Proviamo a fare i conti: che non tornano...
Immigrati clandestini, conviene rimpatriarli o, come va di moda dire, remigrarli? Oppure conviene tenerseli, come sostiene la sinistra?
Facciamo due conti e le sorprese non mancheranno.
Un rimpatrio forzato costa circa 3.500 euro. Lo dice il Ministero dell'Interno, ultimo aggiornamento in Gazzetta Ufficiale. Non un'opinione, un dato certificato.
Tremilacinquecento euro: un volo, una scorta di polizia, le pratiche. Quanto una vacanza per due a Sharm el-Sheikh.
Perché prima di arrivare a quei 3.500 euro bisogna attraversare un campo minato che trent'anni di legislazione hanno disseminato con cura certosina.
Ricorsi al Tribunale. Appelli. Sospensive. Commissioni territoriali. Pareri della Corte di Giustizia europea che smontano la lista dei paesi sicuri. Trattenimenti nei CPR che costano 50 euro al giorno per trattenuto.
Nel 2024 solo il 10 per cento dei provvedimenti di espulsione è stato eseguito. Il restante 90 per cento: rilasciati.
L'Italia espelle cinquemila clandestini l'anno su oltre trecentomila. Non è un fallimento tecnico.
È un capolavoro politico. Costruito pezzo per pezzo, norma dopo norma, sentenza dopo sentenza, da chi il rimpatrio non lo voleva e non lo vuole.
Ma i clandestini non vivono in una bolla. Vivono nelle stesse periferie, mandano i figli nelle stesse scuole, finiscono negli stessi pronto soccorso e nelle stesse carceri degli immigrati regolari. E qui il conto si allarga.
Ventimila stranieri in carcere. Il 31,6 per cento della popolazione detenuta a fronte del 9 per cento di popolazione residente. Centocinquanta euro al giorno per detenuto: oltre un miliardo l'anno.
Il percorso si ripete con regolarità feroce: rilasciato dal CPR perché il giudice non convalida il trattenimento, arrestato mesi dopo per spaccio o rapina o violenza sessuale, mantenuto in cella a spese del contribuente a 53.000 euro l'anno.
Non lo rimpatri quando è irregolare, lo incarceri quando delinque, lo paghi due volte.
Ma il costo più alto non sta in alcun bilancio. Sta nelle vite spezzate da chi non doveva essere qui. Ogni stupro commesso da un clandestino con tre decreti di espulsione nel cassetto non è solo un crimine: è un atto d'accusa contro chi l'ha lasciato a piede libero.
Ogni accoltellamento in stazione da parte di un richiedente asilo "in attesa di audizione" ha due responsabili: chi ha colpito e il sistema che l'ha lasciato lì. Se l'avessero rimpatriato alla prima espulsione, quella vittima sarebbe viva.
Questo non è un costo economico. È un costo in sangue che nessun dossier contabilizza e nessun dossier sull'accoglienza osa calcolare.
Il conto del clandestino però non si chiude con il clandestino. Sei sanatorie in trent'anni, dalla Martelli del 1990 in poi, hanno trasformato centinaia di migliaia di irregolari in regolari con un colpo di timbro.
I regolari si stabiliscono, fanno i ricongiungimenti, mettono al mondo figli.
Quei figli sono i novecentomila studenti con cittadinanza straniera che oggi siedono nelle scuole italiane. Il clandestino non rimpatriato ieri è il costo scolastico di oggi.
Il risparmio di 3.500 euro di allora produce una spesa di 9.000 euro l'anno per vent'anni di scuola, sanità, servizi sociali.
Il costo complessivo supera i nove miliardi l'anno. Ma il numero che conta non è la spesa: è un tasso di abbandono scolastico doppio rispetto ai coetanei italiani, risultati INVALSI sistematicamente più bassi, segregazione crescente nelle periferie urbane.
Si spendono miliardi per un'integrazione che non avviene. Quartieri che diventano enclave. Comunità che si chiudono. Famiglie in cui la lingua italiana non entra nemmeno alla seconda generazione.
Un investimento senza rendimento ha un nome preciso: assistenzialismo a fondo perduto.
Il risultato si misura ogni sera. Zone delle città dove dopo le otto non si cammina. Stazioni ferroviarie diventate terra di nessuno. Madri che accompagnano le figlie a scuola cambiando marciapiede. Anziani che non escono più dopo il tramonto.
Non sta in alcun bilancio dello Stato ma lo paga ogni giorno chi vive nelle periferie che trent'anni di non-integrazione hanno trasformato in territorio straniero in patria.
Chi ripete che gli immigrati "versano più di quanto ricevono" cita i 39 miliardi di tasse e contributi calcolati dal Dossier IDOS. Omette di dire che il 38 per cento degli stranieri dichiara meno di diecimila euro lordi l'anno.
Omette che quel saldo attribuisce agli stranieri solo 34,5 miliardi di spesa, escludendo la quota proporzionale di spesa pubblica generale: debito pubblico, difesa, infrastrutture, amministrazione.
Chi include quelle voci arriva a una spesa fra i 30 e i 45 miliardi e il saldo si inverte. È contabilità creativa applicata all'ideologia: si scelgono le voci che tornano e si nascondono quelle che non tornano.
Il dato che seppellisce questa retorica è danese. La Danimarca, governata dalla sinistra socialdemocratica, pubblica ogni anno un rapporto del Ministero delle Finanze che l'Italia non avrà mai il coraggio di produrre.
Risultato: l'immigrazione non occidentale costa allo Stato 27 miliardi di corone l'anno in più rispetto a quanto versa. Il dato peggiore riguarda le seconde generazioni, che restano riceventi nette. I danesi misurano, pubblicano e agiscono.
L'Italia non misura, non pubblica e non agisce.
Chi ha costruito questo sistema? La Turco-Napolitano del 1998 che creava i centri di permanenza senza dare strumenti per farli funzionare.
La Bossi-Fini del 2002 che prometteva rigore e produceva sanatorie. Le circolari, i decreti, le interpretazioni giurisprudenziali che hanno trasformato ogni espulsione in un percorso a ostacoli.
I CPR che costano 33.000 euro l'anno per posto e rimpatriano uno su dieci. L'operazione Albania su cui il governo ha investito 670 milioni in cinque anni e che la magistratura ha svuotato a colpi di sentenze: 114.000 euro al giorno per cinque giorni di attività nel 2024, venti trattenuti, tutti rilasciati in poche ore.
153.000 euro per allestire un singolo posto letto che nessun giudice permette di occupare.
Ma chi ha reso il rimpatrio impossibile non lo ha fatto per idealismo. Lo ha fatto per affari. "Gli immigrati rendono più della droga": non lo diceva un razzista da tastiera, lo diceva Salvatore Buzzi, intercettato, a capo di un sistema che fatturava milioni con i bandi di accoglienza.
Trentacinque euro al giorno per migrante, moltiplicati per migliaia di ospiti, moltiplicati per anni. Cooperative, consorzi, associazioni che della permanenza dell'immigrato vivono.
L'industria dell'accoglienza è diventata il welfare della sinistra: non per gli immigrati, per se stessa. Chi dice "non si possono rimpatriare" non difende i diritti umani. Difende un fatturato.
Torniamo alla domanda iniziale. A 3.500 euro per rimpatrio, rimandare a casa oltre trecentomila clandestini costerebbe poco più di un miliardo. Una tantum.
Meno di quanto si spende ogni anno per il solo sistema di accoglienza. Meno di quanto costano i detenuti stranieri nelle carceri italiane.
Una frazione di quei 670 milioni che la magistratura ha trasformato in carta straccia sulle coste albanesi.
Ma il rimpatrio "non si può fare" lo ripete chi ha speso trent'anni a renderlo impossibile. Non è un dato di realtà: è un risultato politico.
Raggiunto con metodo, perseveranza e la complicità di una magistratura che ha trasformato il diritto d'asilo in un passepartout.
Il conto più salato non è quello dell'immigrazione clandestina e non è quello della remigrazione. È quello della viltà di chi ha trasformato l'impossibilità in dottrina per non dover mai decidere.
Autore: Roberto Riccardi

Queste presenze straniere annacquano la popolazione nativa , desertificano il territorio con gli spazi da loro frequentati, costringono i nativi ad esprimersi con suoni e gesti per farsi comprendere. Un pensiero terribile mi attraversò la mente quando si andava in piazza con una certa frequenza, non ricordo quando e perché , il pensiero fu: tutti questi stranieri fanno da freno alle nostre manifestazioni, mai si metteranno contro la loro mangiatoia. Sì, questo è l'esercito di riserva di chi governa, contro il vero popolo di secoli e secoli.
RispondiEliminaAlle nostre istituzioni la situazione non sorprende affatto: ci hanno lavorato parecchi anni.
RispondiEliminaGli italiani sono stati ridotti a popolo bue e all’analfabetismo funzionale.
Bombardati h24 da espressioni violente (le bombe d’acqua, i bollini rossi, le zone rosse, l’allarme della protezione civile, la zanzara killer…), cronaca nera ossessiva (il delitto di Garlasco…) e moralismo farisaico (la pace, il dovere di vaccinarsi per salvare i fragili, accogliere tutti, rispettare tutti, l’ambiente) in un progressivo distacco dalla realtà (non nascono bambini, quelli che ci sono vengono sradicati dalla nostra cultura, vengono bombardati di intrugli inutili o dannosi fin dalla più tenera età, i giovani emigrano, quelli che studiano sono sottopagati, i vecchi muoiono soli nelle rsa, la sanità è la scuola pubblica sono sempre più indegni della nostra storia).
Non succede per caso: c’è stato un tradimento. Siamo stati venduti per pochi denari. Grazie alle alte cariche, ai consigli superiori di questo o quello, alle gerarchie laiche ed ecclesiastiche, agli ordini professionali…
Pagati per mentire, pagati per ridurre l’Italia in questo stato. E gli italiani ignorantizzati da ore di proposte mediatiche tra il volgare, il becero, il frivolo e l’osceno, non hanno neppure un prete per chiacchierar, perché anche i preti sono pochi e quelli che ci sono in molti casi ragionano secondo il mondo… fratelli tutti, cioè figli di nessuno.
Non è tuto così, ma per moltissimi è così. Accorgersene è una grazia. Accettarlo come croce è una grazia. Intercedere per tutti e portarne la croce e’ compiere la volontà di Dio, perseverare nel bene e’ carità…. Grazie non a questo stato delle cose, voluto da traditori, ma alla patria di cui siamo esuli, in terra e in Cielo. La patria paterna, non quella dei trattati, legale, sociale, fiscale, massonica.
Le tensioni religiose sono sempre più forti in Germania e nella sua Capitale, dove quasi la maggioranza degli studenti è già musulmana.
RispondiEliminaA Berlino i numeri del primo “Barometro della violenza”, un'indagine condotta su 14.000 studenti e 2.579 insegnanti per conto del Senato, fotografano una realtà scolastica non sorprendente ma sicuramente meritevole di attenzione, dove la religione è diventata un fattore centrale di scontro e pressione sociale tra i giovanissimi. I dati indicano che un alunno su dieci tra la nona e la dodicesima classe (scuole medie italiane) subisce forti condizionamenti per rispettare precise regole confessionali sul cibo o sull'abbigliamento.
La deriva identitaria emerge in modo netto tra i banchi del nono anno: il 40% degli studenti musulmani pretende che i precetti della propria fede abbiano la precedenza sui regolamenti scolastici dello Stato. E questo crea una ovvia problematica all’interno delle classi. Una posizione di superiorità teocratica che, per polarizzazione, finisce per contagiare anche il 33% degli alunni cristiani e il 19% di quelli senza alcuna affiliazione confessionale. Nei corridoi e nelle aule queste rivendicazioni si traducono direttamente in ostilità. La religione è la causa del 7% degli episodi complessivi di violenza e gli insegnanti denunciano una forte crescita delle spinte estremiste: un docente su quattro segnala la penetrazione dell'islamismo radicale come un problema di enormi proporzioni nella propria scuola, mentre uno su tre indica l'antisemitismo come una piaga radicata nella quotidianità
In diverse occasioni le forze di polizia sono dovute intervenire direttamente a presidiare istituti come l'Ernst-Abbe-Gymnasium di Neukölln, quartiere simbolo delle tensioni collegate al conflitto mediorientale. Il quadro della sicurezza interna è grave: un terzo degli studenti del nono anno dichiara che la violenza disturba gravemente l'attività di studio, e un alunno su sei ammette di non sentirsi al sicuro a scuola. Una paura che ha spinto il 7% dei ragazzi a presentarsi in aula armato di coltello e il 6% con lo spray al peperoncino. Di fronte al collasso del sistema e alla pressione dell'islamismo, le autorità locali tentano di correre ai ripari con misure d'emergenza. Per il prossimo anno scolastico il Senato di Berlino ridurrà a 20 il numero di alunni per classe in 140 scuole elementari situate in zone a rischio sociale, inserendo 300 nuovi insegnanti e valutando l'impiego di psicologi scolastici in tutti i plessi.
Sul fronte repressivo, il segretario di Stato per la gioventù, Falko Liecke, ha proposto di consentire alla polizia il sequestro dei telefoni cellulari dei giovani autori di violenze per 14 giorni, una sanzione considerata efficace e già applicata nel difficile distretto di Neukölln per spezzare i circuiti della violenza giovanile.
Fonte: www.ilgiornale.it – di Francesca Galici - 11/07/2026
La Procura di Perugia vieta di indicare la nazionalità degli indagati, salvo casi di stretto interesse pubblico.
RispondiEliminaUna scelta che rischia di silenziare la cronaca: con gli stranieri responsabili del 35% dei reati, nascondere l’origine dei criminali limita il diritto di informazione.
Il commento di Alessandro Gonzato
I musulmani di tutta Europa sono sconvolti dopo la storica e coraggiosa decisione della Svezia: smetterà di usare il termine «islamofobia», coniato dai Fratelli Musulmani, considerandolo un concetto manipolato politicamente per silenziare le critiche all'islam. La Svezia quindi ha appena riconosciuto ciò che milioni di europei sanno già: criticare una religione che apertamente chiama all'omicidio e alla schiavitù sessuale dei non credenti non è una fobia, ma semplice buon senso e autoconservazione
Chat Control, il sistema di sorveglianza di massa. Articolo di Maurizio Milano su NBQ di oggi.
RispondiEliminaSi legga il rapporto Walney sulla rete di finanziatori degli estremisti islamici e dei movimenti Pro Pal e delle ONG. Luca Volonte' ne esplica un sunto oggi su NBQ.
RispondiEliminaNulla di particolarmente nuovo. Siamo ai soliti noti filantropi liberalsocialisti, che destabilizzano le societa' occidentali con sistemi ormai rodati. Ma emerge una interessante osmosi tra questi e i politici di sinistra.
Queste sono tutte "pensate buoniste de sinistra''. Ho appena finito di leggere sul sito 'raralpini' una lunga lettera sulla reintroduzione dell'orso e del lupo in Tentino. Chi vuole la legga. Quello che voglio sottolineare è che molte decisioni buoniste, spesso de sinistra, non nascono da una lunga conoscenza di uomini e donne che hanno culture molto diverse ma, dai pensieri di chi non ha curato neanche un pesciolino rosso. Tutte queste pensate buoniste sgorgano solitamente dall'Io che nel pensier si finge. Cioè senza studio e senza uno straccio di quotidianità con il prossimo sconosciuto. Quindi Teoria Senza Pratica. Dei Teorici ne abbiamo piene le tasche.E purtroppo oggi il Teorico è quello da non seguire mai! Di gran lunga meglio farsi guidare da un operatore ecologico che svolge con cura ed attenzione il suo mestiere.
RispondiEliminaPer questo bisogna cambiare prospettiva: combattere il clandestino é inutile se non elimini il complice che l'ha fatto arrivare e lo tiene qui.
RispondiEliminaLa politica é solo espressione dei padroni.
Chiedetevi a chi fa comodo una marea di manodopera a stipendi bassi.
A commento di Anonimo 9:38, che sottoscrivo.
RispondiEliminaGli esperti che pontificano dai nostri "mezzi di informazione" (l'altra metà sono balle conclamate e propaganda manipolatoria) parlano di caldo asfissiante stando tutto il giorno in ambienti climatizzati; o di accoglienza per tutti, senza mai frequentare le stazioni o i "mezzi pubblici" (l'altra metà è okkupata da portoghesi senza titolo di viaggio). Ti parlano di ovvietà (il sole scalda, l'acqua bagna, se fa freddo copriti, se fa caldo bevi) con l'aria del pontifex... purtroppo chi dovrebbe alzare il livello scende piuttosto sul banal andante, perchè così riceve il plauso dell'ignorante che resta tale, ma senza più saperlo, anzi, confermato nel restarlo. Non parlo dell'ignoranza di erudizione, ma dell'ignoranza del buono, del bello e del vero che sarebbe possibile a chiunque, anche semplice e privo di titoli di studio, o di titoli di credito, ma ricco dell'esperienza dell'essere umano che sta nella realtà, la osserva, la ascolta, la riceve.