lunedì 21 settembre 2020

Monsignor Viganò: Il Vaticano II è “intoccabile”?

Indice precedenti interventi Mons. Carlo Maria Viganò e correlati.
Il commento di Peter Kwasniewski dal titolo Perché la critica di Viganò sul Concilio va presa sul serio mi ha molto colpito. Apparso su One Peter Five il 29 Giugno scorso (qui e anche qui), è rimasto tra gli articoli che avrei voluto commentare: mi appresto a farlo ora, ringraziando l’autore e la redazione per lo spazio che mi vorranno concedere. 

Anzitutto mi pare di poter condividere praticamente tutto il contenuto di quanto scritto da Kwasniewski: l’analisi dei fatti è estremamente chiara e lucida, e rispecchia esattamente il mio pensiero. E quel che mi fa particolarmente piacere è constatare che «in seguito alla pubblicazione della lettera dell’Arcivescovo Viganò del 9 giugno e degli interventi scritti sullo stesso tema che le sono seguiti, la gente ha cominciato a chiedersi cosa implicherebbe “annullare” il Concilio Vaticano II.» 

Considero interessante che si cominci a mettere in discussione un tabù che da quasi sessant’anni impedisce qualsiasi critica teologica, sociologica e storica del Concilio, soprattutto quando questa intangibilità riservata al Vaticano II non vale – secondo i suoi sostenitori – per nessun altro documento magisteriale né per la Sacra Scrittura. Abbiamo letto infiniti interventi in cui i difensori del Concilio hanno definito “sorpassati” i Canoni del Tridentino, il Sillabo del Beato Pio IX, l’Enciclica Pascendi di San Pio X, l’Humanae vitae e l’Ordinatio sacerdotalis di Paolo VI. La stessa modifica del Catechismo della Chiesa Cattolica, con cui la dottrina circa la legittimità della pena capitale viene modificata in nome di una “mutata comprensione” del Vangelo, dimostra che per i Novatori non esiste alcun dogma, alcun principio immutabile che possa essere immune da revisione o cancellazione: l’unica eccezione è rappresentata dal Vaticano II, che per sua natura – ex se, direbbero i teologi – gode di quel carisma di infallibilità e inerranza che viceversa è negato all’intero depositum fidei

Ho già espresso la mia opinione sull’ermeneutica della continuità teorizzata da Benedetto XVI e ripresa costantemente dai difensori del Vaticano II che – certamente in buona fede – cercano di dare una lettura armonica del Concilio rispetto alla Tradizione. Mi pare che le argomentazioni a favore del criterio ermeneutico proposto per la prima volta nel 20051 si limitino all’analisi meramente teorica del problema, prescindendo ostinatamente dalla realtà di quanto accade sotto i nostri occhi da decenni. Questa analisi parte da un postulato valido e condivisibile, ma che in questo caso concreto presuppone una premessa non necessariamente vera. 

Il postulato è che tutti gli atti del Magistero vadano letti e interpretati alla luce dell’intero corpus magisteriale, in ragione dell’analogia fidei2, che in qualche modo è espressa anche nell’ermeneutica della continuità. Questo postulato, tuttavia, parte dal presupposto che il testo che ci apprestiamo ad analizzare sia un atto specifico del Magistero, con un suo grado di autorità chiaramente esplicitato nelle forme canoniche previste. Ed è proprio qui che risiede l’inganno, è qui che scatta la trappola. Perché i Novatori sono riusciti con il dolo a porre l’etichetta “Sacrosanto Concilio Ecumenico” al loro manifesto ideologico, così come a livello locale i Giansenisti che manovrarono il Sinodo di Pistoia erano riusciti ad ammantare di autorevolezza le loro tesi ereticali, poi condannate da Pio VI3.

Da un lato, il cattolico guarda la forma del Concilio considerandone gli atti come espressione del Magistero, e di conseguenza cerca di leggerne la sostanza, palesemente equivoca se non addirittura erronea, in coerenza con l’analogia della fede, per quell’amore e quella venerazione che nutrono tutti i Cattolici verso la Madre Chiesa. Essi non possono capacitarsi che i Pastori siano stati così sprovveduti da imporre loro un’adulterazione della Fede, ma allo stesso tempo comprendono la rottura con la Tradizione e cercano come possono di spiegare questa contraddizione. 

Dall’altro, il modernista guarda la sostanza del messaggio rivoluzionario che intende veicolare, e per dargli un’autorevolezza che non ha e non dovrebbe avere lo “magisterializza” attraverso la forma del Concilio, facendolo pubblicare sotto forma di atti ufficiali. Egli sa bene di compiere una forzatura, ma si avvale dell’autorità della Chiesa – che in condizioni normali disprezza e rifiuta – per rendere praticamente impossibile la condanna di quegli errori, ai quali è stata data ratifica nientemeno che dalla maggioranza dei Padri Sinodali. L’uso strumentale dell’autorità per fini opposti a quelli che la legittimano è un astutissimo stratagemma: da un lato garantisce una sorta di immunità, di “scudo canonico” a dottrine eterodosse o prossime all’eresia; dall’altro consente di comminare sanzioni nei confronti di chi denuncia queste deviazioni, in virtù di un formale rispetto delle norme canoniche. In ambito civile questo modo di procedere è tipico delle dittature; se ciò è avvenuto anche in seno alla Chiesa, è perché i complici di questo colpo di stato non hanno il minimo senso soprannaturale, non temono né Dio né la dannazione eterna, e si considerano partigiani del progresso investiti di un ruolo profetico che li legittima in tutte le loro nefandezze, proprio come i massacri di massa del Comunismo sono compiuti da funzionari di partito convinti di promuovere la causa del proletariato. 

Nel primo caso l’analisi dei documenti conciliari alla luce della Tradizione si scontra con la constatazione che essi sono stati formulati in modo tale da rendere evidente l’intento eversivo dei loro estensori, e conduce inevitabilmente all’impossibilità di interpretarli in senso cattolico, se non indebolendo l’intero corpus dottrinale. Nel secondo caso la consapevolezza della novità delle dottrine insinuate negli atti conciliari ne ha reso necessaria una formulazione deliberatamente equivoca, proprio perché solo nel far credere che fossero coerenti con il Magistero perenne della Chiesa essi avrebbero potuto esser fatti propri dall’autorevolissima assise che doveva “sdoganarli” e diffonderli. 

Andrebbe evidenziato che il solo dover cercare un criterio ermeneutico per interpretare gli atti conciliari dimostra la differenza del Vaticano II rispetto a qualsiasi altro Concilio Ecumenico, i cui canoni non danno adito a fraintendimenti di sorta. Oggetto dell’ermeneutica può essere un passo poco chiaro della Sacra Scrittura o dei Santi Padri, ma non certo un atto del Magistero, il cui compito è precisamente quello di dissipare quella mancata chiarezza. Eppure sia i conservatori sia i progressisti si trovano involontariamente concordi nel riconoscere una sorta di dicotomia tra ciò che è un Concilio e ciò che è quel Concilio – il Vaticano II; tra la dottrina di tutti i Concili e quella esposta o implicata in quel Concilio. 

Mons. Pozzo, in un suo recente scritto in cui cita anche Benedetto XVI, afferma giustamente che «un Concilio è tale soltanto se rimane nel solco della Tradizione e deve essere letto alla luce dell’intera Tradizione».4 Ma questa affermazione, ineccepibile sotto il profilo teologico, non ci porta necessariamente a considerare cattolico il Vaticano II, bensì a chiederci se esso, non rimanendo nel solco della Tradizione e non potendo essere letto alla luce dell’intera Tradizione senza stravolgerne la mens che lo ha voluto, possa definirsi effettivamente tale. Questa domanda non può certo trovare una risposta imparziale in chi si professa orgogliosamente un suo fiero sostenitore, difensore e realizzatore. E non parlo ovviamente della doverosa difesa del Magistero cattolico, ma del solo Vaticano II in quanto “primo concilio” di una “nuova chiesa” che pretende di sostituirsi alla Chiesa Cattolica, sbrigativamente liquidata come preconciliare. 

Vi è inoltre un altro aspetto che a mio parere non deve essere trascurato, e cioè che il criterio ermeneutico – visto nel quadro di una critica seria e scientifica del testo – non può prescindere dal concetto che esso vuole esprimere: non è infatti possibile imporre un’interpretazione cattolica ad una proposizione che è in sé palesemente eretica o prossima all’eresia, per il solo fatto che essa è inserita in un testo dichiarato magisteriale. La proposizione della Lumen Gentium «Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale» (LG, 16) non può avere alcuna interpretazione cattolica: anzitutto perché il dio di Maometto non è uno e trino, e in secondo luogo perché l’Islam condanna come blasfema l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità in Nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. Affermare che «il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani» contraddice palesemente la dottrina cattolica, che professa la Chiesa Cattolica, a titolo esclusivo, unica arca di salvezza. La salvezza eventualmente conseguita dagli eretici, e a maggior ragione dai pagani, proviene sempre e solo dall’inesauribile tesoro della Redenzione di Nostro Signore custodito dalla Chiesa, mentre l’appartenenza a qualsiasi altra religione è un impedimento al perseguimento della beatitudine eterna. Chi si salva, si salva per il desiderio almeno implicito di appartenere alla Chiesa, e nonostante la sua adesione ad una falsa religione: mai in virtù di questa. Poiché quel che essa ha di buono non le appartiene, ma è usurpato; e quello che ha di erroneo è ciò che la rende intrinsecamente falsa, dal momento che la commistione di errori e verità trae più facilmente in inganno i suoi adepti. 

Non è possibile modificare la realtà per renderla corrispondente ad uno schema ideale: se l’evidenza mostra l’eterodossia di alcune proposizioni dei documenti conciliari (e similmente, di atti del magistero bergogliano) e se la dottrina ci insegna che gli atti del Magistero non contengono errori, la conclusione non è che quelle proposizioni non sono erronee, ma che non possono far parte del Magistero. Punto. 

L’ermeneutica serve per chiarire il senso di una frase oscura o apparentemente in contraddizione con la dottrina, non per correggerlo nella sostanza ex post. Un simile procedimento non darebbe una semplice chiave di lettura dei testi Magisteriali, ma costituirebbe un intervento correttivo, e quindi l’ammissione che in quella specifica proposizione di quello specifico documento magisteriale è stato affermato un errore che va corretto. E si dovrebbe spiegare non solo il motivo per cui quell’errore non è stato evitato sin dal principio, ma anche se i Padri Sinodali che hanno approvato quell’errore e il Papa che lo ha promulgato intendessero impegnare la propria Autorità apostolica per ratificare un’eresia, o se volessero piuttosto avvalersi dell’implicita autorità derivante dal proprio ruolo di Pastori per avvallarla senza chiamare in causa il Paraclito. 

Mons. Pozzo ammette: «Il motivo della difficoltà della recezione del Concilio è quindi individuato nel fatto che due ermeneutiche o interpretazioni del Concilio si sono trovate a confronto, e anzi hanno convissuto insieme in modo contrapposto». Ma con queste parole egli conferma che la scelta cattolica di adottare l’ermeneutica della continuità si affianca alla scelta novatrice di ricorrere all’ermeneutica della rottura, in un arbitrio che dimostra la confusione imperante e, cosa ancor più grave, lo squilibrio delle forze in campo a favore dell’una o dell’altra tesi. «L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare e presuppone che i testi del Concilio come tali non sarebbero la vera espressione del Concilio, ma il risultato di un compromesso», scrive mons. Pozzo. Ma la realtà è esattamente questa, e negarla non risolve minimamente il problema, ma anzi lo acuisce, rifiutando di riconoscere l’esistenza del cancro anche quando esso è ormai giunto alla sua evidentissima metastasi. 

Le affermazioni di mons. Pozzo secondo cui il concetto di libertà religiosa espresso in Dignitatis humanae non contraddice il Sillabo di Pio IX5 dimostrano che il documento conciliare è in se stesso volutamente equivoco. Se i suoi estensori avessero voluto evitare questa equivocità, sarebbe stato sufficiente indicare in nota il riferimento alle proposizioni del Sillabo; ma questo non sarebbe mai stato accettato dai progressisti, che proprio sull’assenza di rimandi al Magistero precedente potevano insinuare una mutazione di dottrina. E non pare che gli interventi dei Papi postconciliari – e la loro stessa partecipazione, anche in sacris, a cerimonie acattoliche o addirittura pagane – abbiano mai in alcun modo corretto l’errore propagatosi a seguito dell’interpretazione eterodossa di Dignitatis humanae. A ben vedere, lo stesso metodo è stato adottato nella redazione di Amoris laetitia, in cui la disciplina della Chiesa in materia di adulterio e pubblico concubinato è stata formulata in modo tale da poter esser teoricamente interpretata in senso cattolico, mentre nei fatti è stata accolta proprio nell’unico e ovvio senso eretico che si voleva diffondere. Tant’è vero che quella chiave di lettura voluta da Bergoglio e dai suoi esegeti in materia di Comunione ai divorziati [qui] è assurta ad interpretatio authentica negli Acta Apostolicae Sedis.6

L’intento dei difensori d’ufficio del Vaticano II si rivela una fatica di Sisifo: non appena, con mille sforzi e mille distinguo, riescono a formulare una soluzione apparentemente ragionevole e che non tocca direttamente il loro idoletto, ecco immediatamente le loro parole sconfessate dalle dichiarazioni di segno opposto di un teologo progressista, di un prelato tedesco, dello stesso Francesco. Così il macigno conciliare rotola di nuovo a valle, dove la gravità lo attrae e dove è il suo posto naturale. 

È ovvio che, per il Cattolico, un Concilio riveste ipso facto un’autorità e un’importanza tali, da portarlo spontaneamente ad accoglierne gli insegnamenti con filiale devozione. Ma è altrettanto ovvio che l’autorevolezza di un Concilio, dei Padri che ne approvano i decreti e dei Papi che li promulgano non rende meno problematica l’accettazione di documenti che sono in palese contraddizione con il Magistero, o che quantomeno lo indeboliscono. E se questa problematicità continua a persistere dopo sessant’anni – dimostrando una perfetta coerenza con la volontà dolosa dei Novatori che ne predisposero i documenti e ne influenzarono i protagonisti – dobbiamo chiederci quale sia l’obex, l’ostacolo insormontabile che ci costringe, contro ogni ragionevolezza, a considerare forzatamente cattolico ciò che non lo è, in nome di un criterio che vale solo ed esclusivamente per ciò che è certamente cattolico. 
Occorre aver ben chiaro che l’analogia fidei si applica alle verità della Fede, appunto, e non all’errore, poiché l’armoniosa unità della Verità in tutte le sue articolazioni non può cercare una coerenza con ciò che ad essa si oppone. Se un testo conciliare formula un concetto eretico o prossimo all’eresia, non c’è alcun criterio ermeneutico che lo possa rendere ortodosso, per il solo fatto che quel testo fa parte degli Atti di un Concilio. Sappiamo bene quali inganni e quali abili manovre siano state messe in campo da consultori e teologi ultraprogressisti, con la complicità dell’ala modernista dei Padri. E sappiamo bene con quale connivenza Giovanni XXIII e Paolo VI abbiano approvato questi colpi di mano, in violazione alle norme da essi approvate. 

Il vizio sostanziale risiede quindi nell’aver fraudolentemente portato i Padri Conciliari ad approvare testi equivoci – che essi consideravano abbastanza cattolici da meritare il placet – utilizzando poi quella stessa equivocità per far loro dire esattamente ciò che volevano i Novatori. Quei testi, oggi, non possono essere mutati nella loro sostanza per renderli ortodossi o più chiari: vanno semplicemente respinti – nelle forme che l’Autorità suprema della Chiesa giudicherà a suo tempo opportune – perché viziati da un’intenzione dolosa. E si dovrà anche stabilire se un evento anomalo e disastroso come il Vaticano II possa ancora meritare il titolo di Concilio Ecumenico, quando è universalmente riconosciuta la sua eterogeneità rispetto ai precedenti. Un’eterogeneità che è talmente evidente, da richiedere appunto il ricorso ad un’ermeneutica, cosa che per nessun altro Concilio è mai stata necessaria. 

Andrebbe notato che questo meccanismo inaugurato dal Vaticano II ha conosciuto una recrudescenza, un’accelerazione, anzi un’impennata inaudita con Bergoglio, che ricorre deliberatamente ad espressioni imprecise, astutamente formulate al di fuori del linguaggio teologico, proprio con l’intento di smontare pezzo per pezzo quel che rimane della dottrina, in nome dell’applicazione del Concilio. È vero che in Bergoglio l’eresia e l’eterogeneità rispetto al Magistero sono palesi e quasi spudorate; ma è altrettanto vero che la Dichiarazione di Abu Dhabi [vedi] non sarebbe ipotizzabile senza la premessa della Lumen gentium. 

Giustamente Peter Kwasniewski afferma: «Ciò che fa sì che il Vaticano II meriti solo di essere ripudiato è la mescolanza, il guazzabuglio di elementi eccellenti, buoni, indifferenti, negativi, generici, ambigui, problematici, erronei, il tutto in testi di enorme lunghezza». La voce della Chiesa, che è voce di Cristo, è invece cristallina ed inequivocabile, e non può indurre in errore chi si affida alla sua autorità. «È per questo che l’ultimo concilio è assolutamente irrecuperabile. Se il progetto di modernizzazione si è rivelato una massiccia perdita di identità cattolica e persino di competenze dottrinali e morali basiche, l’unica soluzione è quella di rendere l’ultimo omaggio al grande simbolo di tale progetto e di vederlo sepolto.» 

Concludo ribadendo un fatto a mio parere molto indicativo: se lo stesso impegno che i Pastori profondono da decenni nella difesa del Vaticano II e della “chiesa conciliare” fosse stato usato per ribadire e difendere l’intera dottrina cattolica, o anche solo per promuovere presso i fedeli la conoscenza del Catechismo di San Pio X, la situazione del corpo ecclesiale sarebbe radicalmente diversa. Ma è anche vero che i fedeli istruiti nella fedeltà alla dottrina avrebbero reagito coi forconi alle adulterazioni dei Novatori e dei loro protettori. Forse l’ignoranza del popolo di Dio è voluta proprio perché i Cattolici non si rendano conto della frode e del tradimento di cui sono stati oggetto, così come il pregiudizio ideologico che grava sul Rito tridentino serve solo ad impedire di avere un elemento di confronto con le aberrazioni delle cerimonie riformate. 

La cancellazione del passato e della Tradizione, il rinnegamento delle radici, la delegittimazione del dissenso, l’abuso dell’autorità e l’apparente rispetto delle norme, non sono forse l’elemento ricorrente di tutte le dittature? 

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
21 Settembre 2020
San Matteo, apostolo ed evangelista
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1. http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html
1. CCC, 114: Per “analogia della fede” intendiamo la coesione delle verità della fede tra loro e nella totalità del progetto della Rivelazione.
3. Interessante notare che, anche in quel caso, delle 85 tesi sinodali condannate con la Bolla Auctorem fidei, quelle totalmente eretiche erano solo 7, mentre le altre furono definite «scismatiche, erronee, sovversive della Gerarchia ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e alla sua autorità, conducenti al disprezzo dei Sacramenti e delle pratiche di Santa Chiesa, offensive per la pietà dei fedeli, turbative per l’ordine delle diverse chiese, il ministero ecclesiastico, la quiete delle anime; in contrasto con i decreti Tridentini, offensive per la venerazione dovuta alla Madre di Dio, i diritti dei Concilii generali».
4. https://www.aldomariavalli.it/2020/09/10/concilio-vaticano-ii-rinnovamento-e-continuita-un-contributo-di-monsignor-pozzo/
5. «Nello stesso tempo però il Vaticano II nella Dignitatis humanae riconferma che l’unica vera Religione sussiste nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù affida la missione di comunicarla a tutti gli uomini (DH, n.1), e con ciò nega il relativismo e l’indifferentismo religioso, condannato pure dal Syllabus di Pio IX.»
6. https://lanuovabq.it/it/lettera-del-papa-ai-vescovi-argentini-pubblicata-sugli-acta

16 commenti:

Ad superna semper intenti ha detto...

Anticamente, i concili celebrati erano così tanto "intoccabili" che bisognava aspettare la celebrazione di un concilio successivo per essere completamente sicuri che il precedente fosse stato recepito (e quindi convalidato) da tutto l'oikoumene cristiano. E' per questo che i concili iniziavano sempre dichiarando di essere in consonanza e in linea con quanti li precedevano e li nominavano esplicitamente.

La Chiesa come corpo del Signore, appena termina un concilio inzia la sua opera di riconoscimento e tale opera coinvolge tutte le sue membra. Solo così il concilio è veramente universale, poiché l'azione dello Spirito non è una realtà scontata e magica ma deve subire un discernimento.

Avviene, così, una sorta di "moto circolare" dove dalla gerarchia scendono le disposizioni conciliare, il corpo ecclesiale nel suo insieme le discerne e, avvenuto il riconoscimento, rimanda alla gerarchia il suo "Amen", ossia la sua accettazione.

Questo "moto circolare" rispetta il criterio dell'incarnazione, ossia del divino nell'umano, dove non agisce il solo divino ma coinvolge l'umano in modo sinfonico e sincronico, esattamente come l'acqua del fiume non giunge sospesa a mezz'aria ma ha bisogno del letto del fiume stesso.

Prescindere da questo "moto" che contraddistingue la Cattolicità, significa imporre in modo arbitrario e, direi, magico, delle disposizioni dall'alto senza più chiedere alcun discernimento ma una passiva e rassegnata obbedienza. Questo genere di movimento è puramente discendente, impositivo, dall'alto al basso, e contraddistingue tutte le dittature e i sistemi ideologici.

Quando nella Chiesa, un manipolo di infiltrati si impossessa del potere allora inizia a cessare il modo di operare della Catholica e s'instaura un modo secolare basato sul ricatto e sull'obbedienza passiva.

Così è avvenuto con il concilio vaticano II al punto che ogni tentativo di ridimensionarlo fa scattare i carabinieri del sistema. Ma, a questo punto, siamo dinnanzi ad una vera e propria alterazione ecclesiale tanto più se si tiene conto che lo stesso concilio tridentino, che pur per reazione al luteranesimo, ha dovuto imporsi, rimaneva flessibile e aperto a tutte le consuetudini liturgiche che avevano almeno 200 anni, proprio perché in esse si rispecchiava quel "sensus fidelium" verso il quale i padri avevano rispetto.

Il vaticano II, proprio perché ideologico, non ebbe neppure quest'attenzione.

Anonimo ha detto...

Davanti all'astuta opera dei Novatori vien naturale chiedersi ma, da quale realtà vissuta si è formato questo inveterato odio verso la Chiesa Cattolica? Perché solo da un odio nutrito nel tempo e mai sopitosi può essere sfociata questa opera concertata di distruzione della Chiesa.

Come ricorda il titolo del libro 'Il Reno si getta nel Tevere' del rev.Ralph M.Wiltgen s.v.d. il Reno rappresenta sopratutto i Novatori ed il Tevere la Chiesa Cattolica. Il Reno bagna questi paesi: Svizzera, Liechtenstein, Austria, Germania, Francia e Paesi Bassi. Paesi dove la Riforma è nata, si è variamente diffusa ed ha messo salde radici qua e là.

I Novatori del CVII vengono in particolare da questa area renana, vengono da zone dove, specie nelle Università cattolici e protestanti studiano e lavorano gomito a gomito. Al punto in cui siamo non mi stupirei di infiltrazioni protestanti nel clero cattolico, come non escludiamo infiltrazioni massoniche, né quelle del KGB. Ma al momento concentriamoci su i protestanti.

Ipotizziamo che nel tempo alcuni protestanti siano entrati nella Chiesa ed abbiano preso gli ordini sacri, restando interiormente protestanti. Attraverso costoro molte idee nuove potrebbero essere state veicolate insieme ad una morale lassa e ad una critica spregiudicata verso la Cattolica, sicuramente medievale ed ignorante in confronto con i protestanti illuminati, eruditi e più spicci verso il sesto.

Due o tre generazioni di questo tipo di 'apostolato' potrebbero aver seminato molta zizzania e creato sacerdoti cattolici interiormente protestantizzati. Non è una manovra assurda, spesso fu usata, se non ricordo male, da ebrei ed islamici in particolari condizioni storiche che li riguardavano. Anzi mi sembra la più probabile. Chi ha ucciso Abele? Il fratello! Chi avrebbe potuto far fuori il cattolico se non il protestante?

Forse modernismo o non modernismo l'inveterato odio verso la Chiesa Cattolica potrebbe essere stato coltivato in alcuni ambiti protestanti e da qui variamente diffuso, con o senza infiltrazioni, tra consacrati cattolici abbacinati dalla erudizione d'Oltralpe. Un'ipotesi.

Catholicus.2 ha detto...

Grazie Mons. Viganò, le sue parole chiare e forti ci aiutano ad avere forza e coraggio; Dio la benedica e lo Spirito del Signore continui ad assisterla.

Anonimo ha detto...

Io non credo che ci sia stato un complotto di comunisti ,massoni,protestanti ed omosessuali e che il Concilio , scappato di mano a Giovanni 23° ed a Paolo 6°, sia giunto a conclusioni inattese .Anzi più leggo e più mi convinco che il risultato che questi due papi si prefiggevano era proprio quello di cambiare la Chiesa.In che modo credo che non lo sapessero neanche loro ma il loro desiderio di cambiamento era evidente. Già l'aver accettato come periti molti giovani professori e quasi tutti quelli che negli anni precedenti avevano avuto posizioni problematiche dimostra che il desiderio di rottura ,minoritario nel clero,era un obiettivo che Giovanni 23° si prefiggeva aprendo il Concilio.Poi le cose evidentemente sono scappate di mano,e tolti i pilastri della dottrina , che non erano orpelli,come i nostri eroi credevano, ma muri portanti l'intera costruzione ha rischiato di collassare. Si fosse trattato di un'impresa privata o anche di uno stato sarebbe stato il fallimento, ma la Chiesa per fortuna è di Gesù Cristo che l'accompagnerà fino alla fine dei tempi. Da notare che le Chiese di quei paesi il cui clero aveva assunto delle posizioni oltranziste durante il Concilio praticamente non esistono quasi più. La Chiesa è maestra di vita eppure in quella circostanza ha dimenticato che quando si parte bisogna sapere dove si vuole andare .Chi lascia la strada vecchia per la nuova …...finisce in Amazzonia.

lorenz ha detto...

"Anticamente, i concili celebrati erano così tanto "intoccabili" che bisognava aspettare la celebrazione di un concilio successivo per essere completamente sicuri che il precedente fosse stato recepito (e quindi convalidato)"
eh già...alla fine forse è questo l'approccio risolutivo...in tanti potremo domandarci come mai...non averci pensato prima!
Mille anni dopo, insomma, si verifica un caso allora simile a quello del Concilio che ecumenico dapprima lo fu, stantene, in quel momento, anche l'inequivocabile iniziale riconoscimento della Sede apostolica, ma e che poi ne sarà anzi rigettato quale ancora ecumenico e trattenuto semmai poi come tale solo infine da quanti saranno i bizantini scismatici: e cioè a dire, quel Concilio costantinopolitano presieduto invero da Fozio.

Anonimo ha detto...


Maurice Pinay: COMPLOTTO CONTRO LA CHIESA Edizioni Effedieffe euro 20

Buona lettura!

VIVA CRISTO RE!

E.P. ha detto...

Quando feci la stessa domanda a dei seminaristi, mi risposero con un "sì" praticamente urlato. Li ringrazio ancor oggi, perché fu una delle dimostrazioni che la via d'uscita per la Chiesa è solo nella Tradizione.

tralcio ha detto...

La mia non è una domanda tendenziosa, ma una semplice domanda.
Sapete che difendo con convinzione Papa Benedetto XVI da accuse ingenerose, pur non negando che anche lui possa aver compiuto errori (o aver cambiato qualche volta opinione).
Diciamo che non mi appassiona il "tiro al Papa" come sport.
Mio malgrado sono stato costretto all'indifendibilità di questo pontificato.
Tornando più indietro, rimango ammirato da Giovanni Paolo II, nel raddrizzare la rotta.
Di Paolo VI riconosco l'onestà intellettuale della tristezza che ha caratterizzato il rendersi conto del disastro, specie dopo aver vissuto gli entusiasmi di attese tradite.
Arrivato però a Giovanni XXIII, per definizione dei padroni del discorso "buono", mi sto convincendo che somiglia più di tutti a Bergoglio. Mi risulta che fu lui in persona a complicare la vita al futuro San Padre Pio. Ecco, giusto per distinguere.
La domanda: a nessuno di voi viene naturale separare la figura di chi il CVII l'ha voluto e l'ha lasciato prendere forma, rispetto a chi se l'è trovato in mano, senza potergli mettere le redini per imbrigliarne le derive?

Catholicus ha detto...

"solo da un odio nutrito nel tempo e mai sopitosi può essere sfociata questa opera concertata di distruzione della Chiesa.". giusto, ma chiediamoci: chi è che odia visceralmente Cristo e la Sua Chiesa, cioè i veri cristiani? (non quelli "adulti", non i cattocomunisti, ché questi sono agenti del Nemico mascherati, infiltrati, commedianti...). La risposta è semplice, l'eterno nemico di Cristo, Satana. Quindi se il cosidetto papa Francesco si mostra accanito demolitore di ogni residua traccia di cattolicesimo ancora presente nella Chiesa di Cristo, altro non vuol dire che o è passato dalla parte del nemico, o ci è sempre stato d è stato messo lì per questo, per finire il lavoro sporco iniziato 62 anni fa con la presa della Bastiglia, pardon, del soglio petrino. Inutile arrovellarsi il cervello, cercare mille scappatoie per salvare capra e cavoli (cioè la Santa Tradizione Cattolica e l'obbedienza al papa regnante), tempo e fatica sprecate.Il sano discernimento, l'evangelico "si si, no no" ci portano a concludere che siamo di fronte ad un falso papa e ad una falsa "chiesa", sovrapppostasi a quella vera, di cui ha disperso e continua a disperdere i pochi fedeli rimasti, facendo entrare al loro posto cani e porci (letteralmente...)

Anonimo ha detto...

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/chi-comanda-vaticano-ecco-stato-profondo-papa-1891550.html

Lo "Stato profondo" del Papa: ecco chi comanda in Vaticano

Anonimo ha detto...

Ancora un grazie a Mons.Viganò. Riprendo alcuni punti: 1) come può un testo "dichiarato Magisteriale" nel contempo "essere una proposizione palesemnte eretica o prossima all'eresia" ? Peraltro SE è Magisteriale non è pastorale nel senso equivocato da tale concilio di non dogmatico, cioè di NON Magisteriale. O è o non è. SE il VII è Magisteriale,insegnato infatti a livello universale come Autorità, allora è dogmatico, ma allora promuove l'errore nel contempo, possibilità NULLA nel vero Magistero 2) I Padri sono vissuti nella vera fede ma non sono stati salvati dal Limbo che da Gesù Cristo nella Sua discesa agli inferi dopo la Sua morte Espiatrice del debito loro e nostro, allora com'è possibile che altre religioni siano salvezza senza i Sacramenti di Gesù Cristo unico Salvatore?..quando vivono come i Padri nella vera fede almeno come desiderio implicito nella loro ignoranza, certamente Gesù stesso applicherà al giudizio particolare i Suoi meriti Sacramentali, ma non certamente in altri casi, e ormai di ignoranti invincibili presumo si possa parlare in non molti casi essendo stato annunciato il Vangelo a tutta la terra. Ed ognuno ha il dovere di cercare il vero, Dio è Verità. 3) Se il cvII va corretto è un segno evidente che NON è Magistero per ontologica impossibilità di errore dello Spirito Santo ..ne consegue che il concilio da processare 4) Resta il dilemma "SE è stata impegnata l'Autorità Apostolica" il che ritengo, ho precisato, impossibile o "SE si sono avvalsi dell'Autorità di Pastori per avvallare...senza il Paraclito" l'errore, e qui di nuovo potrebbe essere solo un abuso dell'Autorità Ap. e aggiungerei SE furono o non furono Autorità pur apparendo tali.5) "due ermeneutiche" che di nuovo è questione ontologicamente impossibile il che di nuovo denuncia il sinodo come falso concilio, infatti la continuità MAI è rottura, e l'ermeneutica della discontinuità è rottura. Non è un caso quindi che tale ultima ermeneutica si ponga in opposizione al Vangelo stesso, il che è giudicato da san Paolo come anatema. Quando non si ha il coraggio di fare una cosa apertamente la si fa di nascosto, quasi fossemeno grave l'errore, o quando si sa che una cosa non sarebbe approvata da chi di dovere, la si cerca di camuffare per ciò che non è, ma si rientra nel ni satanico per giudizio di Ns Signore stesso. 6) Che Bergoglio promuova l'errore pubblicamente e formalmente dichiarandolo autentica interpretazione negli Acta Ap.Sedis è tutto dire... un formale anatema ci vuole! La schizofrenia comunque non è carattere dell'UNA e SANTA. 7) Altri conciliaboli come Pistoia ebbero apparenti Autorità ma infine non prevalebunt. Conta il sempre creduto nei tempi da tutti (i veri cattolici) e non il vII in sè. 8) Il rito tridentino è fattore di confronto, ma anche potrebbe indurre ad abbandonare il nuovo, ma anche il catechismo parrocchiale è stato adulterato per allevare falsi cattolici, non passa omelia senza errori ormai proclamati dal pulpito.

Anonimo ha detto...

Caro Tralcio una distinzione andrebbe fatta ,sarebbe più giusto, purtroppo l'amarezza per tanti episodi è talmente tanta che si finisce per fare di ogni erba un fascio.Però la responsabilità , la connivenza,la malafede e l'impotenza sono talmente intrecciate che viene quasi da dire:"condanniamoli tutti Dio riconoscerà i suoi".

Rosminianus ha detto...

A me risulta che Roncalli non fosse progressista... Tiara, sedia gestatoria, latino... forse neanche lui pensava alla deriva che avrebbe preso il Concilio, che intendeva chiudere pochi mesi. Molta ingenuità ma non credo malizia. D'altra parte è stato canonizzato, anche questo non si può negare...

mic ha detto...

Di Roncalli, invece, non si può ignorare lo "spirito del concilio" già presente nella sua allocuzione di apertura...

",,, La traduzione letterale della versione italiana comporta una variante : « [...] sia studiata ed esposta seguendo la ricerca e la presentazione usate dal pensiero moderno », formulazione ambigua, che può intendersi nel senso di una attenzione rivolta alla capacità di comprensione degli uditori oppure di un allineamento alla forme culturali dominanti dell'Occidente."

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2012/12/lallocuzione-di-giovanni-xxiiii-in.html

pinchetto ha detto...

Sig.Rosminianus,

che tempo fa lì sulla luna?

Rosminianus ha detto...

Mic, con tutta la simpatia e la gratitudine per questo ottimo blog che gestisci: una riflessione su Del Noce non si potrebbe fare? Il pensiero moderno non è monolitico. Ci sono stati pensatori moderni e non modernisti, di cui non ci si dovrebbe privare a priori: Rosmini, Newman, Balthasar, Guardini… Per questo, anche "la ricerca e presentazione usate nel pensiero moderno" è espressione che va chiarita ma che in se stessa non implica un cedimento apodittico al modernismo.
Semplice riflessione per capire, grazie ancora.