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mercoledì 10 giugno 2026

Tommaso d’Aquino: Il sapiente che voleva sapere tutto

Tommaso d’Aquino: Il sapiente che voleva sapere tutto

C’è un’immagine che Tommaso d’Aquino porta con sé lungo tutta la sua vita: un uomo che non si accontenta. Non nel senso volgare dell’ingordo, ma nel senso nobile di chi sente che la realtà è più grande di qualunque risposta già data, e che fermarsi sarebbe una forma di slealtà verso se stessi e verso Dio.

Aristotele aveva aperto la sua Metafisica con una frase diventata pietra: «Tutti gli uomini per natura desiderano conoscere». Tommaso la raccoglie e la porta fino alle sue conseguenze più radicali. Per lui il compito del vero sapiente è quello di «cercare di indagare tutto lo scibile». Non è un programma accademico: è un’antropologia. Dice cosa siamo. Siamo, come egli afferma con precisione, «in senso stretto animali razionali», e la razionalità non è un ornamento dell’anima ma la forma stessa del corpo, il principio che ci costituisce interamente. L’anima razionale è l’unica vera forma del composto umano. Per questo la beatitudine piena non può darsi senza il corpo: anche raggiunta la visione beatifica di Dio dopo la morte individuale, la beatitudine «non sarà piena, perché non sarà ancora reintegrato e completo» l’uomo. «L’uomo è sempre, indissolubilmente, appunto anima e corpo.» C’è qualcosa di commovente in questa fedeltà al corporeo, in un’epoca che tendeva a vedere la carne come zavorra.
Viene in mente Pascal, secoli dopo: «L’uomo non è né angelo né bestia, e la disgrazia vuole che chi fa l’angelo fa la bestia» (Pensieri, fr. 678, ed. Brunschvicg). Tommaso avrebbe condiviso l’intuizione, ma l’avrebbe rovesciata in positivo: proprio perché non siamo angeli, proprio perché siamo carne che pensa, il nostro destino è conoscere attraverso il reale, non nonostante esso.

Questa impostazione produce una metafisica severa e luminosa insieme, quella che Tommaso chiama distinzione tra essere ed essenza, ovvero tra l’esistenza di una cosa e la sua natura. In ogni creatura queste due dimensioni rimangono distinte: si può pensare cosa è un cavallo senza che questo pensiero faccia esistere un cavallo. Solo in Dio essenza ed essere coincidono perfettamente. Tutte le cose, «anche le creature immateriali, prive di corpo, come per esempio gli angeli», hanno almeno una forma di composizione tra la loro essenza e il loro essere. L’unica eccezione è Dio.

Ma attenzione: questa tesi ha in Tommaso una portata prevalentemente apofatica, negativa. «Dire che Dio è soltanto essere significa che noi non abbiamo degli strumenti concettuali adeguati per poter pensare Dio», e tutti gli attributi che gli riferiamo sono in realtà attributi puramente analogici. La vera cesura nella realtà non è tra il corporeo e l’immateriale, ma tra ciò che è al di sopra di qualsiasi contenuto oggettivabile, Dio, «la cui essenza si traduce nell’essere», e tutto ciò che invece insieme all’essere possiede una determinazione oggettiva e formale. Dio come essere stesso ha in Tommaso «più una portata apofatica o negativa che un tenore positivo, come se Dio fosse l’essere sommo determinabile e concepibile come tale.»

Di qui le cinque vie, le celebri dimostrazioni dell’esistenza di Dio nella Summa Theologiae. Fanno leva sul «meccanismo della causalità e dell’impossibilità di un regresso all’infinito nelle cause». Dalla prima via, che risale al motore immobile, alla quinta, secondo cui «tutte le creature, anche quelle non provviste di razionalità, sono orientate verso il fine da una prima causa finale intelligente», il percorso è stringente. Eppure queste vie «non si chiudono con la formula: dunque Dio esiste; si chiudono dicendo che esiste una causa prima o un termine primo, che è ciò che tutti chiamano Dio.» Dio appare sempre «in forma o funzione di predicato, e non come soggetto.» Le vie dimostrano filosoficamente l’esistenza di una causa prima, «ma non ci dicono nulla di come Dio sia in sé stesso.»

Kierkegaard avrebbe detto che la fede comincia esattamente dove la dimostrazione finisce. Tommaso non lo negherebbe. Ma aggiungerebbe che la dimostrazione è necessaria, non per costringere la fede, ma per preparare l’intelletto a riceverla senza disonorarla.

E qui si apre il cuore della sua visione dell’uomo. La felicità, il fine ultimo, «ci offre la cifra forse più significativa del pensiero di Tommaso, ovvero l’idea che noi siamo fatti essenzialmente per conoscere.» In quanto siamo creature razionali, «abbiamo come destino ultimo e appropriato quello di cercare di conoscere il più possibile.» Persino la visione beatifica di Dio è finalizzata, nell’ottica di Tommaso, «al fatto di poter conoscere, attraverso lo specchio dell’essenza divina, tutte le essenze intelligibili, quindi di poter conoscere tutto, diventare noi stessi uno specchio intelligibile.»

Amare Dio, per i francescani, è lo scopo ultimo dell’esistenza umana. Per Tommaso l’amore è solo una conseguenza: «il vero scopo fondamentale della nostra esistenza è invece conoscere Dio, per quel che ci è possibile, e, attraverso Dio, conoscere tutto.»

C’è qualcosa di vertiginoso in questa proposta. In un’epoca in cui il sapere si frammenta e si specializza fino all’irriconoscibilità, Tommaso pone un ideale radicale e controcorrente. Non per vanità enciclopedica, ma perché ogni frammento di realtà conosciuta è un riflesso dell’essere che lo fonda. Ignorarlo volontariamente sarebbe già una forma di ingratitudine verso la propria natura. Come un monaco che continua «fino agli ultimi mesi della sua vita a leggere e commentare Aristotele, a leggere i neoplatonici, a leggere altri trattati scientifici», non perché debba farlo, ma perché non può smettere di voler capire.
Fonte: rai cultura filosofia

1 commento:

  1. Forse Dio, Uno e Trino, è la traccia per farsi un'idea. Le tre Persone della Santa Trinità sono come uno specchio, una immagine, delle nostre potenze, pensiero, sentimento, volontà. Le nostre potenze vanno mediamente ognuna per conto suo e spesso fatichiamo a tenerle insieme per raggiungere uno scopo anche buono. Nella Trinità ognuna è persona completa in se stessa ma caratterizzata come Padre, Figlio e Spirito Santo, dove il Padre è come il nostro pensiero, il Figlio è come il nostro sentimento e lo Spirito Santo è come la nostra volontà. Scritto questo, non riesco a dire altro, perché nei pensieri mi perdo.

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