non deve - riconoscere il diritto all'errore sia all'interno (eresie che diventano 'pastorale diocesana') che all'esterno (le false religioni, che non possono né devono essere incoraggiate in alcun modo). E quanti vescovi, in nome dell'uguaglianza delle religioni incoraggiano l'Islam o in nome di un falso ecumenismo offrono luoghi di culto ai protestanti e praticano una indebita "communicatio in sacris", mentre per contro boicottano le celebrazioni delle Messe Gregoriane, di fatto disattendendo il motu proprio del Papa e discriminando proprio i cattolici?

Se la Dignitatis Humanae fosse soltanto un doumento di indicazione puramente pastorale, non ci sarebbero problemi. Sarebbe un modo più arzigogolato di esprimere il concetto di tolleranza necessaria in determinate situazioni storiche. Ma il tono del documento è alquanto diverso. Il Magistero sull'argomento non si ferma a Pio IX: dobbiamo ricordare le encicliche Immortale Dei, Libertas e Rerum Novarum di Leone XIII, la Quadragesimo anno e la Quas primas sulla regalità di Cristo di Pio XI, i vari discorsi di grave carattere dottrinale di Pio XII.

La Regalità di Cristo è esercitata dalla potestà della Chiesa direttamente sulle cose spirituali, indirettamente attraverso lo Stato. Se lo Stato è cattolico l'esercizio di questa potestà è attuale, se laico o agnostico l'esercizio è virtuale. In quest'ultima circostanza lo strumento principale a tutela dei diritti della Chiesa è il concordato. Tuttavia è bene sottolineare la differenza tra "libertà religiosa per tutti" e "uguaglianza di tutte le religioni", che rischia di espungere, se già non l'ha fatto in gran parte, l'unicum costituito dal Signore Gesù che non può mai essere scisso dalla Sua Chiesa, Suo Corpo Mistico: Incarnazione, Vita, Morte di Croce [espiatrice e Redentrice, non 'per grande solidarietà', come asserito da più di un vescovo(!?)], Risurrezione, Ascensione, Invio dello Spirito, che continua a ri-generare e rendere Bella la Sposa.

sabato 24 luglio 2010

Gaudium et Spes, (12; 24) o della 'discontinuità'

Riporto i punti salienti di una riflessione e conseguente discussione su un'affermazione di un documento conciliare: Gaudium et Spes (12 e 24), che ne attesterebbe la 'discontinuità'. Per comodità di consultazione pubblico prima i testi di riferimento, cioè il contesto in cui è contenuta la frase incriminata.
Possiamo ripartire da questi testi e dall'approfondimento successivo per trarre ulteriori salutari conclusioni.
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12. L'uomo ad immagine di Dio.
Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice.
Ma che cos'è l'uomo?
Molte opinioni egli ha espresso ed esprime sul proprio conto, opinioni varie ed anche contrarie, secondo le quali spesso o si esalta così da fare di sé una regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel dubbio e nell'angoscia.
Queste difficoltà la Chiesa le sente profondamente e ad esse può dare una risposta che le viene dall'insegnamento della divina Rivelazione, risposta che descrive la vera condizione dell'uomo, dà una ragione delle sue miserie, ma in cui possono al tempo stesso essere giustamente riconosciute la sua dignità e vocazione.
La Bibbia, infatti, insegna che l'uomo è stato creato « ad immagine di Dio » capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra tutte le creature terrene (9) quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio (10).
« Che cosa è l'uomo, che tu ti ricordi di lui? o il figlio dell'uomo che tu ti prenda cura di lui?
L'hai fatto di poco inferiore agli angeli, l'hai coronato di gloria e di onore, e l'hai costituito sopra le opere delle tue mani. Tutto hai sottoposto ai suoi piedi » (Sal8,5).
Ma Dio non creò l'uomo lasciandolo solo: fin da principio « uomo e donna li creò » (Gen1,27) e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone.

24. L'indole comunitaria dell'umana vocazione nel piano di Dio.
Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Tutti, infatti, creati ad immagine di Dio « che da un solo uomo ha prodotto l'intero genere umano affinché popolasse tutta la terra » (At 17,26), sono chiamati al medesimo fine, che è Dio stesso. Perciò l'amor di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. La sacra Scrittura, da parte sua, insegna che l'amor di Dio non può essere disgiunto dall'amor del prossimo, «e tutti gli altri precetti sono compendiati in questa frase: amerai il prossimo tuo come te stesso. La pienezza perciò della legge è l'amore » (Rm 13,9); (1Gv 4,20).
È evidente che ciò è di grande importanza per degli uomini sempre più dipendenti gli uni dagli altri e per un mondo che va sempre più verso l'unificazione.
Anzi, il Signore Gesù, quando prega il Padre perché « tutti siano una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola » (Gv 17,21), aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nell'amore.
Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, (v. proverbi 16,4) non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (44).
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(9) Cf. Gen 1,26 (E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine (be-tzalmenu), a nostra somiglianza (ki-demutenu) come somiglianza), e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”); Sap 2,23. (sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura).
(44) Cf. Lc 17,33. (chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi la perde la salverà)

L' affermazione del Documento conciliare è in contraddizione con la Tradizione.
Eccone le ragioni:

La Costituzione Gaudium et spes, 24, afferma che l’uomo «in terris sola creatura est quam Deus PROPTER SEIPSAM voluerit»: «l’uomo è nel mondo la sola creatura che Dio abbia voluta per sé stessa». Il richiamo scritturistico è Proverbi 16,4: «Universa propter SEMETIPSUM operatus est Dominus »: Il Signore ha fatto tutte le cose per sé stesso.

La citazione di GS riferisce al complemento oggetto ciò che nelle Scritture appartiene al soggetto rovesciandone il senso: il senso della Scrittura viene piegato nel dire che il Signore ha fatto tutte le cose e l’uomo stesso per il loro valore intrinseco, per la loro interna dignità. La dignità e il valore della creazione si fondano così sulle cose create e non sul loro Creatore, sul pensiero che le ha pensate, sulla volontà che le ha volute.

Notare che il Testo biblico dice «propter semetipsum»: per sé stesso, e questo valore causale è incontrovertibilmente riferito, nel singolare maschile, al Dio fattore delle cose e non alle cose fatte – femminile plurale.

L’uomo non è un fine in sé, ma un fine secondario e ad aliud, che sottostà alla signoria di Dio, fine universale della creazione.

Conseguenza che è sotto gli occhi di tutti: l'antropocentrismo che riconosciamo nella celebrazione da parte dell'Assemblea (laddove invece il celebrante è Cristo: Sacerdote, Altare, Vittima e Sacrificio); nella banalizzazione del rito per rendere tutto accessibile subito a tutti, ignorando il senso della Sacralità e del Mistero: e quindi l'Opera del Signore diviene un 'fare' dell'uomo; l'offerta non è più "l'Hostia pura, Santa, Immacolata", ma "il frutto della terra e del lavoro dell'uomo"...

Poiché lex orandi è lex credendi e vivendi il passaggio dalla Liturgia alla vita è ovvio. Il resto è tutto conseguenza di questo 'vizio' in radice.

Abbiamo l'opportunità di approfondire, perché il solito 'novatore' di turno, in una discussione mi ha obiettato:

Accosti al testo della Gaudium et Spes un testo biblico che c'entra come i cavoli a merenda.

Francamente non mi sembra che l'accostamento dei testi sia arbitrario: proverbi si riferisce ad universa propter SEMETIPSUM operatus est Dominus cioè "tutte le cose Dio ha creato per se stesso", GS si riferisce all'uomo come sola creatura quam Deus voluerit per se ipsam

L'uomo, in quanto creatura e appartenente ad universa quae operatus est Dominus non può uscir fuori da quel propter semetipsum. Se l'uomo è inserito, come è inserito, nell'ordine della Creazione, un'affermazione come quella della Gaudium et spes, 24 non vede l'uomo ordinato Dio, ma a se stesso, con la conseguenza che la sua dignità e il suo valore si fondano su se stesso e non in quanto egli è ordinato alla gloria di Dio, come la Creazione intera (Universa) alla quale appartiene, fino a prova contraria. Ed ecco la radice dell'antropocentrismo post- conciliare e di tutte le sue applicazioni, compresa la Liturgia, che è culmine e fonte della nostra Fede e ci ha trasformati da Adoratori in protagonisti.

E' evidente che in questo modo la citazione di GS riferisce al complemento oggetto ciò che nelle Scritture appartiene al soggetto rovesciandone il senso: il senso della Scrittura viene piegato nel dire che il Signore ha fatto tutte le cose e l’uomo stesso per il loro valore intrinseco, per la loro interna dignità. La dignità e il valore della creazione si fondano così sulle cose create e non sul loro Creatore. Ecco la conferma dell'origine da cui proviene l'"antropocentrismo" spinto che caratterizza il post-concilio o quanto meno la 'mens' che lo ha permesso.

Cito la conclusione del cap 205 di "Iota unum" di Romano Amerio: "La centralità finalistica dell'uomo è dunque conforme all'uomo contemporaneo, ma non ha fondamento alcuno nella religione [aggiungo e nemmeno nella Scrittura -vedi Proverbi 16,4- che il concilio ha "piegato" a suo uso e consumo], la quale ordina tutto a Dio e non all'uomo. L'uomo non è un fine in sé, ma un fine secondario e ad aliud, che sottosta alla signoria di Dio, fine universale della creazione."

Poche righe prima Amerio cita San Tommaso, che malauguratamente è stato bandito da tutti i seminari: "sic igitur Deus vult se et alia: sed se ut finem, alia ad finem" Quindi Dio vuole le cose finite per se stesso non per se stesse, non potendo il finito essere il fine dell'infinito né potendo la divina volontà essere attratta e passiva rispetto al finito. Le cose finite non sono create da Dio perché amabili, ma sono amabili perché volute da Dio con la loro amabilità.

Ricordo che la filosofia non è fine a se stessa ma è per conoscere e amare la Verità ed è per la vita, non per una sterile trattazione.

Tutto questo discorso serve solo per capire da dove nascono la teologia e l'antropologia, generate da certi testi del concilio, che hanno messo l'uomo al centro della storia spodestandone il Signore. Non ho tolto una frase dal contesto: ho analizzato un'affermazione gravemente e seriamente in contrasto con la S. Scrittura, che stravolge l'antropologia e la teologia cristiane, inserendovi l'antropocentrismo che sta sovvertendo l'ordine naturale delle cose e la stessa missione della Chiesa.

Questo discorso ha un suo rigore logico dal quale non si può uscire, pena l'approssimazione, tipica del post-concilio, che porta ai sofismi (opinabili) che fanno dire tutto e il contrario di tutto... Viceversa, asserti "veritativi" come quello appena evidenziato, non sono opinabili, ma indiscutibili e vincolanti: alla Verità si può solo aderire e basta.

E' l'ambiguità che genera confusione e disorientamento.

Infatti, nonostante le mie precisazioni, lo stesso interlocutore è tornato alla carica (consentendo un'ulteriore fondamentale puntualizzazione), citando dalla conclusione di GS 24:

Anzi, il Signore Gesù, quando prega il Padre perché « tutti siano una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola » (Gv17,21), aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nell'amore.
Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (44)."
Verissima la prima affermazione, ma non tiene conto che Gesù prega per "i Suoi" e non per il mondo... invece la Chiesa, aprendosi al mondo e dichiarando l'uguaglianza di tutte le religioni ha cambiato le carte in tavola. Inoltre questa similitudine e anche questa affermazione non mostrano alcun 'legame logico' tra il "dono sincero di sé che lo farebbe ritrovare" e il fatto che "Dio abbia voluto l'uomo per se stesso" (dove il se stesso è l'uomo e non Dio come invece dice la Sacra Scrittura) non sono altro che una libera interpretazione, che non ha fondamento nella Scrittura né nella Tradizione.

Infatti cosa vuol dire "dono sincero di sé", se non è rapportato al Sacrificio espiativo di Cristo? E' chiaro che il dono reciproco di sé e la relazione vitale che lo consente fa parte dell'economia Trinitaria, ma l'uomo e il suo peccato ne sono stati estromessi e ne vengono reintrodotti solo da Cristo e dalla Sua Incarnazione, Morte in Croce, Risurrezione, Ascensione al Cielo.

Se non chiariamo queste cose stiamo facendo solo uso di parole al vento, magari anche belle, ma il cui contenuto resta astratto e sa di vaghezza letteraria e non di Fede dal gusto 'sapienziale', che è vero 'cibo solido'.

mercoledì 21 luglio 2010

B. Gherardini, "Quod et tradidi vobis" - Vita e giovinezza della Chiesa

Aggiornamento. Il volume è ora stato pubblicato anche:
Brunero Gherardini, "Quod et tradidi vobis. La tradizione vita e giovinezza della Chiesa", Casa Mariana, Frigento 2010

Ho avuto la gioia e il privilegio di ricevere dalle mani di Mons. Gherardini la sua più recente fatica a difesa della Tradizione cattolica: "Quod et tradidi vobis" - La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa pubblicato su Divinitas, la Rivista Internazionale di Ricerca e di Critica Teologica, Città del Vaticano - e comincio subito ad attingerne, per condividere con voi temi che, dopo il dibattito tridentino, sono stati affrontati solo in termini contestatori "le cui conclusioni ed il cui spirito furon poi come la culla nella quale la dissoluzione modernistica della Tradizione si sarebbe trovata a proprio agio".
Non è un testo divulgativo, ma denso e completo di fonti e riferimenti, destinato agli studiosi, ai quali spetta il compito di approfondire e formulare orientamenti e possibili soluzioni in ordine ai problemi che il cosiddetto spirito-conciliare ha introdotto nella Chiesa, divenendo una delle principali concause della crisi epocale che la Chiesa sta attraversando e noi in essa. Tuttavia non ci sottraiamo dal coglierne alcune 'perle' che confermano e incoraggiano la nostra riflessione, perché ci rivelano la profonda sintonia delle piste ermeneutiche che abbiamo seguito fin qui con quelle dell'Autore, di cui vi sottopongo una prima articolazione, in base alla quale è possibile rispondere all'interrogativo sulle ragioni che hanno consentito e consentono che una realtà come il cammino neocatecumenale, insieme ad altre discrasie moderniste, abbia potuto e possa avere diritto di cittadinanza nella Chiesa del nostro tempo...

Introduzione del principio di inclusività nella Chiesa cattolica e sue conseguenze
(il titolo è mio e si riferisce il punto a) del § 3.6 del Cap. Tradizione e postconcilio, pag. 233-34 riprodotto di seguito)

« Inizio dal famoso "subsistit in" di Lumen Gentium 8/b. Il testo ricorre ad un'inutile ed ingombrante circonlocuzione per non offendere gl'interlocutori del dialogo ecumenico con un semplice "Haec unica Christi Ecclesia est Ecclesia catholica". È pur vero che, su quest'identificazione, la circonlocuzione non lascia dubbi, ma il rispetto dei detti interlocutori espunse evidentemente la perentoria formulazione della Professio Fidei Tridentina e del Vaticano I: "Sancta catholica apostolica romana Ecclesia".

LG 8/b lasciò più di una porta aperta ad un concetto di Chiesa inclusivo anche della loro presenza con la proposizione concessiva "extra eius compaginem elementa plura sanctificationis et unitatem catholicam impellunt" [ancorché al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di Cristo, spingono verso l'unità cattolica]. Unitatis Redintegratio 3 b-d fece poi il resto: riconobbe che fuori della chiesa cattolica esistono "plurima et eximia bona, quibus simul semptis ipsa Ecclesia edificatur et vivificatur" [Inoltre, tra gli elementi o beni dal complesso dei quali la stessa Chiesa è edificata e vivificata, alcuni, anzi parecchi ed eccellenti, possono trovarsi fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica].

Ovvia la conclusione da trarre: la Chiesa di Cristo non è quella cattolica, ma questa concorre con altre - ossia con tutte quelle che dispongono dei "bona plurima et eximia quibus ipsa Ecclesia aedificatur et vivificatur" - alla costituzione della Chiesa di Cristo. In codesta Chiesa di Cristo, dunque, e nell'insieme dei soggetti ecclesiali che concorrono a costituirla, sussiste la Chiesa vera. Non quindi nella Chiesa cattolica romana. Ciò significa che la preposizione in venne scelta ad arte per operar il passaggio da un giudizio di identità (Ecclesia Christi est Ecclesia catholica) ad un giudizio di inclusione (la Chiesa di Cristo include in sé quella cattolica e tutte le altre dotate di beni salutari). »

Questo punto è preceduto dalla seguente affermazione: « Oggi, l'estrema incoerenza o la strana dabbenaggine di chi è "maestro in Israele" propone una tradizione vivente [che significa aperta alla commistione con i fenomeni culturali destinati a snaturarla e quindi a neutralizzarla e non viva, cioè tanto vivente in quanto vera (1)], nella quale il sì della verità da sempre trasmessa non elide il no dell'opposta dottrina, ma a questa affida i propri contenuti per un'"autoricomprensione" di essi, nell'ambito di un pluralismo incolore e insensibile allo stridore dell'antitesi. Non è un paradosso, è l'assurdo, il logicamente contradditorio, l'antitesi assurta a validità esemplaristica e ideale. » [Ma quale intesa può esserci tra Cristo e Belial (2 Cor 6,15)? - è anche il titolo di un recente testo di Mons. Gherardini sul falso ecumenismo]
______________
(1) Inserisco in nota cosa deve intendersi per Tradizione viva, estratto da una mia sintesi della relazione dello stesso Mons. Gheradini al Convegno Summorum Pontificum, dono per tutta la Chiesa, tenutosi a Roma dal 16 al 18 ottobre 2009:
La Tradizione è ininterrotta inalterata fedeltà della Chiesa al proprio atto di nascita, ai suoi principi vitali. Con cristallina chiarezza e profondità teologica, mons. Gherardini ha mostrato l’antitesi tra la “tradizione vivente” – di conio modernista, storicista e soggettivistico, che esclude la continuità e sancisce una rottura sempre nuova, perché “vivente” non è la tradizione, ma il principio che la neutralizza – e la “ermeneutica teologica evolutiva”, perché Tradizione e fissità non stanno insieme. Infatti chiunque voglia dare un nome ai criteri interpretativi di cui si avvale deve farlo secundum normas teologicae interpretationis; il che esclude tutti i criteri immanentistici antropocentrici e storicisti post illuministi che si ispirano al sentimentalismo, al romanticismo e forniscono di volta in volta unicamente risposte a domande contingenti, pretendendo di conformare il dogma e la dottrina alle molteplici variazioni del fragile pensiero umano, anziché ancorarli alla Divina Rivelazione. L’ermeneutica teologica definita della “continuità evolutiva”, esclude tutti quei criteri immanentistici che si sono imposti, dall’Illuminismo ad oggi, sia alla filosofia che alla teologia. Gli Apostoli ci hanno lasciato quanto da Cristo avevano ricevuto ratione ecclesiae, non i carismi personali ma le verità riguardanti la Fede e la Chiesa. Successio et Traditio: al successor viene trasmesso un deposito di cui diventa custos et traditor, ossia custode e trasmettitore di quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est. Tradizione da tradere: trasmettere, consegnare, comunicare; il che implica l’atto, il contenuto, l’Autorità che trasmette la sapienza metabolizzata dalle più lontane generazioni consegnata alla presente da consegnare alle future. Paolo a Timoteo afferma che la grazia ricevuta con l'imposizione delle mani lo abilita a trasmettere la verità ricevuta a uomini 'sicuri'. Ecco già in atto la catena della successione apostolica. Tertulliano parla di trasmissione della 'semente apostolica'. I Padri la chiamano Traditio Dominica o Traditio Apostolica “lo Spirito Santo vi ricorderà tutte le cose che vi ho insegnato io” (Gv 14, 26). L’insufflatio dello Spirito non ha per oggetto una o più, ma “quaecumque dixero vobis”: tutte le cose, acquisizioni sempre più approfondite, nova et vetera (Gv 16,13).

Concilio e riforma liturgica

Mons. Malcolm Ranjith, all'epoca in cui era Segretario della Congregazione per il Culto Divino, parla di una errata comprensione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II che, insieme all'influenza delle ideologie secolari, ci offre ragioni per concludere - come disse l'allora cardinale Joseph Ratzinger nel 1985 - che “il vero momento del Concilio Vaticano II ha ancora da venire”.

“ Soprattutto nel campo della liturgia, dice l'Arcivescovo Ranjith, “La riforma deve andare avanti”.

Mons. Ranjith, che era stato chiamato personalmente in Vaticano da papa Benedetto a fungere da collaboratore papale nel cercar di ristabilire un senso di venerazione nella liturgia, fa i suoi commenti nella prefazione di un nuovo libro sulla base dei diari e le note del Cardinale Fernando Antonelli, che è stata una figura chiave nel movimento di riforma liturgica, sia prima che dopo il Concilio Vaticano II.

Gli scritti del Cardinale Antonelli, dice Ranjith, aiutano il lettore “a comprendere il complesso funzionamento interno della riforma liturgica immediatamente prima del successivo Concilio”.

L’esponente vaticano conclude che l'attuazione della riforma del Concilio ha suggerito deviazioni spesso lontane dalle reali intenzioni dei padri conciliari. Di conseguenza, conclude l'Arcivescovo Ranjith, la liturgia di oggi non è una vera e propria realizzazione della visione avanzata nel documento chiave del Concilio Vaticano II sulla liturgia, la Sacrosanctum Concilium. In particolare, l'Arcivescovo Ranjith scrive: Alcune pratiche che la Sacrosanctum Concilium non aveva mai contemplato furono permessi nella liturgia, come la Messa versus Populum, la Santa Comunione nella mano, eliminando del tutto il latino e il canto gregoriano in favore della lingua volgare di canti e inni che non lasciano molto spazio per Dio, e l'estensione, al di là di ogni ragionevole limite, della facoltà di concelebrare la Santa Messa.

C’è stata anche un’ erronea interpretazione del principio di “partecipazione attiva”. Il prelato dello Sri Lanka sostiene che, al fine di effettuare una “riforma della riforma”, è essenziale riconoscere come la visione liturgica del Concilio Vaticano II sia stata distorta.

Il Concilio, agli occhi del Papa Giovanni, non è stato “certo un invito a precorrere lo spirito dei tempi”. Tuttavia, egli continua, il Concilio ha avuto luogo in un momento di grande fermento intellettuale in tutto il mondo, e particolarmente nelle sue conseguenze, molti interpreti potrebbero aver visto l'evento come una rottura con la precedente tradizione della Chiesa. Come l'Arcivescovo Ranjith espone: concetti base e temi come sacrificio e redenzione, missione, annuncio e conversione, l'adorazione, come parte integrante della Comunione, la necessità della Chiesa per la salvezza, furono tutti esclusi, mentre il dialogo, l'inculturazione, l'ecumenismo, l’Eucaristia come banchetto, l'evangelizzazione come testimonianza, ecc., divennero più importanti. I valori assoluti vennero disdegnati.

Anche nel lavoro del Consilium, la commissione del Vaticano designata per l'attuazione della riforma liturgica, queste influenze sono state chiaramente sentite, rileva l'arcivescovo: Un esagerato senso di archeologismo, antropologismo, confusione di ruoli tra l'ordinato e il non ordinato, una concessione di spazio illimitato per la sperimentazione - e anzi, la tendenza a guardare dall’alto verso il basso alcuni aspetti dello sviluppo della Liturgia nel secondo millennio - sono stati sempre più visibili tra alcune scuole liturgiche.

Oggi, scrive l'Arcivescovo Ranjith, la Chiesa può guardare indietro e riconoscere le influenze che hanno distorto l'intento originale del Concilio. Tale riconoscimento, egli dice, deve “aiutarci ad essere coraggiosi per migliorare o cambiare ciò che è stato erroneamente introdotto e che sembra essere incompatibile con la vera dignità della liturgia”. Una più che necessaria “riforma della riforma”, egli afferma, deve essere ispirata “non solo dal desiderio di correggere errori del passato, ma molto di più dalla necessità di essere fedeli a ciò che la Liturgia, invece, è in mezzo a noi e ciò che il Concilio stesso ha definito essere”.

Stralcio dalla Lettera scritta ai fedeli della sua diocesi il 7 ottobre 2009, contro gli abusi liturgici
L'Eucaristia è la celebrazione del Mistero pasquale per eccellenza donato alla Chiesa dallo stesso Gesù Cristo. Gesù Cristo è il principio di ogni liturgia nella Chiesa ed a questo titolo ogni liturgia è dunque essenzialmente di origine divina. Essa è l'esercizio della Sua funzione sacerdotale e conseguentemente essa non è certamente una semplice opera umana o una pia innovazione. Infatti, è inesatto chiamarla una semplice celebrazione della vita. Essa è molto più di questo. Essa è la fonte e il culmine a partire da cui tutte le grazie divine irrorano la Chiesa. Questo sacratissimo Mistero è stato affidato agli Apostoli dal Signore, e la Chiesa ne ha con gran cura preservato la celebrazione nel corso dei secoli, dando origine anche ad una sacra Tradizione e ad una teologia che non sono sottoposte all'interpretazione individuale o privata. Conseguentemente, nessun prete, diocesano o religioso, o invitato dall'esterno della Diocesi o dall'estero, è autorizzato a modificare, aggiungere o togliere qualsiasi cosa nel sacro rito della messa. Ciò non è nuovo, ma stabilito nel 1963 dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium (22,3), la costituzione dogmatica sulla Santa Liturgia del concilio Vaticano II, e reiteratamente ripresa nei documenti Sacramentum Caritatis di Sua Santità Benedetto XVI ed Ecclesia de Eucharistia del Papa Giovanni Paolo II di venerata memoria.

1. I preti non sono autorizzati a modificare né improvvisare la Preghiera eucaristica o altre preghiere immutabile della messa - anche se si tratta di dare precisazioni su un elemento già presente - cantando strofe diverse o diverse spiegazioni. Dobbiamo comprendere che la liturgia della Chiesa è strettamente legata alla sua fede ed alla sua tradizione: "Lex orandi, lex credendi", la regola della preghiera è la regola della fede! E' il Signore che ci ha donato la liturgia e nessun altro; nessun altro dunque ha il diritto di cambiarla.

Mi ricorda, appunto, queste parole di Giovanni Paolo II nell'Ecclesia de Eucaristia (n.52)
« ... A nessuno è concesso di sottovalutare il Mistero affidato alle nostre mani: esso è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale.»

sabato 17 luglio 2010

Alino e un tratto di strada percorso insieme. Poi, un bivio o cosa?

Caro Alino e carissimi tutti,
prima di inserire il prossimo articolo, proprio sullo Statuto intrecciato con la Lettera del Culto Divino - che era già pronto e che inserirò domani - non posso che estrarre dal thread precedente l'ultimo messaggio di Alino-Alessio e la mia risposta, perché conclude - per ora - un percorso appassionato e coinvolgente: un pezzo di strada percorso insieme da due persone che hanno di certo una cosa in comune: amano la Verità, nonostante le difficoltà che oggi, nella Chiesa molto l'hanno oscurata e persino sfigurata. Penso meriti visibilità e lo spazio di qualche ulteriore riflessione

Ciao Maria, poi non sono andato più al mare... Non ti arrabbiare se non ti ho risposto... avevo bisogno di riflettere... e ho preso la mia decisione. Ora so chi sei: sei una donna sincera, una mia sorella perchè nata dallo stesso battesimo; hai a cura la Verità. Non mi vedrai mai scrivere più contro di te.

che fossi sincero, anche se un po' aggressivo, lo avevo capito ed è per questo che ci ho tenuto tanto ad approfondire il discorso con te.

Nonostante questo prendo la decisione consapevole di continuare la strada intrapresa nel CNC e non ti toglierò più tempo. Lo faccio perchè credo nello Statuto del CNC approvato dalla Chiesa. Quello statuto è cattolico, la Chiesa riconosce il CNC come un itinerario di formazione cattolica, e che ha dato buoni frutti.

questo me lo aspettavo per il fatto che fin dal principio non hai raccolto nessuna delle mie affermazioni 'cattoliche' e sei andato avanti nel tuo percorso: mi rendo conto che volevi chiarire dei punti e non andare oltre questo. Ma rispetto la tua libertà e ti auguro buon proseguimento e ogni bene, nel Signore

Penso che la liturgia sia sempre riformabile (se non pensassi ciò avrei anche dubbi sul NO).

anch'io penso che la Liturgia sia sempre riformabile, ma non stravolgibile, come è accaduto per effetto del NO. Lo stesso card. Ratzinger ha affermato che si fece a pezzi l'edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l'edificio antico ..." (La mia vita).

Il problema è che il NO presenta delle ambiguità (oltre che delle paurose carenze) che non inficiano la validità della celebrazione, se viene vissuta con la 'mens' cattolica e anche celebrata con l'intenzione della Chiesa. L'ambiguità è tale per cui le nuove generazioni questa 'mens' l'hanno persa quasi tutte. Ti parlo con cognizione di causa, perché ho fatto uno studio comparato non solo lessicale, ma anche teologico sui due testi latini originali a confronto. Potrei scriverci un libro, tali e tante sono le implicazioni da cogliere, che sfuggono alle persone semplici, ma che inesorabilmente le inquadrano in un certo modo se non le soccorre la Grazia e qualche santo sacerdote come ancora ce ne sono, ma purtroppo in minoranza...

Così come posso dire di essere un'allieva di Mons. Gherardini e, quindi, ho un'idea precisa anche del Concilio nonché delle sue luci e delle sue ombre: come vedi non lo rinnego; ma bisogna riconoscerne i bachi e sarebbe ora che il Trono più alto desse le interpretazioni autentiche di alcuni punti controversi e che hanno sviato la Chiesa, di fatto protestantizzandola, oltre che mondanizzandola e, quindi sfigurandone il Volto autentico... Ma non dispero e non mi straccio le vesti. Soffro tutti questi disagi, abbraccio questa Croce, custodisco la mia fede e mi affido a Colui che salverà la Sua Chiesa nei modi e nei tempi che solo lui sa. Nel frattempo, per quanto mi riguarda, cerco di essere una 'pietra viva' come dice Pietro...

Sono come uno che va in un ristorante, con la licenza del comune: non chiedo la ricetta del cibo che mangio, mi fido del titolo e della bontà del cuoco; quando sarò chiamato a leggere la ricetta per cucinare qualcosa anche io, valuterò quale testo della ricetta mi sarà dato in quel momento e se poi si usano i prodotti scritti nella ricetta (tu capirai).

comprendo e rispetto. Nel frattempo sei tu che sei 'cucinato' in un certo modo ;)

perché la metafora del ristorante del cuoco e della cucina è valida, ma incompleta monca per due motivi
  1. il comune può aver dato una licenza valida ad un cuoco che non cucina secondo le regole (sporco, disordinato, con elementi indigesti ma dal gusto 'saporito' che risultano appetibili, ma alla lunga i loro effetti agiscono sul lungo termine e possono ledere gli organi vitali in profondità). So che sai stare anche tu alla metafora e non ti lascerai irritare dai riferimenti diretti e personali che comunque fanno parte di una mia radicata convinzione
  2. tu credi di non cucinare nulla perché non ti pare ti abbiano affidato nessuna particolare ricetta da realizzare; ma in realtà ognuno di noi incide nella realtà per quello che è e che continuamente 'diventa' nel processo di maturazione che si evolve in un modo o in un altro a seconda del cuoco che gli somministra il cibo che 'in-forma' e sostanzia questa maturazione, anche di chi non è addetto alla cucina
spero di esser stata chiara e comprensibile e, soprattutto commestibile e non indigesta. ;)
dico quello che penso con la massima semplicità e serenità e credo che orami tu sia vaccinato a questo ;)

A questo mi limito; non sono impermeabile come dice Emma, ma ho fiducia nella Chiesa Cattolica. Spetterà a Lei trovare il modo di far convergere il CNC; ora per la Chiesa non c’è più possibilità di traccheggiare, ed è tardi per dire no grazie: ora ha la responsabilità (e sarà bene che trovi il modo e in breve tempo) di realizzare quanto ha approvato Lei stessa nello Statuto.

non ti credo impermeabile, ti credo solo molto coinvolto. Devo dirti tuttavia che la sensazione di 'impermeabilità' citata da Emma ce la danno un po' tutti i nostri interlocutori NC

E’ il suo compito ora, nelle mani del Papato rimetto la mia vita e quella di tutti coloro fanno parte del CNC. Se si rimangia quell’atto, ne sarà responsabile Lei stessa di ciò che accadrà.

è vero che la Chiesa e chi per essa sarà responsabile di quell'atto. Ma qui ti dico due cose, una generale e l'altra personale:
  1. la responsabilità delle nostre scelte non può mai essere della Chiesa o del Papa, è innanzitutto personale e a me fa venir i brividi il solo pensiero di affidare la mia vita e in definitiva la mia anima ad un uomo, chiunque egli sia, persino il Papa. Spero che non mi fraintenda perché amo il Papa e gli sono fedele e prego per lui, ma nella situazione di cui stiamo parlando non ha mai impegnato la sua infallibilità e quindi il mandato petrino...
  2. Per cui l'Unico a cui mi sentirei sempre e comunque di affidare la mia vita (cioè la mia anima) è il Signore, che mi si rivela pienamente soprattutto nel Magistero Perenne e nella vita sacramentale e di preghiera e di Adorazione della Sua Chiesa, ma in primis mi si consegna e nello stesso tempo mi prende con Sé nell'Eucaristia, quando essa è autentico culto a Dio...
Quale missione, io che sono un semplice Alessio, ti affido: i tempi della Chiesa veramente sono troppo lunghi (nel mondo di oggi non sono più accettabili); a te se hai voglia, affido il compito di far accelerare i tempi. Quanto prima farà la Chiesa, quanto prima farò la scelta giusta (in un senso o nell’altro). Un abbraccio a te, Maria e alla tua famiglia. Alessio

Caro Alessio tu mi affidi una mission impossible non alla mia portata né alla portata d'uomo: i tempi di questa brutta storia non sono nelle nostre mani. Hai intuito bene: stiamo vedendo solo la punta di un iceberg. Ci sono poteri e forze che ci superano e ci sovrastano... noi siamo solo i 'piccoli' del Signore e non possiamo altro che lanciargli il nostro grido, ma anche tutta la nostra gratitudine la nostra gioia la nostra fiducia per la nostra vita e la storia di Salvezza che sta scrivendo intanto con ognuno di noi.
Anche a te un abbraccio grande insieme a tutta la tua famiglia.
Maria

venerdì 16 luglio 2010

L'immutabile destino della Chiesa: trionfante e sofferente insieme.

C’è il senso del pontificato intero di Benedetto XVI nella istituzione, il giorno della festa di Pietro e Paolo, del nuovo Pontificio Consiglio per la rievangelizzazione dell’Occidente secolarizzato, per il riannuncio della fede in un mondo dove “il Dio di Gesù sembra eclissarsi“. E c’è un significato preciso, se il neonato Consiglio è stato affidato a un arcivescovo come Rino Fisichella, specialista in quella antica “apologetica” che oggi si preferisce chiamare “teologia fondamentale“.

Per capire, bisogna porsi alcune domande. Cominciando dalla più importante: la Chiesa cattolica è davvero in grave difficoltà? In realtà, teologia ed esperienza storica mostrano che sempre è stata, e sempre sarà, al contempo triumphans et dolens.

Come il suo Fondatore sarà sempre, parola di Pascal, viva e feconda e, al contempo, come agonizzante. Clero indegno, tra abusi sessuali e affarismi? Nessuna sorpresa, essendo, nel suo volto umano, sia casta che meretrix, sia madre dei santi che rifugio e patria dei peccatori. Perseguitata? Se non lo fosse, smentirebbe il monito del Cristo ai discepoli, che non possono avere sorte diversa dal Maestro. In decadenza numerica, quanto a praticanti e vocazioni?, Doveroso, in fondo, poiché il suo destino, come prevede il Vangelo, è di essere “piccolo gregge“, “lievito“, “sale“, “granello di senape“.

E’ semplice catechismo. Sbagliano, dunque, coloro che si avventurano in improbabili analisi, immaginando un Benedetto XVI “angosciato“ per questo tipo di problemi.

Proprio per la sua prospettiva di fede, papa Ratzinger è molto addolorato, e non manca di dirlo pubblicamente ma, al contempo è lontano dalla “angoscia“. Quando mi descriveva la situazione inquietante ,della Catholica nella tempesta postconciliare , mi permisi di chiedergli se, malgrado tutto, le sue notti fossero tranquille. Mi guardò sorpreso : «Perché non dovrei dormire? Dobbiamo fare, tutti, il nostro dovere sino in fondo. Ma saremo giudicati da Gesù sulla buona volontà, non sui risultati. La Chiesa non è nostra. Noi siamo solo l'equipaggio di un barca che è Sua, è Lui che tiene il timone e stabilisce la rotta. Sappiamo che ci saranno tempeste, anche terribili, che le sofferenze di ogni tipo non mancheranno ma sappiamo anche che non affonderemo e che prima o poi arriveremo al porto».

Se “angoscia“ c’è, nel papa, non è certo per tribolazioni spesso provvidenziali, in ogni caso già annunciate venti secoli fa. C’è un sospetto di angoscia, semmai, per la constatazione –che in lui è sempre stata lucida e costante- che è proprio la fede che oggi fa problema. Nulla può turbare il Pastore, se nel clero e nei laici regge la fiducia nella esistenza di Dio, nella verità del Vangelo, nella Chiesa come corpo del Cristo.

Nulla può stare in piedi, invece, se ci si convince che ci sono Caso, Materia, Evoluzione cieca al posto di Dio; che la Scrittura non è che un’antologia caotica di remota letteratura semitica; che la Chiesa è una multinazionale affaristica o , a esser benevoli, la maggiore delle ONG, una Croce Rossa con l’hobby della religione. Per due volte, solo negli ultimi mesi, Benedetto XVI ha ripetuto -e ogni volta, sì, con un sospetto di angoscia-: “ La fede rischia oggi di estinguersi come una fiamma che non trova più alimento“. A Fatima ha ricordato l’equivoco di tanto attivismo clericale, che si affatica sulle conseguenze morali, politiche, sociali da trarre dalla fede, senza però interrogarsi sulla verità e credibilità di quella fede. Cosa che, oggi, non è affatto scontata. E non lo è a tal punto che una volta, a tavola, gli sentii sfuggire una confidenza: “Oggi, in Occidente, chi mi stupisce non è l’incredulo, è il credente“.

Nella sua inquietudine, certa intellighenzia e nomenklatura ecclesiali non lo confortano ma, spesso, sembrano contrastarlo. Come ha ripetuto in questi giorni, è consapevole che i maggiori pericoli per la Chiesa vengono dal suo interno, e non solo per il peccato del denaro, dell’arrivismo, della carne. Sa meglio di tutti (un quarto di secolo alla Congregazione per la fede non sono stati vani) che molta teologia, magari dispensata nelle università “cattoliche“ se non “pontificie“, è infida, insinua il dubbio e mina le certezze. Sa che tanta esegesi biblica disseziona la Scrittura come fosse un qualunque testo antico , accettando acriticamente un metodo che chiama “storico-critico“ creato nel Novecento da atei o da protestanti secolarizzati e che più che critico è ideologico. La base stesso su cui tutto si fonda, la Risurrezione di Gesù nello spirito ma anche nel corpo, è messa in dubbio se non respinta da preti e frati in cattedra. Sa che le basi dell’etica cattolica sono negate, nella pratica, da tanta pastorale. Sa che, nei seminari, i pochi giovani superstiti dipendono, più che dal direttore spirituale, da sociologi e psicologi: e se increduli, tanto meglio, non è forse segno di “illuminata apertura“?

Se, dunque, “la fiamma“ si spegne è anche perché tanti, che pur dovrebbero, non l’alimentano, anzi lavorano per estinguerla. E’ tempo, dunque, di gettare fascine nel braciere, riscoprendo quel lavoro di ricerca della credibilità della fede, quell’accordo tra il credere il ragionare che è sempre esistito nella Chiesa e che dopo il Concilio era stato abbandonato. E’ tempo, insomma, di ritorno all’apologetica, per ridare alimento alla fiaccola, spenta la quale niente avrebbe più senso e San Pietro, con il Vaticano intero, potrebbero essere consegnati all’Unesco come semplice “patrimonio artistico della umanità“. Non a caso mons. Fisichella, specialista proprio di apologetica -o teologia fondamentale, che dir si voglia- è sembrato a Benedetto XVI il “fuochista“ adeguato. Un lavoro arduo attende l’arcivescovo, cardinale se farà bene. Qui, per la Chiesa, tutto è in gioco: e non basteranno i soliti convegni, dibattiti, “cattedre di non credenti“ o la solita “documentite“ ad uso interno. Ci vorranno nuovi apologeti, rispettosi di tutti e al contempo coriacei nel mostrare le ragioni per le quali il credente non è un credulo, perché il Vangelo è “vero” .
Vittorio Messori © Corriere della Sera, 7 Luglio 2010