Pagine fisse in evidenza

domenica 1 febbraio 2026

Sinfonia di gioia condivisa: 1 Giovanni 1:4

Volentieri condivido per la nostra gioia condivisa, nella traduzione da Vigiliae, la meditazione che segue, del Rev.do Leon.
Sinfonia di gioia condivisa
Sermone per domenica 1 febbraio 2026
Rev. Leon, 31 gennaio

1 Giovanni 1:4
E queste cose le scriviamo,
affinché la nostra gioia sia piena.
Nelle silenziose stanze dell'antica pergamena, l'apostolo Giovanni intinge la sua penna nell'inchiostro dell'eternità, plasmando parole che trascendono il tempo. "E queste cose noi scriviamo", dichiara – καὶ ταῦτα γράφομεν ( kai tauta graphomen ) – una frase ricca di significato, dove γράφομεν ( graphomen ), dalla radice γράφω ( graphō ), evoca l'atto di scrivere, non semplicemente annotare appunti, ma incidere verità nell'anima. Questo versetto, incastonato nelle prime note della sua prima epistola, funge da ponte tra la proclamazione e l'intenzione. Giovanni non è uno scriba ozioso; Le sue parole sono frecce scagliate verso il cuore, che portano il peso della gloria testimoniata – la vita manifestata, vista e toccata (come attestano i versetti precedenti). Qui, nel quarto versetto, intravediamo il perché dietro il cosa: una composizione divina destinata a portare armonia a vite fratturate.

Le "queste cose" (ταῦτα, tauta ) non si riferiscono a nozioni vaghe, ma alle vivide testimonianze di comunione con il Padre e il Figlio. Questo si collega al prologo dell'epistola, dove viene proclamata la vita eterna, e ai temi che si sviluppano di luce, confessione e amore. Lo scritto di Giovanni è un invito, una chiamata a partecipare a una realtà che ripara la canna spezzata dell'esistenza umana.

La melodia della gioia svelata 
E ora il crescendo arriva con χαρὰ ( chara ) – gioia, quella melodia radiosa che si fa strada attraverso le Scritture come la luce del sole che squarcia le nuvole temporalesche. In greco, χαρὰ ( chara ) deriva da χαίρω ( chairō ), rallegrarsi, implicando una letizia piena di grazia, non una felicità passeggera ma una gioia profonda radicata nella relazione. Giovanni scrive "affinché la nostra gioia sia" (ἵνα ἡ χαρὰ ἡμῶν ᾖ, hina hē chara hēmōn ē ) – la proposizione ἵνα ( hina ) denota uno scopo, un obiettivo deliberato. Le varianti testuali dibattono tra "nostro" (ἡμῶν, hēmōn ) e "tuo" (ὑμῶν, hymōn ), eppure il "nostro" risuona in molti manoscritti, legando scrittore e lettore in una sinfonia condivisa. Questa gioia è comunitaria, non solitaria; si espande nella comunione dei credenti, riecheggiando l'enfasi giovannea sull'unità.

Immaginate la gioia come una fiamma accesa nel cuore, alimentata dall'olio della verità divina fino a divampare luminosa e inestinguibile. Questo si allinea con la più ampia visione di Giovanni: nel suo Vangelo, la gioia sorge alla vista del Cristo risorto (Gv 20,20); qui, si completa attraverso la parola proclamata. Senza questa gioia, la fede sprofonda in un canto funebre; con essa, si eleva come un inno giubilante. Giovanni, il discepolo amato, conosce l'ombra del dolore – dall'agonia del Getsemani alla croce del Calvario – eppure annuncia una gioia che sfida la disperazione, nata dalla comunione divina.

La pienezza che riempie il vuoto
Il versetto culmina in πεπληρωμένη ( peplērōmenē ), da πληρόω ( plēroō ), che significa riempire fino all'orlo, rendere completo. Questo participio perfetto passivo parla di una gioia già compiuta eppure continuamente realizzata – una pienezza non parziale ma traboccante, come il vino di Cana. Il termine πληρόω ( plēroō ) riecheggia la dichiarazione paolina in Colossesi 2:9, dove la pienezza della divinità dimora corporalmente in Cristo, invitandoci a partecipare a quella pienezza divina.

Lo scopo di Giovanni è pastorale: mettere in guardia dai sussurri docetistici o protognostici che frammentano la fede, insistendo invece su un Vangelo in cui la gioia è frutto della fedeltà alla luce.

Queste prime tendenze docetiche o protognostiche negavano la piena realtà dell'incarnazione di Cristo, trattando il mondo materiale come malvagio o illusorio e rivendicando la conoscenza segreta (γνῶσις, gnosi ) come via per la salvezza. Tale insegnamento minacciava di fratturare la comunione cristiana, separando l'élite spirituale dai credenti comuni e minando la realtà corporea del Verbo fatto carne. Giovanni contrasta questo con la verità che ha visto e proclamato: la vita eterna che era presso il Padre è apparsa nella carne, è stata vista e toccata, ed è ora annunciata affinché la gioia possa raggiungere il suo compimento in una comunione genuina e incarnata con Dio e tra di noi.

Immaginate l'anima come un vaso, incrinato dalle tempeste del peccato, ma riparato e riempito dall'epistola dell'apostolo. Questa pienezza contrasta il vuoto di un mondo che insegue ombre – ricchezza, potere, piacere – offrendo invece una gioia eterna, inattaccabile. Come le onde si infrangono sulla riva, così questa verità erode il dubbio: scrivere genera leggere; leggere genera credere; credere genera gioia completa.

Un invito alla pienezza condivisa Infine, il versetto ci invita all'azione, intrecciando la riflessione personale con la testimonianza comunitaria. Il "noi" di Giovanni (ἡμεῖς, hēmeis ) ci avvolge tutti – apostolo, Chiesa antica e pellegrino moderno – in un arazzo di testimonianza condivisa. In parole povere, è un grido di battaglia contro l'isolamento, che ci esorta ad accogliere la luce dell'epistola, a confessare i nostri errori e a camminare nell'amore. Questa gioia, realizzata, diventa la nostra eredità, un faro in tempi bui.

Ascoltiamo dunque la mano dell'apostolo: leggiamo queste cose, affinché la nostra gioia – la vostra e la mia – risuoni in eterna pienezza, in una sinfonia ininterrotta. 
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

5 commenti:

  1. Bello quello che fate:
    "scrivere genera leggere; leggere genera credere; credere genera gioia completa."

    RispondiElimina
  2. Questa specie di "regola catenaria" purtroppo non vale per i cd media mainstream (cartacei e televisivi), ma neppure per i media a diffusione locale , siano essi laici oppure ecclesiastici. Tuti questi mezzi d'informazione oggi sono asserviti alla narrazione del pensiero unico globalista-satanista, una forma di menzogna coercitiva con lavaggio del cervello ( e persecuzione dei dissidenti) quale mai si era vista dall'alba dell'umanità. La prova del nove ? : la vicenda pandemico-vaccinista.

    RispondiElimina
  3. Purtroppo ieri abbiamo condiviso tutt'altro01 febbraio, 2026 18:15

    …quello che è accaduto ieri sera a Torino è il prodotto tossico di un clima sociale esasperato, disorganizzato e profondamente regressivo.

    Quando un gruppo perde il senso del limite, l’individuo smette di pensare, delega la propria responsabilità alla folla e si sente autorizzato a fare ciò che, da solo, non avrebbe mai osato.

    È il meccanismo classico della deindividuazione:
    – annullamento dell’empatia
    – sospensione della responsabilità morale
    – legittimazione dell’aggressività come atto “politico” o “identitario”.

    In questo contesto, la violenza non è protesta.
    È acting out, è scarica pulsionale, è bisogno di nemico.

    E quando il nemico diventa chi garantisce l’ordine pubblico, il patto sociale è già saltato.

    Il caso dell’agente Alessandro Calista, 29 anni, una moglie, un figlio, massacrato a colpi di martello mentre svolgeva il suo servizio, è emblematico.
    Non è “incidente”.
    Non è “eccesso”.
    È violenza organizzata e simbolicamente mirata.

    Qui non siamo di fronte al “diritto di manifestare”.
    Siamo di fronte a soggetti che usano la folla come scudo per legittimare comportamenti criminali.

    Soggetti che vanno gestiti con il massimo rigore e la massima severità, perché non rispondono al linguaggio del confronto, ma solo a quello del limite.

    In una città come Torino, cuore storico, culturale e istituzionale del Paese,
    queste scene sono intollerabili.

    Uno Stato che vuole dirsi civile non può normalizzare la violenza,
    non può giustificarla,
    non può minimizzarla.

    La tolleranza verso chi agisce così non è democrazia.
    È resa culturale.

    E ogni volta che si abbassa l’asticella, il prezzo lo pagano inermi, inermi in divisa, inermi per strada.

    Questo non è dissenso.
    È deriva.
    E come tutte le derive, va contenuta con fermezza, prima che diventi sistema.

    Massima, totale e incondizionata solidarietà a tutte le donne e a tutti gli uomini delle Forze dell’Ordine.

    Persone che ogni giorno, con coraggio e devozione, presidiano territori difficili, fronteggiano contesti ad altissima tensione emotiva, lavorano in condizioni spesso critiche e con risorse limitate, mettendo a rischio la propria incolumità per tutelare la sicurezza di tutti.

    Chi indossa una divisa ha una famiglia, affetti, figli, una vita che continua anche dopo il turno di servizio.
    Eppure è chiamato a reggere l’urto di una società sempre più aggressiva, spesso ingrata, talvolta apertamente ostile.

    Colpire un operatore delle Forze dell’Ordine non è un atto simbolico:
    è un attacco diretto allo Stato, alle regole condivise, alla possibilità stessa di convivere civilmente.

    Difendere chi garantisce l’ordine pubblico non è schierarsi politicamente.
    È difendere il perimetro minimo di civiltà senza il quale resta solo la legge del più violento.

    A chi ogni giorno svolge questo lavoro tra mille difficoltà e sacrifici va detto forte e chiaro:
    non siete soli.
    E uno Stato degno di questo nome ha il dovere di dimostrarlo con i fatti, non solo con le parole.

    RispondiElimina
  4. #Purtroppo ieri....
    Ottimo intervento, a parte la sottolineatura di "Torino cuore storico, culturale e istituzionale del Paese". Esageruma nen!

    RispondiElimina
  5. I comunisti

    I comunisti pretendono che il conflitto, che porta il mondo verso la sintesi finale, può essere accelerato dagli uomini. Quindi si sforzano di rendere più acuti gli antagonismi che sorgono fra le diverse classi della società; e la lotta di classe, con i suoi odi e le sue distruzioni, prende l’aspetto d’una crociata per il progresso dell’umanità. Invece, tutte le forze, quali che esse siano, che resistono a quelle violenze sistematiche, debbono essere annientate come nemiche del genere umano.

    - Pio XI, Divini Redemptoris

    RispondiElimina

I commenti vengono pubblicati solo dopo l'approvazione di uno dei moderatori del blog.