Omelia per domenica 12 aprile 2026
1 Giovanni 2:28–3:3 E ora, figlioli, rimanete in lui, affinché, quando egli si manifesterà, possiamo avere fiducia e non essere svergognati da lui alla sua venuta. Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque pratica la giustizia è generato da lui. Quale grande amore ci ha donato il Padre, perché fossimo chiamati figli di Dio – e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto lui. Carissimi, fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo pero che, quando egli si sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. E chiunque ha questa speranza in lui purifica se stesso, come egli è puro.
O piccoli amati, ascoltate la voce dell'Apostolo che si leva come l'alba sulle colline ombrose della nostra epoca incerta. 'E ora, τεκνία (teknia) – piccoli figli' [Quasi modo géniti infántes -ndr], dice, non con severità ma con il calore di un padre che raccoglie i suoi, μένετε ἐν αὐτῷ (menete en autō) – rimanete in lui. Non una visita fugace, non uno sguardo fugace, ma una permanenza costante, come una vite che trae vita dal vero tronco.
Giovanni scrive con urgenza escatologica: «affinché, quando egli si manifesterà» – φανερωθῇ (phanerōthē). Questo verbo non descrive un cambiamento in Cristo, come se fosse assente e poi improvvisamente presente. Parla invece di una rivelazione: ciò che è sempre stato vero, eppure nascosto, diventa visibile. La trasformazione non è in lui, ma nel nostro sguardo. In quel momento, possiamo possedere παρρησία (parrēsía), l'audace fiducia che si erge senza vergogna di fronte al Re che ritorna.
In questa prima domenica dopo Pasqua, il tema risuona profondamente. Cristo risorto è già in mezzo al suo popolo, eppure non si è ancora pienamente rivelato. Viviamo nella stessa tensione: è presente, ma non ancora manifesto; vittorioso, eppure non ancora visto nella gloria. Rimanere in lui significa vivere nella luce della risurrezione pur camminando tra le ombre del mondo.
La somiglianza familiare
Se sai che egli è giusto – δίκαιος (díkaios) – allora sai anche questo: chiunque pratica la giustizia è generato da lui. Il tempo perfetto indica un atto divino compiuto, ma che continua a portare frutto.
Non si tratta di moralismo mascherato da religiosità. La rettitudine è la somiglianza di famiglia, l'impronta inconfondibile del Padre sui suoi figli. Come un bambino porta gli occhi o l'andatura di colui che gli ha dato la vita, così chi è nato da Dio cammina nelle vie di Dio.
Qui un secondo filone esegetico merita attenzione. Giovanni non sta dicendo che il comportamento retto crea la nostra identità, bensì che la rivela. L'agire scaturisce dall'essere. Alla luce della Pasqua, questo diventa ancora più chiaro: la risurrezione non è semplicemente un evento da ammirare, ma una vita da abitare. Il Cristo risorto condivide la sua vita con il suo popolo, e questa vita porta frutto nella giustizia.
L'amore sorprendente
«Guardate che amore!» – ποταπὴν ἀγάπην (potapēn agápēn). Non l'affetto superficiale che il mondo offre, ma un amore profondo e di generosità inestimabile. Il Padre ci ha donato questo amore affinché fossimo chiamati τέκνα θεοῦ (tékna theou), figli di Dio – e lo siamo. L'indicativo risuona come una campana attraverso i secoli: «e lo siamo».
Il mondo non ci riconosce perché non ha riconosciuto Lui. Questo allontanamento è agrodolce: la famiglia di Dio cammina come straniera in una terra che un tempo apparteneva al Padre, ma che ora ne dimentica il volto. Ma la nostra consolazione è salda: siamo conosciuti da Colui che conta, e la Sua conoscenza è sufficiente.
E ancora una volta la Pasqua sottolinea questo punto. Cristo risorto non fu riconosciuto subito: né da Maria nell'orto, né dai discepoli lungo la via, né dai pescatori sulla riva. Il riconoscimento avviene attraverso la rivelazione. Così è anche per noi: la nostra identità è reale, ma non sempre visibile. Viviamo come coloro che Dio ha chiamato, anche quando il mondo non lo vede.
Speranza e sequela che purifica
'Ora siamo figli di Dio' – νῦν τέκνα θεοῦ ἐσμεν (nyn tekna theou esmen). Il presente è sicuro. Eppure 'ciò che saremo non è ancora stato manifestato' – οὔπω ἐφανερώθη (oupō ephanerōthē). Il futuro rimane velato, ma la promessa traspare: quando si manifesterà, 'saremo simili a lui', ὅμοιοι αὐτῷ (hómoioi autō), perché lo vedremo 'così com'è'.
Qui Giovanni tocca il cuore della speranza cristiana. La nostra trasformazione non è il risultato di un eroico sforzo morale, ma il frutto del vedere Cristo così com'è veramente. La visione si trasforma in somiglianza. L'incontro si trasforma in rinnovamento. Questa è la logica della grazia [e della nostra risposta -ndr].
Questa speranza – ἐλπίδα (elpída) – non è un vago ottimismo, ma un'ancora vivente fissa su Cristo risorto e che ritorna. E chiunque nutre questa speranza "si purifica", ἁγνίζει ἑαυτόν (hagnízei heautón), proprio come è puro l'Amato. Il verbo evoca i preparativi rituali di coloro che si consacrano al servizio santo. La speranza non è mai vana. Opera. Custodisce. Allinea il cuore alla purezza di Colui che attendiamo.
Il brano si conclude quindi non con speculazioni, ma con la pratica. I figli di Dio – rimanendo nel Figlio, segnati dalla giustizia, stupiti dall'amore – camminano in una speranza che purifica. Non si limitano ad attendere la rivelazione, ma si preparano ad essa, affinché, quando la tromba suonerà e ogni occhio lo vedrà, possano alzare il capo con fiducia e dire: "Questo è il Figlio del Padre nostro, e finalmente siamo simili a lui".
Possa lo Spirito che ha ispirato queste parole scriverle di nuovo nei nostri cuori, affinché possiamo dimorare, contemplare, sperare ed essere purificati – fino all'alba e alla fuga delle ombre. Amen. - Rev. Leon

Domenica in Albis / Ottava di Pasqua
RispondiElimina“stetit Jesus in médio discipulórum suórum et dixit: Pax vobis. Allelúja”