Amore, promessa, Dio. Tre parole che oggi
suonano rivoluzionarie solo perché sono vere
Cari amici, il tempo quaresimale non mi ha permesso di sostare davanti al Festival della canzone. Una distrazione evitabile. Eppure, nel tempo minimo concesso ai social, mi sono accorto di un fatto: più silenzio, meno clamore. Segno interessante, perché il Festival, spesso letto come un laboratorio di linguaggio e di costume, sembra aver avuto un tono più normale.
Anche questa mattina, scorrendo il risultato finale, ho ritrovato la stessa impressione. Ha vinto una canzone più melodica, più “classica”, con un colore napoletano dichiarato, e soprattutto con un immaginario affettivo semplice: un amore tra uomo e donna, una promessa che guarda in alto, la parola “Dio” che non entra in scena come provocazione, entra come orizzonte. La canzone non predica, promette: una parola data, “davanti a Dio”, e un futuro costruito insieme.
In un tempo in cui tutto viene incorniciato, spiegato, corretto, autorizzato, questa semplicità appare persino dirompente. Non perché sia aggressiva. Non perché voglia fare guerra culturale. Proprio perché non chiede permesso ai codici del momento.
C’è un punto che merita attenzione. Negli ultimi anni la trasgressione è diventata una specie di meta obbligata. Non nel senso della libertà creativa, che resta preziosa, nel senso del rituale: la trasgressione attesa, prevista, programmata, con un vocabolario fisso e indignazioni a orario. Una trasgressione così smette di essere trasgressione. Diventa conformismo. Diventa uniforme.
Quando questo accade, la gente non diventa improvvisamente “reazionaria”. La gente si stanca. Si stanca di essere educata a colpi di slogan. Si stanca di sentirsi sempre sotto esame. Si stanca del tribunale permanente. E allora cerca aria. Cerca una forma riconoscibile. Cerca una voce che porti una melodia. Cerca qualcosa che non suoni come un comunicato.
E qui arriva il punto interessante: la normalità, quando viene vissuta senza complessi, può diventare una contestazione più forte di mille polemiche. Una canzone che racconta un legame, una promessa, un desiderio di bene, un riferimento a Dio, svuota di forza la liturgia ideologica senza nemmeno nominarla. Non entra nel ring. Non concede l’onore della battaglia. Fa una cosa più spiazzante: parla dell’umano.
C’è un equivoco da evitare. Non ogni “classico” è vero. Non ogni “tradizionale” è buono. La Tradizione non è nostalgia, è vita che passa di mano, come il pane. Una canzone può essere classica e vuota, può essere moderna e autentica. Il punto non è lo stile. Il punto è la verità umana che regge anche quando si spengono le luci del palco.
E allora la domanda è questa: stiamo assistendo a un cambio di stagione? Forse. Si intravede un desiderio diffuso di uscire dal linguaggio obbligatorio, di tornare a una bellezza accessibile, di respirare un po’ di realtà. La realtà è fatta di differenze, di radici, di appartenenze, di legami, di promesse, di un “per sempre” che appare utopico e insieme necessario, perché attraente. La realtà è fatta anche di Dio, quando l’uomo è onesto con la propria sete.
Una cultura che vive soltanto di “trasgressione” finisce per consumarsi, perché non costruisce. Una cultura che ricompone il cuore dell’uomo, che riconosce il bene possibile, che torna a dire “io ti scelgo” senza vergognarsi, quella costruisce. Anche quando lo fa con una canzone.
Qui entra una considerazione spirituale, semplice. L’amore tra uomo e donna, quando è vissuto come promessa, non è soltanto sentimento. È un linguaggio morale. Dice al mondo che la libertà non è soltanto scegliere, è anche restare. Dice che il desiderio non è soltanto consumo, è anche fedeltà. Dice che la persona non è un progetto da aggiornare ogni mese, è una vocazione da custodire. In questo senso la normalità può diventare profetica.
Se davvero questa vittoria sembra segnare un ritorno di normalità, o almeno un inizio, vale la pena rifletterci. Chissà se le tante parole inseguite per moda rischiano di diventare presto note stonate. Come diceva il poeta: ai posteri l’ardua sentenza.
don Mario Proietti

Che Dio lo voglia!
RispondiEliminaSAL DA VINCI, IL SIGNIFICATO DI UNA VITTORIA
RispondiEliminadi Mario Adinolfi
Sal Da Vinci ha trionfato al festival di Sanremo 2026 con una canzone sull’indissolubilità del matrimonio intitolata Per sempre sì, accompagnata da una coreografia che tutta l’Italia ormai sa realizzare sui tre versi finali: Io te lo prometto davanti a Dio / saremo io e te accussì / sarà per sempre sì. E la coreografia si chiude indicando la fede nuziale. Il cantante nato a New York ma intriso dell’anima della sua Napoli è da quarant’anni unito alla cinquantottenne Paola Pugliese da cui ha avuto due figli: l’oggi trentatreenne Francesco colpito da bambino dalla meningite e la ventottenne Anna Chiara che dovette affrontare in tenera età un angioma tubero-cavernoso al viso. Prove pesantissime che Paola al Corriere della Sera racconta così: “Abbiamo affrontato tutto con la fede, Dio è sempre presente, ci siamo sempre affidati a Lui anche quando non avevamo i soldi neanche per pagare il latte per i nostri figli piccoli”. Sal si chiama in realtà Salvatore e, ci informa sempre Paola, “prega prima di salire sul palco, ma anche la mattina e la sera”.
Commentare le canzoni di Sanremo sulla base dell’impianto musicale è esercizio insensato: nessuno è Bach e neanche Guccini o De André, che non a caso al festival non sono mai andati. Da questo punto di vista il brano di Sal Da Vinci è bruttino, anche se garantirà all’autore valangate di diritti SIAE perché non è immaginabile da oggi un solo matrimonio da Roma in giù in cui lo sposo non dovrà intonare Per sempre sì, dedicandola alla sposa. Ma la vittoria del cantante napoletano che ha trionfato non solo grazie al televoto del pubblico, ma per il voto “qualificato” della giuria delle radio e della sala stampa, ha un significato molto chiaro: la necessità di un ritorno alla normalità.
Dopo un delirante decennio in cui il festival imponeva modelli culturali posticci legati alla cultura Lgbt (obbligo di indossare i colori arcobaleno a Sanremo 2016 a sostegno della legge Cirinnà, l’anno precedente in pieno dibattito su quella normativa Carlo Conti omaggia il governo Renzi invitando come superospite internazionale il trans semibarbuto Conchita Wurst, per non parlare dei “quadri” blasfemi di Achille Lauro nei festival di Amadeus punteggiati di celebrazioni omosex culminate con gli amplessi simulati tra Fedez e il collega Rosa Chemical o con i pistolotti alla Rula Jebreal sulla natura omofoba e misogina di un’Italia raccontata come patria del femminicidio) il significato della vittoria di Sal Da Vinci è dunque pienamente culturale e politico, segnala meglio della vittoria di Trump o del record di durata del governo Meloni come il vento sia radicalmente cambiato e l’Italia senta il bisogno di un ritorno ai valori della propria tradizione.
Sbaglia chi ha descritto tutto questo come una forma di restaurazione o addirittura di normalizzazione imposta dall’alto e con lo sguardo rivolto al passato. Ho avuto modo di notare, infatti, come su Tik Tok impazzi il brano di Sal Da Vinci in particolare tra le giovani e le giovanissime che postano varie loro interpretazioni di un sogno comune ben interpretato da quelle tre semplici parole del titolo del brano: per sempre sì. Ragazze tra i diciotto e i venticinque anni grazie a questo cantante napoletano che potrebbe essere loro padre è come se avessero trovato il coraggio e il pretesto per raccontare la loro vera recondita ambizione: non prendere un master e diventare stressatissime donne manager, ma trovare un uomo che si dedichi a loro e si impegni davanti a Dio a affrontare insieme ogni difficoltà, per sempre.
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RispondiEliminaPer sempre, che locuzione affascinante. Sal Da Vinci la incarna credibilmente con la sua storia familiare e le ragazze dei social riecheggiano un’Italia che vuole un futuro costruito su questa sete di assoluto e non più sulle baracconate dei teorici dell’emancipazione femminile ai danni della stabilità familiare. La priorità diventa il matrimonio indissolubile e chi l’avrebbe mai detto ai Matteo Renzi che riteneva dieci anni fa che essere moderni dovesse coincidere con due cannoneggiamenti dell’istituto matrimoniale attraverso due leggi che il suo governo fece approvare: quella sulle unioni civili gay e quella sul divorzio breve. Carlo Conti nel 2016 era conseguente corifeo in Rai di quel vento che per dieci anni ha soffiato provando a rendere l’Italia una terra strampalata e distanziata dai propri valori tradizionali, nel 2026 finalmente è lo stesso Carlo Conti a chiudere il suo ciclo riconsegnando simbolicamente il Paese a se stesso con la vittoria del brano e dell’esempio personale offerti da Sal Da Vinci.
Ci si apre ora al futuro rappresentato dalla guida del Festival affidato a un trentaseienne, Stefano De Martino. Solo Pippo Baudo era più giovane quando condusse il suo primo Sanremo in un altro anno non casuale, il 1968. Spero che nel 2027 il testimone venga raccolto in continuità con il significato della vittoria di Sal Da Vinci, perché è vero che sono solo canzonette e i guai di questo mondo sono altri, ma se l’Italia rientrerà nel solco della sua storia e dei suoi valori potrà con l’aiuto di Dio affrontare quei guai con una maggiore compattezza rispetto al modo con cui l’avrebbe fatto l’Italia sbrindellata dall’inseguimento delle mode disvaloriali, effimere quanto una canzone di Mahmood.
Sentimentalismo a go go ! La Chiesa 4.0 incontra il mondo e quindi il Festival di Sanremo. I risultati di questo approccio sono stati catastrofici negli ultimi 60 anni. Sarebbe da morire dal ridere, se non fossimo in Quaresima...
RispondiEliminaC. Gazzoli
Poveretto Proietti che ha scritto l'articolo e poveretti chi si illude. Ma vi pare possibile che da oggi soltanto grazie a una canzone che nel giro di un mese scomparirà come tante altre, gli italiani inizieranno a mettere in pratica i comandamenti della chiesa cattolica e illuminati sulla via di Sanremo inizieranno a digiunare in quaresima e magari correranno tutti a frequentare la messa e soprattutto smetteranno di convivere, di divorziare e chissà quante altre cose e l'Italia intera rientrerà nel solco dei valori cristiani? Quanta infantile fantasia invece di osservare quanto accade nella realtà del mondo d'oggi.
RispondiEliminaForse lo sbertucciato Crosetto non era a Dubai per banale turismo… il mondo sta cambiando. La canzone non fa primavera, i rischi incombono, ma chi ha pagato per anni gli artefici della distruzione delle nostre radici sta prendendo scopone in giro per il mondo. L’Italia può smettere di essere la colonia di qualcuno. Iniziando a cantare le sue canzoni. Ristudiando veramente la storia, mettendo Mazzini e Garibaldi tra gli esecrabili, rimettendo un ruolo nel Mediterraneo più simile alla Serenissima che a una ONG foraggiata da Soros. Tornando a pregare il Signore e ad essere terra di sane e santi invece che dei vescovi della CEI. Un sogno? Un’illusione? Una canzone non fa primavera, ma l’aria sta cambiando. I demoni sono disperati e cercano una guerra… la guerra potrebbe avvenire, ma anche no. E noi potremmo tornare ad essere un popolo che parte dalla famiglia e non quella arcobaleno.
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