sabato 30 aprile 2011

Martin Rhonheimer sulla Libertà di religione: Benedetto XVI e la sua "ermeneutica della riforma"

Si infiamma la discussione su come interpretare le novità del Concilio Vaticano II, soprattutto sulla libertà di religione. I tradizionalisti contro Benedetto XVI. Un saggio del filosofo Martin Rhonheimer a sostegno del papa.
L'articolo è arricchito dal saggio, interessante e complesso, di Martin Rhonheimer, docente di Etica e di Filosofia politica presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma. Il saggio, apparso su Nova et Vetera", 85, 4, ottobre-dicembre 2010, 341-363, mette in campo elementi ineludibili per una analisi corretta e approfondita della materia in questione. Per comodità di consultazione l' ho reso disponibile qui nella versione integrale, inserendo direttamente dal testo francese alcune parti tralasciate da Magister.

Mentre mi sembra improprio mettere l'enfasi sui “tradizionalisti contro Benedetto XVI”, dal momento che molte delle analisi e critiche da anni poste sul tappeto sono propositive più che di contrapposizione, cerco di dare una lettura sintetica del testo, con l'idea di trarne possibili conclusioni chiarificatrici.

L'esame di Rhonheimer parte dall'assunto che, nel suo discorso del 22 dicembre 2005, «Papa Benedetto XVI non ha affatto opposto l'ermeneutica erronea della discontinuità a una “ermeneutica della continuità”. Ha spiegato piuttosto che all'“ermeneutica della discontinuità si oppone l'ermeneutica della riforma”. E qual è “la natura della vera riforma”? Essa consiste, spiega il papa, “in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi”».

Il discorso muove dalla presa d'atto di alcuni cambiamenti semantici di espressioni come “libertà di coscienza” insieme ai mutamenti radicali intervenuti nell'assetto geopolitico e del diritto, per effetto dell'affermarsi di Stati costituzionali con la scomparsa dello “Stato cattolico” come braccio secolare della Chiesa e soprattutto con la fine del potere temporale e della conseguente nullificazione dell'autorità del Diritto Canonico nelle legislazioni nazionali. Cambiano radicalmente gli scenari e si sostiene che non cambiano i principi ma muta solo ciò che le situazioni contingenti inducono a ‘riformare’: il termine ‘riforma’, anzi “ermeneutica della riforma”, per connotare alcuni elementi di innegata ed innegabile ‘discontinuità’, è esplicitamente sottolineato nel discorso citato del Santo Padre.

Il problema nasce quando, in mezzo alle vicende storiche ed ai mutamenti che esse innescano nella società, la Chiesa, anziché procedere sui binari che la tengono ben salda nella Verità, cambia direzione lasciandosi penetrare dalle logiche mondane. E allora occorre verificare se davvero si distinguono i condizionamenti teologici e storici dai principi che non possono essere disattesi e se davvero «la dottrina del Vaticano II sulla libertà religiosa non implica alcun riorientamento del dogma, ma piuttosto un riorientamento della dottrina sociale della Chiesa e, più precisamente, una correzione del suo insegnamento sulla funzione e i doveri dello stato»; per cui si sarebbe verificato «piuttosto un riorientamento della dottrina sociale della Chiesa e, più precisamente, una correzione del suo insegnamento sulla funzione e i doveri dello stato».

Nei prossimi articoli procederò con la ‘lettura’ puntuale del saggio e con le sue implicazioni, che già chi legge può iniziare a ricavarsi dal testo linkato; ma mi sorge fin d'ora spontaneo un pensiero un po' molesto e cioè che l'affermata esclusione di riorientamenti del dogma non appare più così limpida e inattaccabile nel dover constatare ad esempio che, dopo Assisi, il Vaticano II diventò, praticamente se non teoricamente - per effetto della solita ‘pastorale’ -, la porta aperta ad ogni manifestazione di religiosità, anche se irriducibilmente lontana dalla religione rivelata e dal patrimonio delle sue verità.

Come dice mons Gherardini [ne Il discorso mancato, pag.102] «è come se il programma che san Pio X aveva recepito dal paolino instaurare omnia in Christo”, fosse stato irriducibilmente invertito in instaurare omnia in homine” tanto dal Concilio Ecumenico Vaticano II quanto dal postconcilio». Conseguenza del fatto che si è arrivati a riconoscere il Concilio come un ‘unicum’ intoccabile - senza fare i distinguo resi necessari dai diversi livelli qualitativi e conseguentemente autoritativi dei suoi documenti - come la sintesi onnicomprensiva e l'espressione più pura dell'intera Tradizione, e quindi «magari senza perverse intenzioni e forse addirittura con retta intenzione, non si sia affidato al Vaticano II e all'attuazione dei suoi sedici documenti il compito di disarcionare Cristo dal soglio della sua realtà soprannaturale per abbassarlo al livello del naturale: uomo come tutti, per tutti, con tutti», facendo pagare di fatto alla Chiesa un'ipoteca illuminista.

lunedì 25 aprile 2011

Una Chiesa 'affaticata' o 'disorientata'?

Stralcio e commento la conclusione dell'articolo di Enzo Bianchi, apparso sull'ultimo numero di Jesus, che per correttezza rendo disponibile nel testo integrale. E' una delle voci più sentite in ogni ambito della nostra Chiesa ed allora forse è bene che anch'esse sentano noi, anche se appare evidente che ci vorrebbero silenziare, dandoci dei faziosi e attribuendo a noi, che osiamo mettere in risalto le 'discontinuità' e le aberrazioni - nel senso di sviamenti - presenti nei documenti del Concilio e conseguenti applicazioni, la responsabilità dell'affaticamento della Chiesa, che appare anche il loro.


Conosciamo ormai tutti bene e a memoria questo elenco che dice la realtà del clima attuale, dell’aria che si respira. Credo però che occorra riconoscere che anche aspetti di vita interna della chiesa contribuiscono ad affaticarci. Quando penso allo sforzo che la mia generazione ha fatto in obbedienza alla chiesa per un rinnovamento attraverso il concilio, e poi constato che oggi nella chiesa molti lavorano contro il Vaticano II, criticandolo e prendendone le distanze, operano contro l’ecumenismo e la riforma liturgica, allora osservo che in molti altri si fa largo un sentimento di confusione. Alcuni dicono con molto rispetto: “Non capisco più!”, altri finiscono per soffrire fino alla frustrazione...
Notiamo come il problema non è individuato nelle cause della crisi e quindi nella loro ricerca, posto che è evidente che si è costretti a riconoscere che la cosiddetta "nuova Pentecoste" non ha funzionato; ma nel clima indotto nella vita interna della Chiesa che deriverebbe da chi si ostina a "lavorare contro il Vaticano II", come se il Vaticano II fosse ancora la soluzione e non la radice di ogni problema e come se la panacea di ogni male sia la sua applicazione secondo la vulgata corrente non il ripristino delle verità tradite e oscurate. Se c'è chi non capisce e soffre fino alla frustrazione non è certo chi è portato in auge dalla cultura egemone, che comunque non si mette assolutamente in causa, anzi si autoesalta insieme al mantra ormai consolidato della indiscutibilità del Concilio assurto a nuovo super-dogma.
Tanta fatica per cambiare, quasi cinquant’anni fa – uno sforzo compiuto con entusiasmo ma a volte anche a prezzo di sofferenza e sottomettendo le nostre nostalgie personali al bene della vita ecclesiale – secondo le indicazioni del concilio e del papa: e oggi? Perché ci sono presenze nella chiesa che vorrebbero spingerci a essere con il papa contro i vescovi oppure con i vescovi contro il papa, persino quando si tratta di celebrare l’eucaristia, luogo per eccellenza della comunione ecclesiale? Si dice che il cammino ecumenico è irreversibile, ma poi vediamo che molti vorrebbero correggere la sua comprensione consegnataci dal Vaticano II. Papi e vescovi ci hanno insegnato che il vero ecumenismo non significava ritorno alla chiesa cattolica, bensì cammino verso un’unità che i cattolici confessano essere un principio già presente nella loro chiesa, ma che deve essere ancora completata, in quanto mai piena nelle diverse forme e convergenze. Abbiamo forse avuto vescovi e papi come “cattivi maestri”? E i “gesti” così eloquenti compiuti dagli ultimi papi erano forse temerari, favole da non prendere sul serio?
Con quale ardire si afferma che problema sono le "presenze nella chiesa che vorrebbero spingerci a essere con il papa contro i vescovi oppure con i vescovi contro il papa, persino quando si tratta di celebrare l’eucaristia"? ...Strano che di queste presenze venga visto soltanto l'effetto di divisione che è dolorosamente constatato e non certo determinato da chi non ha chiesto l'abolizione della messa Riformata, ma pretenderebbe il riconoscimento di un diritto paritario peraltro già sancito dal Papa o anche non vedere più gli abusi liturgici che sembrano diventati la norma. Si ignora o si finge di ignorare che esiste un motu proprio del Papa che esprime il suo autorevole e provvido pensiero. Ci vuol tanto a riflettere che se l'applicazione di questo diritto riconosciuto e sancito sta imponendo di essere con il papa contro i vescovi oppure con i Vescovi contro il Papa (magari scritto maiuscolo!), significa che è di nuovo e sempre Cristo Signore la pietra di scandalo perché, se con il provvedimento il Papa si mette contro (non è un po' forte ?) i vescovi, vuol dire che i Vescovi non sono in questo in comunione col Papa e sono già, da parte loro, lontani da un habitus di accoglienza e di comprensione, esercitate soltanto nei confronti dei 'diversamente-credenti'. Non sarà che temono che l'Antico Rito alla fine possa sottrarre alle loro esangui chiese i pochi fedeli rimasti?

Se davvero si parla di "vero ecumenismo come cammino di unità da perseguire da completare in quanto mai piena nelle diverse forme e convergenze", non è che si possa pensare che l'unità si compone magicamente per effetto di una impossibile "communicatio in sacris" con chi ha abolito qualcosa dalla dottrina di sempre. Si tratta di indebita inclusività [vedi], che non crea unità ma confusione. E come mai dialogo e comunione sono possibili con chiunque e non con i veri cattolici? Forse perché i cattolici vivono e difendono la 'Verità tutta intera', quella che è stata oscurata e scempiata dalle cosiddette diverse forme e convergenze: pensiamo per esempio ad un certo movimento che sta invadendo tutte le diocesi e alle molteplici commistioni con ogni genere proprio a causa delle "diverse forme e convergenze". Il vero punto di convergenza è in Cristo Signore: stat Crux dum volvitur orbis! non nella Sua tunica lacerata che ognuno tira dalla sua parte. Dell'Opera di Cristo si elude l'aspetto espiativo, del Sacrificio calandosi nella "orizzontalità" del pensiero umano cangiante e inaffidabile, che procura le vertigini facendo perdere l'orientamento e ci si incontra intorno ad una mensa che non è un'altare, in una convivialità che non è l'Offerta portata a compimento che, sola, crea la vera convivialità escatologica.

Vogliamo farci entrare nella mente e nel cuore che il problema non sono i 'numeri' o le forzose 'convergenze', ma il fatto che, se è vero che lex orandi lex credendi, la lotta vera è tra fedi ed ecclesiologie diverse? Si ha timore persino a pensarlo, figuriamoci a dirlo... ma oggi è talmente chiaro che non si può più tacere né dire e non dire per non suscitare reazioni scomposte. Ormai, mi pare che in molti siano venuti allo scoperto e le reazioni scomposte hanno già cominciato a prodursi: abbiamo esaminato e confutato le più recenti stroncature alle quali dobbiamo aggiungere questa. Prosegue Enzo Bianchi:
Ho quasi settant’anni, ho lavorato tutta la mia vita per l’unità delle chiese e la comunione nella mia chiesa, ma oggi sento e constato tante contraddizioni. Sì, faccio fatica anch’io, sono stanco di queste guerre tra fazioni ecclesiali combattute sui blog per mezzo di giornalisti compiacenti; sono stanco di accuse che mostrano come non si voglia né ascoltare né conoscere la verità ma soltanto far tacere l’altro. E mi chiedo con molti altri: dove va la chiesa? Questa nostra chiesa che abbiamo tanto amato e vogliamo ancora amare in un’appartenenza leale, non adulatrice e che non cerca né privilegi né promozioni... Questa chiesa che amiamo, più di noi stessi!
© JESUS, aprile 2011
Non viene in mente al nostro - uno dei 'maestri' più gettonati del nostro tempo - che l'unità delle chiese e la comunione è il Signore che la crea in chi partecipa dello stesso Altare e non i nostri sforzi e fatiche e strategie umane? Egli parla di "guerre tra fazioni ecclesiali combattute sui blog...". Notevole il dato che il dibattito in qualche modo si sia attestato su queste Agorà, che si stanno rivelando come efficaci palestre di esercizio di libertà e di diffusione e scambio di idee e di riflessioni anche su queste questioni così serie e ineludibili. Il silenziamento e la damnatio memoriae degli ambiti istituzionali non sono arrivati e non arrivano fin qui. E, se ci vengono negate o date col contagocce - tipo riserva indiana - le Chiese di pietra, forse siamo la dimostrazione che nella Chiesa edificio spirituale ci sono ancora pietre vive, molte delle quali nascoste e silenti in una preghiera incessante...

Enzo Banchi ci scambia per faziosi? E' una vecchia 'vulgata' che ormai ha fatto il suo tempo. Fazioso è chi prende parte con fanatismo ad una causa partitica o ideologica. Qui si 'prende parte' per il Signore e per la sua Chiesa, quella di Sempre.

sabato 23 aprile 2011

La frattura sembrerebbe insanabile, ma la soluzione è nelle promesse del Signore!

Avevo in mente un percorso diverso, ma ci è data una nuova occasione per soffermarci ancora sulla vexata questio della Fraternità di San Pio X.

Mettiamo il dito nella piaga. Abbiamo avuto l'opportunità di verificare con maggior cognizione di causa l'habitat che ha indotto la crisi lefebvriana e che tuttora potrebbe renderne problematica, salvo un intervento Provvidente dall'Alto, una pronta felice soluzione. L'occasione ci è data dalla consultazione di una Nota segreta dell'episcopato francese, non firmata e non datata ma che risulta fatta pervenire a Roma all'inizio del 1988, le cui linee terribili confermano la grave responsabilità dell'intero episcopato francese nella negativa consumazione dell'evento di allora. Pur se la nota è redatta ben prima del motu proprio del 2007, non può ritenersi da questo superata, perché a tutt'oggi non appare neppure scalfito lo spirito di rigida intransigente ideologica avversione, che anima i vescovi (purtroppo non solo francesi).

Che il rifiuto sia ideologico lo dimostra quanto svilupperò più avanti a proposito dell'uso di certe espressioni, quali: "cultura" e "contro-società". Il documento è ampio e articolato e scende in molti dettagli. E' evidente che è stato redatto col massimo impegno, direttamente proporzionale all'avversione mostrata allora e tuttora in campo. Esso è consultabile sul sito francese Perepiscopus. Occorre andare indietro di qualche giorno ed è suddiviso in più parti. Ne ho estratto la questione del rito, più che sufficiente per inquadrare l'intera problematica, anche perché è davvero proprio il rito culmine e fonte della nostra fede nonchè espressione e veicolo di una lex orandi lex credendi piuttosto che un'altra, alla quale 'altra' vorrebbero assuefare anche noi...
La questione del rito
una prelatura personale può principalmente fondarsi sul rito di San Pio V così come rivendicato da Mons. Lefebvre e dai membri della Fraternità San Pio X? Questo rito non poggia su una realtà culturale come i riti orientali per esempio. Le mentalità e le attività della comunità lefebvriste sono tuttavia contrassegnate da un comportamento sociale particolare. Lungi dal costituire una cultura propriamente detta, che apporterebbe valori positivi alla società, questa modalità di considerare la realtà sociale si colloca come "contro-società". L'attuale attaccamento al rito di San Pio V non significa più una maniera positiva di vivere la propria fede; è la manifestazione del rifiuto di una espressione della fede proposta a tutta la Chiesa dal Concilio Vaticano II. Il rito di San Pio V è così considerato dai "lefebvristi" come un "contro-rito". Il numero ristretto di fedeli che assistono alla messa di San Pio V, concessa secondo l'indulto di Giovanni Paolo II nel 1984, ne è la prova: solo un piccolo numero di cattolici vive in modo positivo il culto eucaristico secondo il rito di San Pio V.
Perepiscopus commenta: "Questo « piccolo numero» oggi fornisce più del 20% delle vocazioni sacerdotali in Francia… Le richieste di messa si contano a centinaia. Secondo Paix Liturgique, almeno il 30% dei cattolici si augurano che questa forma sia celebrata nella loro parrocchia, ciò che è ben lontano dal verificarsi." Poi prosegue il rimanente testo del documento che, chi vorrà, potrà consultare dal link inserito sopra.

Che sia una mentalità diffusa e consolidata tra sacerdoti e vescovi -con rare luminose eccezioni- lo dimostra il testo consultabile da questo link, della recente perfomance di un parroco, tratta da un Bollettino parrocchiale della Diocesi di Venezia, anch'essa emblematica dell'aria che tira nel panorama ecclesiale del nostro tempo: de-formazione, anziché formazione, slogan e luoghi comuni.


E dunque veniamo al testo dei vescovi francesi. Siamo alle prese con una prima affermazione come questa: "Questo rito non poggia su una realtà culturale come i riti orientali per esempio". Due osservazioni:
  1. Innanzitutto assistiamo ad un rovesciamento di campi. Il fondamento del rito non è individuabile in una qualsivoglia "realtà culturale", ma è un dato di fede, che poggia sulla Rivelazione consegnata da Cristo Signore agli Apostoli e sulla Tradizione trasmessaci da generazioni di credenti. Ed è proprio esso che ha forgiato la cultura occidentale e ispirato le espressioni artistiche più alte nei vari ambiti (architettura, pittura, scultura, musica, letteratura) toccando vertici che al momento appaiono ineguagliabili.
  2. Non esiste alcuna disparità rispetto ai riti orientali, che nessuno si è sognato di toccare, e comunque il paragone è improponibile, anche per il fatto che il rito di San Pio V è stato sostituito ex abrupto (ma "non abrogato", come affermerà Benedetto XVI nel 2007) nei termini che conosciamo -andando ben oltre gli stessi dettami conciliari- da non oltre 50 anni; tempo insignificante nel computo dei tempi biblici ed ecclesiali, ma purtroppo sufficiente per determinare il serio iato generazionale attuale ed anche perché questi "pastori" attentino ad espungerlo definitivamente dalla vita della Chiesa cattolica.
Veniamo al seguito: "Le mentalità e le attività della comunità lefebvriste sono tuttavia contrassegnate da un comportamento sociale particolare. Lungi dal costituire una cultura propriamente detta, che apporterebbe valori positivi alla società, questa modalità di considerare la realtà sociale si colloca come "contro-società".

Notiamo una confusione di campi tipica delle ambiguità insite nelle 'innovazioni' conciliari:
  1. la missione della Chiesa - e quindi la sua funzione e le conseguenti attività - è innanzitutto di natura spirituale, sacramentale, e solo come effetti, ne derivano le corrispondenti scelte ed espressioni etiche, socio-politiche e culturali. E' proprio nell'ambito spirituale che si colloca la scelta di Mons. Lefebvre ed è su questo che si fonda l'attività pastorale della Fraternità.
  2. la sofferta decisione di mons. Lefebvre non ha dato vita ad alcun lefebvrismo, dal momento che egli non si è fatto portavoce di una sua dottrina o di sue prassi particolari, ma non ha fatto altro che 'custodire' e 'preservare' la Dottrina e la Fede di Sempre senza toglierne o aggiungerne uno iota. E tuttavia si deve constatare e precisare che
  1. ciò che dà fastidio - e che può anche apparire non in sintonia con il liberismo selvaggio o col nichilismo attuali - è la "regalità sociale" di Cristo, che non è possibile perseguire con l'aria che tira, ma che non per questo è da considerarsi abolita.
  2. le eventuali e possibili ricadute politiche, verso qualunque versante si dirigano - e di certo la Regalità del Signore non si attaglia per nulla neppure all'orizzontalità atea dello storicismo marxista - appartengono alla libertà di ogni credente e dovrebbero esulare da una valutazione 'pastorale'.
  1. i "valori positivi alla società" non sono indotti dalla cultura, ma dalla fecondazione che possono introdurvi le persone che animano la cultura e contribuiscono a costruirla. Ogni fecondità proviene direttamente dal Signore, dalla Sua opera nei cuori Redenti dalla Sua Grazia, ricevuta accolta e vissuta nella Chiesa e quindi portata in ogni contesto di attività. Se ne deduce che i vescovi stanno affermando una realtà soltanto umana (cultura e valori positivi, che senza il loro fondamento trascendente, non sono altro che un mero umanesimo), mentre la realtà e la funzione della Chiesa è umano-divina. E quel che è in predicato non è un contesto culturale ma qualcosa che ha a che fare proprio con la funzione primaria della Chiesa. Non mi soffermo sulla definizione di "contro-società" perché richiederebbe lo sviluppo di una riflessione complessa, non affrontabile con questo strumento, che tuttavia già ci consente di vagliare l'essenziale.
E, finalmente, eccola la parola-chiave, la pietra di paragone su cui cade qualunque esigenza di salvaguardia della Tradizione perenne, che non torno a definire qui, perché si delinea chiara a chi avrà la pazienza di scorrere sia gli articoli che i documenti messi a disposizione o a chi già ne condivide le coordinate 'sapienziali' così limpidamente forniteci da Mons. Gherardini. Ciò che i vescovi apertis verbis contestano è "l'espressione di fede proposta a tutta la Chiesa dal Concilio Vaticano II"! Cadono le braccia nell'imbattersi in questo esplicito riconoscimento che si tratta di una espressione di fede 'altra', evidentemente!

Ed è una enorme falsità affermare che "il rito di San Pio V è così considerato dai "lefebvristi" come un «contro-rito».
  1. innanzittutto non esistono i lefebvristi, ma i cattolici e basta, per le ragioni dette sopra e per quanto precisato anche nell'articolo precedente.
  2. Chi non sia accecato dal pregiudizio riconosce di trovarsi di fronte ad un'azione positiva, affermativa, che non è contro nessuno, ma è 'per Dio' e per la salute delle anime, perché custodisce il culto autentico, prioritaria funzione della Chiesa. Quindi, in definitiva, l'amore, il rispetto e la custodia per una Santa e Divina Liturgia, pervenutaci intatta nella sua struttura sacra e solenne attraverso due millenni di generazioni di credenti, non può essere né valutata né sbandierata come un'azione-contro, addirittura come un «contro-rito»! Non è la guerra-dei-riti, ma l'affermazione o la negazione di Dogmi...
Finché avremo a che fare con percezioni della realtà come questa, che si traducono in mentalità fortemente segnate da coordinate "altre" rispetto al sensus fidei cattolico, non si verrà a capo di nulla.

Basandoci su questi dati di fatto non potremmo che concludere che umanamente non c'è soluzione perché la frattura che si è creata appare, messa nei termini in cui la vediamo qui, davvero incolmabile. Tuttavia sappiamo che "nulla è impossibile presso Dio" e noi ci fidiamo delle sue promesse. Il quando e il come sono nelle sue mani. Noi rimaniamo servi inutili, ma continuiamo a custodire e non tacere poiché ci sono i "cani che non latrano quando dovrebbero latrare" (Is 56,10), ai quali Mons. Gherardini attribuisce la responsabilità di questa situazione caotica, da molti purtroppo perfino negata.

giovedì 21 aprile 2011

Puntualizzazioni e rettifiche su una "anatomia" del movimento nato da mons. Lefebvre allargata all'orizzonte Tradizionalista

Su Liberal del 20 aprile 2011 è apparso un articolo di Francesco Iacobini che, sotto il titolo L'ingratitudine di Lefebvre, condensa in una analisi ad ampio raggio lo status questionis che viene esteso all’intero ambito di credenti che amano la Tradizione, peraltro ricondotto – sommariamente e impropriamente – sotto la voce “lefebvrismo”. Le riflessioni non sono per nulla superficiali ed affrettate come quelle cui siamo purtroppo abituati. Dimostrano, anzi, una buona conoscenza dei temi trattati; ma vi ho trovato delle ‘distorsioni’. Per questo motivo ritengo di dover aggiustare il tiro, riconducendo alcune affermazioni in termini più rispondenti alla realtà di ciò che accade nella e alla Chiesa cattolica, attraverso una lettura ragionata dei punti salienti del testo.

Credo che le vicende di questo nostro tempo non sono altro che il ‘precipitato’ di spinte recenti e lontane che sembra abbiano preso il sopravvento. E quindi, parliamone, al fine di fare chiarezza in mezzo al mare magnum di incertezze e anche di equivoci, più o meno consapevoli, dei quali viene disseminata l’informazione, oggi particolarmente focalizzata da più versanti sul fenomeno del mondo Tradizionale, fin troppo variegato e diviso, ma sempre meno disposto a lasciarsi ridurre al silenzio.

Iacobini prende le mosse dalla più nota e raccontata “tra tutte le contestazioni di epoca contemporanea contro il vertice della Chiesa Cattolica” quale “quella messa in atto dal vescovo francese Marcel Lefebvre e dai suoi seguaci, sfociata nella scomunica comminata nel 1988 alla loro Fraternità San Pio X”. Mentre è errato estendere all’intera Fraternità la scomunica comminata a Mons. Lefebvre ed ai vescovi da lui ordinati, le ragioni della contestazione vengono individuate nelle “complessità e problemi del Concilio e del post-concilio; negli effetti del ’68, cattolico e non; nel fatto che questa contestazione sia provenuta “da Destra”, in nome della Tradizione e della Chiesa tridentina” e se ne coglie “il paradosso che la critica alla “protestantizzazione” della Chiesa si sia risolta in una insubordinazione verso l’autorità di Roma e il Papa”.

Non credo del tutto corretto applicare alla Chiesa ed alle sue vicende categorie come “destra”, perché non possiamo dimenticare né accantonare neppure per esigenze di analisi rigorosa e di ampio respiro, la sua componente Soprannaturale, il Mistero della sua natura Teandrica, insito nella Persona del Figlio di Dio fatto uomo, Morto e Risorto per noi Asceso al Cielo e datore del suo Spirito, di cui la Chiesa è portatrice, custode e testimone fino alla fine dei tempi. Inoltre non può essersi consumata una piena insubordinazione verso l'autorità di Roma e il Papa, dal momento che ai vescovi non è stata attribuita alcuna giurisdizione (spettante appunto al Papa) e che ogni messa della Fraternità viene celebrata "una cum" il Papa.

Quindi, se “la crisi lefebvriana è stata ed è uno specchio, talvolta anche rovesciato, dei problemi e delle lacerazioni che il cattolicesimo ha vissuto e affrontato nel secondo Novecento, tra dinamiche di aggiornamento, sforzi di fedeltà e inedite rivendicazioni”, non è detto e non è esatto che essa debba essere considerata tout court una lotta “sin dagli inizi delle assise conciliari contro le tendenze modernizzatrici della maggioranza” realizzata attraverso l’adesione “alle organizzazioni e ai circoli del gruppo conservatore”. Non mi risulta che Mons. Lefebvre abbia ricusato l’intero concilio né durante il suo svolgimento né dopo la sua conclusione, anche se le sue perplessità non potevano non polarizzarsi su questioni sulle quali lo stesso Iacobini mette l’accento come cause del dissenso, quali: “la dottrina sulla libertà religiosa, il rapporto con i non cristiani e i non credenti, le fonti della Rivelazione e i metodi di studio e interpretazione della Sacra Scrittura, l’ontologia della Chiesa (“Società perfetta”o “Popolo di Dio”), la liturgia, i nuovi catechismi, le ipotesi collegiali e partecipative del governo ecclesiastico”.

Mentre mi stona immediatamente l’antitesi tra “Società perfetta” o “Popolo di Dio” – di cui parlerò altrove – vorrei stornare subito l’attenzione dalle “adesioni ad organizzazioni e circoli conservatori”. Penso non debba destare meraviglia che nel delinearsi delle prime reazioni tra chi appariva più consapevole di cosa stava accadendo, possano esserci stati dei contatti da più parti con Mons. Lefebvre. Per quanto è a mia conoscenza escludo che questi contatti si siano intessuti di azioni comuni, tra cui può ravvisarsi il famoso Breve esame critico Ottaviani Bacci, o siano andati più in là di un confronto fuggevole. Nella sua esperienza di Pastore Lefebvre ha sempre perseguito senza cedimenti e con ferma costante coerenza, due obiettivi fondamentali:
  1. preservare il Credo cattolico, la Verità custodita e sempre trasmessa dalla Chiesa dalle idee demolitrici che si andavano sviluppando ed imponendo e
  2. formare una “milizia di sacerdoti selezionati, preparati intellettualmente e dottrinalmente, pienamente consapevoli del proprio stato, responsabili della propria missione e in grado di curare le anime sulle orma dei santi della Chiesa” [Cristina Siccardi, Marcel Lefebvre. Nel nome della verità, Sugarco 2010].
Al di là di questi aspetti più o meno noti ed anche al di là degli ambiti organizzativi, circoli o gruppi vari in campo, credo sia arrivato il momento di riconoscere che il fenomeno legato a chi si riconosce nella Tradizione - non quella Conciliare ma quella Perenne, che comprende anche quella conciliare nella lettura in ‘continuità’ asserita da Benedetto XVI -, non può essere ricondotto ad un generico “lefebvrismo implicito, rimasto nel seno della Chiesa e diffuso ai suoi diversi livelli”. E’ un fenomeno che riguarda anche la generazione attuale e che, pur se può individuare nella FSSPX dei punti di riferimento, trova la sua ragion d’essere in quella Fedeltà alla Chiesa di Sempre ed al Santo Padre, che prescinde dal Concilio -e dagli altri fattori che vi si intersecano- in qualche modo lo precede lo comprende nella sua giusta dimensione e lo supera per andare oltre. Una fedeltà che prescinde anche da organizzazioni di vario genere o commistioni “da destra” o da ogni altrove. Una fedeltà che ha trovato nuove adesioni anche grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, strumento della Provvidenza di cui non ringrazieremo mai abbastanza Benedetto XVI, che ha sdoganato - anzi dissepolto - un tesoro ineguagliabile nel quale “l'incenso e i vecchi merletti” degli stereotipi coniati da altri commentatori sono un pulviscolo in una vena aurea dalle profondità insondabili che ha la sua Sorgente nel costato trafitto del Signore...

L’autore sostiene che “Marcel Lefebvre veniva a costituirsi come la punta di un iceberg ben più esteso, con la differenza data dal suo temperamento e dal suo carattere, che lo portarono nel giro di un breve tempo, negli anni successivi alla conclusione del Vaticano II, a trasformare il proprio dissenso in una autentica dissidenza”.

Un’affermazione come questa è molto riduttiva, sia delle ragioni all’origine della sofferta e drammatica decisione di Mons. Lefebvre che del dissenso costituito dal resto dell’iceberg. Non è un fatto umorale o temperamentale quel che ha indotto Mons. Lefebvre all’atto cosiddetto scismatico né vi sono state unicamente “complici le tensioni portate dal ’68 anche in ambito ecclesiale, con polarizzazioni, abbandoni e indebolimento di molti capisaldi tradizionali”, fattori indubbiamente presenti ed entrati certamente in campo. La vera ragione di un atto così estremo è la preservazione della Fede cattolica dalle commistioni che tuttora ne oscurano alcuni fondamenti. E' anche riduttivo affermare che “Lefebvre divenne il punto di riferimento di diversi ambienti nostalgici del vecchio ordine, un universo peraltro non privo di risorse, crediti e capacità di attrarre giovani vocazioni in anni di crisi”. Infatti la Fraternità Sacerdotale ha le sue radici più indietro nel tempo, era già costituita e ricca di vocazioni ben prima della crisi arrivata al culmine nell’88 ed era una realtà perfettamente e luminosamente cattolica, come appurò la visita Apostolica del 1974 di Mons. Descapms e Mons. Onclin, i quali arrivarono alle conclusioni che “il Seminario è buono al 99%. L’1% negativo riguardò la celebrazione della Messa con il vecchio rito

Se è vero che “è in questo contesto [concilio e spinte selvaggiamente innovative] che egli fondò la Fraternità di San Pio X, partendo con un seminario organizzato secondo il modello tridentino a Econe, in Svizzera” e se è vero anche che “siamo agli inizi degli anni ’70”, affermare che “da quel momento in poi si assisterà a un’escalation di contrasti e prese di posizione assai critiche che opporranno la Fraternità alla Santa Sede, in una spirale ininterrotta che porterà alla scomunica del 1988 e all’unico scisma cattolico del Novecento” mi pare una visione paradossalmente riduttiva e drammatizzante insieme: riduttiva, perché appiattisce l’accaduto nel suo drammatico compimento, senza coglierne le numerose e complesse dinamiche che lo hanno preceduto accompagnato e tuttora permangono, compreso l'influsso nefasto delle forze avverse alla Tradizione perenne che non hanno mancato di condizionare quelle dinamiche; drammatizzante, per l'enfasi con cui l'evento viene definito l'unico scisma cattolico del novecento che fa vista di non conoscere né le ragioni addotte da molti studiosi per negare che si sia trattato di un vero e proprio 'scisma' né gli scismi reali ma “non dichiarati”, presenti nel panorama ecclesiale, sui quali non è possibile dilungarsi qui.

Risponde a verità che “oltreché sul catechismo e sull’interpretazione delle Scritture, la lotta di Lefebvre si focalizzò soprattutto sulla riforma liturgica e sulla “nuova” Messa promulgata da Paolo VI. Il contrasto mostrava, ben oltre il proprio perimetro, come la liturgia fosse (sia) non tanto e non solo una disciplina dei culti e dei riti, ma l’espressione fondamentale del credere (lex orandi e lex credendi, si dice) e la forma basilare dell’autocomprensione della Chiesa.” Ben detto e ben argomentato, ma aggiungervi che “la vicenda Lefebvre, inoltre, non fu priva di inevitabili collegamenti politici con settori della Destra autoritaria francese e internazionale”, di fatto snatura l’evento e sposta l’attenzione da una motivazione profondamente teologale su risvolti di natura politica, che aprono scenari di marginalità e di diffidenza di tutt’altro ‘sapore’ rispetto ad una decisione che, pur nella sua dirompente contrapposizione, definirei sapienziale, condensata nelle seguenti parole dirette da Mons. Lefebvre ai suoi seminaristi il 21 novembre 1974:
“Perciò senza nessuna ribellione, nessuna acredine, nessun risentimento noi continuiamo la nostra opera di formazione sacerdotale alla luce del magistero di sempre, persuasi di non poter rendere un servizio maggiore alla Santa Chiesa Cattolica, al Sommo Pontefice e alle generazioni future.”
Ora che, come sottolinea Iacobini, “Papa Benedetto XVI ha avviato un processo di ascolto e discernimento di tali esperienze e sensibilità” può essere arrivato il momento di “una purificazione che consenta di separare ciò che è essenziale e legittimo dal sovrappiù delle unilateralità, degli esclusivismi e degli equivoci”, la mossa di [Papa] Ratzinger viene inquadrata nella “sua grande opera di rifocalizzazione di una corretta ermeneutica cattolica, partendo dall’approccio alla storia della Chiesa e alla lettura teologica di questa storia, mostrando – soprattutto con riferimento alla memoria e all’attualità del Concilio Vaticano II, ma poi in senso più vasto e metodologico – come continuità e discontinuità non siano categorie egualmente utilizzabili sul piano ecclesiale, e come nella vicenda bimillenaria della fede cattolica non si diano nuovi inizi e ricominciamenti, ma solo sviluppi lungo una strada segnata e promessa irrevocabilmente”. Naturalmente sia l’approccio che la lettura di questi dati, pur condivisibilissimi, non vanno oltre dichiarazioni e proclami e mancano degli autorevoli asserti dogmatici, com’è a tutti problematicamente noto.

Dire che “in questa luce, […] non può esserci un passato da condannare come tale alla damnatio memoriae, come non può esserci una Tradizione “fossile” che non sia riguardata e non si arricchisca di forme nuove di comprensione e di segni del presente” sembra attribuire la qualifica di “fossile” alla Tradizione che non accetta la damnatio memoriae del passato. Giova quindi ricordare che chi difende la Tradizione autentica, è ben lontano da ‘fissismi’ o rischi di ‘fossilizzazione’, perché ciò non si addice alla Tradizione, che 'custodisce’ il “Depositum Fidei” Apostolico senza alcun tipo di fissismo, che non le appartiene in quanto essa è VIVA nel senso, riaffermato da mons. Gherardini, della “continuità evolutiva”, che esclude tutti quei criteri immanentistici impostisi, dall’Illuminismo ad oggi, sia alla filosofia che alla teologia. Gli Apostoli ci hanno lasciato quanto da Cristo hanno ricevuto ratione ecclesiae, non i carismi personali ma le verità riguardanti la Fede e la Chiesa. I Padri la chiamano Traditio Dominica o Traditio Apostolica “ lo Spirito Santo vi ricorderà tutte le cose che vi ho insegnato io” (Gv 14, 26). L’insufflatio dello Spirito [Presente nella Chiesa: dove c'è il Figlio, c'è anche il Padre e lo Spirito Santo] non ha per oggetto una o più, ma “quaecumque dixero vobis”: tutte le cose, acquisizioni sempre più approfondite, nova et vetera (Gv 16,13).

Iacobini sottolinea che i due provvedimenti: il motu proprio del 2007 e la revoca delle scomuniche del 2009 hanno “scatenato critiche e resistenze di ogni tipo dentro la Chiesa e fuori”, ma la sostanza dei problemi al di là degli episodi più eclatanti […] è rimasta sottopelle e ha a che fare ancora una volta con la visione della fede e della Chiesa, su una quantità di capitoli non trascurabile. È qui, a questo punto, che è diventato evidente come la questione lefebvriana abbia finito per trasformarsi in una sorta di alibi. Alibi anzitutto per quei settori cattolici, pienamente inseriti nella Chiesa, che mai hanno digerito i frutti del Concilio Vaticano II: in loro si è mantenuto un dubbio fondamentale, se non proprio un rigetto, circa la sostanza del Concilio, non solo sulle sue distorsioni. Mentre questa affermazione –come già dimostrato sopra- può apparire valida soltanto riguardo a gruppi e contesti marginali del mondo Tradizionista, più centrata è la seguente: “la questione lefebvriana continua a essere un alibi ancor maggiore per settori importanti di cattolici novatori e progressisti, quelli che intendono il Vaticano II come nuovo avvio, in una logica di convinta frattura col passato. E’ da questi milieu che, nel corso degli anni e con gradazioni diverse ma tutto sommato coerenti nell’ispirazione, sono provenuti orientamenti, proposte e linee di condotta volte alla progressiva rimodulazione in senso democratico della Chiesa, alla rivisitazione dello stato e dell’identità sacerdotale, a una decisa desacralizzazione. E anche su questo versante la liturgia (lex orandi e lex credendi, non dimentichiamolo) è stato il terreno del confronto e della prova, dato che l’ordine simbolico si costituisce come spazio eletto per la sperimentazione e la promozione diffusa e vissuta di una data sensibilità. La riforma liturgica postconciliare è così divenuta il punto di partenza di una serie di forzature modernizzanti, di creatività indebite, con giustificazioni altisonanti che hanno riguardato anche l’architettura sacra e che infine hanno restituito alla Chiesa un volto poco attrattivo, poco capace di evocare il Mistero e testimoniare l’Invisibile, proposto come sobrio e invece percepito troppo spesso solo come respingente se non squallido”.

Se è vero che Benedetto XVI ha sempre avuto chiaro che la disputa Tradizionalisti-Novatori si snodava lungo questi diaframmi reciproci, e che nella sua rappresentazione accentuata finiva per fornire pretesti di evasione, ciascuno a cercare quasi una propria Chiesa immaginaria, distante dalla comunione ecclesiale autentica e presa a interpretare fantomatici spiriti (del Concilio o dell’antiConcilio) più che a vivere corrette ed equilibrate realtà”, abbiamo appena analizzato, con Mons. Gherardini come il gegen-Geist (contro-spirito) non sia fantomatico ma reale e non privo di conseguenze. E se è vero anche che “oggi è sempre più chiaro, proprio grazie al coraggio e all’impegno anche solitario di Papa Ratzinger, che la vera unità della Chiesa, a partire dalla liturgia, non si conquista favorendo inclinazioni autoreferenziali, ma inserendosi nel grande insieme della comunione cattolica, riconoscendo nel magistero del Papa e dei Vescovi la guida autorevole e credibile per andare avanti, anche quando non tutte le nostre sensibilità trovano immediata accoglienza”, sarà difficile trovare la vera unità a partire dalla liturgia se dovesse essere tramontata, come recentemente affermato dal card. Canizares, la “Riforma della riforma” e in un contesto in cui agli abusi liturgici non si pone alcun freno…

E’ vero ancora che “se la primavera conciliare non fosse stata trasformata in una bollente estate di esperimenti e interpretazioni libere e talvolta irresponsabili, le spinte all’indietro e le resistenze avrebbero trovato molte meno ragioni e molti meno spazi di agibilità. Ma solo chi non conosce l’autentico culto a Dio può affermare: “Se la liturgia riformata fosse stata compresa, celebrata e vissuta nella sua autentica profondità, e se si fosse valorizzato il suo potenziale di bellezza e significato, non si sarebbe avuto un diffuso desiderio di revanche da parte dei nostalgici del rito tradizionale”. Il fatto è che i Tradizionisti conoscono fin troppo bene le differenze ed anche in profondità…

Si afferma: “Come pure è innegabile che se i lefebvriani avessero avuto un corretto senso della Tradizione, da intendersi come patrimonio dinamico vagliato dal Magistero e dalla Chiesa nel suo insieme”, che corre seri rischi di equivalere a tradizione vivente nel senso di mutevole secondo le mode del tempo gestita da una collegialità che esclude il Primato petrino, “e non come “fissità”, non si sarebbero spinti a una rottura disciplinare e a una ribellione verso l’autorità così paradossale e incomprensibile se si guarda alla loro ispirazione”. Su fedeltà che non è fissità ho già detto sopra; il resto è modernismo.

martedì 19 aprile 2011

La Tradizione è ancora 'silenziata' e messa all'angolo? Recenti stroncature vaticane e non.

Premessa
P. Vassallo ci ricorda che dalla lettura di Romano Amerio, Mons. Gherardini rileva l'unicità della passione di Cristo e della Chiesa, "unico essendo il martirio che, nella corsa del tempo, s'accanisce sul Cristo mistico con quella medesima virulenza con cui a suo tempo s'accanì contro le carni immacolate del Cristo fisico" (Cfr.: Aa. Vv. Passione della Chiesa. Amerio e altre vigili sentinelle, Il Cerchio, Rimini 2011, pag. 21). Egli afferma: "Qualcosa di più sottile e di più diabolico della persecuzione cruenta stringe la Chiesa in una strozza mortale, nell'intento di soffocare il rapporto della mistica Sposa con lo Sposo celeste, d'aprirla all'amplesso neomodernistico e soffocante della cultura contemporanea pacificandola con essa e con il mondo totus in maligno positus (1Gv 5,9)".

Causa della passio Ecclesiae, che si rinnova ad ogni epoca e segnatamente dopo il Concilio Vaticano II, è l'illusione di poter trovare un'intesa con gli apostati odierni. Possibilità totalmente infondata, fatta propria da una gran parte della gerarchia, che sta trascinando la Chiesa in una spirale di deviante ottimismo e superficiale buonismo.

Si avverte l'influenza della "nouvelle Théologie" e della scuola di Francoforte. L’ordine diventa l’ordinamento rigido e ostile, la legge diventa la legislazione tirannica e malvagia... Il limite che nello schema cosmologico antico era garante dell’ordine armonico, nel clima conciliare diventa la barriera esteriore che bisogna superare. E la Chiesa rompe con la gerarchia per lasciarsi abbracciare dalla Comunione, come se prima del Concilio non ci fosse la Comunione e come se questa non fosse la ragion d'essere o meglio lo 'status' che qualifica la Chiesa perché è la Comunione dell'ut unum sint, operata dal Signore e realizzabile solo in Lui.

Stroncature vaticane ed altre.

E' in questo clima che messaggi come quello di Mons. Gerardini, del Prof. de Mattei, nonché le recenti fatiche dei Francescani dell'Immacolata promosse e coordinate da padre Serafino Lanzetta, almeno apparentemente, "non passano" e non fecondano una discussione attenta a recuperare la Verità tutta intera per incarnarla e quindi trasmetterla senza svianti commistioni 'spurie' o deplorevoli abbandoni delle sue più splendenti espressioni. Anzi, essi rischiano di rimanere soffocati e vanificati dalle arbitrarie sperimentazioni dalle radici aeree e inconsistenti sganciate dalla Tradizione - protese ad introdurne una nuova, con le 'vesti' ma non con la sostanza della "continuità" - pretendendo prenderne il posto. Possiamo vedere dove gira il vento proprio dalla lettura di alcuni fatti significativi susseguitisi di recente.
  1. 2 febbraio - Tra impliciti inviti al sincretismo religioso e velate accuse al rito tradizionale. L’Osservatore Romano attacca la “Dominus Jesus” e l’ “Ecclesia Dei”?
  2. 6 marzo - Liturgia in continua evoluzione? Nuovo 'attacco' alla Tradizione da parte dell'Osservatore Romano [commentato qui]
  3. 8 aprile - Andrea Tornielli, dopo il precedente clamoroso (perché tanto inopinatamente quanto inopportunamente sferrato il giorno di Natale) attacco alla Tradizione [commentato qui], rincara la dose su "Quei cattolici con la sindrome del Concilio" [commentato qui - con un seguito qui]
  4. 14 aprile - Su L'Osservatore Romano l'arcivescovo Agostino Marchetto recensisce lo storico Roberto de Mattei attribuendogli una scrittura ideologica, tendenziosa.
  5. 15 aprile - Inos Biffi recensisce l'ultima fatica di mons. Gherardini definendo implausibile qualunque ipotesi di "rottura" e stroncando come denigrazione basata su tesi preconcette, l'articolata e limpida esposizione, fatto salvo il riconoscimento della "rozza situazione d'anarchia che è sotto gli occhi di tutti" in campo liturgico. Su queste sue "letture conciliari" in raffronto a quella di Mons. Gherardini si dilungherà il commento che segue.
  6. 18 aprile - Gherardini e de Mattei vengono presentati come i cosiddetti "grandi delusi da Papa Benedetto", da Sandro Magister. Più che “delusi” credo che gli insigni studiosi, ai quali nel precedente articolo Magister aveva associato E.M. Radaelli, amerebbero essere definiti “non deludenti”, proprio in virtù delle loro critiche propositive.
Alcune osservazioni sulla recensione di Inos Biffi a Mons. Gheradini

La recensione di Biffi sorvola sul fatto che Il discorso mancato va ormai ben oltre la critica al Concilio, già diffusamente contenuta in opere precedenti [Un discorso da fare - Quod et tradidi vobis - Quaecumenque dixero vobis e Il discorso mancato] che, più che critiche, sono propositive a partire da analisi serie e ben argomentate. Quest'ultima opera direttamente chiamata in causa, rivela con adamantina chiarezza le ragioni che non hanno consentito il discorso da fare per dirimere e sanare, con la necessaria autorità, ambiguità e elementi di rottura che appartengono al post-concilio nella misura in cui esso rappresenta il momento attuativo di quelle spinte innovatrici già presenti e operanti nell'Assise conciliare. Fenomeni ben evidenti (vedi successivo riferimento al gegen-Geist) alla consapevolezza di molti studiosi costretti a subire un pesante silenziamento (Gherardini, Siri...) oppure una vera e propria damnatio memoriae (Amerio, Spadafora, Ottaviani, lo stesso Siri...).

Lo "spirito del Concilio" viene denunciato dall’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI, sostenitore dell’ermeneutica della continuità con il passato «in una sorta di mai interrotta autoriforma», e in esso scorse gli estremi di un «gegen-Geist», ovvero «contro-spirito». Le due pubblicazioni di Gheradini - il discorso da fare e il discorso mancato - «hanno in comune con l'ermeneutica ratzingeriana la rilevazione ed il rifiuto del gegen-Geist, se per esso si intende quell'assurdo giudizio sul Vaticano II che avrebbe messo a tacere più di venti secoli di storia ed avrebbe dato voce ad un modo sostitutivamente e costitutivamente altro rispetto all'intero corso della Tradizione ecclesiastica, oltre che al contenuto integrale di essa. Le due pubblicazioni tuttavia non assumono l'idea che quel gegen-Geist avrebbe cancellato radicalmente o avrebbe tentato di farlo, il vero "spirito" del Concilio. Si chiedono, anzi paradossalmente e provocatoriamente se l'autentico "spirito" del concilio non abbia praticamente colluso con il "contro-spirito". (v. Il discorso mancato, pag.25)»

Ignorare questo e partire per la tangente, dimostrando una proclamata - e finora presunta in quanto non dimostrata - continuità, soprattutto a partire da citazioni mirate della Mediator Dei, mi pare sia, nella recensione di Biffi, un criterio già privo in partenza di elementi valutativi e propositivi in ricerca di soluzioni ormai ineludibili oltre che indifferibili e miri a mantener lo status quo, lasciando quindi aperte, senza neppure sfiorarle, tutte le pressanti e serie questioni tuttora sul tappeto. Sostanzialmente si richiama l'ormai celebre "mantra": gli abusi ci sono, ma non è colpa dei documenti conciliari. E lì ci si ferma, limitandosi oltretutto alla questione liturgica, mentre nei libri di Gherardini c'è ben dell'altro e di più fondamentale, addirittura in crescendo nelle conclusioni. Questioni che, invece, risultano eluse. Perchè? Può arrivare a definire -del tutto arbitrariamente- ideologica la chiave interpretativa di Mons. Gherardini, solo chi segue l’ostinata ripetitività dell’accennato "mantra". Tant’è che la stessa questione "antropocentrica" viene liquidata senza entrare troppo nel merito e genericamente risolta con riferimento alla partecipazione attiva, cui si accenna più avanti.

La conoscenza della Storia della Chiesa non dovrebbe far trascurare che fu proprio la crisi del movimento liturgico, che già aveva in sé i germi della rottura, ad ispirare a Pio XII la Mediator Dei. I copiosi riferimenti che Biffi fa ad essa, che effettivamente ha ispirato in molti punti la Sacrosanctum Concilium, non tengono in alcun conto quanto l'attuazione della Costituzione conciliare si sia di fatto allontanata dalle prescrizioni originarie, facendo leva su alcune eccezioni che poi sono divenute una regola - che oggi sembrerebbe intoccabile - in alcuni casi in contrasto evidente con indirizzi dati dalla SC stessa. Non è già questa la dimostrazione pratica che il gegen-Geist era già presente in alcune pieghe apparentemente nascoste in quanto affidato a elementi secondari e scollegati dalla dichiarazione di principio cui risultano susseguenti nel testo? E' ormai sotto gli occhi di tutti che la forza normativa dei principi, attenuata dalle non poche eccezioni previste, ha provocato un'anarchia - anzi un'anomia - che sta ingigantendosi.

Tutto questo lo si può affermare non solo per la Sc, ma anche per molti altri documenti conciliari, il cui esame è approfondito dai dibattiti tuttora in corso. Ma la Sacrosanctum Concilium assume una rilevanza particolare perché riguarda la Liturgia, culmine e fonte della nostra Fede, mentre il suo intersecarsi con la nuova concezione di sé che la Chiesa esprime nella Lumen Gentium nonché con i punti innovativi della Gaudium et Spes, intesse un nuovo concetto ma anche un nuovo inveramento di Chiesa. Sono dati evidenti, dimostrati in altra sede, su cui occorre qui sorvolare per non perdere il filo di questa trattazione.

Da notare che Inos Biffi si serve dei giudizi espressi dal suo omonimo cardinale sia sulla Gaudium et Spes che sulla "incolpevolezza" della Sacrosanctum Concilium rispetto alle "aberrazioni" successive; il che non risolve il problema delle riconosciute aberrazioni, sulle quali occorrerebbe spostare l'attenzione in termini analitici e propositivi. Ma non se ne riconosce la necessità, perché si dà al dispiegamento dell’opera pastorale il merito di aver favorito la partecipazione sempre più attiva dei fedeli all’azione liturgica, negandone le implicazioni antropocentriche ed orizzontaliste. Anche questo è un discorso tutto da fare - pur se di fatto accantonato e rimosso - perché non si può ridurre la "partecipazione attiva" dei fedeli ad un maggiore coinvolgimento nei ruoli, sostanzialmente ad un 'fare' materiale e ad una facilitazione linguistica (come se la comprensione e l’assimilazione del Mistero potessero dipendere da essa) che oltretutto non è stata rispettosa né della sacralità né della sublime intraducibilità delle antiche formule della Vetus latina. Esse divengono presto comprensibili e il Mistero sempre più assimilabile, per chi si fa presente a Colui che si fa Presente e conosce e vive cosa ‘accade’ nella Liturgia, primariamente Actio di Cristo e non dell’Assemblea.

Passiamo in rassegna velocemente alcune contraddizioni della esecuzione della costituzione SC, tenendo presente che i documenti del concilio vanno letti anche nell'intersezione con gli interventi dei papi prima, durante e dopo le Costituzioni. Che si fossero precocemente evidenziate zone poco chiare lo dimostrano le seguenti parole della Misterium Fidei, nella quale Paolo VI già nel 1965 lamenta: "non si può tollerare che un privato qualunque possa attentare di proprio arbitrio alle forma con cui il concilio tridentino ha proposto a credere il mistero eucaristico". Alla resa dei conti è una delle questioni che risultano maggiormente cadute nell'oblio.

Lo stesso card Antonelli, uno degli autorevoli sostenitori del rinnovamento, dopo aver sottolineato lo sperimentalismo selvaggio, poteva affermare: "Nessuno ha più il senso sacro e vincolante della legge liturgica", denunciando che "i cambiamenti continui imprecisi e qualche volta meno logici e il deprecabile sistema degli esperimenti hanno rotto le file le tutti più o meno agiscono di proprio arbitrio".

Un'altra delle contraddizioni dell'esecuzione della SC è individuabile nello iato tra Sacra liturgia e lingue nazionali, che in un primo momento erano previste solo per le letture e alcune formule delle messe degli sposi. Interviene l'Istruzione Inter oecumenici ad autorizzare la lingua volgare oltre che nelle letture e nella preghiera universale anche nell'ordinario della messa, al di fuori e oltre ogni previsione della SC, mentre il volgare giunge anche al canone della Messa il 31 gennaio 1967, sebbene la prescrizione originaria prevedesse il testo latino.

Lo stesso altare versus populum viene definito da Mons. Gherardini "una dittatoriale disposizione, priva d'ogni giustificazione storica e liturgica".

Se, come detto e ripetuto da Benedetto XVI sin da quando era cardinale, era auspicabile lo sviluppo organico e non l'innovazione radicale né bisognava inventare formule nei riti, per cui non doveva darsi né rottura né rivoluzione, il fatto che la riforma è andata oltre i confini già stabiliti dal concilio è constatabile da chiunque. Gli adattamenti previsti sono diventati rifacimenti personali dei sacri riti da parte del sacerdote... L'influenza grandissima della svolta antropologica di Rahner, non tanto pensata quanto indotta, ha provocato la desacralizzazione e "deformazioni della liturgia ai limiti del sopportabile" (ancora un'espressione di Ratzinger). E tutto questo non è senza fondamenti ecclesiologici e teologici di nuovo conio. Ci troviamo di fronte ad una "continuità" riformistica e ci asteniamo dal comprometterla - al pari di mons. Gheradini - col significato che collega l'aggettivo con la Riforma di Lutero, ma non possiamo non concludere che il discorso mancato è tuttora un discorso da fare.
Maria Guarini

mercoledì 13 aprile 2011

La "terza via" per ritrovare la Via?

Ho letto, su Disputationes Theologicae, la prima parte della replica che segna un altro tassello della disputa che si è innescata con la Fraternità di San Pio X. [Oggi, 15 aprile, è stata pubblicata la seconda parte]. [qui il testo unificato, per una consultazione più agevole]

Come credente e come persona che ama la Tradizione perché in essa riconosce il Signore in tutta la Sua Bellezza e Verità, sono dispiaciuta e sconcertata che la discussione si sposti dal piano dottrinale-teologico a quello delle 'posizioni' assunte quasi da fronti contrapposti, con l'accento posto più sulle ragioni sostenute da ognuno che sul momento di oscurità - da alcuni negato, da altri portato alle estreme conseguenze - attraversato dalla Chiesa tutta.

Il testo di oggi ha come titolo: «La necessità teologica ed ecclesiale di una “terza via”: né vortice “scismatico” né conformismo “allineato”» che, al punto in cui siamo, appare come la via maestra da seguire e senza indugi per tutti.

Peccato che il contenuto, più che a dare le ragioni e le soluzioni per trovare una via d'uscita, tenda ad evidenziare le ragioni del proprio punto di vista, a meno che non ci sia dato trovare contributi da perseguire con ogni possibile collaborazione nella seconda parte...

In mancanza, si corre il serio rischio - e paradossalmente tra chi dovrebbe trovarsi allineato ed alleato dallo stesso versante, che poi è anche il nostro - di invischiarsi in una spirale nefasta autogenerante e moltiplicativa, alla quale bisogna che ognuno sappia dare consapevolmente e responsabilmente un limite perché i tempi sono ormai maturi per una creatività propositiva che supplisca con la forza della Ragione - del Logos - alle ragioni non più eludibili di una drammatica desistenza dall'autorità dal diritto dalla disciplina.

Penso sia tempo di uscire dalle secche di analisi e sintesi che ormai hanno messo sul tappeto sufficienti elementi di discernimento al fine, per dirla con Romano Amerio, di ripareggiare la verità. Il grande filosofo in "Iota unum" (i corsivi sono suoi) ci dà "la legge stessa della conservazione storica della Chiesa", e cioè: "la Chiesa non va perduta nel caso non pareggiasse la verità, ma nel caso perdesse la verità" e ciò potrebbe accadere solo per effetto di negazione della verità da parte del Papa; il che è assolutamente impensabile. Ma è arrivato il momento in cui occorre ripareggiarla la verità con alcune decisive definizioni dogmatiche.

Questa è una piccola nicchia. Il messaggio difficilmente arriverà a destinazione; ma se è vero che ogni vivo desiderio ha già in sé la risposta, forse una piccola lama di luce potrà contribuire a diradare le tenebre fin troppo incombenti.

domenica 10 aprile 2011

Da Babele a Gerusalemme (quella celeste), passando per Roma...

Il recente articolo di Andrea Tornielli ed il confronto che ne è scaturito, mi hanno suscitato alcune riflessioni che desidero raccogliere qui per condividerle con voi.


A seguito delle puntualizzazioni di cui al precedente articolo, Andrea Tornielli aveva manifestato disponibilità alla condivisione ed all'approfondimento; ma, dalla sua risposta inserita nel thread precedente e che per comodità di consultazione di chi legge inserisco in nota, sono costretta a registrare che egli si è limitato a dare una versione commestibile dei termini usati, senza tener conto dei contenuti dell'articolo, i quali richiederebbero ulteriori approfondimenti che questo strumento non favorisce, ma intanto avrebbero meritato una maggiore considerazione.

Il problema, per quanto mi riguarda, esula dal fatto se si "parla bene o male dei tradizionalisti", non mi riconosco in nessun "voi" non meglio identificato indicato come coloro "che si permettono di usare spesso linguaggi violenti" né mi interessa "distribuire patenti di eresia", cosa che non mi compete, ma la mia fede e la mia formazione conoscenza ed esperienza di Chiesa mi mette in condizione di riconoscerle, le eresie, se le incontro e, quindi, di rifiutarle. L'"analisi basata sui fatti" che Tornielli ribadisce, non appare propriamente una descrizione di fatti, ma una sua personale valutazione che non mi sembra sia andata oltre le sue simpatie e antipatie personali, più che legittime ma penso da oltrepassare quando, oltre a notizie, si divulgano idee e si parla di questioni di fede. Per me è importante che nella Chiesa si possa esprimere l'esperienza di fede tradizionale senza essere messi all'angolo o tacciati da nostalgici e via dicendo, per dar voce alle istanze spirituali più profonde che non credo siano solo le nostre, ma quelle di ogni uomo di buona volontà che non si accontenta delle briciole né dei surrogati.

Mi è parso di cogliere un 'nucleo' centrale (che espliciterò nella conclusione), in tutto l'excursus dell'articolo di Tornielli che, ripeto, liquida sommariamente e con luoghi comuni una componente della nostra Chiesa costituita da coloro che amano la Tradizione non solo conciliare, una componente articolata e viva pur se effettivamente minoritaria, in una realtà ecclesiale divenuta ai nostri giorni estremamente variegata, non tanto per effetto dei diversi carìsmi - che da sempre connotano le differenti 'famiglie' spirituali composte dagli Ordini Religiosi, che stanno a significare l'incommensurabile ricchezza del Signore al quale si rapportano -, quanto per le inclusioni di identità 'spurie', sedicenti carismatiche, che inquinano e oscurano le Verità di fede oltre a generare confusione e disorientamento.

Tutto ciò, secondo me, ha un solo nome: confusione e deriva dal fatto che effettivamente l'identità cattolica risulta per molti aspetti diluita se non frutto di mutazioni genetiche provocate appunto da 'inclusioni' rese possibili, più che dal Concilio in se stesso, da un certo clima avventuristico e superficiale indotto da applicazioni del cosiddetto spirito-conciliare che si fa portatore di alcune 'novità' estranee al nostro 'Depositum fidei'. Queste sono state e continuano ad essere introdotte direttamente attraverso la 'prassi', che forma o de-forma le persone a seconda dei casi. Ciò avviene senza intaccare dichiaratamente e formalmente i dogmi, in virtù della cosiddetta 'pastorale', la parola-chiave di ogni innovazione, di arcinota provenienza conciliare per effetto della esplicita rinuncia alle definizioni dogmatiche, a vantaggio di un linguaggio "pastorale" e quindi inevitabilmente equivoco in quanto colloquiale e approssimativo e mai definitorio.

Mi pare sia arrivato il momento di accogliere il termine 'pastorale' e ciò che comporta con i dovuti distinguo. Anche perché non possiamo negare che la prassi provoca dei cambiamenti... Inoltre la prassi presuppone una dottrina, sia pure a volte implicita, mentre la prassi sconsiderata può sviluppare nuove dottrine. Secondo me questo è il dramma in cui siamo immersi oggi nella nostra Chiesa... Ma è da qui che dobbiamo partire e dobbiamo poter guardare la realtà in faccia...

Se non riconosciamo che viviamo una crisi epocale non soltanto della nostra civiltà, ma anche della nostra Fede, non potremo essere strumenti del Signore per questo nostro tempo, avendo ben presente che le mancanze nella Chiesa in ogni epoca e anche oggi come non mai, sono appunto nella e non della Chiesa. Esse dipendono dalla corruzione, dallo sviamento e dalla mancanza di fede di certuni suoi membri e di certo qui non si è mai detto che tali mancanze siano un'esclusiva di alcuni e che non inizino a partire da ognuno di noi, che non siamo mai immuni da rischi: per questo ci viene detto "vigilate e pregate...".

E' necessario infatti ricordare che la Chiesa-Mistero, Corpo Mistico di Cristo e Sua Sposa non è intaccata dalla corruzione, perché è già Una e Santa nel Suo Signore. Infatti essa non è formata solo da quella terrestre, cioè quella militante che siamo noi, ma da tutta la Comunione dei Santi. Non si esaurisce quindi nella comunità o nel movimento di appartenenza, come purtroppo oggi sono in molti a viverla riduttivamente, ma è costituita dalla Chiesa terrestre e celeste insieme, comprendendo, quest'ultima, la Chiesa Purgante in attesa della Gloria e quella Trionfante che già è nella pienezza della Gloria nel Signore. Tralasciamo l'identificazione della Chiesa come Popolo di Dio (v. tutto il Cap.II della Lumen Gentium), termine oggi abusato che non preferiamo perché generico e non immediatamente identificativo dei cristiani nonché di 'sapore' prettamente vetero-testamentario.

E’ tipico delle affermazioni conciliari e relative post-applicazioni fare affermazioni lapidarie, tipo slogan - penso all'altra definizione della Chiesa Peregrinante (Lumen Gentium, 49) - che colpiscono l’immaginazione e l’emotività, ma non esauriscono la ricchezza semantica di una terminologia compiutamente descrittiva e dinamicamente viva in Cristo come “Chiesa Trionfante Militante e Purgante” e le profondità ontologiche che l’identità della Chiesa presuppone. Così come non è ininfluente, eliminare il Nome del Signore e, soprattutto, ‘velare’, accantonare questa realtà UNICA e meravigliosa che ci fa Chiesa in Lui… Dobbiamo diventare consapevoli che affermare realtà esatte, ma incomplete, fa passare sotto silenzio quello che esse non dicono e che, nel corso del tempo, viene sotterrato, sepolto, dimenticato, lasciato da parte.

Nella difficoltà ermeneutica in cui ci dibattiamo si nasconde la carenza della metafisica: è un problema sia di forma che di sostanza. Come ben ricorda p. Lanzetta, "la modernità fa perdere chiarezza accusando il dogmatismo normativo, ma accantonare la metafisica è significato accantonare la fede che risulta messa in un angolo"; e così il credente rischia di diventare un uomo ad una dimensione. Chi ha rinnegato i dogmi, paradossalmente ora vorrebbe inglobarci e ingabbiarci nel nuovo super-dogma di un concilio mitizzato che sembra aver 'rifondato' la Chiesa anziché aggiornarla, come intendeva Giovanni XXIII.

Bisogna vedere che piega prenderanno gli sviluppi futuri e, soprattutto bisognerà vedere che spazio verrà dato a chi ha maturato questa consapevolezza e continua a dare dei nomi alla crisi ai suoi aspetti e alle sue cause, ineludibile punto di partenza per trovare i necessari rimedi. Penso non solo agli studiosi nominati da Tornielli, ma anche ai Francescani dell'Immacolata ed altri, alcuni non più viventi ma pietre miliari, come Mons. Spadafora o come Romano Amerio, soggetto ancora ad una nefasta damnatio memoriae che non permetteremo debba persistere. Essi hanno dato e si adoperano per dare il loro autorevole appassionato contributo con convegni e scritti, che purtroppo continuano ad esser passati sotto silenzio.

Ricordo di aver proposto, ad esempio, alla Redazione de La Bussola quotidiana una mia sintesi di un importantissimo convegno tenuto a Roma nel dicembre scorso, ricco di fondate calzanti autorevoli analisi e di promettenti piste di percorsi futuri, ma mi si disse sbrigativamente che non era mai arrivata... Nessun media cattolico di rilievo ha dato notizia del Convegno, dei suoi lavori, degli sviluppi che promette. Segnalo questo dato come emblematico del fatto che sembra che il problema della crisi post-conciliare riguardi solo la Tradizione e non tutta la Chiesa, che non può essere a compartimenti stagni né portatrice di una tradizione in divenire a seconda delle mode del tempo, altrimenti non è più Chiesa, ma qualcosa d'altro.

Ho sottolineato in più occasioni che questo tipo di analisi, che diventa una denuncia, non nasce da fissimo o da un conservatorismo sterile o ideologico, ma dall'autentico 'custodire-vivere-trasmettere', che non riguarda verità astratte ma una Persona, che abbiamo ricevuto accolto assimilato e assimiliamo continuamente nella Chiesa. Tutto questo comporta una differenza sostanziale: è diversa l'antropologia, e conseguente comportamento religioso morale e civile, di chi sposa il neo-protestantesimo liberista con radici aeree e mutevoli, in cui siamo immersi anche nella Chiesa-conviviale-ecumenista-ad-ogni-costo di oggi, dall'antropologia che si sviluppa invece in chi sposa, cioè assume come componente essenziale della sua persona e del suo destino storico ed eterno, il cristianesimo di sempre: per di sempre non intendo certo quello di ieri, ma anche quello di oggi e di domani, perché è lo stesso come lo stesso è il Signore. Non esiste e non può esistere un chiesa pre- ed una Chiesa post-conciliare; esiste La Chiesa. E tuttavia oggi viviamo il paradosso che nelle 'inclusioni' e nel dialogo-ad-ogni-costo sono ricompresi tutti, tranne chi ama la Tradizione perenne, che non è solo quella pre-conciliare e basta, ma quella che non rinnega le Radici.

Purtroppo, oggi, per riconoscere il cattolicesimo autentico (sintomatico il fatto che la stessa parola cattolico è sempre più in disuso nel lessico attuale), occorre fare una sorta di riduzione ai minimi termini, spesso una vera e propria opera di 'scavo' e ripartire dai Fondamenti spesso bypassati, diluiti, col risultato che si corre il serio rischio che vengano lasciati indietro nel tempo che passa e tutto divora tranne la Vita Vera donataci dal Signore morto e risorto per noi.

Mi si potrebbe obiettare che viene adorato lo stesso Signore... ma, a prescindere dalla quasi totale scomparsa dell'Adorazione ("Il problema dell'uomo è l'Adorazione e tutto il resto è fatto per portarvi luce e sostanza", Romano Amerio 1926), anche i protestanti parlano di Cristo, e talvolta persino con più fervore dei cattolici.

Perciò la domanda è: di quale "Cristo" si tratta? Questo è il motivo principale per cui chiunque -e specialmente chi insegna o parla delle cose della fede- deve conoscere l'insegnamento vero, "garantito", "certificato" (e non "sperimentato" come avviene oggi) dalla Chiesa, per evitare di insegnare o spargere inganni anche inconsapevolmente. Anche un protestante può fare una bellissima predica sull'amore di Cristo, ma restando fuori dal gregge che Cristo stesso comandò a Pietro di pascere, con una fede che parla di Cristo censurando -come oggi capita sovente - almeno qualcosa della Chiesa di sempre (come se Cristo avesse sbagliato a fondarla), eliminando o banalizzando i sacramenti, trascurando venti secoli di santità cristiana, desacralizzando e profanando la Liturgia che è il 'luogo' dell'Actio di Cristo nei confronti del Padre e per noi fino alla fine dei tempi: fonte e culmine della fede. Lo si dice ancora; ma con quali contenuti e con quale consapevolezza? Di convitati attorno ad una mensa che si guardano l'un l'altro in una circolarità orizzontale che esclude il Soprannaturale o di adoratori rivolti non ad una Croce ma ad un Uomo-Dio Crocifisso che offrono e si offrono in Cristo al cospetto del Trono dell'Altissimo, per entrare nella sua Risurrezione? La differenza sta tutta qui... il resto non è che conseguenza, nel primo caso drammaticamente sviante, nel secondo divinamente salvifica.

Penso che è ora di far uscire la Tradizione dal ghetto cui vorrebbe continuare a costringerla la cultura egemone, screditandola per mezzo di stereotipi caricaturali (ancien régime, incenso e vecchi merletti) e della identificazione con frange inconsistenti. Si tratta di analisi riduttive di un mondo che va al di là delle etichette, degli stereotipi ed anche dell’angusta visuale dei confini nazionali.

Dopo questa essenziale seppur ponderosa premessa, che tuttavia richiederebbe ben altri ulteriori sviluppi che questo strumento non consente, vengo al nucleo centrale individuato nell'articolo di Tornielli, che ci dà il polso della situazione dal punto di vista della cultura egemone. Ho colto come una sorpresa nel constatare che c'è oggi nella Chiesa chi - e forse non sono solo quattro gatti e non tutti di un'altra generazione - dice e vive le stesse cose che da anni sostengono i cosiddetti Lefebvriani. Ebbene è così. Non si tratta di un movimento generato dalle parole o dalle azioni di Gherardini e di de Mattei. Piuttosto con esse è in sintonia e dalle stesse è nutrito; ma non soltanto da esse. Per fare un solo nome, oltre agli studiosi già ricordati, si potrebbe parlare del card. Siri, ad esempio. Il fenomeno già preesiste direi da sempre, perché si tratta di quella Fedeltà che prescinde dal Concilio (ma anche dalle vicende che vi sono connesse e dagli altri fattori che vi si intersecano), in qualche modo lo precede lo comprende nella sua giusta dimensione e lo supera per andare oltre. Credo che il Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, sia stato lo strumento della Provvidenza del quale non ringrazieremo mai abbastanza Benedetto XVI, che ha sdoganato -dovrei anzi dire dissepolto- un tesoro ineguagliabile del quale l'incenso e i vecchi merletti sono un pulviscolo in una vena aurea dalle profondità insondabili che ha la sua Sorgente nel costato trafitto del Signore... Ma di questo parlerò un'altra volta.
Maria Guarini


Precedente risposta di Andrea Tornielli
Gentili signori,
permettemi di commentare i vostri commenti.
Ma dove avete trovato "graffiante" il mio articolo?
Dove sono gli "strali" contro Gherardini?
Mi sono limitato a descrivere le posizioni. Se vi siete offesi per il Che Guevara, beh, non avete capito che era un modo di dire: mons. Lefebvre è il simbolo del tradizionalismo, come Che Guevara lo è per la rivoluzione cubana.
La battuta finale non era negativa, ma positiva: ho detto ciò che è vero, e cioè che i tradizionalisti usano benissimo la possibilità della rete.
Quanto alla presenza di nostalgie ancien regime, sono in grado di fare nomi e cognomi, di citare interi gruppi. Non l'ho fatto e non lo farò perché il mio intento non è mai stato quello di ridicolizzare certe posizioni.
La battuta (scritta su un altro blog) circa il fatto che la prossima volta sarò più scoppiettante, era appunto una battuta in risposta a chi mi diceva di aver trovato noioso il mio articolo.
Borderline non aveva alcun significato psichiatrico: solo una malevola interpretazione può pensarlo. Intendevo dire ciò che le persone di buon senso hanno capito e cioè che questo mondo è stato marginalizzato per molto tempo.
Resta un fatto vero ed evidente: i tradizionalisti in genere non tollerano e non ammettono che si parli di loro se non se ne parla benissimo, presentandoli come gli unici veri cattolici, gli unici veri fedeli al Papa e alla Tradizione.
Voi vi permettete di usare spesso linguaggi violenti con tutti, dribuite patenti di eresia, ma non tollerate neanche una puntura di spillo. Ho cercato di proporre un'analisi basata sui fatti.
Vi prego di smentire ciò che ho detto e di dimostrare che cosa di ciò che ho scritto è falso.
Grazie per l'ospitalità e buona domenica. andrea tornielli

venerdì 8 aprile 2011

Tornielli attacca la Tradizione con una versione dei fatti approssimativa e preconcetta, tutta da rettificare

Su La Stampa di oggi è apparso un articolo di Andrea Tornielli che, prendendo le mosse dai clamori recentemente suscitati dal caso de Mattei, fa una carrellata sull'intero mondo della Tradizione in termini sommari e pieni dei più triti luoghi comuni; il che poco si addice ad un Vaticanista, al quale è richiesto di trattare gli argomenti che affronta con una cognizione di causa di livello non meno che eccellente e conoscenze meglio verificate a approfondite, piuttosto che con giudizi sommari e preconcetti. Stupisce questo stile così approssimativo in un giornalista in molte altre occasioni e in molti suoi scritti rivelatosi di ben altro calibro, sorvolando tuttavia sul suo articolo del giorno di Natale, commentato qui.

Ed è così che di de Mattei viene messa in risalto la "sua critica serrata, da destra, al concilio". Ed è improprio dire che le dichiarazioni di de Mattei ed il suo libro abbiano dato vita ad un nuovo movimento, perché il mondo dei tradizionalisti - che è poi quello dei cattolici e basta, che amano la Tradizione aperti alle “novità” che non la rinneghino -, non attendeva questi input per essere ben desto e consapevole.

Ed è così che si trasforma inopinatamente chi porta avanti le istanze della Tradizione, volte a custodire vivere e diffondere nella sua integrità il Depositum fidei cattolico, in "quella sparuta minoranza che ritiene l'assise convocata da Giovanni XXIII la causa della secolarizzazione e dell'annacquamento dell'identità cristiana."

E' falso e insostenibile l'assunto che la Tradizione attribuisca al concilio la responsabilità della secolarizzazione, della quale sono ben note le cause molteplici sia prossime che remote. E però non si può glissare sul fatto che la banalizzazione e la desacralizzazione della liturgia hanno avuto i loro effetti devastanti e svianti nei confronti di una fede retta e salda.

Non vengono risparmiati strali a mons. Brunero Gherardini ed alla sua critica garbata profonda documentata al Concilio, con analisi teologiche di grande spessore, che sfociano nella richiesta della "lettura in continuità" dei documenti conciliari, non solo dichiarata ma sancita autorevolmente dal Trono più alto, in ordine ad alcuni nodi essenziali; auspicio che è di tutti gli amanti della Tradizione, ai quali viene sbrigativamente attribuita la volontà di cancellazione del Concilio. Se può accadere che tra i numerosi ammiratori di mons. Gherardini ci sia chi strumentalizza i suoi libri per contestare il Vaticano II, egli di certo non ispira e non è all'origine di nessun movimento "anticonciliare" tradizionalista; ma, da grande teologo qual è, pone domande, analizza con competenza e in modo approfondito i documenti del Vaticano II, senza mai esservisi posto 'contro'.

Non manca l'accenno all'ostinatamente preteso "negazionismo" di Williamson come contraltare alla generosità di Benedetto XVI, mentre invece dovrebbe essere ben noto che non si è trattato di negazionismo ma di un giudizio storico riduzionista in ordine ad una questione che non impegna verità di fede, a meno che non si voglia attribuire un valore teologico che non sta né in cielo né in terra ad un evento storico per quanto orrendo e deprecabile come la shoah. Ed è ben noto anche come inopinatamente le dichiarazioni di Williamson, rilasciate molti mesi prima e che la Segreteria di Stato Vaticana doveva conoscere e conosceva, sono state ufficializzate con tutto lo scalpore atto a sminuire, se non a contrastare, l'evento - di fatto sia contro il Papa che contro la FSSPX - proprio lo stesso giorno in cui è stata resa nota la scomunica ai vescovi nominati da mons. Lefebvre, definito nell'articolo "il Che Guevara del Tradizionalismo".

A seguire, vengono sottolineate le perplessità sollevate dai tradizionalisti in ordine al prossimo incontro di Assisi con i rappresentanti delle varie religioni mondiali "considerato un cedimento al sincretismo". Di fatto gli intellettuali, tra cui de Mattei, che hanno sottoscritto una petizione al Papa, hanno sottolineato i rischi in tal senso, anche in ragione di quanto accaduto nel 1986, su cui l'allora card. Ratzinger ebbe ad esprimere le stesse riserve.

Né Tornielli ha mancato di accennare alle critiche alla Beatificazione di Giovanni Paolo II, che peraltro non provengono solo dal mondo tradizionalista, ma anche da altri settori della Chiesa [vedi, ad esempio, la recente riflessione sul senso della misura di Padre Scalese]. Per quanto mi riguarda devo dire che non ho riserve di sorta se non sui tempi e su alcune modalità...

Infine, viene ricordato come i blog della Tradizione risultino i più cliccati, con l'ironico accostamento della modernità dei mezzi tecnologici da essi usati con "incenso e vecchi merletti".

Sicché la Tradizione viene sommariamente identificata con nostalgici dell'Antico rito legati ad un mero estetismo, definiti cattolici del dissenso da destra e addirittura con simpatie ancien régime (!?). Se anche ci fosse qualche frangia di questo tipo, liquidare in termini così approssimativi e taglienti un fenomeno come il tradizionismo, composito certamente, ma serio e ricco di personalità e studiosi di grande spessore, è quanto meno indice di superficialità se non di ideologizzazione di conio progressista. Senza neppure tener conto che il vero progresso nella sempre ulteriore comprensione delle verità di fede ed autentico rinnovamento della 'pastorale' che le veicola - ben altra cosa dal progressismo - è possibile solo in virtù del binomio Tradizione e audacia, usato da Enrico Maria Radaelli in un suo articolo sull'Osservatore Romano (13 luglio 2010). Ne riporto uno stralcio significativo:
...Tradizione e audacia. E il genius creativo che le combina.
La realtà, all’interno della quale soltanto si muovono Bellezza e Verità, vive di entrambe le sponde: tradizionalismo e audacia, e la caduta di uno dei due argini, qualunque sia dei due, esonda l’intelletto nell’irrealtà, per cui bisogna tenerli entrambi.
Ma i vogliosi di indipendenza, di libertà, che fanno? Buttano via la «storia», che è «tradizione», che è «memoria», e si attaccano alla sola «originalità», perché, a causa di ciò che abbiamo visto prima, hanno ‘l’orrore di veder entrare la storia nel proprio oggi’, hanno orrore, dalla cosa «antica», di farne una cosa «anche» nuova, che diverrebbe però così capace, come tutte le cose belle e vere che la gente si ferma a guardare o a sentire ammirata, di percorrere gli anni, i secoli, i millenni, fino all’oggi e per sempre...
E dunque questa è la situazione della nostra Chiesa oggi. Siamo coinvolti in un'aspra lotta contro le eresie, come nei primi secoli, quando fervevano le controversie dottrinali - sovvengono i tempi di Ario e Atanasio - perché gravi eresie attaccavano e minavano l'integrità della Fede e della Chiesa tutta. Anche oggi le deviazioni dalla Tradizione e le eresie minano la Chiesa in modo subdolo e tenace occulto ma potente. Tuttavia a molti non è chiara la buona battaglia che si conduce nella difesa della Verità eterna e della Chiesa di sempre, quella che non è soggetta al panta-rei, alle mode e ideologie mondane, oscurata dalla svolta conciliare andata ben oltre le proposizioni del Concilio, che Tornielli sembra esser tra coloro che non vogliono vedere ed alla quale occorrerebbe una energica virata da parte del nocchiero...
Maria Guarini

giovedì 7 aprile 2011

La FSSPX risponde alle critiche di P. Cavalcoli circa il dovere di accettare il Concilio

Con le seguenti parole viene introdotta la replica della FSSPX al recente testo di p. Cavalcoli. [Vedi: Testo di Padre Cavalcoli: La Tradizione contro il Papa]
«La Fraternità San Pio X ritiene opportuno rispondere alle obiezioni teologiche mosse nei suoi confronti da Padre Cavalcoli, in merito alle questioni aperte relative al Concilio Vaticano II. Peraltro il padre domenicano si è fatto da tempo portavoce di un’area di pensiero “conservatrice” che esclude, accanto alle interpretazioni ultraprogressiste, qualunque tipo di critica al Concilo, alla sua autorità, alla sua indiscutibile infallibilità. Pertanto le obiezioni del padre acquistano una valenza del tutto particolare nel quadro degli ultimi sviluppi del dibattito che si è aperto sul Concilio. Attraverso la presente risposta la Fraternità intende precisare la propria posizione rispondendo complessivamente ad obiezioni vecchie e nuove sul tema in questione.Ringraziamo sinceramente il padre domenicano per l’interesse che dimostra verso questo tema e per l’opportunità che ci offre per approfondirlo.»

Le critiche di Padre Cavalcoli

Padre Giovanni Cavalcoli, sacerdote e teologo domenicano, in un suo articolo del 28 febbraio 2011, «La Tradizione contro il Papa» (pubblicato da riscossacristiana.it) tenta di dimostrare come l'atteggiamento dei cosiddetti "lefebvriani" sia incompatibile con un atteggiamento autenticamente cattolico. I "lefebvriani" avrebbero, secondo il Padre, ceduto a una tentazione, tentazione alla quale hanno ceduto anche protestanti e modernisti (ed ecco che gli estremi opposti sembrerebbero incontrarsi), e cioé «quella di crearsi la convinzione gratuita ed infondata che per sapere infallibilmente che cosa Cristo ci ha insegnato non c'è bisogno di stare agli insegnamenti o all'interpretazione del Magistero vivente ed attuale- per esempio quello di un Concilio-, ma è sufficiente porsi a contatto diretto e personale o con la Scrittura o con la Tradizione. Il primo è stato l'errore di Lutero ed oggi dei modernisti, soprattutto in campo esegetico; il secondo è l'errore dei lefebvriani». I "lefebvriani" non si renderebbero conto che «ogni Concilio è testimone della Tradizione, ma di un suo stato più avanzato, in base al quale si giudicano le fasi precedenti e non viceversa. (...) Avviene così che come i protestanti pretendono di giudicare l'insegnamento dei Papi alla luce di un contatto diretto e soggettivo con la Scrittura, trovando nei Papi un'infinità di errori, similmente i lefebvriani pretendono di giudicare gli insegnamenti del Magistero posteriore al 1962 (come ha osservato lo stesso Benedetto XVI) alla luce di un contatto immediato e parimenti soggettivo con la Tradizione, essi pure credendo di trovare nel Concilio e nei Papi del postConcilio una falsificazione di certi dati della Tradizione». Ma non è tutto: «i protestanti, i modernisti ed i lefebvriani non si accorgono che con questo loro atteggiamento, per quanto si annoverino tra di loro teologi dotti e dottissimi, finiscono con la pretesa di avocare a sé quel dono di infallibilità che Cristo non ha assicurato né ai teologi né agli esegeti né agli storici della Chiesa, ma ai soli Vescovi, successori degli Apostoli, uniti al Papa e sotto la guida del Papa».