mercoledì 5 febbraio 2020

Lettera aperta a mons. Carlo Maria Viganò

Ricevo da Cesare Baronio e volentieri pubblico questa Lettera aperta a mons. Carlo Maria Viganò. Interessante sia per il contenuto specifico che nell'eventualità di una possibile risposta. Il nocciolo del discorso fa riferimento  al fatto che mons. Viganò ha riconosciuto le radici conciliari della crisi attuale [qui]

Eccellenza Reverendissima,
L'Arciv. Viganò in incognito al sit-in di Monaco qui - qui
ho avuto il piacere di vedere quanto l’adagio evangelico Estote prudentes ut serpentes, simplices ut columbae abbia trovato applicazione a Monaco, dove Vostra Eccellenza è sfuggita allo stilum Sanctae Marthae. Costretti ad esser parte del pusillus grex, ostracizzati da coloro che viceversa dovrebbero difenderli; perseguitati dal Satrapo e dai suoi accoliti, quasi fossero dei criminali; fatti oggetto di una caccia tanto vergognosa quanto grottesca: questa è la sorte di quanti vogliono percorrere la via regia della Croce. 
Vostra Eccellenza avrà la grazia di veder portate a compimento le promesse di Nostro Signore, e con Lei anche i tanti sacerdoti e Prelati che zelano per la Sua gloria e la salvezza delle anime. A quel punto potrà dire anch’Ella con Simeone: Nunc dimittis servum tuum, Domine... quia viderunt oculi mei salutare tuum. Ma questo è il momento della prova, e di una prova tremenda. Una prova che deve scuotere gli animi di quanti ancora si rifiutano di scegliere da che parte stare. 

Ad esser sincero, temevo che le mie posizioni nettamente critiche sul Concilio potessero suscitare in Vostra Eccellenza, se non scandalo, quantomeno quel comprensibile disagio che mostrano quanti si sentono toccati nel vivo. E ad esser  ancora più esplicito temevo che, pur condividendo l’analisi sulla crisi presente che affligge il corpo ecclesiale, Ella preferisse mantenersi sulle posizioni più politicamente corrette che ad esempio hanno assunto in passato - ed in parte ancor oggi assumono - alcuni venerabili Confratelli di Vostra Eccellenza; vedo però che anche tra costoro la supina accettazione degli errori conciliari va progressivamente cedendo il posto alla consapevolezza dell’inconciliabilità tra la professione integrale della Fede per amore di Dio e la sua deliberata adulterazione per compiacere il mondo.  

Non mi riferisco ovviamente al latitudinarismo di quanti pensano di poter affiancare senza contraddizione la Sposa di Cristo con la meretrice che abbiamo sotto gli occhi, o la Liturgia cattolica con la sua contraffazione;  quanto piuttosto a quella ritrosia umanissima e certamente comprensibile di chi non osa credere che quel che la ragione gli mostra e il cuore gli suggerisce sia vero: il tradimento di chi si fida da parte dei vertici stessi della Chiesa. Poiché cos’altro è, se non tradimento, quello del Pastore che non solo tace deliberatamente la Verità salvifica, ma che anzi le sostituisce l’errore, mascherandolo con parole volutamente equivoche? Non è tradimento l’elogiare gli eretici e i peccatori, e dileggiare quanti ad essi si oppongono eroicamente per difendere la purezza della Fede? Non è tradimento di Dio e della Chiesa lasciar che gli idoli siano adorati nel luogo santo, con lo scandalo dei fedeli? Non è tradimento il deificare la natura mentre se ne lascia offendere il Creatore? Eppure questo accade sotto i nostri occhi, e sotto gli occhi di tanti chierici, Presuli e Cardinali che tacciono, che volgono lo sguardo altrove, che fingono di non sentire e di non vedere per non dover reagire. Gli uni per pusillanimità, gli altri per complicità, ma sempre e comunque dimostrando di aver più a cuore la conservazione del proprio posto, che non la gloria di Dio e l’onore della Chiesa.

E qui vorrei ricordare un passo del colloquio del Cardinale Federigo con don Abbondio: “Ma!” disse il cardinale, con voce e con aria grave fuor del consueto: “è il vostro vescovo che, per suo dovere e per vostra giustificazione, vuol saper da voi il perchè non abbiate fatto ciò che, nella via regolare, era obbligo vostro di fare”. Vien da osservare che ai nostri giorni il Cardinal Federigo sarebbe probabilmente ricercato dai bravi del novello don Rodrigo, mentre don Abbondio avrebbe meritato la Sacra Porpora. E mi chiedo cosa possa aver reso eunuchi tanti sacerdoti e Vescovi, nel volgere di soli cinquant’anni.

Anch’io, come moltissimi  chierici e laici, ho vissuto momenti della mia vita in cui non volevo e non potevo accettare che un padre potesse ripudiare i propri figli, che un pastore volesse deliberatamente disperdere il gregge affidatogli, lasciandolo in balia dei lupi. Illusioni e ingenuità di chi pensava d’aver dinanzi un Noé ebbro e discinto, cui i figli pietosi dovessero coprir le vergogne, meritandone le benedizioni una volta rinsavito. E questa posizione di composta operosità, non disgiunta dal desiderio di salvare l’immagine compromessa della Chiesa - rectius: dei suoi Prelati - mi è sembrato fosse la stessa di chi, un tempo convintissimo sostenitore della mens conciliare e suo attivo cooperatore, era alfine giunto a teorizzare quell’ermeneutica della continuità in nome della quale cercar di conciliare, appunto, la dottrina immutabile della Chiesa di Cristo con le innovazioni dell’assise romana. Questo tentativo era frutto di un abbaglio, perché abbiamo creduto in buonafede di aver davanti degli interlocutori animati da rette intenzioni, che avessero solo adottato metodi sbagliati per ottenere un fine buono. Ma così non era e non è, e il tempo l’ha dimostrato.

Alcuni devono ancora prender le distanze dagli errori che purtroppo inquinano le loro buone intenzioni, ed in particolare devono comprendere l’indole eversiva della frode modernista: troppo spesso chi difende la dottrina e la morale cattolica non osa disfarsi delle deviazioni insinuate dal Vaticano II e par voler pagare il tributo all’idolo conciliare col citarne questo o quel passo a sostegno delle proprie tesi. Ma Ella sa bene che un’acqua contaminata dal veleno è veleno essa stessa, e che quel che di buono è sopravvissuto nei testi conciliari si è rivelato essere uno schermo dietro il quale nascondere le peggiori insidie. 

Ed è quello che avviene anche in ambito civile: chi vorrebbe sottrarci alla morsa del mondialismo non riesce a prendere le distanze dai principi condivisi dall’avversario. Così, come il politico che desidera avere diritto di parola nel consesso civile deve accettare i preambula regiminis del pensiero massonico, anche il Presule che voglia levar la voce contro la crisi presente ritiene di perdere credito se mette in discussione il Vaticano II. Ma con ciò stesso spunta le armi con le quali intende combattere, perché la sua battaglia - ancorché meritevole e combattuta in buona fede - non gli permetterà di minare dalle fondamenta la cittadella in cui è asserragliato l’avversario, né di proteggere la propria, lasciata sguarnita sui lati più strategici.

Quel che si riesce a far comprendere più facilmente ai laici e al basso Clero, non giunge ahimè a molti Confratelli di Vostra Eccellenza, forse perché per essi è più difficile scrollarsi di dosso il grave fardello di questi cinquant’anni di corresponsabilità, riconoscendo con umiltà di esser stati tratti in inganno. Eppure questa è l’unica via percorribile, e senza ripudiare mezzo secolo di compromessi e adulterazioni non sarà possibile ottenere dal Cielo quella vittoria schiacciante che invece il Signore riserva ai pochi che Lo seguono. Poiché se è vero che siamo in pochi, e che la nostra battaglia è umanamente persa sin dal principio, è altresì vero che il nostro Re può permetterci di sbaragliare i più temibili avversari, se solo sapremo militare senza compromessi sotto i Suoi vessilli.

Ho la gioia di veder venir meno i miei timori e di constatare che Vostra Eccellenza condivide con me la consapevolezza di non poter più accettare alcun compromesso. Perché in questione non è tanto il prestigio personale - di cui Vostra Eccellenza certamente e meritatamente gode, e che pure non esita a metter in gioco - ma la Verità in sé, cioè Dio. Quel che Vostra Eccellenza difende non sono le Sue idee, ma la Verità oggettiva, cui Ella coerentemente non può non aderire. Come uno specchio che, una volta deterso dall’appannatura, rifletta fedelmente l’immagine reale.

Ecco: quello che mi dà speranza è proprio vedere quale sia la forza e la potenza della Verità, ch’è necessariamente intollerante e divisiva, così come divisivo è Nostro Signore, pietra di scandalo contro cui sono destinati a schiantarsi coloro che non Lo vogliono riconoscere come testata d’angolo. Questa santa intolleranza ci sprona a cercare il bene altrui, ad annunciare coraggiosamente che la Verità è impreteribile, ineluttabile, e che prima o poi chi ha retta intenzione non potrà che riconoscerla ed inchinarvisi, così come non ci si può sottrarre alla luce e al calore del sole anche se lo si nega.

Ma più che di una liberazione dall’odioso giogo conciliare, quello che è indispensabile suscitare nelle anime buone è la fiducia assoluta nella Grazia, affinché si abbandonino i rispetti umani, per confessare Gesù Cristo, che è Verità e Via alla Verità e Vita nella Verità. Se non sapremo riconoscere quanto ridicoli e falsi siano gli spauracchi che il demonio ci leva davanti; se non troveremo il coraggio di gettarci nelle braccia della Vergine affrontando il martirio che la Provvidenza ha preparato per noi - piccolo o grande che sia; se non disprezzeremo questi attimi di vita terrena preferendo l’eternità beata che ci aspetta, ribellarci all’errore sarà un esercizio di logica forse, ma non di virtù. 

Esser ostracizzati da un tiranno arrogante; derisi da chi sa di non avere argomenti; scacciati come indegni per far posto a personaggi compromessi e ricattabili; incarcerati, torturati, forse uccisi: questo è accaduto anche ai tempi di Sant’Atanasio, ed ogniqualvolta il potere civile si è alleato con gli eretici per distruggere la Chiesa; questo accade oggi anche a noi, secondo la croce che il Signore fattosi nostro Cireneo ci aiuta a portare. So che Vostra Eccellenza è pronta a dar testimonianza della Verità e ha già dimostrato di esserlo. Nella mia nullità oso sperare che quel che dovremo sopportare ci apparirà come una cosa da poco, quando nell’attraversar la prova ci accorgeremo quanto maggiore fosse il suo timore umano rispetto alla realtà dell’aiuto celeste. Jacta cogitatum tuum in Domino (Salmo 54, 23).

Confermo a Vostra Eccellenza il mio ricordo nella preghiera, soprattutto ai piedi del tabernacolo, dove il divino Prigioniero ci attende per colmarci di grazie e benedizioni. 

Di Vostra Eccellenza Rev.ma
dev.mo in Christo
Cesare Baronio

30 commenti:

Anonimo ha detto...

Confidiamo in Gesù nelle oscurità dello spirito e confidiamo in Lui ora specialmente che la chiesa si trova in tempeste terribili mai viste prima. Nelle nostre tempeste rifugiamoci in Lui in quelle della chiesa preghiamo perché venga la calma nella fecondità spirituale delle anime e della suprema aspirazione alla vita eterna. Confidiamo, anzi, dormiamo sul cuore Divino di Gesù e rifugiamoci ai piedi del suo altare.
Don Dolindo Ruotolo

Anonimo ha detto...

Grazie, Cesare Baronio!
Dopo una prima lettura, un primo commento:

"... per far posto a personaggi compromessi e ricattabili;..."

Questo è un punto importantissimo. La corruzione sistematica di seminaristi e giovani sacerdoti aveva due scopi in uno, renderli ricattabili ed avere così in pugno la loro vita sacerdotale. Una volta resi ricattabili erano nelle mani dei loro corruttori. Corruttori che spontaneamente spianavano loro la carriera. Carriera però che loro potevano guidare da dietro le quinte. Verosimilmente molte carriere di giovani intellettuali capaci furono/sono corrotte proprio in gioventù in modo tale che la corruzione apparisse/appaia allo stesso corrotto inclinazione naturale; nel contempo il lavoro del corrotto veniva/viene altamente apprezzato e premiato con promozioni. La corruzione è avvenuta/avviene certamente con i soliti strumenti; sessualità, danaro, potere. Strumenti usati non grossolanamente, con fraterno stile sacerdotale ma, usati con grande scaltrezza.

Conosco mons.Viganò attraverso quello che ho letto ultimamente sul blog, tuttavia dopo uno sguardo veloce alla sua biografia risulta chiarissimo che lui per nascita, indole, formazione, lavoro non era e non è persona disposta a compromettersi e quindi ricattabile. Questa è stata una Grazia immensa, è potuto entrare e lavorare da sacerdote senza quelle debolezze a cui tanti giovani furono/sono esposti ed a causa delle quali rovinarono/rovinano con altri esseri umani una vita che avrebbe dovuto/dovrebbe essere donata da figlio a Dio, Uno e Trino e da padre spirituale al prossimo.

Grazie ancora, forse siamo in vista della luce in fondo al tunnel.

Anonimo ha detto...

La vera identità di Cesare Baronio è uno dei tanti affascinanti misteri del web.

Anonimo ha detto...

Monsignor Gänswein abbia la dignità di monsignor Viganò e denunci pubblicamente chi è in realtà Bergoglio
Lo deve alla Verità e a Gesù Cristo Salvatore

Da Il Messaggero ha detto...

Monsignor Georg Gaenswein in queste settimane è una specie di desaparecido. Sono sempre di più le persone che in Vaticano – dai monsignori ai semplici fedeli – si fanno la stessa domanda: che fine ha fatto don Georg? Ogni tanto qualcuno lo intravede passeggiare nei giardini, accompagnare il Papa emerito alla Grotta di Lourdes, sulla sommità del colle vaticano per la recita di un rosario, ma nei luoghi in cui circola anche Papa Francesco, Gaenswein non si vede più.

Anonimo ha detto...

Francesco ha messo in aspettativa il Prefetto della Casa Pontificia, arcivescovo Georg Gänswein.

Secondo Die-Tagespost.de (5 febbraio), l'aspettativa è stata concessa per un periodo indefinito (cioè per sempre) "per potersi dedicare di più a Benedetto XVI."

Il pretesto per questa mossa è la saga del libro di Ratzinger/Sarah sul celibato, anche se non è chiaro quale sia stato l'errore di Gänswein dal punto di vista di Francesco.

MarcoTosatti.it (5 febbraio) descrive così ciò che sarebbe successo fra Francesco e Gänswein:

"Semplicemente papa Bergoglio avrebbe detto all’arcivescovo: Non ti voglio vedere più. Il Prefetto gli ha chiesto: ma tornerò, e quando? E a questo il Pontefice non ha dato risposta. Quando però Gänswein gli ha chiesto: ma posso venire comunque in ufficio? Il Pontefice ha risposto: “Meglio di no, tanto c’è mons. Sapienza”. E questo è il modo in cui Georg Gänswein è diventato un desaparecido

Viator ha detto...

https://www.lifesitenews.com/news/breaking-pope-francis-puts-archbishop-gaenswein-on-leave-report-says

Anonimo ha detto...

Bisogna capire chi era e chi è il controllato e da chi?

Anonimo ha detto...

Deo gratias per i due Monsignori: concedici Dio la grazia di veder svilupparsi non solo il confronto, ma la nascita di un gruppo di Monsignori che difendono la vera fede dai lupi, con le armi della verità e della giustizia. Eunuchi lo sono solo sotto il profilo della lobotomia.
" ribellarsi all'errore sarà un esercizio di logica, ma non di virtù" ed infatti è necessario recidere la piaga dalla radice perché venga guarito il Corpo, già l'amputazione di Pio X non fu sufficiente ed i bubboni si riformarono perché si era ormai in metastasi. La Salette lo aveva annunciato. Preghiamo che ai Monsignori si aggiungano quegli altri che ancora non hanno il coraggio di prendere il toro per le corna.

Anonimo ha detto...

Bisogna stare schisci, con l'aria che tira, si rischia di trovare JR sulla porta con la valigia in mano.

by Tripudio ha detto...

Per rispondere al commento delle 11:06, conoscere l'identità del Baronio non è troppo difficile, ma sarebbe gustoso solo per quelli che si sentono triggherati dai suoi scritti. Scritti che non cambiano certo di valore solo perché finalmente associabili a un nome e un volto.

Sia qui consentito anche alla formichina di starnutire. Persino un emerito signor nessuno come il sottoscritto può essere identificato, se si sanno usare i motori di ricerca. E la cosa farebbe estremamente piacere a un ampio club di "pasqualoni", sommamente inviperiti perché collaboro da più di un decennio ad un blog che getta luce sulle eresie del Cammino Neocatecumenale (non per miei meriti ma per la vastissima eredità spirituale altrui - a cominciare da padre Enrico Zoffoli - e per le mai rare testimonianze sulle storture di tale setta). Magari si illudono di potermi lanciare maledizioni vudù o farmi la fattura in senso non commerciale, chissà: la loro fede in Kiko è incrollabile, e per loro qualsiasi peccato (a partire dalla menzogna) diventa azione santa qualora fatta per promuovere il tripode Kiko-Carmen-Cammino.

Far notare le porcate del Cammino è fin troppo facile, data la loro incrollabile e ostinata idolatria. Altri ambienti ecclesiali promuovono mostruose vaccate ma con professionalità e accuratezza tali da rendere arduo presentare una disamina critica ai comuni fedeli. Figurarsi quando si tratta di spiegare a questi ultimi i punti scottanti, come la "liturgia della Parola" ridotta nella Novus Ordo a scuoletta biblica, in coerenza con l'idea che la liturgia sarebbe un mero cerimoniale umano con un pizzico di sacro qua e là. (La sullodata setta neocatekika poteva nascere solo dall'humus della riduzione della liturgia a spettacolino autogestito).

Non so quante speranze valga la pena riporre in mons. Viganò, che pure (non esagero) ha già un curriculum da eroe, visti i tempi. Siamo come pecore senza pastore, e non potendo far di più ci ripetiamo le litanie del Qualcuno Faccia Qualcosa ("Burke-Viganò-Schneider-eccetera), talvolta magari convinti che basti veder reinsediato il Ratzinger per risolvere magicamente il 99% dei problemi. In tanti, coi nervi meno saldi o semplicemente vittime di ingiustizie più mirate, sono scappati almeno formalmente fuori dal sacro ovile. "Signore, fino a quando?"

Anonimo ha detto...

Capisco la Lettera di Cesare Baronio ma non capisco quanti fossero gli "errori conciliari" e che cosa hanno a vedere con Bergoglio. Bergoglio è un bugiardo anche quando parla del Concilio Vaticano II. I Decreti del Concilio sono santissimi come diceva il Cardinal Siri. So che questo commento non verrà pubblicato, ma non devo tacere la verità in questa odierna confusione. Dopo, se volete, potrei chiamare Santo a Giovanni Paolo II. Per me non lo è. Manca il vero Papa per farlo Santo. Neanche Benedetto XVI è Papa in questa vicenda dolorosa.

Anonimo ha detto...

https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/vaticano-stampa-tedesca-francesco-congeda-monsignore-gaenswein/ar-BBZG278?ocid=spartandhp
Il libro deve essere sfuggito al controllo ed aver causato ire non sante.

Anonimo ha detto...

Mons.Gaenswein dovrebbe dire la verità prima di tutto sui vatileaks e sul vero perché della rinuncia di Papa Benedetto, lo deve prima di ogni altra cosa proprio a lui, il resto viene dietro come una valanga......

Cesare Baronio ha detto...

All’anonimo delle 10:40

Carissimo, Ella coglie perfettamente il problema, che Sua Eccellenza ha denunziato - rara avis - proprio perché la strettissima connessione tra corruzione della morale e della dottrina è più che palese. Non consta infatti che alcuno dei pervertiti di cui si è appreso dagli scandali recenti possa vantare patenti d’ortodossia, anzi l’idem sentire con i fautori del Concilio li svela per quel che sono: immorali ed eretici, anche se talvolta un po’ inclini al fascino superficiale dei bei paramenti.

Mi permetto, ad abundantiam di invitarLa a leggere alcuni commenti:

- Dramatis personae - https://opportuneimportune.blogspot.com/2018/12/p.html
- Glosse all’intervento di Ratzinger... - https://opportuneimportune.blogspot.com/2019/04/glosse-la-chiesa-e-lo-scandalo-degli.html
- Le ultime tessere del rompicapo... - https://opportuneimportune.blogspot.com/2019/07/le-ultime-tessere-del-rompicapo.html
- Gli eunuchi per il regno di questo mondo - https://opportuneimportune.blogspot.com/2016/10/gli-eunuchi-per-il-regno-di-questo-mondo.html

Come vede, attingiamo tutti da un comune tesoro, e tutti - se vogliamo riconoscere la Verità ed essere onesti - non possiamo sottrarci dal giungere alle medesime conclusioni. Chi prima, chi poi.



ERESIE del Vat.II ha detto...

www.unavox.it%2FArtDiversi%2FDIV1953_Eresia_Vaticano_secondo.html

Ad Superna semper intenti ha detto...

"La vera identità di Cesare Baronio è uno dei tanti affascinanti misteri del web".
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"Poni mente a ciò che dice, non a chi lo dice", afferma un antico adagio.

Questo è valido soprattutto per Cesare Baronio, un laico che si finge prete per ottenere maggior consenso e attenzione, per ottenere un maggior impatto mediatico nel campo del popolatissimo internet.

In linea di principio non sono contrario alle sue giuste analisi che hanno il dono di sferzare e colpire nel punto giusto.

Solo che, finita la lettura, capisco benissimo che lo scrivente ha un raggio di azione limitatissimo: non può andare oltre l'anonimato, oltre la copertura offertagli dal web perché, allora, si scoprirebbe il gioco del laico dietro la maschera del prete, meglio dell'anziano monsignore romano che si serve, alla bisogna, del giovane nipote, esperto di web e di grafica.

Un monsignore romano che, si badi bene, avendo conosciuto Pio XII da giovane prete (così dice di se stesso) oggi dovrebbe avere almeno 85 anni! E che nerbo ed energia in un ottuagenario... ma forse si fa aiutare dal nipote!

Questo gioco del laico che si finge prete aprirebbe un vaso di pandora per infinite altre domande: dove finisce la finzione e inizia la realtà?

Ed esattamente proprio queste sarebbero il pretesto ideale per infangare l'oggettività delle sue analisi, da parte dei modernisti di turno.

Il raggio di azione, dunque, è assai limitato: inizia e si ferma ad uno scritto.

Non è, giusto per fare un nome, come il lavoro di certi giornalisti (penso a Aldo Maria Valli), i quali fanno vedere il loro volto e specchiano i loro scritti in una vita nota e stimabilissima.

Baronio è ignoto e tale rimarrà. Sa lui le ragioni che, evidentemente, sono più che buone.

Di lui ci sono degli scritti ma l'intenzione profonda e sincera, che non ci giunge da una persona fittizia, da una maschera virtuale, ma dalla realtà nel suo caso irragiungibile, è nota solo a lui e, forse, a chi ne conosce virtù e difetti, poiché lo conosce o lo ha conosciuto.

Dico questo giusto non perché ho qualcosa con il Baronio ma per tracciare dei giusti contorni alla vicenda in modo da non creare eccessive attese.

San Paolo insegnava con gli scritti e con la vita, dal momento che era conosciuto alle sue comunità. Avere solo gli scritti, per quanto giusti siano, è una testimonianza assai monca, è lavorare con uno scalpello spuntato in partenza nonostante si sappia molto bene come lavorare.

Cesare Baronio ha detto...

@ Ad superna semper intenti

Caro anonimo (ché anch’Ella tale è, quantomeno hic et nunc),

non posso non concordare con Lei su molte cose, ma non su tutto. Mi perdonerà quindi se, rivolgendomi a Lei, ne approfitto per rispondere un po’ a tutti coloro che mi contestano l’uso di uno pseudonimo. E, come ho scritto - pari pari - ad una simile osservazione su Stilum Curiae, mi spiace che i miei scritti non siano mai contestati, mentre lo è la mia scelta di rimanere anonimo.

Vede, molti di noi – e io non mi sottraggo al novero – sono tentati di formulare giudizi nei confronti altrui con un po’ di temerità, non tanto perché sono malevoli, ma perché esperienze precedenti e grandi delusioni – specialmente in ambito tradizionale – li portano ad esser un po’ sospettosi. L’uso di uno pseudonimo può esser un modo per calunniare gli altri senza assumersene le responsabilità e senza dover nemmeno argomentare le proprie accuse. In questo caso concordo con Lei che un tale anonimato non è raccomandabile. Ma se avere un nom de plume non esime chi lo usa dal seguire la verità, dall’essere onesto e dall’argomentare le proprie tesi, senza coinvolgere terzi con accuse indimostrabili o insinuando sospetti, esso è un legittimo e talvolta doveroso modo per svolgere un apostolato fruttuoso. Anzi, Le dirò di più: chi come me indulge al compiacimento o alla vanagloria trova nell’anonimato un argine che lo obbliga – proprio in ragione del fatto che chi legge non conosce l’autore – a dar forza ai propri argomenti senza “contaminarli” con riferimenti personali. Se Lei sapesse chi è Baronio, come si veste, dove vive, cosa mangia e dove va in vacanza probabilmente si lascerebbe influenzare da questo nel leggere i suoi articoli. Se invece pensa a Baronio come ad un personaggio letterario, senza volerlo rendere troppo reale, Ella si concentrerà su quel che scrive, riconoscendo – come spero di riuscire a fare – che le analisi fatte da più di vent’anni sono valide e condivisibili. Credo che la differenza tra il mio modo di pormi nell’agone mediatico e quello di altri che non ricorrono allo pseudonimo consista fondamentalmente in questo: la credibilità dei miei argomenti risiede in essi e lì si esaurisce; mentre la credibilità degli argomenti di chi “ci mette la faccia” dipende dalla sua autorevolezza, dalla valutazione della persona. E questo può essere anche un limite, perché se ad esempio nel caso di Mons. Viganò o di Mons. Schneider le loro parole sono confermate ed anzi rafforzate dal sapere che sono proprio loro ad averle pronunciate, in altri casi la validità delle argomentazioni è in qualche modo indebolita dal conoscerne l’autore.

Questo non mi esimerà, laddove necessario e al momento opportuno, dal palesarmi e dal subire anch’io – in modulo meo – la mia parte di persecuzione che altri già affrontano con conseguenze dolorose per sé e spesso per i propri cari. Per ora la mia latitanza ottiene più risultati di una notorietà immeritata e che sarebbe per me occasione di vanagloria. Anche perché io stesso mi trovo a rileggere alcuni miei scritti e a pensare che, senza l’aiuto di Dio, non sarei capace di metter insieme due frasi degne di esser lette. A chi vuol leggere, non importa se la lettera è vergata con una matita spuntata o con una Montblanc dal pennino d’oro. Chi vuol contestare per partito preso, ha da ridire su tutto, e spesso più sulle cose accidentali che su quelle sostanziali. Rimango nell’ombra, quindi, come la penna docile nelle mani dello scrivano. Calamus scribae velociter scribentis .

Ad Superna semper intenti ha detto...

Gentile Baronio,

nessuno le contesta l'anonimato, tanto meno il sottoscritto, ma, come dissi, chi si impegna sul fronte ecclesiale con la tenacia con la quale lo fa lei va indubbiamente incontro a vantaggi e svantaggi che bisogna tener presente.

Un caso è chi, come il sottoscritto pur anonimo, verga delle osservazioni "una tantum".

Altro caso, ben diverso, è quello rappresentato da lei, dal modo e l'intensità con cui si pronuncia e che mettono in campo tutta un'altra serie di considerazioni. Tanto più che è ripreso da un giornalista nazionale e scrive direttamente ad un arcivescovo.

Qui, nel suo caso, l'anonimato inizia ad essere d'impedimento, esattamente come, fatte le dovute proporzioni, lo sarebbe stato in un san Paolo.

Maria Guarini e Tosatti, tanto per fare dei nomi, hanno un impegno notevole sul fronte di questa battaglia, che mette in gioco le loro vite e, infatti, sono persone note che accompagnano i loro scritti con un viso e una vita ben precisa che da risalto e tutto tondo a quanto dicono.

Ecco, una vita, dico, perché esimere di presentare la propria vera esistenza quando si tratta di fare una battaglia profonda rende imperfetto il proprio agire, incompiuto, anche se si ha capito tutto e lo si scrive per bene.

Questo non vale per chi come me traccia qualche osservazione ma per chi come lei e come chi ho nominato si impegna a fondo nelle questioni.

E da qui nascono domande e dubbi sulla sua persona che lei non potrà mai sopire. Sono domande e dubbi autentici, tanto più che si serve di pseudo figure clericali per rappresentare se stesso.

Il suo anonimato, che capisco e penso sia ben fondato con ragioni ben consistenti, rende assai parziale il lavoro che si prefigge di fare.
Non le darà mai vera incisività.

La Chiesa, in fondo, è stata creata dall'attività e dalla Vita del Logos e dei suoi discepoli, non da semplici e giuste osservazioni e parole, che pur erano state dette per millenni prima di Cristo.

Questo dato fondativo pone la Chiesa in una posizione ben diversa dall'accademia o da chi, anonimamente, può scrivere pamphlet per questa o quella giusta causa.

Il versare la propria vita nella e per la Chiesa è cosa ben diversa dallo scrivere per la stessa tant'è vero che le prime regulae monastiche non erano degli scritti ma constevano nell'imitare la vita dei santi monaci.

Senza la vita anche la migliore idea perde mordente proprio perché manca la testimonianza vera e tutto si riduce ad un'attività virtuale, cosa che internet ci consente di fare alla grande, purtroppo.

Ma, da questo punto di vista, il demonio è il più grande principe di internet perché conosce tutto ma si esime dal metterlo nella sua vita. Tutto diviene un bel gioco virtuale.

Ecco spiegato in poche righe il grande rischio di chi, come lei, parla di Chiesa in modo profondo ed esteso senza, però, "metterci la faccia".

teresa grandi ha detto...

E' ora che tutti, dico tutti coloro che sono consapevoli dell'inganno, anche bypassando le piccole divergenze, si uniscano per dichiarare la verità.

anelante ha detto...

Ad superba super intenti,leggendo il suo anonimato e quello di Baronio ,faccio un distinguo,il suo è un anonimo lanciare la pietra nascondendo la mano,privo di contenuti,un semplice attacco.Invece fin quando Dio vorrà, come scrive il "Monsignore", fa bene a restare anonimo. Si chiama virtù della prudenza,come ne usò Gesù Cristo per non esser preso prima dell'ora, ne usarono gli Apostoli, ne USA Mons.Viganò. Siamo in guerra,una guerra di anime,importa il fine,non altro.

mic ha detto...

Beh Viganò, più che l'anonimato mantiene l'incognito. Evidentemente c'è comunque di mezzo l'incolumità della persona.

Ad superna sempre intenti ha detto...

Anelante, non confondi le acque. Mi sembra di essere stato ben chiaro e qui non sono in gioco questioni personali ma questioni di fondo. Poi se lei la vuole buttare in caciara libero di farlo ma storna se stesso e gli altri dalla comprensione vera delle questioni.

pinco ha detto...

per "ad Superna semper intenti" :

mi scusi se mi intrometto, ma, a Lei non sta bene l'anonimato di Baronio oppure il fatto che " metta in campo tutta un'altra serie di considerazioni"

Se si limitasse alle solite "indignatissime" denunce degli "ERRORI" del concilio, l'anonimato ci potrebbe pure stare?

Ad superna sempre intenti ha detto...

Pinco: non è una questione di argomenti ma di impegno. Una persona che si impegna lodevolmente e con profondità, con costanza e ardore, pur con i suoi limiti, non può rimanere sempre nascosto.

Una persona che lo fa estemporaneamente sì, perché più di tanto non si distingue dalla massa.

E siccome la Chiesa è il luogo della martirìa in Cristo, per essere tale da un certo punto in poi necessita della presenza di una vita, non di un fantasma informatico.

La Chiesa rinasce dal sangue dei martiri (esempio eloquente di una testimonianza che giunge fino al dono supremo di sé) non dalla profusione di parole, per quanto giuste esse siano. Questo perché è ad immagine del suo Capo in cui "è la vita", non i discorsi.

Maria Guarini che fa questo blog nel quale è ospitato il mio commento mette in gioco se stessa, pone la sua faccia e questa è martirìa.

Se ciò non ci fosse, ci si chiederebbe giustamente quali possano essere i motivi reconditi e chi si celi dietro l'anonimato.

Insomma: bisogna un attimo ragionare sulle cose per capirne il senso, non muoversi semplicemente sulla loro superfice o ridurre tutto a semplici questioni personali.

Anonimo ha detto...

Ad superna super intenti non cerchi i reconditi intenti e non stia a perder tempo in omelie sull'ortodossia anonima o incognita: non giudichi, che fa male pur per questa chiesa di pachamame che lo mette ancora tra i due comandamenti coll'accoglier indiscriminatamente per aver nuovi schiavi; a parte che poi ci son i pipistrelli, i peperoncini, i rigidi ecc. che a volte dan fastidio anche perché appunto incogniti ed informati. Ma preferiamo gli incogniti noi fedeli ai pubblici banditori della caccia ai pipistrelli. Resti incognito monsignor Baronio, non ci interessa il nome e manco il volto, ci bastan le sue considerazioni coi fatti dati.

MaryGrace92 ha detto...

Sono decenni che Sì Sì No No fa un apostolato importante scrivendo articoli sempre e solo sotto anonimato. Migliaia di sacerdoti, prelati e laici leggono con passione e con frutto questi articoli, aspettando il nuovo numero ogni due settimane, e io sono una di loro. E nessuno ha niente da dire sull’opportunità dell’anonimato dei suoi collaboratori. Poi se lo fa Baronio (e lo fa bene) allora spuntano i soliti troll a chiedergli conto di chi sia. Poi però leggono Dictator Pope di quel Marcantonio Colonna che è stato scovato e finito come sappiamo. E tutti a chiedersi: “Ma chi l’avrebbe detto! “ Ve lo dico io: aveva avuto l’imprudenza di scoprirsi non con i modernisti, ma proprio con quei conservatori che oggi godrebbero a veder fare la stessa fine a Baronio, non si capisce se per invidia o per cos’altro.

Tutto questo dimostra una profonda incoerenza. Oltre ovviamente alla evidenza che questi, sempre pronti a elogiare chi ci mette la faccia, la propria la possono anche mettere ma per cosa? non sanno scrivere due righe di fila, ed anche se lo facessero non li leggerebbe nessuno. Se ne stanno a lamentarsi di Bergoglio e vanno anche al pellegrinaggio del Summorum Pontificum, ma sempre tra di loro. Perché appena appena qualcosa non gli piace più prendono e se ne vanno sbattendo la porta, e ricominciano da un’altra parte. Prima entusiasti e poi subito a criticare.

Una donna, madre di famiglia pensa a tenere insieme, a unire, a smussare le differenze tra il figlio adolescente e la figlia piccola. Perché per essere forti occorre essere uniti, e niente unisce di più della condivisione della stessa fede e della stessa liturgia. Ma questi scapoli un po’ vecchiotti, coi loro gilet stravaganti e i cravattini colorati e la riga sempre a posto (un po’ seminaristi mancati e un po’ scapoli perché nessuno se li piglia) pensano di essere i giudici di tutto, e quindi anche di come deve farsi crescere la barba monsignor Viganò e di quant’è brutto Cesare Baronio perché - maledizione! - non c’è verso di sapere chi è, se è prete o no, se è uno o più di uno che usano lo stesso alias. Perché se non si sa chi è, non lo si può nemmeno criticare per come dice Messa, o per il colore delle calze o il modello di occhiali.

Sono pronta a scommettere che il 99% di chi fa le pulci a don Cesare non legge nemmeno le prime righe dei suoi scritti, perché non parlano di pizzi e di pianete. E poi, diciamolo: che noia sentir parlare di dottrina, di vita spirituale, di preghiera! Più semplice discutere della mitria di Burke o dei fiocchi di Gricigliano, e cosa importa se accettano il Vaticano II e dicono tranquillamente la messa nuova e la forma extra-ordinaria, basta che ci siano metri di coda rossa, no?

Non mi interessa chi è Cesare Baronio. E non credo interessi nemmeno ai tanti che quando leggono i suoi articoli piangono, pensano alla loro infanzia, alla Chiesa che oggi non c’è più. Gli altri vedono nel loro prossimo i difetti che troppo spesso, senza volerlo, dimostrano di avere loro per primi.

I progressisti dicono che nella Chiesa occorre dare più importanza al ruolo delle donne. Forse ci vorrebbero un po’ più di donne anche nell’ambiente della Tradizione. Perché noi sappiamo vedere con realismo quello strano maschilismo un po’ troppo attento all’estetica che in casa mia ha un nome che non si dice davanti ai bambini. Ma io sono una che, quando saluta all’uscita di Messa, non merita la stessa attenzione del giovanotto in jeans e chiodo. Quindi il mio parere conta poco o niente, per i critici dell’AperteVirgoletteCesareBaronioChiuseVirgolette.

Mi chiedo se la ghettizzazione di certi ambienti conservatori non sia voluta prima di tutto dagli stessi ghettizzati, per evitare le dinamiche normali della vita ecclesiale che non danno molto spazio a certe stranezze. Pensateci, prima di estinguervi.

Mariagrazia

PS: un ringraziamento alla signora Guarini. Ci vuole più coraggio a pubblicare una lettera di Baronio che a criticare il Concilio, e questo dovrebbe far riflettere molto sulle priorità del cosiddetto movimento tradizionalista in Italia.

Anonimo ha detto...


L'anonimato di si si no no

Lo volle il fondatore, Don Putti del clero romano. Per evidenti motivi di prudenza. Soprattutto nei primi anni vi scrivevano canonisti e teologi, anche membri della Curia, la prudenza era d'obbligo. E lo è anche oggi.
Ogni tanto, negli anni Novanta per esempio, vi comparivano articoli con nome e cognome, anche di laici, spesso collegati ad una serie in più puntate. Ricordo i contributi di mons. Spadafora, che negli ultimi anni della sua vita, cominciò a firmare in chiaro i suoi articoli, in particolare le analisi critiche della degenerazione dell'esegesi cattolica.
La Redazione ha voluto mantenere l'impostazione data da Don Putti, circa l'anonimato.
Il destino di si si no no presso l'ambiente ecclesiastico era tipico, possiamo dire: o fingevano di ignorarlo o ne parlavano male, pubblicamente, però lo leggevano tutti o quasi. Particolarmente seguita era la breve rubrica "Semper infideles", nella quale in ogni numero si denunciavano gli svarioni teologici e pastorali commessi da questo o quel prelato, senza risparmiare nessuno. Alle volte erano autentiche "chicche".
Sull'allora cardinale Ratzinger il giudizio, pur distinguendone la posizione dal resto dei neo-modernisti, era implacabilmente negativo.
Ci vorrebbe una "maggiore presenza di donne nel mondo della Tradizione"? Detta così è una frase ambigua. Quali donne? Il "tipo" della donna che risulta dall'immagine oggi dominante fa semplicemente spavento, è la negazione stessa della femminilità, così come il "tipo"del maschio è la negazione stessa della virilità. Ci vorrebbero più donne in tutta la Chiesa nel senso di donne veramente sante, che ci dessero l'esempio concreto delle virtù cristiane, come appunto le donne sante e le sante donne del passato. Di queste abbiamo bisogno non di ulteriori iniezioni di femminismo nel corpo attualmente cancrenoso della Chiesa visibile.

Anonimo ha detto...

"... questo dovrebbe far riflettere molto sulle priorità del cosiddetto movimento tradizionalista in Italia."

Ogni essere umano è unico ed è nella sua unicità che va per il mondo. I totalitarismi di solito pretendono che le moltitudini siano omogenee nei pensieri, nelle parole, nelle opere ed anche nelle omissioni. Ma le moltitudini cattoliche, quand'anche fossero strettamente preparate ed osservanti, al loro interno presenterebbero, com'è normale, molteplici varianti di preparazione e di osservanza dovute alle caratteristiche di ogni singola anima; dovute alle caratteristiche delle vicissitudini storico-temporali della sua incarnazione sulla terra; dovute alle caratteristiche dell'ambiente dove Dio, Uno e Trino, l'ha posto, dovute infine, in modo particolare, ai suoi tempi interiori di apprendimento. Nei fatti esiste solo il cattolico che cerca di essere tale con tutto se stesso; il mondo della Tradizione non è un mondo a parte è semplicemente il mondo cattolico che sta cercando di dire che solo nella Tradizione è il nostro fondamento, il resto aggiornato è un'illusione, una contraddizione, un trappola, un amo preparato con cioccolata avvelenata. Non siamo, nè ci riteniamo più di altri, come diceva un commentatore, sappiamo di essere peccatori con i limiti e le ampiezze di ciascuno.

fabrizio giudici ha detto...

Mi pare che il dibattito sull'anonimato sia inutile - o meglio, è stato detto quello che andava detto e basta: ci sono vantaggi e svantaggi, limiti e potenzialità sia del firmare con il proprio nome, sia nel crearsi un nom de plume. La morale cattolica dice che scrivere come pseudonimo è immorale? Non mi pare proprio. Allora il problema sta solo negli occhi del lettore, il quale deve esercitare la propria responsabilità nelle letture: per esempio, distinguere le argomentazioni che si sostengono da sé (come quelle di Baronio) da quelle che si affidano sulla credibilità dell'autore (come quelle di Viganò). Ogni polemica sui profili "di fantasia" presunti o tali mi pare un tentativo, non necessariamente con malizia, di scaricare le proprie responsabilità di lettore consapevole.

Viva Cesare Baronio.