mercoledì 31 agosto 2011

INTERVISTA A DON ALBERTO SECCI

Ricevo da Marco Bongi, che ringrazio, e pubblico per condividere con molti, spero.


Il disagio, le traversie spirituali, le battaglie ed il coraggio di un sacerdote autenticamente cattolico costretto purtroppo a convivere con una realtà ecclesiale spesso incomprensibile
a cura di Marco BONGI

Don Alberto,
la Sua figura di sacerdote, tornato alla S. Messa di sempre in occasione del Motu Proprio, fece molto parlare i media negli anni 2007 - 2008. Oggi, dopo parecchio tempo da quei convulsi avvenimenti, Le chiediamo di risponderci ad alcune domande che possano consentire ai fedeli italiani di conoscere meglio la Sua storia e l'apostolato che sta svolgendo.

D. - Ci può raccontare brevemente come e quando nacque la Sua vocazione sacerdotale e come fu la Sua formazione in seminario?
R. Sono nato a Domodossola, ma la mia famiglia si trasferì nel biellese, mio papà era carabiniere, e li passai gli anni dell'infanzia in una buona parrocchia, guidata da un vecchio parroco, classe 1890!, un patriarca, con una fortissima devozione alla Madonna, lì sicuramente ci fu il primo germe della vocazione. Il servizio all'altare, il mese di maggio, il santuario di Oropa... accanto alla fedeltà della mamma al suo compito quotidiano e alla messa, al senso del dovere e dell'ordine del papà e tante altre cose che segnarono positivamente la mia infanzia cattolica. Poi tornai a Domodossola con la mia famiglia, mi iscrissi al liceo scientifico statale... bei ricordi, anche se nel 1977 il clima era, anche in provincia molto laicista. In quel liceo vissi poi un'intensa militanza cattolica in Comunione e Liberazione. Eravamo pochi, ma agguerritissimi. Ricordo quegli anni: preghiera ( dicevamo lodi, ora media, vespri e compieta, rosario, messa quotidiana – a 15, 16 anni! - e studiavamo su libri diversi da quelli adottati dai professori, per difendere la Chiesa e la sua Storia). L'amore alla Chiesa, con la sua conoscenza, crebbe sempre di più. Leggevamo i grandi autori spirituali, penso a san Benedetto, a Teresa D'Avila... per me fu naturale e prepotente l'evidenza della vocazione Sacerdotale. Cristo è tutto, la Chiesa è il suo Corpo: come non dare la vita per questo?

In Seminario entrai dopo la maturità a 19 anni. Grande aiuto dal Padre Spirituale, cattolicissimo, molto meno dalla teologia, che ho pur fatto con passione. La colpa? In quegli anni era tutto un cantiere di opinioni personali, ideologicamente ancorate alle teoria rahneriane. Ma attraversai serenamente quegli anni, abituato dal liceo a “battagliare” positivamente per la fede. Non ce l'ho con nessuno, ricordo con simpatia tutti i docenti, ma ero già preparato dalla militanza cattolica precedente a vigilare su qualsiasi insegnamento. Ogni giorno in seminario si guardava all'orizzonte attendendo la restaurazione cattolica... che non arrivava mai!

D. - Quali sono stati i ministeri da Lei svolti nei primi anni dopo l'ordinazione?
R. Ordinato sacerdote mi mandarono, venticinquenne, in una grande parrocchia molto cattolica, con un grande oratorio, ne ero l'assistente. Non fu facile: insegnavo religione alle medie, e tutto il resto della giornata era vissuto tra oratorio e chiesa parrocchiale, un gran lavorare dovendosi confrontare con linee ecclesiali molto differenti dalla mia, già marcatamente tradizionale. Spero di aver fatto un po' di bene e poco male.

Andai poi in Francia per circa un anno, attirato dall'esperienza canonicale, perché sentivo il bisogno di un sostegno sacerdotale maggiore: i canonici regolari, come i monaci, avevano fatto l'Europa Cristiana, mi sembrò di trovarvi una soluzione per un migliore servizio a Dio e alle anime. Tornai, perché in abbazia riscontrai le lotte teologiche e le stanchezze del seminario: il clima di confusione non è rimasto fuori dai conventi, come non è rimasto fuori dai nostri cuori.

Approdai poi nella Valle Vigezzo, dove ancora mi trovo, prima come aiuto a un Santuario e poi come parroco. In tutti questi anni continuai a insegnare religione nelle scuole.

D. - Come avvenne l'incontro con la S. Messa Tradizionale e cosa La portò, nonostante le difficoltà, ad abbracciare in esclusiva tale rito?
R. Difficile rispondere. È come se ci fosse sempre stata. Ricordo di non aver mai sopportato un certo modo di celebrare, di aver avvertito il ridicolo di molte liturgie, questo da sempre. Era come sapere che si era in un momento confuso, di guado drammatico, ma che si sarebbe tornati a casa. Tutto in chiesa ti parlava della liturgia antica, solo lei mancava, e si aspettava.

Da vicario parrocchiale e più ancora da parroco feci tutto quello che al momento mi sembrava possibile: altare ad orientem, canto gregoriano con i fedeli, comunione in bocca, uso costante dell'abito talare, incontri di dottrina per gli adulti, catechismo tradizionale per i bambini. Ma non bastava, c'era il cuore della messa in questione, ma come fare, ero già “inquisito”da anni per quel poco che avevo fatto!

Nel 2005 introdussi nella messa di Paolo VI prima l'offertorio poi il canone della messa di sempre.

Aspettai con pazienza il più volte annunciato Motu Proprio, che sembrava non arrivare mai, e l'11 luglio 2007 iniziai, era un martedì, a celebrare solo la messa di sempre. Devo dire che il colpo finale lo diede mio fratello: in una gita in montagna il giorno prima mi disse “non so cosa stai aspettando”... era il segno che dovevo iniziare.

D. - Perchè, contrariamente ad altri sacerdoti che hanno accolto il "sumorum Pontificum", Lei rifiuta il cosiddetto "biritualismo"?
R. Sarò brevissimo: trovo assurdo l'obbligo al biritualismo. Se si è trovato il vero, il meglio, ciò che esprime più compiutamente la fede cattolica, senza ambiguità pericolose, perchè mai bisognerebbe continuare a celebrare qualcosa di meno. Nel biritualismo, di fatto, un rito muore e l'altro resta. Nel biritualismo il prete si stanca nella tristezza di una specie di schizofrenia, e il popolo non è edificato, educato, consolato nella bellezza di Dio. Evito un discorso teologico-liturgico, non è il caso in una intervista, dico solo che chi resta nel biritualismo, prima o poi abbandonerà la messa di sempre e si confezionerà delle ragioni per restare nel mondo della riforma, magari vissuta in modo conservatore, con una tristezza dentro, come chi ha tradito l'amore per Dio della giovinezza. Devo aggiungere che fu molto di aiuto per me la lettura de “ La riforma liturgica anglicana” di M.Davies. Testo fondamentale, chiarissimo: l'ambiguità del rito porta all'eresia di fatto. Non è quello che ci è successo?

D. - Come reagirono i Suoi fedeli quando appresere della decisione di tornare alla Messa antica?
R. Nessuno si stupì. I sostenitori dissero:finalmente! I contrari dissero: l'avevamo detto! Ma direi che la quasi totalità della gente si mise di impegno: prendevano il foglietto, volevano capire... un bel clima di fervore.

Fui sempre poi aiutato da un gruppo di fedeli, semplici e forti, che furono sempre pronti a lavorare con me; penso specialmente a quelli che dal 1995 continuano a fare prove di canto.

Poi si iniziò a dire che disobbedivamo al Vescovo, poi al Papa e allora tutto fu più complicato, ma all'inizio non fu così.

D. - Tutti sappiamo delle incoprensioni con il Vescovo e della successiva soluzione di affidarLe una sorta di cappellanìa a Vocogno. Come furono, in quei momenti, al di là dei dissapori con la Curia novarese, i rapporti con i Suoi confratelli Parroci?
R. Sparirono tutti. Alcuni disapprovarono, la maggioranza taceva, qualcuno raro nottetempo ti diceva che non era contro, ma pubblicamente non poteva fare niente. Era il terrore della disobbedienza ufficiale. Da parte nostra, io e don Stefano - il sacerdote che ha intrapreso lo stesso percorso e con il quale lavoro, pur avendo campi di apostolato differenti, non siamo mai mancati alle riunioni sacerdotali di vicariato, partecipandovi con passione, come sempre.

D. - Oggi che le tensioni si sono fortunatamente stemperate, come sono i rapporti col Vescovo e con i confratelli?
R. Sembra tutto tranquillo, anche se si avverte che c'è molto di non risolto, perchè si è sempre evitato un discorso profondo sulle ragioni della nostra scelta. È come se si volesse restare in superficie, a un livello puramente giuridico. Speriamo che qualcosa in questo senso migliori col tempo.

D. - Come giudica, dal Suo osservatorio, la situazione della Chiesa e quale crede possa essere in futuro il ruolo della FSSPX?
R. La Chiesa è di Dio, allora devo sperare. Anche se avverto che questa crisi, profonda e tristissima, sarà lunghissima. C'è dentro il cristianesimo un pensiero non cristiano, lo diceva Paolo VI!, e oggi è vulgata popolare. Moltissimi pensano di essere cattolici, ma non lo sono più. È terribile. È l'abbandono di Gesù Cristo stando dentro la Chiesa, più ambiguità di così!

La Fraternità deve continuare l'opera di Mons. Lefebvre, custodire il sacerdozio, la fede, la messa di sempre...un giorno sarà evidente a tutti la sua funzione provvidenziale. Amare la Chiesa vuol dire custodire il tesoro di fede e di grazia che le ha consegnato N.S. Gesù Cristo e che la costituisce, questo lo fa da sempre la Fraternità, per questo benedico Dio.

D. - La terra ossolana ha grandi tradizioni religiose. Pensa che la S. Messa tradizionale possa ulteriormente diffondersi in questa zona e nelle regioni vicine?
R. Non so. So solo che la vita delle nostre montagne prendeva forma dalla messa cattolica, quella di sempre. La vita della gente di quassù era educata dalla liturgia tridentina a stare difronte a Dio drammaticamente, cioè con una positività che educa la vita. Ma il mondo “americanizzato” è arrivato quassù, anche grazie alla chiesa purtroppo, e ha fatto disastri nell'umano.

D. - Come si svolge attualmente i Suo apostolato, quanti fedeli frequentano abitualmente la chiesa di Vocogno?
R. Messa quotidiana, 2 messe la domenica, confessioni tutti i giorni mezz'ora prima della messa, scuola a Domodossola, quest'anno 13 classi, incontri di dottrina cattolica al venerdì, catechismo ai bambini, prove di canto settimanali...e poi un po' di vita ritirata, un po' monastica se mi riesce perché il sacerdote, se vuole fare un po' di bene non deve stare troppo in mezzo.

Vivo una grande fraternità sacerdotale con don Stefano, che è tornato anche lui alla messa tradizionale, che celebra per i suoi fedeli nella chiesa dell'ospedale di Domodossola: è una fraternità operativa anche, visto che i nostri fedeli hanno molti momenti comuni. Tutto questo ha fatto nascere un bollettino e un sito che documentano la nostra vita.

Quanti fedeli frequentano? Non so. Varia il numero. Possono arrivare ai 120 nelle domeniche estive, d'inverno calano, data la distanza del luogo. Ma ho imparato a non contare: i re d'Israele erano puniti quando facevano censimento.

D. - Come giudica la recente istruzione "Universae Ecclesiae" sull'uso del Messale antico?
R. Ha ribadito che la messa di sempre non fu mai vietata e che non può essere proibita. Ma chi non la vuole ammettere continuerà a confondere le carte.


Inserisco, a riprova della Grazia che fluisce da Vocogno il video della celebrazione dell'Assunta.

il Nunzio Apostolico in Ucraina: Il Summorum Pontificum per una riscoperta del senso della Liturgia

Estratto dalla Lettre Paix liturgique, n. 24 del 31 agosto 2011

Ambasciatori della Santa Sede nel mondo e rappresentanti del Papa presso le chiese locali, i nunzi apostolici sono di solito talmente presi dai loro obblighi diplomatici da far dimenticare che anche loro sono prima di tutto dei pastori. La recente nomina, da parte di Benedetto XVI, dell'arcivescovo americano Thomas E. Gullickson come nunzio apostolico in Ucraina – un luogo particolarmente importante per le relazioni con il mondo ortodosso – ci offre l'occasione di dedicare un po' di spazio ad uno di questi uomini di Chiesa spesso sconosciuti.

Nunzio apostolico nelle Antille a partire dal 2004 (Bahamas, Jamaica, Trinidad e Tobago, ecc.), Monsignor Gullickson, durante il suo soggiorno nei Caraibi, ha creato un blog molto interessante con contenuti che spaziavano dalle sue omelie domenicali a letture di riferimento fino alle sue riflessioni spirituali e liturgiche. In questo blog, intitolato “Island Envoy”, Monsignor Gullickson si è soffermato varie volte sul motu proprio Summorum Pontificum.

Nel testo che segue, pubblicato l'estate scorsa in occasione della fine del primo triennio di applicazione del motu proprio, si commentano i tre obbiettivi perseguiti dal Papa con la sua pubblicazione. Questi ultimi sono stati così riassunti dal canonista tedesco Gero Weishaupt:
  1. una risposta ai segni dei tempi e un ritorno alla normalità;
  2. l'arricchimento mutuo dei messali del 1962 e del 1970;
  3. la riconciliazione nella Chiesa.

IL TESTO DI MONSIGNOR GULLICKSON

A tre anni (oggi quattro, ndR) dalla pubblicazione del Summorum Pontificum, è migliorata la situazione liturgica della Chiesa? Che tipo di esposizione alla liturgia antica potrà trascinarci verso questo risultato? I tre obbiettivi formulati da Weishaupt rendono giustizia a quelli fissati dal Santo Padre nella sua lettera ai vescovi del 7 luglio del 2007? In realtà, ad una lettura attenta della lettera del Santo Padre, la difesa della verità e della promozione della giustizia, così come il rispetto della continuità che è essenziale in materia di tradizione liturgica della Chiesa, mi sembrano imporsi come le priorità più evidenti.

(...) Ciò che mette in evidenza Weishaupt con il suo primo obbiettivo è certamente in accordo con le parole del Papa, ma rende meno rispetto all'espressione del Santo Padre: più che parlare genericamente di “segni dei tempi” si dovrebbe fare un chiaro riferimento agli abusi liturgici. Parlare poi di un ritorno alla normalità sembra solo sfiorare la questione, perché tutto dipende da quale sia la normalità che si va cercando. Ne consegue che la riconciliazione (punto c degli obbiettivi) è certamente fondata su un rispetto mutuo, ma è molto più complicata di questo.

Più che l'espressione laconica “arricchimento mutuo”, io penso che avremmo bisogno di ricordare tutte le parole usate dal Santo Padre per quanto concerne gli abusi e il malessere generale che, di fatto, nella celebrazione della forma ordinaria nel corso degli ultimi quarant'anni, hanno troppo spesso intralciato l'adorazione in spirito e in verità e sono stati una fonte di confusione e di scoraggiamento per i cattolici. Io vorrei sottolineare in particolare la speranza per la liturgia nuova così come espressa dal Papa: “La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale.”

Papa Benedetto XVI vuole chiaramente sciogliere le catene che hanno limitato l'uso del Messale del 1962 nel corso degli ultimi quattro decenni e, al contempo, salvare il Messale del 1970 dall'opera di coloro che hanno preso in ostaggio la liturgia contemporanea nello stesso periodo. Questo significa, in definitiva, che è tempo di applicare correttamente la Costituzione sulla Santa Liturgia del Concilio Vaticano II.

Il Summorum Pontificum rappresenta certamente un punto di riferimento nella lotta per l'espressione liturgica completa e corretta nella Chiesa. Potrebbe essere definito un mezzo di persuasione dolce, un avvicinamento, un'introduzione. Non può però essere il solo mezzo utilizzato per la riforma, perché la verità ha anche bisogno che si denuncino in modo continuativo e persistente gli abusi liturgici che continuano a contrastare il culto in lingua volgare nella sua espressione completa e adeguata. Solo un ritorno all'uso antico come forma ordinaria del culto potrà eliminare tutti gli abusi in un colpo solo, ma non è questa l'intenzione del Santo Padre. Benedetto XVI non ha dispensato i suoi fratelli vescovi dal mostrarsi vigilanti nei loro sforzi di riforma; non ha neanche dispensato i sacerdoti dal mostrare ai loro fedeli la maniera giusta di celebrare; lui esorta invece i musicisti e gli artisti ad effettuare degli sforzi coscienziosi per ripristinare i legami con la tradizione alla quale ci dobbiamo attenere.

Il culto divino è più che una riunione di preghiera, ed è ben più che un esercizio spirituale. I principi del culto celeste e la tradizione che ci viene dagli apostoli condizionano il carattere sublime e la gravità che è propria del sacrificio eucaristico e tutto ciò che ne consegue. (...)

Ieri, riflettendo sui misteri luminosi del rosario, mi è venuto in mente che si tratta in un certo modo di misteri molto eucaristici ai quali ci si potrebbe accostare con finalità di meditazione. Le Nozze di Cana, in particolare, mi hanno parlato dell'applicazione del Summorum Pontificum e di tutta la questione della riforma della liturgia in lingua volgare: solo i servitori che avevano preso l'acqua sapevano cosa stesse succedendo, il che non impedisce al Vangelo di fare della trasformazione dell'acqua in vino da parte di Nostro Signore, su richiesta della Sua Santa Madre, il Suo primo segno pubblico.

Io sono risoluto nella volontà di proseguire l'umile lavoro di riempire gli otri, e lo voglio fare dando il buon esempio nella celebrazione, in particolar modo, attraverso l'adorazione ad orientem. Che il Signore accordi a tutti coloro che lavorano perché il culto sia ben ordinato e sia pio, la possibilità di cambiare i cuori e le anime. La liturgia tradizionale continua a guadagnare i cuori e le anime dei giovani mentre le celebrazioni a volte banali e pretenziose della forma ordinaria ne portano altri all'abbandono della fede. Noi dobbiamo il meglio al Signore e così ai suoi giovani nel seno della Chiesa, per amore della salvezza del mondo.

lunedì 29 agosto 2011

La Cattolica. Il vero senso dell'«Extra Ecclesiam nulla salus».

Pubblico una parte dell'Epilogo col quale Mons. Gherardini chiude il suo excursus sapienziale su La Cattolica, sulle orme di S. Agostino. [vedi - vedi]
Buona lettura e buon nutrimento di buon "cibo solido", genuinamente e luminosamente cattolico, che ho trovato copioso, ricolma di inatteso stupore e sempre maggiore consapevolezza ad ogni pagina di questo prezioso testo.


[...] 8 - Lungo il percorso ecclesiologico tracciato da Sant'Agostino ci si è imbattuti in alcuni tratti apparentemente impervii, perché collegati a vicende da noi troppo lontane e ad una mentalità che i troppi saccenti dell'epoca moderna hanno ormai da tempo rifiutato. Riprendo perciò la discussione sul principio «Extra Ecclesiam nulla salus», che, pur non appartenendo al santo Vescovo d'Ippona, fu da lui recepito e riespresso in termini analoghi, divenendo più tardi un'idea-luce della tradizione agostiniana, ad incominciare da quel Fulgenzio da Ruspe (n. 468 † 533), il quale elaborò le più luminose illustrazioni del principio stesso. Codesta medesima tradizione s'integrò nella più volte secolare Tradizione cattolica ed alimentò fino a ieri, senza soluzione di continuità, la vita e le decisioni della Chiesa. Il suo Magistero solenne, inoltre, ha effettivamente emesso non pochi asserti direttamente o no riconducibili al suddetto principio, che pertanto negli anni della mia prima formazione teologica era ancor un chiaro ed indiscusso punto di riferimento. Oggi non è affatto chiaro ed è tutt'altro che indiscusso.

Oggi è infatti discusso il principio in se stesso. Si è sensibili ai cosiddetti elementi positivi delle altre religioni e su di essi si fa leva per negar, o almeno attenuare, l'esclusivismo salvifico della Tradizione cattolica. In alcuni casi un tele «esclusivismo» vien esso stesso «escluso» - non è un gioco di parole - da una critica serrata che speciosamente fa leva su Cristo e risolve il problema nella realtà e nelle luce del suo mistero pasquale. Come se il contestato principio fosse alieno da Cristo ed in special modo da quell'unità/unicità di Cristo/Chiesa ch'è il grande messaggio agostiniano del Cristo totale. Ora, se è incontestabilmente vero che la salvezza può conseguirsi mediante la partecipazione al mistero pasquale di Cristo, resta tutt'altro che chiaro come possa darsi una tale partecipazione in circostanze estranee e talvolta perfino contrarie a Cristo. Per esempio, non è raro che l'accennata partecipazione venga oggi condizionata alla mediazione dell'amore. L'amore è infatti una forza d'urto formidabile; chi non ricorda l'agostiniano «Ama, et fac quod vis», se ami puoi fare quello che vuoi? Se non che il «quod vis» di sant'Agostino presuppone l'amore proveniente dallo Spirito Santo, la virtù infusa della carità soprannaturale, e su questa base egli formula icasticamente un altro ben noto principio «Lex itaque libertatis, lex caritatis» (Ep. 167,6,19). La carità che ama Dio per se stesso e tutt'i fratelli per amore di Dio è la liberazione della stessa libertà e diventa in tal modo il «pondus animae»: guida sicura, arbitro efficace, principio fonte e radice di tutte le virtù. Diciamo pure, allora, che l'amore media la partecipazione al mistero pasquale. A condizione, però, che non s'equivochi sull'amore. Nella prospettiva della salvezza cristiana - la quale non è il sentirsi a proprio agio, il raggiungimento della pace interiore, il compimento delle proprie aspirazioni di fondo, ma solamente la liberazione dal peccato ed il conseguimento della vita eterna - non rientra un amore puramente umano, anche se nobile, ma espresso fuori dall'ambito sacramentale. In ultim'analisi, non ci rientra neanche un non meglio precisato amor-di-Dio. Il rimanere nel vago è caratteristico della teologia contemporanea, ma è come la pretesa di friggere con l'acqua. Sì, tutto si risolve nell'amore ed in esso trova la sua più completa spiegazione anche il vecchio aforisma «extra Ecclesiam nulla salus». Ma fintanto che non esco dal vago e dal generico, continuo ad illudermi o ad illudere che si possa friggere con l'acqua.

Chiara la conclusione: l'amore sì, ma quello che:
  1. è il coronamento della fede e della speranza, radicato nella grazia e frutto della medesima;
  2. quello che, infuso nelle profondità dell'essere come dono soprannaturale per la sua origine e per il suo contenuto nel momento della rinascita battesimale, s'abbevera alle fonti del soprannaturale stesso mediante una vita intensamente sacramentale e si traduce in una continuata «obbedienza di Fede» (Rm 1,5; 16,26), ispirandosi al discorso del monte quale «magna charta» del pensare ed agire da cristiani;
  3. quello infine che, in forza dell'identità ed unità di Cristo e della Chiesa, ineguagliabilmente lumeggiata dal grande Ipponense, l'uno contempla nell'altra e solamente in questa riconosce il volto autentico dell'Uomo-Dio, l'adora e lo confessa.
La conseguenza allora è chiara: l'amore non solo non scalza dal suo secolare piedistallo l'«extra Ecclesiam nulla salus», ma, realizzando se stesso nella sola Chiesa, le dà atto d'esser titolare dell'esclusivismo salvifico che il principio in esame le tributa.

9 - Per uno scrupolo di completezza avrei dovuto dilungarmi pure su altri aspetti, e nient'affatto secondari, dell'ecclesiologia agostiniana. Avrei dovuto interessarmi all'intero edificio ecclesiologico costruito dal grande Vescovo d'Ippona, piuttosto che a qualche suo lineamento. Una tematica come quella del corpo mistico non si riduce al solo «Christus totus»; né quella della «Ecclesia permixta» si risolve nella compresenza di buoni e di cattivi in seno alla Chiesa; sarebbe anzi riduttivo anche il risolverla nelle due componenti del «Christus totus» il Capo e il Corpo, l'unico Cristo. Probabilmente Agostino trae dal «corpo bipartito» di Ticonio conseguenze che lo stesso Ticonio non aveva sospettato, essendosi limitato alla dialettica interna d'un'unica «civitas», là dove due son le «città» che per l'Ipponense si distinguono e si trascendono dialetticamente: quella di Dio e quella dell'uomo. Il De Civitate Dei, in effetti, evidenzia tutt'altro che un «corpo bipartito» la cui componente divina divinizza a sua volta quella terrena ed anticipa nella storia un emblema della città di Dio che dura in eterno. Era piuttosto il concetto ticoniano a idealizzar una Chiesa che, nonostante la sua immanente dialettica, è tutta protesa verso la sua forma finale di Chiesa invisibile. In sant'Agostino l'impianto ecclesiologico è diverso: esso prevede, sì, una bipartizione, ma all'interno del Capo e del corpo, di Cristo e della Chiesa, ossia d'un solo ed unico Cristo. Grazie ad una tale unità, la possibilità d'aver accesso alla Chiesa invisibile passa necessariamente attraverso le maglie di quella visibile. Questa, poi, appunto perché corpo di Cristo, non potrà mai esser compiutamente se stessa se costretta in una struttura politica e tanto meno se a supporto di essa è, sì, la «città dell'uomo», non perché prigioniera dell terra ed avvolta nei suoi miasmi mefitici, ma perché congiunta col Capo come suo corpo e tutta soffusa dei suoi divini splendori che la raccordano con la «città di Dio».

Ciò non significa affatto che la compresenza della Chiesa agostinianamente strutturata di santi e di peccatori, allegoricamente raffigurati dalla compresenza nella stessa rete di pesci buoni e di pesci cattivi (Mt 13,4), non costituisca una sorta di «bipartitio». Non nel senso che una tale discriminazione costituisca l'essenza metafisica della Chiesa, ma sempre e soltanto che la stessa «ratio Ecclesiae» comprende la duplice componente del Capo e del corpo. In realtà, la Chiesa che sant'Agostino descrive nel suo esserci storico è insieme la Chiesa dei buoni e dei cattivi, dei santi e dei peccatori. La loro compresenza, però, non è affatto quella di due componenti della Chiesa, le cui due uniche componenti son il Capo e il corpo. È, per così dire, una compresenza esistenziale, priva d'efficacia costitutiva; se infatti ne avesse, il peccato entrerebbe nel costitutivo formale della Chiesa. Se non che, per il grande vescovo d'Ippona il solo pensare che la compresenza dei santi e dei peccatori finisca per contaminare la Chiesa e sfigurare la bellezza del suo volto, è un errore dei donatisti. La Chiesa è e resta, sin alla fine, «il Capo e il corpo, un solo Cristo».

Gesù aveva infatti insegnato che la cernita del grano e del loglio avviene alla mietitura, non durante la loro crescita. Agostino, non senza qualche se e qualche ma legati più alle contingenze storiche che alla chiarezza della dottrina, ne trae la conclusione che anche la separazione dei buoni dai cattivi sarà opera esclusiva di Dio e solo nell'ultimo giorno: certamente non oggi.

In ciò sta pure una caratteristica, che poi è un arricchimento, del La Cattolica: la quale non è solo senza limiti di tempo e di spazio, non solo universale perché di fatto estesa a tutto l'orbe cattolico. né solo perché portatrice d'un messaggio immutabile nel tempo di fronte a qualsiasi forma di cultura e livello di civiltà, ma anche in quanto ha le braccia aperte a tutti per esser di tutti la santa madre Chiesa.

Per una migliore comprensione, riferita anche alla situazione del nostro tempo, devo aggiungere che sant'Agostino ricordò ad eretici e scismatici che la vera Chiesa di Cristo, oltre a non essere infettata dal peccato dei suoi figli, neppure è frazionata dalle lacerazioni della sua veste. Per l'unità della Fede minacciata dall'errore e l'unità della Chiesa alle prese con lo scisma, la sua esistenza fu tutta un fervere di iniziative: concili parziali e plenari, lettere, scritti e trattati, non solo perché risaltasse agli occhi di ognuno quanto difformi dalla retta Fede e dalla sacra Tradizione fossero le posizioni dei suoi oppositori, ma anche e soprattutto perché più limpido potesse apparire allo sguardo di tutti il volto della Chiesa e perché tutti potessero riconoscere in esso il volto di Cristo.
Il problema di oggi è che oppositori ed eretici sono diventati, rispettivamente, interlocutori e addirittura inclusi canonicamente in essa, con la conseguenza di grande confusione e disorientamento, da cui possiamo uscire solo attingendo agli autentici Maestri come Agostino e alle vigili Sentinelle come Mons. Gherardini, col persistente aiuto della Grazia che riceviamo rimanendo fedeli alla nostra Madre Chiesa portatrice della Presenza del nostro Signore, al quale in primis va ogni onore e gloria ora e sempre.

giovedì 18 agosto 2011

"Toscana oggi" e il sacerdozio femminile

Pubblico questo interessante articolo, scritto da Dante Pastorelli in relazione ad una recente esternazione di Mons Aranci su Toscana Oggi. Inserisco qui il link a quanto da me osservato in ordine alle Dichiarazioni del cardinale di Lisbona, Policarpo, pubblicate da Vatican Insider nel giugno scorso.


La risposta di mons. Gilberto Aranci ad un lettore circa la posizione della Chiesa sul sacerdozio femminile [Toscana Oggi, n.26 del 10.07.2011, vedi nell'edizione on line] cade in un momento in cui questo problema, in realtà insopportabilmente stantìo perché da lunga pezza risolto, vien riaperto in modo del tutto sconveniente e con sconcertante superficialità dal Patriarca di Lisbona, cardinal Cruz Policarpo, il quale ritiene priva di fondamento teologico l'esclusione delle donne dal sacerdozio, in quanto derivata, così afferma, da una tradizione che ci proviene da Gesù ed a cui la Chiesa si è conformata [vedi ].

Ond'evitar il rischio di fraintendimenti, riporto il nucleo del ragionamento dell'anziano Presule : “...teologicamente non c’è alcun ostacolo fondamentale [al sacerdozio femminile]; c’è questa tradizione, diciamo così: non si è mai fatto in altro modo... C'è un'uguaglianza fondamentale di tutti i membri della Chiesa. Il problema consiste in una forte tradizione che viene da Gesù e dalla facilità con cui le chiese riformate hanno concesso il sacerdozio alle donne.

Da semplice fedele, digiuno per giunta di regolari ed approfonditi studi teologici, non riesco proprio a capir a qual mai scuola di pensiero cattolico abbia attinto il Patriarca le nozioni di Sacra Scrittura, Tradizione, Magistero e Teologia sottese a tali argomentazioni od in esse esplicitate, che anche ad un orecchio poco provveduto suonano stupefacenti. Tal esternazione è subito stata colta ad ampio raggio, senza eccessiva fatica nella decifrazione, in tutta la sua plateale ed infelice devianza dalla retta dottrina, e le proteste sono state tanto numerose, vivaci e più che giustificate da costringer il Porporato ad innescar una precipitosa e goffa retromarcia ed a professar la sua piena adesione al Magistero Pontificio, dopo aver incassato, però, la solidarietà dei vescovi portoghesi, pur essa stupefacente nel collettivo errore. Al momento in cui scrivo si parla d'una sua convocazione a Roma, presso la Congregazione per la Dottrina della Fede.

È mia impressione, e forse potrei dir tranquillamente convinzione, che per il Presule, notoriamente vicino al Cammino Neocatecumenale, la Tradizione risalente a Gesù ed agli Apostoli sia un dettaglio trascurabile nell'economia della nostra Fede e non una fonte imprescindibile della Rivelazione. Quanto al sacerdozio femminile, risulta chiaro dalle sue parole ch'egli non lo esclude affatto in via di principio, ma, anzi, non si perita di prospettarlo non per l'immediato ma per il futuro, per “quando Dio vorrà”, forse, cioè, per il tempo in cui cadrà l'ostacolo storico rappresentato dalla facilità con cui eretici e scismatici han concesso e concedon il sacerdozio alle donne: come se fin ad oggi l'essenza dell'Ordine Sacro fosse stata conservata integra non per totale fedeltà all'inviolabile mandato di Cristo quanto piuttosto per la lunga ma pur sempre temporanea riprovazione di quella facilità che, se controllata e temperata, potrebbe pacificamente indur la Chiesa ad arrogarsi il potere di render un Sacramento d'istituzione divina suscettibile d'evoluzione e mutazione nella sua sostanza, mentr'essa ne dev'esser mera ed insieme vigile ed incontaminata custode, non potendo disporre a suo piacimento di ciò che solo a Dio appartiene.

Per il Patriarca portoghese non esiste, dunque, nessuna preclusione derivante dal sesso ch'è, invece, sino a prova contraria, appunto una connotazione di sostanza, vale a dir essenziale e pregiudiziale, non per decisione umana ma per sicuro e provato disegno soprannaturale, affinché il ministro possa agire, in perfetta “rassomiglianza”, in persona Christi, come l'alter Christus. Il tutto fra il giubilo delle sette e confessioni protestanti, di cui internet si fa amplificante eco, alle quali il Patriarca attribuisce un valore ecclesificante che non possiedono. E già questi applausi dovrebbero far rifletter sull'entità del deragliamento del sullodato Patriarca dalla diritta via segnata e perseguita dalla Santa Sede.

La Lettera Apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), ch'espone molto lucidamente, procedendo nel solco tracciato dall'insegnamento ininterrotto della Chiesa e riproposto nell'ultimo cinquantennio soprattutto da Paolo VI, i motivi dell'impossibilità di conferir gli Ordini Sacri alle donne, par che non rivesta per l'arcivescovo di Lisbona alcuna nota di rilievo magisteriale in toto obbligante se da essa si può evincer che Giovanni Paolo II “è sembrato dirimere la questione”. È sembrato. È sembrato soltanto, niente di più! Si tratterebbe, insomma, al massimo, e forse neppure, di un testo esprimente un Magistero mere authenticum degno sì di reverente ossequio per la cattedra da cui proviene, ma discutibile e riformabile, e non, qual effettivamente è, di Magistero ordinario infallibile, irreformabile e pertanto assolutamente vincolante, ragion per cui gli si deve adesione dell'intelletto e della volontà, giacché esercitato dal Sommo Pontefice nella sua suprema funzione di Pastore e Maestro della Chiesa universale, il quale, pur non pronunciandosi solennemente, ex cathedra, conferma una dottrina che affonda le sue radici nella Sacra Scrittura e nella Tradizione. Il cardinal Policarpo pone in soffitta o in cantina, altresì, il venerando “quod semper. quod ab omnibus, quod ubique creditum”, irrinunciabile criterio di valutazione del livello di un atto magisteriale pontificio.

Mons. Aranci, che dichiara di non esser un teologo, sibbene, più modestamente, un docente di religione ed un sacerdote impegnato nella catechesi, volutamente non sviluppa l'argomento con sue considerazioni e, assumendo una collocazione di oggettivo e quasi asettico tramite, si limita a segnalar le fonti da cui il lettore “catechizzando” saprà, a suo avviso, trarr'elementi per una personale conclusione. Metodo stimolante, senz'altro, ove una mano ferma e sapiente sappia alla fine comporre ad armonica unità le fila di un'indagine sì delicata, ma non scevro di gravi rischi qualora il “discente” venga lasciato a se stesso a tirar le somme d'una vasta massa di opinioni dalla quale può restar travolto per ritrovarsi ancor più frastornato ed assalito da interrogativi resi vieppiù intricati dalle divergenti ed opposte tesi a cui è stato indirizzato. Un conto, voglio dire, è utilizzar un metodo siffatto a livello scolastico, un altro servirsene per un intervento sulla stampa, sia pur su di un organo inter-diocesano. Questione di prudenza che non è mai troppa.

Mons. Aranci, oltre ad alcuni scritti favorevoli al sacerdozio femminile ed a dissertazioni “antropologiche”, tese ad offrir un più consistente panorama di posizioni in cui inquadrar il dibattito del quale svelano e rimarcan l'indubbia complessità, richiama, e non poteva non richiamarli, i più recenti documenti della Chiesa su questo delicato tema, tra cui la citata Ordinatio sacerdotalis ed il Catechismo della Chiesa Cattolica, che così recita al n.1577: «Chi può ricevere questo sacramento [l’Ordine sacro]? Riceve validamente la sacra ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile [«vir»]. Il Signore Gesù ha scelto uomini [«viri»] per formare il collegio dei dodici Apostoli, e gli Apostoli hanno fatto lo stesso quando hanno scelto i collaboratori che sarebbero loro succeduti nel ministero. Il collegio dei Vescovi, con i quali i presbiteri sono uniti nel sacerdozio, rende presente e attualizza fino al ritorno di Cristo il collegio dei Dodici. La Chiesa si riconosce vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso. Per questo motivo l’ordinazione delle donne non è possibile».

Dalla lettura di questi documenti i fedeli, se sufficientemente informati e formati - ed oggi, ahimé, sulla scorta della mia esperienza di professore e preside negli istituti superiori, ed altresì di padre e nonno, posso affermar, senza tema d'esser smentito, che son una sparuta minoranza - agevolmente potran dedurre che il Magistero si è espresso in modo definitivo. Non è stato in materia promulgato alcun dogma, come spesso e pedantemente si sente obiettar da taluni, va bene, ma, come sopra ho precisato e ci tengo ancor qui a ribadire, un Magistero pontificio ordinario continuo, inconfutabilmente fondato sul Vangelo e sulla Sacra Tradizione, è infallibile, definitive tenendum, piaccia o non piaccia ai novatori ecumenisti su qualunque panca, seggiola, poltrona o cattedra della nostra Santa Chiesa appollaiati.

Dispiace, tuttavia, che mons. Aranci non abbia segnalato – almeno io non lo vedo nell'edizione on line di Toscana Oggi - in questo suo “colloquio”, un altro documento, assai facilmente rintracciabile in internet, il cui contenuto è anticipato dal CCC, sebbene in tono meno perentorio, e che, tanto per seguir il suo metodo, dal web direttamente trascrivo qui sotto:
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
RISPOSTA AL DUBBIO CIRCA LA DOTTRINA DELLA
LETTERA APOSTOLICA «ORDINATIO SACERDOTALIS»

Dub.: Se la dottrina, secondo la quale la Chiesa non ha la facoltà di conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne, proposta nella Lettera Apostolica «Ordinatio Sacerdotalis», come da tenersi in modo definitivo, sia da considerarsi appartenente al deposito della fede.

Risp.: Affermativa. Questa dottrina esige un assenso definitivo poiché, fondata nella Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa fin dall'inizio, è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale (cfr. Conc. Vaticano II, cost. dogm. Lumen Gentium, 25, 2). Pertanto, nelle presenti circostanze, il Sommo Pontefice, nell'esercizio del suo proprio ministero di confermare i fratelli (cfr. Lc, 22, 32) ha proposto la medesima dottrina con una dichiarazione formale, affermando esplicitamente ciò che si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Risposta, decisa nella riunione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione

Roma, dalla Sede della Congregazione per
la Dottrina della Fede, il 28 ottobre 1995.
+ JOSEPH Card. RATZINGER - Prefetto
+TARCISIO BERTONE Arcivescovo
emerito di Vercelli - Segretario.
Questa “risposta” taglia la testa al toro. Il sipario è calato per non rialzarsi mai più. Roma locuta est, causa finita est. Si mettan l'anima in pace fedeli, preti, vescovi e cardinali sgangheratamente “femministi”. La Chiesa non può modificar il Deposito della Fede di cui il sacerdozio ministeriale riservato ai soli “viri” è un pilastro portante. E certi prelati, che aman vellicar misere smanie di falsa promozione ecclesiale (infantile e vanaglorioso carrierismo, non cosciente e produttivo servizio che si può prestar a diversi livelli e con diverse mansioni) farebbero bene a tacere. Se Gesù avesse voluto conferir il sacerdozio alle donne avrebbe ordinato per prima la Sua Santissima Madre, rispondevan i buoni parroci di campagna d'una volta, che nulla inventavan per prurito di profane novità, alle domande sull'argomento dei bambini come me degli anni '40-'50 del secolo scorso, quando "s'andava a Catechismo” per prepararsi alla Prima Comunione. E vano è il consueto, e logoro sino all'evanescenza, ricorso alla “mentalità del tempo” a cui Gesù si sarebbe adeguato: Egli ha dimostrato molte volte di non aver remore a violar i costumi e le leggi dell'epoca anche a costo di suscitar scandalo, accogliendo, ad es., la peccatrice e l'adultera, soffermandosi a parlar con la Samaritana e guarendo l'emorroissa alla quale ridona dignità sociale abbattendo il tabù dell'impurità contagiosa della donna nel periodo del ciclo mestruale nella povera malata imprevedibile (Lev., 15,19 ss.). E non vo avanti.

Potrei chiuder qui il mio discorso, che però mi parrebbe monco se non aggiungessi alcune osservazioni che mi urgon dentro. E prima di tutto mi auguro sinceramente che mons. Aranci non trascuri, nei prossimi interessanti “colloqui” coi suoi “corrispondenti”, di rinviar ai pronunciamenti del Magistero più esplicitamente vincolanti per i cattolici e più illuminanti per tutti e di sottolinearne adeguatamente il valore attestato dall'Autorità di competenza. Certe omissioni, per quanto involontarie, non posson che nuocer a chi cerchi sinceramente la Verità. E, con tutto il rispetto del caso, non posso sottacer il nocumento, appunto, che causa, ad es., la citazione, senza presa di distanza, reputo in omaggio all'iniziale assunto d'una breve trattazione non “teologica”, da osservatore affatto obbiettivo, e pertanto priva d'una conclusione assertiva formulata con la parola ufficiale e definitiva della Chiesa, di una fra le tante tesi eterodosse seminate a piene mani nel corso dei passati decenni dal card. Carlo M. Martini. Ché se le tesi delle femministe, consacrate o laiche, e dei loro caudatari delle comunità di base o dei loro mentori protestanti, o i tentativi di qualche professore di rimetter in circolo la superata disputa sulle diaconesse e sulle presbyterae ordinate (nella Chiesa o in qualche setta gnostica?) per svolger un vero ministero sacerdotale, posson anche non incider a fondo, effetto in ogni caso tutt'altro che da escluder a priori, ben più forieri d'insidiosi ed inaridenti dubbi fatalmente si rivelerann'i pareri, sovente autentiche sentenze, del famoso e fumoso ex arcivescovo di Milano. Costui, ben noto per il suo ripetuto ed impunito ergersi contro il Magistero Pontificio in campo di etica sessuale – tanto che da qualcuno vien definito l'antipapa -, e con forza richiamato all'ordine da grandi moralisti come i cardinali Trujllo e Sgreccia, i quali, senza mezzi termini, alcuni anni fa lo invitaron ad occuparsi di studi biblici e lasciar perder la teologia morale per mancanza di adeguata competenza, ad un fedele che gli pone una domanda proprio sul sacerdozio femminile, risponde: le ordinazioni femminili han creato disagio in molti fedeli della confessione anglicana e nell'agir della Chiesa Cattolica non esiste discriminazione come non esiste per nessuno il diritto al sacerdozio, ma aggiunge, in cauda venenum, che “ci sarebbe ancora il discorso delle pari opportunità, ma esso non è entrato bene nella prassi della gente” [vedi]. Tutti nella Chiesa son uguali e tutti hann'uguali diritti. Non v'è alcun diritto al sacerdozio ch'è una chiamata dall'alto. Sottinteso: a questa chiamata, però, tutti posson rispondere, anche le donne. Siamo nel 2009, e mons. Aranci lo ricorda.

Chi nutrisse qualche perplessità sulla mia interpretazione delle frasi del cardinale gesuita, apra qualche link a Conversazioni notturne a Gerusalemme, senza sprecar danaro per acquistar un libro che nulla vale (2008): si renderà immediatamente conto del favore con cui Martini guarda alla concessione del sacerdozio alle donne. Scrive infatti: “Per quanto riguarda il sacerdozio, dobbiamo tenere conto del dialogo ecumenico con gli ortodossi e delle mentalità in Oriente e in altri continenti. Negli anni Novanta sono andato a trovare a Canterbury l'allora primate della Chiesa d'Inghilterra, l'arcivescovo dottor George Léonard Carey. L'ordinazione di donne aveva provocato tensioni nella sua Chiesa. Ho tentato di infondergli coraggio in questa impresa: potrebbe aiutare anche noi a rendere più giustizia alle donne e a comprendere come andare avanti. Non dobbiamo essere scontenti perché la Chiesa evangelica e quella anglicana ordinano donne, introducendo così un elemento fondamentale nel contesto del grande ecumenismo. E tuttavia questo non è un motivo per uniformare le diverse tradizioni”. I dubbiosi son serviti: solo motivazioni d'ordine pratico, alla base dell'apertura al sacerdozio femminile, ch'è visto come la via del progresso per una Chiesa arretrata, motivazioni di falso dialogo ecumenico, di opportunità pastorale, ma neppur un tentativo di serio, benché fugace, approccio teologico: ché non può considerarsi un'argomentazione teologicamente seria l'individuazione nel sacerdozio femminile d'un elemento fondamentale del “grande ecumenismo”, e ciò dopo aver riconosciuto ch'esso creerebbe problemi con le Chiese Ortodosse, le quali, in tal modo, vengon con poche battute alla tastiera del PC degradate nella scala dei rapporti ecumenici al rango di oscurantiste Chiese più sorellastre che sorelle [vedi]. E, chi lo sa, fors'è proprio questa la disastrata scuola di pensiero, non cattolico, alla quale ha attinto le sue ereticali dichiarazioni l'Arcivescovo di Lisbona.

2008-2009: molti anni dopo la pubblicazione del CCC e del chiarimento al dubium da parte della CDF, Martini dimostra, con parole che s'abbatton come picconate mal celate da una pennellata di melliflua cautela, di non aver voluto prender atto della definitività della dottrina esposta nell'uno e assai più categoricamente nell'altro, non potendoglisi certo attribuir l'ignoranza di pronunciamenti di tal portata.

La porta sbarrata da Giovanni Paolo II viene rispalancata dall'improntitudine dei ribelli da due Principi della Chiesa. E' legittimo, allora chiedersi e chieder a mons. Aranci: guardando alle date, (recenti pronunciamenti della Chiesa 1994-1995; esternazioni di Martini 2008-2009 e di Policarpo 2011), il lettore meno attrezzato di Toscana Oggi non correrà il pericolo di piombar in una dilaniante confusione? La Sede Apostolica, potrà domandarsi cotesto lettore, ha modificato la tradizionale posizione in merito se il conferimento del sacerdozio ministeriale istituito da Cristo gli vien presentato da un osannato cardinale di Santa Romana Chiesa, su segnalazione di un'assai seguita rubrica dello stesso settimanale, e da un noto Patriarca sulla stampa internazionale, come una prassi che, in quanto tale, non va accettata docilmente come Verità? Una prassi, per di più, di competenza della “gente”, neanche dei vertici della Chiesa docente, quasi a significar che dal gregge debba provenir l'imput per rivolgimenti che prima o poi fiaccheran la resistenza di chi questo gregge è stato chiamato a custodir e guidar al pascolo ubertoso con l'assistenza dello Spirito Santo.

Il messaggio martiniano e della sua funesta scuola, agli occhi di chi voglia vedere, emerge come l'alta vetta d'un iceberg in sussultorio sommovimento: la gente si svegli, acquisti coscienza delle pari opportunità che non posson restar ghettizzate in ambito socio-politico-economico, spazzi via questa prassi perdurante a cagione dell'immaturità diffusa ch'è la linfa del maschilismo d'una sorda “casta” sacerdotale imperante da due millenni e crei, finalmente, una Chiesa che sia una federazione di autonome, autocefale “comunità di base”, in cui non ci sia più posto pel Sacro Ministero come sin ad oggi inteso alla sequela di Cristo.

Mentre gli spinosi casi Policarpo e Martini vann'affidati necessariamente alla CDF ed a Nostro Signore, a Mons. Aranci mi permetto di rivolger una pressante, filiale preghiera: Padre, chiami sempre, e nel modo più comprensibile possibile, luce la tenebra e tenebra la luce: non soltanto il Sacramento dell'Ordine conferito alle donne, ma pure la riproposizione della facoltà del suo conferimento, da qualunque parte venga avanzata, è un vulnus alla divina costituzione della Chiesa e, di conseguenza, un delitto da sanzionar con le pene previste dal Codice di Diritto Canonico. Se la teologia è ancella della Verità, anche l'insegnamento nelle scuole d'ogni ordine e grado e l'attività catechetica dalla Verità devon partire ed alla Verità devon tornare. E chi ha il dovere di guidare guidi, prendendo a modello il Buon Pastore, il quale ha promesso che le forze del male non prevarranno.

NB. I grassetti son dell'autore.
Dante Pastorelli
8 Agosto 2011
___________________
[Fonte: Coordinamento Toscano Benedetto XVI]

mercoledì 17 agosto 2011

Don Luigi Parrone. In ricordo di un martire del nostro tempo.

Il 9 settembre, alle ore 18, ricorrendo il trigesimo della morte di Don Luigi, sarà celebrata una S. Messa di suffragio usus antiquior, presso la Basilica di S. Nicola in Carcere in via del Teatro di Marcello, 76.
__________________________
Tu es Sacérdos in aetérnum

Don Luigi PARRONE
nato a Roma, il 16 agosto 1960

ordinato Presbitero dal Beato Giovanni Paolo II il 13 maggio 2001
in San Pietro in Vaticano - ROMA
per la Diocesi di ROMA

La sua ordinazione fu tardiva e faticosamente raggiunta, ostandovi il suo attaccamento alla Tradizione.

Nel 2007 era ancora Vicario Parrocchiale in Santa Maria del Carmine e San Giuseppe al Casaletto, a Roma. Poi trasferito nella Parrocchia di S. Romano (Tiburtino) dove svolge il maniera esemplare il suo Apostolato sacerdotale aiutando i poveri, avvicinando le persone più lontane al Santo Altare, destando la riprovazione e subendo angherie e calunnie di ogni specie da parte di "uomini di chiesa" cosiddetti benpensanti.

Ma il card. vicario Agostino Vallini, -appellato dallo stesso clero romano card. sicario- lo manda a Collevalenza con la minaccia di sospenderlo a divinis se non avesse obbedito e con obbligo di essere sottoposto a psicoanalisi, ritenendo patologico il suo attaccamento alle "cose vecchie" della Tradizione.

Ha sempre invitato tutti gli amici conoscenti e fedeli a pregare per il cardinale, perché -diceva- "il Signore ammorbidisce i cuori più duri" e sperava in un atto di misericordia, che non accennava a prodursi, anzi... Conosciamo nei dettagli l'intera vicenda e possiamo confermare il comportamento decisamente discriminatorio nei suoi confronti, fortemente lesivo della sua dignità sacerdotale, protratto nel tempo e talmente pesante da rivelarsi, alla fine, insostenibile.

Muore di crepacuore il 9 agosto 2011, vigilia di S. Lorenzo
Riposa nella Cappella del Preziosissimo Sangue al Campo Verano, Roma
Un memento per lui e una preghiera per la nostra povera Chiesa.

martedì 16 agosto 2011

Chiesa cattolica: il balbettio di fronte al mondo.

Ho pescato su Corrispondenza Romana questo testo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, che contiene molte considerazioni da noi più volte espresse e condivise. Se anche sulla stampa nazionale se ne comincia a parlare...

Se ci si guarda attorno nella Chiesa del terzo millennio, dire che il sale della terra sia ormai tutto tramutato in zucchero sarebbe ingeneroso. Ma sarebbe ancor più fuorviante nascondersi che la radicale diversità del cattolicesimo, per sua natura antagonista al mondo, sia stata dilapidata da una gioiosa macchina di pace votata a un dolciastro laicizzare, a un mellifluo omologare. L’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta.
Ma non è colpa del mondo, che troppo spesso i cattolici rincorrono scriteriatamente, salvo poi imputargli la mondanizzazione del cattolicesimo. Nell’inedito tentativo di conquistare il consenso della modernità, invece che convertirla, il cattolicesimo di questi decenni ha annunciato l’avvento di un villaggio globale praticamente privo di dogmi: una sorta di “serenopoli” da spot pubblicitario su cui il Concilio Vaticano II ha appiccicato l’etichetta di “pastorale” e dove nulla più è urticante al punto da richiedere un “sì” o un “no”. Ma il mondo moderno aveva già una “serenopoli” siffatta e si è ben guardato dal comprare l’imitazione cattolica. Così, gli unici a invaghirsi della “serenopoli” cattolica a dogma variabile sono stati i cattolici stessi. Solo loro, abitanti della cittadella del rigore dogmatico, potevano percepire, tra il proprio universo e quello libero da vincoli proposto dal nuovo corso, una differenza tale da provarne un desiderio incontrollabile.
Ma senza dogma non c’è rigore, senza rigore non c’è obbedienza, senza obbedienza non c’è unità e senza unità non c’è forza. Così oggi, quando va bene, la Chiesa balbetta là dove dovrebbe urlare in faccia al mondo che le logiche democratiche le lascia volentieri alle democrazie mondane.
Per farlo, però, non basta l’impeto fugace di reazioni anche meritorie. Bisogna andare alla radice del problema, a quella deriva luterana che ha conquistato vasti settori della Chiesa. Pur con tutte le dichiarazioni congiunte possibili, non si può essere cattolici e anche filo luterani, cattolici e anche anticattolici, romani e anche antiromani: lo chiede la ragione prima che la fede. Però è innegabile che Lutero, il monaco agostiniano che non comprese Agostino, eserciti un fascino prepotente nella cittadella del dogma, minata a suo tempo da tomisti che non compresero Tommaso. Quel geniaccio tedesco è riuscito là dove schiere di eretici avevano fallito. Il motivo lo ha spiegato nel XIX secolo dom Prosper Guéranger, abate benedettino di Solesmes in uno scritto che si intitola L’eresia antiliturgica e la riforma protestante: «Lutero (...) non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo, nello stesso tempo, dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico».
Proclamando la liberazione della ragione e del corpo, Lutero ha conquistato l’individuo illudendolo di poter essere maestro, sovrano e sacerdote a se stesso. Ma, di fatto, lo ha condannato alla dissoluzione. Che il cattolicesimo oggi sia su questa china lo si scopre osservando che i risultati della riforma luterana, lucidamente enunciati nella sua opera da Guéranger nell’Ottocento, sono gli stessi che flagellano la Chiesa cattolica dagli Anni Sessanta del Novecento: “Odio della Tradizione nelle formule del culto”, “Sostituzione delle formule ecclesiastiche con letture della Sacra Scrittura”, “Introduzione di formule erronee”, “Eliminazione delle cerimonie e delle formule che esprimono i misteri”, “Uso del volgare nel servizio divino”, “Odio verso Roma e le sue leggi”, “Distruzione del sacerdozio, “Il principe capo della religione”. Un elenco terribile e attuale su cui urge riflettere. (Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro)
__________________
Fonte:
http://www.corrispondenzaromana.it/2011/08/11/chiesa-cattolica-il-balbettio-di-fronte-al-mondo/#more-1923

sabato 13 agosto 2011

Ministri della Bellezza: Architettura, Arti sacre e Liturgia al servizio della missione dei sacerdoti

Pubblico la Lectio Magistralis di S. Em. R. il Cardinale Mauro Piacenza Prefetto della Congregazione per il Clero, tenuta presso l'Università Europea di Roma – Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” Master in Architettura, Arti sacre e Liturgia, Venerdì, 25 marzo 2011. Essa condensa mirabilmente il nostro sentire cattolico. Auspichiamone frutti copiosi, perché ce n'è davvero bisogno. Prendetelo come un preludio gioioso e riconoscente in onore dell'Assunta, che celebreremo tra due giorni.

Ministri della Bellezza: Architettura, Arti sacre e Liturgia
al servizio della missione dei sacerdoti


Chiarissimi Rettori, Rev.mo Padre Abate, Carissimi confratelli nel Sacerdozio, Cari e “preziosi” Architetti ed Artisti, Gentili convenuti tutti,

Sono lieto di essere qui tra voi, oggi, nella solare Solennità dell’Annunciazione del Signore, collocata all’esordio di primavera ed autentica primavera teologica. Ringrazio sentitamente il Coordinatore del Master, il Rev.do Prof. Uwe Michael Lang, per le cordiali parole di benvenuto e, soprattutto, per il prezioso lavoro profuso in questa opera. Desidero altresì esprimere la mia viva gratitudine a tutti voi, architetti e artisti del Master, che frequentate in quest’anno o che siete “ritornati oggi” in quella che, oltre ad essere un’esperienza accademica, vuole essere sempre più una dimora. La dimora è un luogo nel quale la memoria di se stessi, di quello che siamo, delle ragioni profonde che animano il nostro lavoro, è continuamente richiamata e sostenuta, soprattutto attraverso quella trama di relazioni buone che caratterizzano ogni movimento cristiano. Il modello supremo della Dimora, in questo senso, è l’Abbazia e, per analogia, la chiesa: luogo anche fisico nel quale l’uomo può essere ri-creato!

Con questo spirito abbiamo accolto l’appello del Santo Padre Benedetto XVI a partecipare, attivamente e con passione, a quel perenne rinnovamento nella fedeltà che, anche nella liturgia, nell’architettura e nell’arte sacra, sempre deve trovare spazio nella vita ecclesiale.

L’auspicio di tutti è che nei prossimi decenni possa progressivamente, ma costantemente, anche a livello istituzionale, essere tematizzata la cruciale questione dell’architettura e dell’arte sacra, senza pregiudizi o contrapposizioni, senza sterili nostalgie o pericolose fughe in avanti, perché possa aver luogo un vero e proprio rinnovamento di queste dimensioni cruciali della vita della Chiesa. Ogni autentico rinnovamento, nella Chiesa, non può che essere considerato alla luce dell’imprescindibile rinvigorimento della fede accolta, professata e vissuta. Ogni passo, ogni gesto di questo prezioso Pontificato pare inequivocabilmente votato a tale profondo rinnovamento!

Siamo qui riuniti, per volgere insieme lo sguardo a come l’Architettura e le Arti sacre siano chiamate a servire la Bellezza, e, quindi, come voi stessi, carissimi architetti ed artisti, siate chiamati a diventare, sempre più limpidamente, “ministri” della Bellezza e, conseguentemente, collaboratori della Salvezza di Cristo.

Direbbe san Paolo: «Adiutor gaudii vestrii» - «Collaboratore della vostra gioia» (2Cor 1,24), e quale gioia è più grande e profonda della Bellezza? Quale esperienza è gaudio più profondo di quella estetica? Quale rimanda più potentemente all’esperienza del soprannaturale, alla bellezza, che è Dio stesso?

Nostro Signore, Verbo incarnato, morto e risorto, raggiunge oggi gli uomini di ogni tempo e luogo attraverso le membra del Suo Corpo, che è la Chiesa, attraverso l’agire sacramentale e liturgico e, perciò, in modo unico, tramite i suoi sacerdoti.

Non intendo, con questo, delineare una mera subordinazione della vostra professione alla Missione ecclesiale, ma soltanto riconoscere, con voi e per voi, come l’andare a fondo dell’opera artistica, sia un divenire anzitutto “esperti” e, poi, ministri della Bellezza. È un incrementare la vostra stessa vita, associarvi alla “bellezza” più autentica, che è l’opera di Redenzione dell’umanità.

Afferma a tale riguardo San Tommaso d’Aquino che la santificazione dell’uomo, avendo come scopo e termine il bene eterno della deificazione dell’uomo, «è un’opera più grande della creazione del cielo e della terra, la quale ha come termine un bene mutevole» [I,II q. 113, a.9]. La Liturgia, perciò, è l’Opus Dei per eminenza che dà il vero senso dell’eternità della persona.

Nello svolgere questo argomento, mi soffermerò, fondamentalmente, su tre punti: il concetto di bellezza, la novità che scaturisce dal Mistero dell’Incarnazione e le conseguenze che ne derivano per la costruzione dell’edificio sacro.

1. Il concetto di bellezza
In una concezione “laica” di bellezza, dalla quale siamo sempre, in qualche modo, contaminati, potrebbe sembrare quanto meno curioso il titolo dell’incontro odierno: “Ministri della Bellezza”. Come sarebbe possibile infatti concepire un arte “a servizio” della bellezza? Ad alcuni pensatori pare più razionale, piuttosto, pensare ad un arte che sia “artefice”, “creatrice” di bellezza o, come è avvenuto sempre più diffusamente nell’epoca contemporanea, lasciare che sia la scuola tecnica o addirittura la singola produzione artistica a definire che cosa è “bellezza”. In questi anni, infatti, è palese come quanto più il contenuto di una produzione umana risulta dipendente dall’estro dell’artista, dall’autoreferenzialità del suo pensiero, tanto più volentieri, a tale contenuto, si attribuisca il concetto di “bello”, anche qualora esso risulti, in se stesso, logicamente incomprensibile, irreale e, talvolta, esplicitamente negativo.

Questa idea “laica” appare, però, totalmente inadatta ad una concezione autenticamente umana di bellezza e sembra derivare dalla crescente disabitudine ed incapacità da parte dell’uomo di “ascoltare” la realtà ed il proprio cuore.

La bellezza, infatti, secondo la concezione di San Tommaso - una delle comprensioni più alte che l’animo umano abbia mai raggiunto di se stesso e della realtà tutta - costituisce uno dei cosiddetti “trascendentali”, cioè di quelle caratteristiche che sono proprie di ogni ente filosoficamente inteso, l’uno, il vero, il buono ed il bello, appunto, e che derivano dal fatto che il suo essere è “dato”, per partecipazione, da Colui che è lo Stesso Essere Sussistente, cioè da Dio. Secondo tale concezione, quindi, la bellezza di un ente risulta tanto più grande, quanto maggiore è la partecipazione di quell’ente all’Essere di Dio.

Questa è la bellezza: il venire da Dio ed a Lui condurre!

E l’uomo è, nell’universo, l’unico, eccetto gli esseri spirituali, che sia capace di riconoscere, in modo originario ed immediato, tale bellezza, e quindi l’unico a poter ringraziare, lodare e servire Colui al quale essa rimanda. E le realtà create rimandano il cuore dell’uomo al Creatore di tutte le cose, attraverso la gratuità, che la loro esistenza è, e, insieme, attraverso la loro bontà e verità, cioè attraverso il marchio che di Dio portano con sé e che fece scrivere a San Giovanni Apostolo: «Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3).

In questa concezione metafisica ed antropologica di bellezza, quindi, risulta “bello” ciò che “naturalmente” rimanda a Dio, cioè tutta la creazione, e, in modo eminente, l’uomo religioso, colui che, con la propria libertà, riconosce ed ama il suo Creatore. Sempre in questa concezione di bellezza, che mi sembra essere la più oggettiva ed universalmente sperimentabile, l’uomo che cerchi di rendere presente, col proprio lavoro, la bellezza contemplata, vi riuscirà nella misura in cui comprenderà, prima, e riprodurrà nella propria opera, poi, la stessa dinamica comunicativa della realtà creata.

Quanto detto circa la realtà della bellezza, oltre a mostrarne l’intimo legame con la verità e la bontà, ne salva anche l’assoluta oggettività: essa infatti non dipende più dall’arbitrio dell’uomo, secondo il pensiero idealista che considera i trascendentali come strutture dell’intelletto, ma dipende dallo stesso sguardo di Dio sulla Sua creazione: «e Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,25).

In secondo luogo, tale concezione salva anche la nostra soggettività, poiché le consente di uscire dal soffocante ripiegamento su se stessa e di svilupparsi nella libera adesione a ciò che realmente le corrisponde, e all’interno del quale soltanto essa può fiorire in modo prima inimmaginabile.

2. La novità del Mistero dell’Incarnazione
Ora, se quanto detto in estrema sintesi, corrisponde alla realtà “naturale” della bellezza, con l’Avvenimento Cristiano assistiamo al capovolgimento totale, paradossale, ma allo stesso tempo incredibilmente delicato ed armonioso, del concetto stesso di bellezza. Si tratta di quel Mistero che, nella Solennità odierna, la Chiesa ci invita a contemplare: «Angelus Domini nuntiavit Mariae, et concepit de Spiritu Sancto». La Beata Vergine Maria, offrendo il proprio incondizionato “sì” alla divina Volontà, concepì il Cielo nel suo grembo e, così, la Realtà vera ed eterna, alla quale tutta la creazione da sempre innalzava il proprio canto, in Maria, si è fatta presente alla maniera di tutte le realtà create; la Bellezza si è fatta carne: «Et Verbum caro factum est» (Gv 1,14).

Dio, l’Eterno Presente, si è fatto presente in un modo umanamente comprensibile, cioè materialmente osservabile e misurabile, ma, al contempo, in un modo che eccede ogni umana misura. Credo di poter dire che qualcosa di questo paradosso divino, sia riconducibile, da un punto di vista fenomenologico, ad un aspetto particolare del Mistero dell’Incarnazione: il Verbo di Dio, facendosi uomo, ha assunto, ha fatto “proprio” quanto c’è di più “divino” nell’universo, di più originario ed imprevedibile, cioè un’autentica libertà umana.

Nella libertà di un uomo, chiamato Gesù di Nazareth, duemila anni fa, ha cominciato ad essere presente ed operante l’Essere stesso di Dio, tanto che l’autore sacro ha potuto scrivere: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore» (1Gv 4,16) e, in un altro passo: «In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il Suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la Vita per Lui» (1Gv 4,9). Nel dialogo d’amore con il Signore Gesù, con Colui che è, al contempo, il figlio del falegname ed «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3), gli uomini hanno cominciato ad essere attirati dentro lo stesso dialogo d’amore di Dio.

Tutta la naturale bellezza dell’universo – adesso lo sappiamo – canta il Santissimo Nome di Gesù di Nazareth, e ciò che vi è di più “bello”, ora, è la realizzazione, in Cristo, della perfetta umanità, cioè della perfetta Comunione della creatura con il suo Creatore. Se, infatti, nelle realtà create, tra le quali spicca eminentemente l’uomo, ci è dato di contemplare il “bello” – qualcosa che viene da Dio e che a Lui conduce –, nella culla di Betlemme è offerta ai nostri occhi la stessa Bontà, la Verità, la Bellezza che il nostro cuore oppresso, talvolta, immaginava di potersi procurare da sé, ma di cui restava in definitiva privo.

Quindi, innanzitutto, quella Bellezza trascendente, che è Dio stesso, ed alla quale prima non si poteva fare che un indiretto riferimento – ogni umana definizione, infatti, si sarebbe automaticamente configurata come atto idolatrico –, è divenuta toccabile, udibile, visibile, cioè umanamente esperibile, in un uomo, in un volto: il Logos, per mezzo del Quale tutte le cose sono state fatte, si è dato a noi in un punto del tempo e dello spazio perché potessimo riconoscerlo con gli occhi della carne, ascoltarne l’amorevole invito e, nella Sua sequela, ritrovare noi stessi, la nostra vera identità, cioè la perfetta Comunione con Dio.

In secondo luogo, tale perfetta Comunione è stata realizzata «a caro prezzo» (1Cor 6,20), giungendo al suo culmine nell’obbedienza di Cristo «fino alla morte, e alla morte di Croce» (cfr. Fil 2,8). Se, infatti, l’unzione sacerdotale del Verbo di Dio è stata l’Incarnazione, il perfetto compimento di tale consacrazione-unzione è costituito dal Sacrificio della Croce, che consuma e trasforma, col fuoco dello Spirito, la carne assunta da Cristo.

Quella disarmata Bellezza accolta dai pastori di Betlemme, raggiunge il culmine nella Passione di Cristo, nella Sua morte violenta, nell’obbrobrio della Croce! Quanto vi era di più riluttante per l’uomo, cioè la morte, è diventato con Cristo la vera Bellezza, proprio per quell’inscindibilità del bello dal vero e dal buono, i quali, nell’Amore oblativo di Cristo, sono perfettamente compiuti.

Questa somma ed eterna Bellezza, che si è rivelata a noi nel Mistero della Croce, e che ci raggiunge, per dono dello Spirito, nella Risurrezione di Cristo, può essere riconosciuta e accolta dagli uomini, adesso, nella Santissima Eucaristia. In essa, Cristo ha affidato Se stesso e, quindi, i tesori della Salvezza, agli Apostoli ed ai loro successori.

In essa, il Signore Risorto è come crocifisso al nostro presente e, così, ci attira dentro il Suo futuro.

Tale divina attrazione, poi, quasi naturalmente, ci conduce ai piedi del confessionale, per consegnare le nostre resistenze ed il nostro peccato e ricevere in cambio la rigenerazione del Perdono.

Prosegue così, nella storia, quel circolo virtuoso, quella “scala di Giacobbe”, nella quale tutta la nostra personale esistenza, ogni nostro atto ed ogni circostanza, vengono abbracciati e trasformati. È la dinamica del vivo rapporto con Cristo, che la sacra Scrittura, ed in particolare i santi Vangeli, contengono e trasmettono, e del quale i Santi sono limpidi testimoni.

3. Conseguenze per la costruzione dell’edificio sacro
Dopo quanto abbiamo detto sulla novità del Mistero dell’Incarnazione, si comprende bene quale sia il compito del Sacerdozio ministeriale, e come la vostra missione possa contribuirvi.

Compito dei Sacerdoti è rendere presente la Bellezza che salva e offrirla agli uomini, dopo essere stati intimamente conquistati da essa e sacramentalmente trasformati. Ciò avviene, in modo eminente, nell’Eucaristia e nella Confessione sacramentale, nelle quali gli uomini, da duemila anni, si recano “fisicamente” davanti al Signore e vivono di Lui.

Compito degli architetti e degli artisti, poi, sarà innanzitutto lasciarsi coinvolgere da questa Bellezza, che suscita e permette l’atto di fede, aprendo sempre più il cuore dell’uomo all’opera della grazia e “trasferendolo” davanti alla Luce invisibile del Sacramento.

Gli artisti, possono e devono innanzitutto “fruire” dell’Amore di Cristo, che li raggiunge tramite i Sacerdoti, sia divenendo realmente presente sull’altare, sia abbracciando l’umana miseria nel Sacramento della Riconciliazione.

In secondo luogo, a partire dalla vostra reale, ecclesiale, ed insieme, personalissima accoglienza del Suo Amore, potrete comunicare qualcosa di vero agli altri. Infatti, nessuno può condurre l’altro laddove egli già non sia, ad una meta che non conosce. Nella misura in cui vi lascerete coinvolgere dalla Bellezza del Salvatore, potrete condurre i nostri fratelli a riconoscerla.

Aiuterete così anche i Ministri ordinati in una duplice maniera: da un lato, accompagnando il loro annuncio, attraverso le rappresentazioni artistiche della realtà di Cristo e del Suo dialogo con gli uomini, così come i Vangeli scritti e quei Vangeli viventi che sono i Santi ci testimoniano; dall’altro, sostenendo i Sacerdoti nella comprensione della loro reale, nuova identità, così da poter essere accompagnati, anche dalla bellezza, in quel cammino di assimilazione dell’essere sacramentale ricevuto, che nella Celebrazione Eucaristica ha il proprio rinnovamento ed il proprio culmine.
Conseguentemente, proprio partendo dalla bellezza ontologicamente intesa e dalla nuova concezione di bellezza derivante dal mistero dell’evento storico di Cristo Signore, è necessario riconoscere come l’Incarnazione, la Croce e l’Eucaristia – presenza del Risorto tra noi e nel mondo – siano le tre “dimensioni” dello spazio sacro.

Questo non può essere a-storico, perché il cristianesimo è una fede rivelata e perciò storica; non può essere de-forme, perché il Verbo si è fatto carne in una “forma” determinata ed insuperabile: l’uomo; non può, soprattutto, essere uno spazio a-polide, disorientato e disorientante, poiché Cristo è il Sole di giustizia, la Via, la Verità e la Vita. Egli è l’orientamento, la stella polare verso cui l’intera esistenza cristiana guarda costantemente.

A Cristo anche ciascun sacerdote è chiamato a guardare, soprattutto nella celebrazione dei divini misteri: la forma dello spazio sacro, la luce, l’arte che in esso vive e che, nel contempo, gli dona vita, sostengono un tale orientamento interiore innanzitutto del celebrante.

Lo spazio fisico della chiesa, che è sempre un segno inequivocabile della presenza del mistero nel mondo, acquista in modo più pieno e compiuto il proprio reale significato nella celebrazione liturgica. È differente lo stare in una chiesa anche molto bella, ma “muta” ed il vivere in pienezza la liturgia che in essa si celebra. Nella liturgia e della liturgia la chiesa vive, anche come edificio! Le pietre, le forme, le statue, gli affreschi, i dipinti, le vetrate, la musica, il canto, i gesti, tutto vive e riverbera nella sacra liturgia.

Lo spazio sacro viene, così, trasfigurato dal rito e, in particolare, da quel vertice sacramentale che è l’Eucaristia! Lo spazio è trasfigurato nella “Gerusalemme celeste”, che è realmente presente nel Sacramento e ci accoglie al proprio interno. Esso è chiamato a significare, così, la “precipitazione” del Cielo sulla terra, nella quale il Mistero percorre per noi quella distanza prima incolmabile.

D’altro lato il percorso di conversione e salvezza che l’uomo è chiamato a compiere nell’incontro con Cristo, dilata lo spazio sacro fino a quello specialissimo ed intangibile “spazio” che è la libertà umana. Nessun architetto o artista dovrebbe mai dimenticare come il vero “spazio sacro”, sul versante dell’uomo, sia quello della libertà e che mai, in alcun caso, la realizzazione di uno spazio e di un opera d’arte dovrebbe avere come conseguenza, anche solo percepita, la costrizione, l’oppressione della persona.

Lo spazio sacro è anche lo spazio antropologico ed entrambi sono inseriti e donano significato allo spazio cosmico. Questo, anche se oggi è così lontano dalla comune esperienza degli uomini, è, e rimane, essenziale, anzi determinante, per l’incontro con la bellezza seconda e con il Suo Creatore: la Bellezza prima.

Conclusione
Essere “ministri della Bellezza” significa, allora, essere servi della bellezza; servi della bellezza in se stessa e, soprattutto, dell’incontro degli uomini con la bellezza.

Mentre i sacerdoti, ministri per grazia ontologicamente conferita ed essenzialmente differente, vivono e mostrano primordialmente la Bellezza Divina attraverso l’annuncio della Buona novella e la celebrazione dei sacramenti, tutti siete chiamati, in forza del battesimo e - è doveroso ricordarlo - anche della comune ragione umana, a servire la bellezza come reale possibilità di salvezza, come antidoto alla dispersione, al disorientamento, allo smarrimento dell’io e del significato dell’esistenza.

Allora non sarete appena Architetti ed artisti, ma sarete “collaboratori della gioia” degli uomini, perché ministri, servi della bellezza! Ci assista la Vergine Annunziata, la Vergine del sì che, proprio per questo sì, è Causa nostrae Letitiae!

mercoledì 10 agosto 2011

Aspetti della ecclesiologia cattolica nella recezione del Concilio Vaticano II - Conferenza tenuta da Mons. Guido Pozzo, Segretario della Ecclesia Dei

Testo della conferenza di Mons. Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", fatta ai sacerdoti europei della Fraternità San Pietro il 2 luglio 2010 a Wigratzbad.

Non senza dover ricordare che Il Concilio nei suoi punti più ambigui nel linguaggio e nella novità di alcune proposte dottrinali non è mai stato esplicitato in modo esaustivo e definitivo così da poter aderirvi senza neppur dover ricorrere, per salvar capre e cavoli a quella divisione di gradi di consenso ricordati da Mons. Gherardini.

La S. Sede con molti anni di ritardo sembra cominci a prender atto delle distorsioni e dei disorientamenti perché ormai è ineludibile il fatto che i documenti del Vat. II - privo com'è volutamente sin dall'indizione della nota di infallibilità che si esprime soprattutto nei canoni che in esso mancano, dati i suoi presupposti più modesti - non abbiano tutti lo stesso valore. Uno stesso documento in una parte può ribadire dottrine sempre credute ed in quel caso è vincolante; nella pagina seguente può esporre argomentazioni teologiche o posizioni dottrinali non facilmente incanalabili nel magistero precedente, e allora restano sì magistero, ma puramente come indicazioni pastorali e queste posson esser messe in discussione. Ora lo si può fare con maggiore apertura e nell'intervista è evidente l'intenzione di affermare che ciascuna della notvità introdotte dal concilio è in continuità con l'equivalente dottrina pregressa. Ma il discorso di Pozzo non risolve quali siano i criteri di appartenenza alla Chiesa né la sua causa formale. E' la solita tiritera del Concilio male interpretato che vuole salvare una continuità solo proclamata e non dimostrata dogmaticamente.

E tuttavia è sotto gli occhi di tutti l'attentato alla continuità perpetrato attraverso le varie dottrine uscite dal concilio e sviluppate nel post-concilio: nuova ecclesiologia; collegialità; libertà religiosa; fusione delle fonti della Rivelazione; ecumenismo senza rete; sincretismo diffuso (Assisi nonché Rito insegnamenti e prassi neocatecumenali e neomoderniste); tendenze giudaizzanti; irenismo ingenuo e superficiale; affermazione del medesimo Dio adorato da cristiani, ebrei e islamici; modifica della “Dottrina della sostituzione” della Sinagoga con la Chiesa in “dottrina delle due salvezze parallele”; antroprocentrismo ed equivocità tra chiesa storica e chiesa metafisica; sostituzione del Rito: Novus Ordo Missae in luogo del Rito usus Antiquior, oggi riesumato ma purtroppo in subordine; per finire con la dottrina che tutte le genera e raccoglie, l’ameriana «dislocazione della divina Monotriade» con cui la libertà ruba il primato alla verità.


Premessa

Se si considera la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, si rendono subito visibili la grandezza e l’ampiezza dell’approfondimento del mistero della Chiesa e del suo rinnovamento interiore, ad opera dei Padri conciliari. Se però si legge o si ascolta molto di ciò che è stato detto da certi teologi, alcuni famosi, altri che inseguono una teologia dilettantistica, o da una diffusa pubblicistica cattolica post conciliare, non si può non essere assaliti da una profonda tristezza e non si possono non nutrire serie preoccupazioni. È davvero difficile concepire un contrasto maggiore di quello esistente tra i documenti ufficiali del Concilio Vaticano II, del Magistero pontificio posteriore, degli interventi della Congregazione per la Dottrina della Fede da un parte, e, dall’altra parte, le tante idee o le affermazioni ambigue, discutibili e spesso contrarie alla retta dottrina cattolica, che si sono moltiplicate negli ambienti cattolici e in genere nell’opinione pubblica. Quando si parla del Concilio Vaticano II e della sua recezione, il punto chiave di riferimento ormai deve essere uno solo, quello che lo stesso Magistero pontificio ha formulato in modo chiarissimo e inequivocabile. Nel Discorso del 22 dicembre alla Curia Romana Papa Benedetto XVI si è così espresso: “Emerge la domanda: perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile ? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente, ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare – aggiunge il Santo Padre –‘ermeneutica della discontinuità e della rottura’; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’ ‘ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del popolo di Dio in cammino” (cf. Benedetto XVI, Insegnamenti, vol. I, 2005, Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2006, pp. 1023 sg.).

Evidentemente, se il Santo Padre parla di due interpretazioni o chiavi di lettura divergenti, una della discontinuità o rottura con la Tradizione cattolica, e una del rinnovamento nella continuità, ciò significa che la questione cruciale o il punto veramente determinante all’origine del travaglio, del disorientamento e della confusione che hanno caratterizzato e ancora caratterizzano in parte i nostri tempi non è il Concilio Vaticano II come tale, non è l’insegnamento oggettivo contenuto nei suoi Documenti, ma è l’interpretazione di tale insegnamento.

In questa esposizione mi propongo di sviluppare brevemente due aspetti particolari, allo scopo di mettere in luce i punti fermi per una interpretazione corretta della dottrina conciliare, a confronto con le deviazioni e gli equivoci provocati dall’ermeneutica della discontinuità:

I. L’unità e l’unicità della Chiesa cattolica.

II. La Chiesa cattolica e le religioni in rapporto alla salvezza.

Nella conclusione infine vorrei fare alcune considerazioni sulle cause dell’ermeneutica della discontinuità con la Tradizione, mettendo in risalto soprattutto la forma mentis che ne sta alla base.

I. L’unità e l’unicità della Chiesa cattolica.

1. Contro l’opinione, sostenuta da numerosi teologi, che il Vaticano II abbia introdotto cambiamenti radicali riguardo la comprensione della Chiesa, si deve constatare anzitutto che il Concilio rimane sul terreno della Tradizione per ciò che concerne la dottrina sulla Chiesa. Ciò tuttavia non esclude che il Concilio abbia prodotto nuovi orientamenti ed esplicitato alcuni determinati aspetti. La novità rispetto alle dichiarazioni precedenti il Concilio è già nel fatto che il rapporto della Chiesa cattolica verso le chiese ortodosse e le comunità evangeliche nate dalla Riforma luterana è trattato come tema a se stante e in modo formalmente positivo, mentre nell’Enciclica Mortalium animos di Pio XI (1928), ad esempio, lo scopo era quello di delimitare e distinguere nettamente la Chiesa cattolica dalle confessioni cristiane non cattoliche.

2. E tuttavia, in primo luogo, il Vaticano II insiste sulla posizione di unità e unicità della vera Chiesa, riferendosi alla Chiesa cattolica esistente: “È questa l’unica Chiesa di Cristo che nel simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica” (LG, 8). In secondo luogo, il Concilio risponde alla domanda su dove sia possibile trovare la vera Chiesa: “Questa Chiesa, costituita ed organizzata in questo mondo come società, sussiste nella Chiesa cattolica” (LG, 8). E per evitare ogni equivoco riguardo all’identificazione tra la vera Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica, si aggiunge che si tratta della Chiesa “governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui” (LG, 8). L’unica Chiesa di Cristo ha dunque nella Chiesa cattolica la sua realizzazione, la sua esistenza, la sua stabilità. Non c’è nessuna altra Chiesa di Cristo accanto alla Chiesa cattolica. Con ciò si afferma – almeno implicitamente - che la Chiesa di Gesù Cristo non è divisa in se stessa, neanche nella sua sostanza e che la sua unità indivisa non viene annullata dalle tante separazioni dei cristiani.

Tale dottrina sull’indivisibilità della Chiesa di Cristo, della sua identificazione sostanziale con la Chiesa cattolica, è ribadita nei Documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, Mysterium Ecclesiae (1973), Dominus Iesus, 16 e 17 (2000) e nei Responsa ad dubia su alcune questioni ecclesiologiche (2007).

L'espressione subsistit in di Lumen gentium 8 significa che la Chiesa di Cristo non si è smarrita nelle vicende della storia, ma continua ad esistere come un unico e indiviso soggetto nella Chiesa cattolica. La Chiesa di Cristo sussiste, si ritrova e si riconosce nella Chiesa cattolica. In questo senso, vi è piena continuità con la dottrina insegnata precedentemente dal Magistero (Leone XIII, Pio XI e Pio XII).

3. Con la formula “subsistit in” la dottrina del Concilio – conformemente alla Tradizione cattolica – voleva esattamente escludere qualsiasi forma di relativismo ecclesiologico. Nello stesso tempo la sostituzione del “subsistit in” con l’ “est” adoperato dall’Enciclica Mystici Corporis di Pio XII, intende affrontare il problema ecumenico in modo più diretto ed esplicito di quanto si era fatto in passato. Sebbene la Chiesa sia soltanto una e si trovi in un unico soggetto, esistono però al di fuori di questo soggetto elementi ecclesiali veri e reali, che, tuttavia, essendo propri della Chiesa cattolica, spingono all’unità cattolica.

Il merito del Concilio è d’una parte di aver espresso l’unicità, l’indivisibilità e la non moltiplicabilità della Chiesa cattolica, e d’altra parte aver riconosciuto che anche nelle confessioni cristiane non cattoliche esistono doni ed elementi che hanno carattere ecclesiale, che giustificano e spingono ad operare per la restaurazione dell’unità di tutti i discepoli di Cristo. La pretesa di essere l’unica Chiesa di Cristo non può essere infatti interpretata al punto da non riconoscere la differenza essenziale tra i fedeli cristiani non cattolici e i non battezzati. Non è possibile infatti mettere sullo stesso piano quanto all’appartenenza alla Chiesa i cristiani non cattolici e coloro che non hanno ricevuto il battesimo. Il rapporto con la Chiesa cattolica da parte delle Chiese e Comunità ecclesiali cristiane non cattoliche non è tra il nulla e il tutto, ma è tra la parzialità della comunione e la pienezza della comunione.

4. Nel paradosso, per così dire, della differenza tra unicità della Chiesa cattolica ed esistenza di elementi realmente ecclesiali al di fuori di questo unico soggetto, si riflette la contradditorietà della divisione e del peccato. Ma tale divisione è qualcosa di totalmente diverso da quella visione relativistica che considera la divisione fra i cristiani non come una frattura dolorosa, ma come la manifestazione delle molteplici variazioni dottrinali di uno stesso tema, nel quale tutte le variazioni o divergenze sarebbero in qualche modo giustificate e dovrebbero fra loro riconoscersi e accettarsi come differenze o divergenze. L’idea che ne deriva è che l’ecumenismo dovrebbe consistere nel reciproco e rispettoso riconoscimento delle diversità, e il cristianesimo sarebbe alla fine l’insieme dei frammenti della realtà cristiana. Tale interpretazione del pensiero conciliare è espressione per l’appunto di quella discontinuità o rottura con la Tradizione cattolica e rappresenta una profonda falsificazione del Concilio.

5. Per recuperare una autentica interpretazione del Concilio nella linea di un’evoluzione nella continuità sostanziale con la dottrina tradizionale della Chiesa, occorre sottolineare che gli elementi di «santificazione e di verità» che le altre Chiese e Comunità cristiane hanno in comune con la Chiesa cattolica, costituiscono insieme la base per la reciproca comunione ecclesiale e il fondamento che le caratterizza in modo vero, autentico e reale. Sarebbe però necessario aggiungere, per completezza, che quanto esse hanno di proprio, non condiviso dalla Chiesa cattolica e che separa da essa queste comunità, le connota come non-Chiesa. Esse quindi sono «strumento di salvezza» (UR 3) per quella parte che hanno in comune con la Chiesa cattolica e i loro fedeli seguendo questa parte comune possono raggiungere la salvezza; per quella parte invece che è estranea o opposta alla Chiesa cattolica, esse non sono strumenti di salvezza (salvo che si tratti di coscienza invincibilmente erronea; in tal caso il loro errore non è imputabile, sebbene si debba qualificare la coscienza comunque come erronea) [cf. ad es. il fatto delle ordinazioni di donne al sacerdozio e all’episcopato, o l’ordinazioni di persone omosessuali in certe comunità anglicane o vetero-cattoliche].

6. Il Vaticano II insegna che tutti i battezzati in quanto tali sono incorporati a Cristo (UR 3), ma nello stesso tempo dichiara che si può parlare soltanto di una aliqua communio, etsi non perfecta, tra i credenti in Cristo e battezzati non cattolici da una parte e la Chiesa cattolica dall'altra (UR 3).

Il battesimo costituisce il vincolo sacramentale dell'unità dei credenti in Cristo. Tuttavia esso di per sé è soltanto l'inizio e l'esordio, per così dire, perché il battesimo tende intrinsecamente all'acquisto della intera vita in Cristo. Pertanto il battesimo è ordinato all'integra professione di fede, all'integrale comunione nell'istituzione della salvezza voluta da Cristo, che è la Chiesa, e infine all'integrale inserzione nella comunione eucaristica (UR 22). È evidente quindi che l’appartenenza ecclesiale non si può mantenere piena, se la vita battesimale ha poi un seguito sacramentale e dottrinale oggettivamente difettoso e alterato. Una Chiesa è pienamente identificabile soltanto laddove si trovano riuniti gli elementi «sacri» necessari e irrinunciabili che la costituiscono come Chiesa: la successione apostolica (che implica la comunione con il Successore di Pietro), i sacramenti, la sacra Scrittura. Quando qualcuno di questi elementi manca o è difettosamente presente, la realtà ecclesiale risulta alterata in proporzione della manchevolezza riscontrata. In particolare, il termine «Chiesa» può essere legittimamente riferito alle Chiese orientali separate, mentre non lo può essere alle Comunità nate dalla Riforma, poiché in queste ultime l'assenza della successione apostolica, la perdita della maggior parte dei sacramenti, e specialmente dell'eucaristia, feriscono e indeboliscono una parte sostanziale della loro ecclesialità (cf. Dominus Iesus, 16 e 17).

7. La Chiesa cattolica ha in sé tutta la verità, poiché è il Corpo e la Sposa di Cristo. Tuttavia non la comprende tutta pienamente. Perciò ha bisogno di essere guidata dallo Spirito «alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Altro è l'essere, altra la conoscenza piena dell'essere. Perciò la ricerca e la conoscenza progredisce e si sviluppa. Anche i membri della Chiesa cattolica non sempre vivono all'altezza della sua verità e dignità. Perciò la Chiesa cattolica può crescere nella comprensione della verità, nel senso di appropriarsi consapevolmente e riflessamente di ciò che ontologicamente ed esistenzialmente essa è già. In questo contesto si capisce l'utilità e la necessità del dialogo ecumenico, per recuperare ciò che eventualmente sia stato emarginato o trascurato in determinate epoche storiche e integrare nella sintesi dell'esistenza cristiana nozioni in parte dimenticate. Il dialogo con i non cattolici non è mai sterile né formale, nel presupposto però che la Chiesa è consapevole di avere nel suo Signore la pienezza della verità e dei mezzi salvifici.

Le suddette puntualizzazioni dottrinali consentono di sviluppare una teologia in piena continuità con la Tradizione e nello stesso tempo in linea con l’orientamento e l’approfondimento voluto dal Concilio Vaticano II e dal Magistero successivo fino ad oggi.

II. La Chiesa cattolica e le religioni in rapporto alla salvezza

È normale che, in un mondo che cresce sempre più assieme fino a produrre un villaggio globale, anche le religioni si incontrino. Così oggi la coesistenza di religioni diverse caratterizza sempre più la quotidianità degli uomini. Ciò conduce non solo ad un avvicinamento esteriore di seguaci di religioni diverse, ma contribuisce ad uno sviluppo di interessi verso sistemi di religioni fino ad oggi sconosciute. Nell’Occidente prevale sempre più nella coscienza collettiva la tendenza dell’uomo moderno a coltivare la tolleranza e la liberalità, abbandonando sempre più la pretesa del Cristianesimo ad essere la “vera” religione. La cosiddetta pretesa di assolutezza del cristianesimo, tradotta nella formula tradizionale dell’unica Chiesa in cui soltanto vi è la salvezza, incontra oggi tra i cattolici e gli evangelici incomprensione e rifiuto. Alla formula classica “extra Ecclesiam nulla salus”, oggi si sostituisce spesso la formula “extra Ecclesiam multa salus”.

Le conseguenze di questo relativismo religioso non sono soltanto di ordine teoretico, ma hanno riflessi devastanti di ordine pastorale. È sempre più diffusa l’idea che la missione cristiana non deve più perseguire il fine della conversione delle genti al Cristianesimo, ma la missione si limita ad essere o pura testimonianza della propria fede o impegno nella solidarietà e nell’amore fraterno per la realizzazione della pace tra i popoli e della giustizia sociale.

In tale contesto si può osservare una deficienza fondamentale, cioè la perdita della questione della verità. Venendo a mancare la domanda sulla verità, cioè sulla vera religione, l’essenza della religione non si differenzia più dalla sua mistificazione, cioè la fede non riesce a distinguersi più dalla superstizione, l’esperienza autentica religiosa non si distingue più dall’illusione, la mistica non si distingue più dal falso misticismo. Infine, senza la pretesa di verità, anche l’apprezzamento per ciò che è giusto e valido nelle diverse religioni, diventa contraddittorio, perché manca il criterio di verità per constatare ciò che di vero e di buono c’è nelle religioni.

È quindi necessario e urgente oggi richiamare i punti fermi della dottrina cattolica sul rapporto tra Chiesa e religioni in ordine alla questione della verità e della salvezza, salvaguardando l’identità profonda della missione cristiana di evangelizzazione. Presentiamo una sintesi ordinata dell’insegnamento del Magistero al riguardo, che mette in luce come anche su questo aspetto esiste una continuità sostanziale del pensiero cattolico, pur nella ricchezza delle sottolineature e delle prospettive emergenti nel Concilio Vaticano II e nel più recente Magistero pontificio.

1. Il mandato missionario. Cristo ha inviato i suoi Apostoli perché “nel suo Nome” “siano predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24, 47). “Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). La missione di battezzare, dunque la missione sacramentale, è implicita nella missione di evangelizzare, poiché il sacramento è preparato dalla Parola di Dio e dalla fede, la quale è consenso a questa Parola (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1122).

2. Origine e scopo della missione cristiana. Il mandato missionario del Signore ha la sua ultima origine nell’amore eterno della Santissima Trinità e il fine ultimo della missione altro non è che di rendere partecipi gli uomini della comunione che esiste tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 850).

3. Salvezza e Verità. “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tim 2,4). Ciò significa che “Dio vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità” (Dich. Dominus Iesus, 22). “La certezza della volontà salvifica universale di Dio non allenta, ma aumenta il dovere e l’urgenza dell’annuncio della salvezza e della conversione al Signore Gesù Cristo” (Ibid).

4. La vera religione. Il Concilio Vaticano II “professa che lo stesso Dio ha fatto conoscere al genere umano la via, attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo trovare salvezza e divenire beati. Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini” ( Dich. Dignitatis humanae, 1).

5. Missione ad gentes e dialogo inter-religioso. Il dialogo inter-religioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. “Inteso come metodo e come mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non soltanto non si contrappone alla missio ad gentes, anzi ha speciali legami con essa e ne è un’espressione” (Lett. Enc. Redemptoris missio, 55). “Il dialogo non dispensa dall’evangelizzazione”(ibid.) né può sostituirla, ma accompagna la missio ad gentes (cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Dich. Dominus Iesus, 2 e Nota sull’evangelizzazione). “I credenti possono trarre profitto per se stessi da questo dialogo, imparando a conoscere meglio “tutto ciò che di verità e di grazia era già riscontrabile, per una presenza nascosta di Dio, in mezzo alle genti” (Dich. Ad gentes, 9). Se infatti essi annunciano la Buona Novella a coloro che la ignorano, è per consolidare, completare ed elevare la verità e il bene che Dio ha diffuso tra gli uomini e i popoli, e per purificarli dall’errore e dal male “per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità dell’uomo” (Ibid.)” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 856).

6. Quanto al rapporto tra Cristianesimo, ebraismo e islam, il Concilio non afferma affatto la teoria, che purtroppo si sta diffondendo nella coscienza dei fedeli, secondo la quale le tre religioni monoteiste (ebraismo, islamismo e cristianesimo) siano come dei rami di una stessa rivelazione divina. La stima verso le religioni monoteiste non diminuisce e non limita in alcun modo il compito missionario della Chiesa: “la Chiesa annuncia ed è tenuta ad annunciare incessantemente che Cristo è la via, la verità e la vita (Gv 14,6) in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa” (Nostra aetate, 2).

7. Il legame della Chiesa con le altre religioni non cristiane. “La Chiesa riconosce nelle altre religioni la ricerca, ancora “nelle ombre e nelle immagini” (Cost. Dogm. Lumen gentium, 16) di “un Dio ignoto”, ma vicino, “poiché è Lui che dà a tutti la vita e respiro ad ogni cosa”. Pertanto la Chiesa considera “tutto ciò che di buono e di vero” si trova nelle religioni “come una preparazione al Vangelo, e come dato da Colui che illumina ogni uomo affinché abbia finalmente la vita” (Ibid.)” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 843).

“Ma nel loro comportamento religioso, gli uomini mostrano anche limiti ed errori che sfigurano l’immagine di Dio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 844): “molto spesso gli uomini, ingannati dal Maligno, hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore, oppure vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale “ (Cost. Dogm. Lumen gentium, 16).

8. La Chiesa sacramento universale della salvezza. La salvezza viene da Cristo per mezzo della Chiesa che è il suo Corpo (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 846). “Deve essere fermamente creduto che “la Chiesa pellegrina è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo è mediatore e la via della salvezza; egli si rende presente a noi nel suo Corpo che è la Chiesa”(Cost. Dogm. Lumen gentium, 14)” (Dominus Iesus, 20). La Chiesa è “sacramento universale di salvezza” (Cost. Dogm. Lumen gentium, 48) perché, sempre unita in modo misterioso e subordinata a Gesù Cristo Salvatore, suo Capo, nel disegno di Dio ha un’imprescindibile relazione con la salvezza di ogni uomo.

9. Valore e funzione delle religioni in ordine alla salvezza. “Secondo la dottrina cattolica si deve ritenere che “quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica (Lett. Enc. Redemptoris missio, 29)”. E’ dunque legittimo sostenere che lo Spirito Santo opera la salvezza nei non cristiani anche mediante quegli elementi di verità e di bontà presenti nelle varie religioni; ma è del tutto erroneo e contrario alla dottrina cattolica “ritenere queste religioni, considerate come tali, vie di salvezza, anche perché in esse sono presenti lacune, insufficienze ed errori, che riguardano le verità fondamentali su Dio, l’uomo e il mondo” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Notificazione a proposito del libro di J. Dupuis: “Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso”, 8).

Riassumendo, risulta chiaro che l’autentico annuncio della Chiesa in relazione alla sua pretesa di assolutezza non è sostanzialmente cambiato dopo l’insegnamento del Vaticano II. Esso esplicita alcuni motivi che completano tale insegnamento, evitando un contesto polemico e bellicoso, e riportando in equilibrio gli elementi dottrinali considerati nella loro integrità e totalità.

Conclusione

Che cosa sta all’origine dell’interpretazione della discontinuità o della rottura con la Tradizione ?

Sta ciò che possiamo chiamare l’ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare, che si è impadronita del Concilio fin dal principio, sovrapponendosi a esso. Con questa espressione, non si intende qualcosa che riguarda i testi del Concilio, né tanto meno l’intenzione dei soggetti, ma il quadro di interpretazione globale in cui il Concilio fu collocato e che agì come una specie di condizionamento interiore nella lettura successiva dei fatti e dei documenti. Il Concilio non è affatto l’ideologia paraconciliare, ma nella storia della vicenda ecclesiale e dei mezzi di comunicazione di massa ha operato in larga parte la mistificazione del Concilio, cioè appunto l’ideologia paraconciliare. Perché tutte le conseguenze dell’ideologia paraconciliare venissero manifestate come evento storico, si dovette verificare la rivoluzione del ’68, che assume come principio la rottura con il passato e il mutamento radicale della storia. Nell’ideologia paraconciliare il ’68 significa una nuova figura di Chiesa in rottura con il passato, anche se le radici di questa rottura erano già da qualche tempo presenti in certi ambienti cattolici.
Tale quadro di interpretazione globale, che si sovrappone in modo estrinseco al Concilio, si può caratterizzare principalmente da questi tre fattori:

1) Il primo fattore è la rinuncia all’anathema, cioè alla netta contrapposizione tra ortodossia ed eresia.

In nome della cosiddetta “pastoralità” del Concilio, si fa passare l’idea che la Chiesa rinuncia alla condanna dell’errore, alla definizione dell’ortodossia in contrapposizione all’eresia. Si contrappone la condanna degli errori e l’anatema pronunciato dalla Chiesa in passato su tutto ciò che è incompatibile con la verità cristiana al carattere pastorale dell’insegnamento del Concilio, che ormai non intenderebbe più condannare o censurare, ma soltanto esortare, illustrare o testimoniare.

In realtà non c’è nessuna contraddizione tra la ferma condanna e confutazione degli errori in campo dottrinale e morale e l’atteggiamento di amore verso chi cade nell’errore e di rispetto della sua dignità personale. Anzi, proprio perché il cristiano ha un grande rispetto per la persona umana, si impegna oltre ogni limite per liberarla dall’errore e dalle false interpretazioni della realtà religiosa e morale.

L’adesione alla persona di Gesù Figlio di Dio, alla sua Parola e al suo mistero di salvezza, esige una risposta di fede semplice e chiara, quale è quella che si trova nei simboli della fede e nella regula fidei. La proclamazione della verità della fede implica sempre anche la confutazione dell’errore e la censura delle posizioni ambigue e pericolose che diffondono incertezza e confusione nei fedeli.

Sarebbe quindi sbagliato e infondato ritenere che dopo il Concilio Vaticano II il pronunciamento dogmatico e censorio del Magistero debba essere abbandonato o escluso, così come sarebbe altrettanto sbagliato ritenere che l’indole espositiva e pastorale dei Documenti del Concilio Vaticano II non implichi anche una dottrina che esige il livello di assenso da parte dei fedeli secondo il diverso grado di autorità delle dottrine proposte.

2) Il secondo fattore è la traduzione del pensiero cattolico nelle categorie della modernità.

L’apertura della Chiesa alle istanze e alle esigenze poste dalla modernità (vedi Gaudium et Spes) viene interpretata dall’ideologia para-conciliare come necessità di una conciliazione tra Cristianesimo e pensiero filosofico e ideologico culturale moderno. Si tratta di un’operazione teologica e intellettuale che ripropone nella sostanza l’idea del modernismo, condannato all’inizio del Novecento da S. Pio X.

La teologia neo-modernistica e secolaristica ha cercato l’incontro con il mondo moderno proprio alla vigilia della dissoluzione del “moderno”. Con il crollo del cosiddetto “socialismo reale” nel 1989 sono crollati quei miti della modernità e della irreversibilità dell’emancipazione della storia che rappresentavano i postulati del sociologismo e del secolarismo. Al paradigma della modernità succede infatti oggi quello post-moderno del “caos” o della “complessità pluralistica”, il cui fondamento è il relativismo radicale. Nell’Omelia dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger, prima di essere eletto Papa, in occasione della celebrazione liturgica “Pro eligendo pontifice”(18/04/2005), viene focalizzato il centro della questione: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero…La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via…Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.

Di fronte a questo processo occorre innanzitutto recuperare il senso metafisico della realtà (cf. Enciclica Fides et ratio di Papa Giovanni Paolo II) ed una visione dell’uomo e della società fondata su valori assoluti, metastorici e permanenti. Questa visione metafisica non può prescindere da una riflessione sul ruolo nella storia della Grazia, cioè del Soprannaturale, di cui la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, è depositaria. La riconquista del senso metafisico con il lumen rationis deve essere parallela a quella del senso soprannaturale con il lumen fidei.

Al contrario, l’ideologia para-conciliare ritiene che il messaggio cristiano deve essere secolarizzato e reinterpretato secondo le categorie della cultura moderna extra e anti ecclesiale, compromettendone l’integrità, magari col pretesto di un “opportuno adattamento” ai tempi. Il risultato è la secolarizzazione della religione e la mondanizzazione della fede.

Uno degli strumenti per mondanizzare la Religione è costituito dalla pretesa di modernizzarla adeguandola allo spirito moderno. Questa pretesa ha condotto il mondo cattolico ad impegnarsi in un “aggiornamento”, che costituiva in realtà in una progressiva e a volte inconsapevole omologazione della mentalità ecclesiale con il soggettivismo e il relativismo imperanti. Questo cedimento ha portato ad un disorientamento nei fedeli privandoli della certezza della fede e della speranza nella vita eterna, come fine prioritario dell'esistenza umana.

3) Il terzo fattore è l’interpretazione dell’aggiornamento voluto dal Concilio Vaticano II.

Con il termine “aggiornamento”, Papa Giovanni XXIII volle indicare il compito prioritario del Concilio Vaticano II. Questo termine nel pensiero del Papa e del Concilio non esprimeva però ciò che invece è accaduto in suo nome nella recezione ideologica del dopo-Concilio. “Aggiornamento” nel significato papale e conciliare voleva esprimere la intenzione pastorale della Chiesa di trovare i modi più adeguati e opportuni per condurre la coscienza civile del mondo attuale a riconoscere la verità perenne del messaggio salvifico di Cristo e della dottrina della Chiesa. Amore per la verità e zelo missionario per la salvezza degli uomini sono alla base i principi dell’azione di “aggiornamento” voluto e pensato dal Concilio Vaticano II e dal Magistero pontificio successivo.

Invece dall’ideologia para-conciliare, diffusa soprattutto dai gruppi intellettualistici cattolici neomodernisti e dai centri massmediatici del potere mondano secolaristico, il termine “aggiornamento” venne inteso e proposto come il rovesciamento della Chiesa di fronte al mondo moderno: dall’antagonismo alla recettività. La Modernità ideologica – che certamente non deve essere confusa con la legittima e positiva autonomia della scienza, della politica, delle arti, del progresso tecnico – si è posta come principio il rifiuto del Dio della Rivelazione cristiana e della Grazia. Essa non è quindi neutrale di fronte alla fede. Ciò che fece pensare ad una conciliazione della Chiesa con il mondo moderno portò così paradossalmente a dimenticare che lo spirito anticristiano del mondo continua ad operare nella storia e nella cultura. La situazione postconciliare venne così descritta già da Paolo VI nel 1972:

“Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio: c’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine. E’ entrato il dubbio nelle nostre coscienze ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempeste, di buio, di ricerca, di incertezza. Come è avvenuto questo? Vi confidiamo un nostro pensiero: c’è stato l’intervento di un potere avverso: il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere a cui si fa allusione anche nella lettera di san Pietro” (Paolo VI, Insegnamenti, Ed. Vaticana,vol. X, 1972, p. 707).

Purtroppo gli effetti di quanto individuato da Paolo VI non sono scomparsi. Un pensiero estraneo è entrato nel mondo cattolico, gettando scompiglio, seducendo molti animi e disorientando i fedeli. Vi è uno “spirito di autodemolizione” che pervade il modernismo, che si è impadronito, tra l’altro, di gran parte della pubblicistica cattolica. Questo pensiero estraneo alla dottrina cattolica si può constatare ad esempio sotto due aspetti.

Un primo aspetto è la visione sociologica della fede, cioè un’interpretazione che assume il sociale come chiave di valutazione della religione, e che ha comportato una falsificazione del concetto di chiesa secondo un modello democratico. Se si osservano le discussioni attuali sulla disciplina, sul diritto, sul modo di celebrare la liturgia, non si può evitare di registrare che questa falsa comprensione della Chiesa è diventata diffusa tra i laici e teologi secondo lo slogan: Noi siamo il popolo, noi siamo Chiesa (Kirche von unten). Il Concilio in realtà non offre alcun fondamento a questa interpretazione, poiché l’immagine del popolo di Dio riferita alla Chiesa è sempre legata alla concezione della chiesa come Mistero, come comunità sacramentale del corpo di Cristo, composto da un popolo che ha un capo e da un organismo sacramentale composto da membra gerarchicamente ordinate. La Chiesa non può quindi diventare una democrazia, in cui il potere e la sovranità derivano dal popolo, poiché la Chiesa è una realtà che proviene da Dio ed è fondata da Gesù Cristo. Essa è intermediaria della vita divina, della salvezza e della verità, e dipende dalla sovranità di Dio, che una sovranità di grazia e di amore. La Chiesa è allo stesso tempo dono di grazia e struttura istituzionale, perché così ha voluto il suo Fondatore: chiamando gli Apostoli, “Gesù ne istituì dodici” (Mc 3,13).

Un secondo aspetto, su cui attiro la vostra attenzione, è l’ideologia del dialogo. Secondo il Concilio e la Lettera Enciclica di Paolo VI Ecclesiam suam, il dialogo è un importante e irrinunciabile mezzo per il colloquio della Chiesa con gli uomini del proprio tempo. Ma l’ideologia paraconciliare trasforma il dialogo da strumento a scopo e fine primario dell’azione pastorale della Chiesa, svuotando sempre più di senso e oscurando l’urgenza e l’appello alla conversione a Cristo e all’appartenenza alla Sua Chiesa.

Contro tali deviazioni, occorre ritrovare e recuperare il fondamento spirituale e culturale della civiltà cristiana, cioè la fede in Dio, trascendente e creatore, provvidente e giudice, il cui Figlio Unigenito si è incarnato, è morto e risuscitato per la redenzione del mondo e ha effuso la grazia dello Spirito Santo per la remissione dei peccati e per rendere gli uomini partecipi della natura divina. La Chiesa, Corpo di Cristo, istituzione divino-umana, è il sacramento universale della salvezza e l’unità degli uomini, di cui essa è segno e strumento, è nel senso di unire gli uomini a Cristo mediante il suo Corpo, che è la Chiesa.

L’unità di tutto il genere umano, di cui parla LG, 1, non deve essere intesa quindi nel senso di raggiungere la concordia o la riunificazione delle varie idee o religioni o valori in un “regno comune o convergente”, ma essa si ottiene riconducendo tutti all’unica Verità, di cui la Chiesa cattolica è depositaria per affidamento di Dio stesso. Nessuna armonizzazione delle dottrine “varie e peregrine”, ma annuncio integro del patrimonio della verità cristiana, nel rispetto della libertà di coscienza, e valorizzando i raggi di verità sparsi nell’universo delle tradizioni culturali e delle religioni del mondo, opponendosi nello stesso tempo alle visioni che non coincidono e non sono compatibili con la Verità, che è Dio rivelato in Cristo.

Concludo ritornando alle categorie interpretative suggerite da Papa Benedetto nel Discorso alla Curia Romana, citato all’inizio. Esse non fanno riferimento al consueto e obsoleto schema ternario: conservatori, progressisti, moderati, ma si appoggiano su un binario squisitamente teologico: due ermeneutiche, quella della rottura e quella della riforma nella continuità. Occorre imboccare quest’ultimo indirizzo nell’affrontare i punti controversi, liberando, per così dire, il Concilio dal para-concilio che si è mescolato ad esso, e conservando il principio dell’integrità della dottrina cattolica e della piena fedeltà al deposito della fede trasmesso dalla Tradizione e interpretato dal Magistero della Chiesa.

Articolo consigliato da Unavox