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martedì 21 giugno 2011

I due volti del Vaticano II: continuità e rottura. E' tempo di attuazione delle proposte.

Il dibattito sul concilio ed il post-concilio, al quale Magister dedica molto spazio, sta confermando -attraverso le analisi di fonti eterogenee che il vaticanista continua a presentare- l'articolazione e la complessità delle visioni in campo. Sto seguendo con particolare interesse questa 'galleria di testi' di vari studiosi, tra i quali si avvicendano storici teologi filosofi di chiara fama e di diversa estrazione. Oggi è la volta di un rappresentante della Scuola di Bologna, che afferma senza mezzi termini che la Tradizione è fatta anche di "rotture". Si tratta dello storico Enrico Morini, con l'articolo: "Continuità e rottura i due volti del Vaticano II". Il testo è consultabile qui.

Ammiro e approvo l'attenzione e l'impegno di Magister, ma nello stesso tempo ne colgo tutti i limiti, perché -e d'altronde essi sono intrinseci alla funzione di un informatore quale egli è- manca il confronto ragionato e la possibile sintesi tra le varie posizioni esposte ed alle quali viene dato diritto di cittadinanza, diritto che per ora vediamo riservato unicamente al livello informativo.

Un notevole contributo poteva esser dato dalla possibilità di accedere ai contenuti del confronto tra La Santa Sede e la Fraternità di San Pio X, che risulterebbe appena concluso. Ma finora il mondo cattolico ne è inopinatamente tagliato fuori. Possiamo spiegarlo sia con la delicatezza del discorso che con la ritrosia nel riconoscere 'pecche' al concilio, anche se la semplice attuazione del confronto dimostra che esistono questioni da non potersi scartare a priori e quindi di tutto rispetto...

Credo fermamente che sia davvero arrivato il momento di promuovere un passo avanti, una ineludibile evoluzione sia del dibattito che della situazione che lo genera, procedendo ad un confronto più serrato e diretto delle varie posizioni in campo e promuovendone la sintesi veritativa che può venire ufficializzata e formalizzata solo con l'ineludibile Autorità del Santo Padre.

Per questo sono preziosi contributi come quello di Enrico Maria Radaelli che, al pari di Gherardini, si fa promotore di una possibile azione risolutiva congiunta, fornendone le coordinate. Per la consultazione: Testo di Mons. Gherardini, ricordando la sua Supplica al S. Padre - Testo di E.M. Radelli, significativo per l'esaustiva analisi e la proposta conclusiva.

Ad essi -lo scopro oggi- deve aggiungersi l'Editoriale di p. Serafino Lanzetta apparso sul recente numero 1/2011 di Fides Catholica. Ne rendo disponibile il testo, che così conclude: "Quello che non può non stare a cuore ad ogni figlio della “Cattolica”, come direbbe sant’Agostino, è il ritrovarsi figli, umili e devoti, intorno all’unica mensa della Madre Chiesa e dei suoi 21 Concili. [ha in precedenza tra l'altro dimostrato che occorre uscire dal conciliarismo nel quale ci ha immersi il Vaticano II, superando in autorità lo stesso Pontefice -ndr] Dobbiamo necessariamente trovare una via per realizzare l’unità e questa via non può che passare attraverso una vera ermeneutica del Vaticano II".

Per maggiore completezza ricordo anche Mons. Athanasius Schneider che, nel Convegno di dicembre 2010, dopo un lungo e articolato excursus di taglio teologico pastorale sulle "luci del Concilio" - che si collocano al 3° livello, secondo la classificazione di Mons. Gherardini, nel quale il concilio riprende le verità già definite - ha affermato che la 'rottura' si manifesta nella svolta antropocentrica e nel campo Liturgico, mentre nella Sacrosantum Concilium non ce n'è traccia, ed è individuabile nel chiasso ermeneutico delle applicazioni contrastanti e nei gruppi eterodossi. In conclusione, ha invocato un "sillabo" con valore dottrinale, con completamenti e correzioni autorevoli in campo liturgico e pastorale.

Ecco, tutte queste proposte autorevoli e molto ben motivate, dovrebbero confluire in un'azione concreta, creando sinergie tra chi condivide lo stesso sensus Fidei et Ecclesiae. E' ora del "come" e del "con chi", che dovranno acquistare concretezza.
Maria Guarini

giovedì 16 giugno 2011

Magister insiste nel qualificare "delusi" dal Papa studiosi "propositivi" e dà spazio ad un nuovo testo di Radaelli.

Magister continua a portare elementi ad una discussione tutt'altro che conclusa. Oggi insiste su uno dei cosiddetti "delusi" da Papa Benedetto XVI, Enrico Maria Radaelli. Dal mio punto di vista ho tenuto a rettificare questo appellativo - accompagnato da quello, ugualmente inesatto, di "anticonciliaristi" - da Magister riservato anche a Brunero Gherardini ed a Roberto De Mattei. Affermo infatti che non è esatto attribuire a questi studiosi un sentimento di delusione, mentre è opportuno riconoscere loro un'azione consapevole di valida propositività. [vedi]

Noto che sia de Mattei che Radaelli non sono interessati a rettificare l'appellativo di 'delusi' dal Papa, che a me sinceramente dà piuttosto fastidio, perché la delusione implica un atteggiamento e un 'sentimento' che ha anche una connotazione di negatività, mentre invece uno studioso mette in campo ragione intelletto e conoscenza non per esprimere sentimenti, ma per fornire contributi, possibilmente 'sapienziali', come nel loro caso. Quanto a Gherardini, lo vedo leggermente defilato nei confronti dei media e, al momento, mi sembra più impegnato in due nuove opere che ha già messo in cantiere.

Ora, ho l'impressione che, quanto a Radaelli, si torni alla carica purché se ne parli. Mentre la propositività non manca, arricchita sia dalle suggestioni del suo nuovo libro [vedi] che dai puntuali richiami a Romano Amerio, l'intervento pubblicato inserisce l'opera nel dibattito aperto sul post-concilio e affini e la propone all'attenzione di tutti in occasione delle future celebrazioni del cinquantenario della XXI Assise conciliare.

Pubblico di seguito l'interessante intervento di Radaelli, rinviando con un link all' 'attrattiva' presentazione di Magister immersa tuttavia in un'aura di persistentemente e reiteratamente rimarcata 'delusione':


Una proposta per i cinquant'anni del Vaticano II
LA VIA SOPRANNATURALE PER RIPORTARE PACE TRA PRIMA E DOPO IL CONCILIO
di Enrico Maria Radaelli

La discussione che si sta svolgendo sul sito internet di Sandro Magister tra scuole di diverse e opposte posizioni riguardo a riconoscere nel Concilio ecumenico Vaticano II continuità o discontinuità con la Tradizione, oltre che chiamarmi in causa direttamente fin dalle prime battute, tocca da vicino alcune pagine preliminari del mio recente libro "La bellezza che ci salva".

Il fatto di gran lunga più significativo del saggio è la comprovata identificazione delle “origini della bellezza” con quelle quattro qualità sostanziali – vero, uno, buono, bello – che san Tommaso d'Aquino dice essere i nomi dell’Unigenito di Dio: identificazione che dovrebbe chiarire una volta per tutte il fondamentale e non più eludibile legame che un concetto ha con la sua espressione, vale a dire il linguaggio con la dottrina che lo utilizza.

Mi pare doveroso intervenire e fare così alcuni chiarimenti per chi vuole ricostruire quella "Città della bellezza" che è la Chiesa e riprendere così l’unica strada (questa è la tesi del mio saggio) che può portarci alla felicità eterna, che ci può cioè salvare.

Completerò il mio intervento con il suggerimento della richiesta che meriterebbe essere fatta al Santo Padre affinché, ricordando con monsignor Brunero Gherardini che nel 2015 cadrà il cinquantesimo anniversario del Concilio (cfr. "Divinitas", 2011, 2, p. 188), la Chiesa tutta approfitti di tale straordinario evento per ripristinare la pienezza di quel "munus docendi", di quel magistero, sospesa cinquant’anni fa.

Riguardo al tema in discussione, la questione è stata ben riassunta dal teologo domenicano Giovanni Cavalcoli: "Il nodo del dibattito è qui. Siamo infatti tutti d’accordo che le dottrine già definite [dal magistero dogmatico della Chiesa pregressa] presenti nei testi conciliari sono infallibili. Ciò che è in discussione è se sono infallibili anche gli sviluppi dottrinali, le novità del Concilio".

Il domenicano si avvede infatti che la necessità è di "rispondere affermativamente a questo quesito, perché altrimenti che ne sarebbe della continuità, almeno così come la intende il papa?". E non potendo fare, come ovvio, le affermazioni che pur vorrebbe fare, padre Cavalcoli le gira nelle domande opposte, cui qui darò la risposta che avrebbero se si seguisse la logica "aletica", veritativa, insegnataci dalla filosofia.

Prima domanda: È ammissibile che lo sviluppo di una dottrina di fede o prossima alla fede già definita sia falso?

Caro padre Cavalcoli, lei per la verità avrebbe tanto voluto dire: "Non è ammissibile che lo sviluppo di una dottrina di fede o prossima alla fede già definita sia falso". Invece la risposta è: sì, lo sviluppo può essere falso, perché una premessa vera non porta necessariamente a una conclusione vera, ma può portare pure a una o più conclusioni false, tant’è che in tutti i Concili del mondo – persino nei dogmatici – si confrontarono le più contrastanti posizioni proprio a motivo di tale possibilità. Per avere lo sperato sviluppo di continuità delle verità rivelate per grazia non basta essere teologi, vescovi, cardinali o papi, ma è necessario richiedere l’assistenza speciale, divina, data dallo Spirito Santo solo a quei Concili che, dichiarati alla loro apertura solennemente e indiscutibilmente a carattere dogmatico, tale divina assistenza se la sono garantita formalmente. In tali soprannaturali casi avviene che lo sviluppo dato alla dottrina soprannaturale risulterà garantito come veritiero tanto quanto sono già state divinamente garantite come veritiere le sue premesse.

Ciò non è avvenuto all’ultimo Concilio, dichiarato formalmente a carattere squisitamente pastorale almeno tre volte: alla sua apertura, che è quel che conta, poi all’apertura della seconda sessione e per ultimo in chiusura; sicché in tale assemblea da premesse vere si è potuti giungere a volte anche a conclusioni almeno opinabili (a conclusioni che, canonicamente parlando, rientrano nel III grado di costrizione magisteriale, quello che, trattando di temi a carattere morale, pastorale o giuridico, richiede unicamente "religioso ossequio") se non "addirittura errate", come riconosce anche padre Cavalcoli contraddicendo la sua tesi portante, "e comunque non infallibili", e che dunque "possono essere anche mutate", sicché, anche se disgraziatamente non vincolano formalmente, ma "solo" moralmente il pastore che le insegna anche nei casi siano di incerta fattura, provvidenzialmente non sono affatto vincolanti obbligatoriamente l’obbedienza del fedele.

D'altronde, se a gradi diversi di magistero non si fanno corrispondere gradi diversi di assenso del fedele non si capisce cosa ci stiano a fare i gradi diversi di magistero. I gradi diversi di magistero sono dovuti ai gradi diversi di prossimità di conoscenza che essi hanno con la realtà prima, con la realtà divina rivelata cui si riferiscono, ed è ovvio che le dottrine rivelate direttamente da Dio pretendono un ossequio totalmente obbligante (I grado), tali come le dottrine loro connesse se presentate attraverso definizioni dogmatiche o atti definitivi (II grado). Sia le prime che le seconde si distinguono da quelle altre dottrine che, non potendo appartenere al primo gruppo, potranno essere annoverate al secondo solo allorquando si sarà appurata con argomenti plurimi, prudenti, chiari e irrefutabili la loro connessione intima, diretta ed evidente con esso nel rispetto più pieno del principio di Vincenzo di Lérins ("quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est"), garantendo così al fedele di trovarsi anch’esse dinanzi alla conoscenza più prossima di Dio. Tutto ciò, come si può capire, si può ottenere soltanto nell’esercizio più consapevole, voluto e implorato dalla e sulla Chiesa del "munus", del magistero dogmatico.

La differenza tra le dottrine di I e II grado e quelle di III è data dal carattere certamente soprannaturale delle prime, che invece nel terzo gruppo non è garantito: forse c’è, ma forse anche non c’è. Quel che va colto è che il "munus" dogmatico è:
  1. un dono divino, dunque
  2. un dono da richiedere espressamente e
  3. un dono la cui non richiesta non offre poi alcuna garanzia di assoluta verità, mancanza di garanzia che sgancia il magistero da ogni obbligo di esattezza e i fedeli da ogni obbligo di obbedienza, pur richiedendo loro religioso ossequio.
Nel III grado potrebbero trovarsi indicazioni e congetture di ceppo naturalistico, e il vaglio per verificare se, depuratele da tali eventuali anche microbiche infestazioni, è possibile un loro innalzamento al grado soprannaturale può compiersi solo ponendole a confronto col fuoco dogmatico: la paglia brucerà, ma il ferro divino, se c’è, risplenderà certo in tutto il suo fulgore.

È ciò che è successo alle dottrine dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione, oggi dogmi, articoli cioè di fede appartenenti oggi di diritto al secondo gruppo. Fino rispettivamente al 1854 e al 1950 esse appartennero al gruppo delle dottrine opinabili, al terzo, alle quali si doveva nient’altro che "religioso ossequio", pari pari a quelle dottrine novelle che, più avanti elencate qui in breve e sommario inventario, si affastelleranno nel più recente insegnamento della Chiesa dal 1962. Ma nel 1854 e nel 1950 il fuoco del dogma le circondò della sua divina e peculiare marchiatura, le avvampò, le vagliò, le impresse e infine in eterno le sigillò quali "ab initio" già erano nella loro più intima realtà: verità certissime e universalmente comprovate, dunque di diritto appartenenti al ceppo soprannaturale (il secondo) anche se fino allora non formalmente riconosciute sotto tale splendida veste. Felice riconoscimento, e qui si vuol appunto sottolineare che fu riconoscimento degli astanti, del papa in primo luogo, non affatto trasformazione del soggetto: come quando i critici d’arte, dopo averla esaminata sotto ogni punto di vista e indizio utili ad avvalorarla o smentirla – certificati di provenienza, di passaggi di proprietà, prove di pigmentazione, di velatura, pentimenti, radiografie e riflettografie – riconoscono in un quadro d’autore la sua più indiscutibile e palmare autenticità.

Quelle due dottrine si rivelarono entrambe di fattura divina, e della più pregiata. Se qualcuna dunque di quelle più recenti è della stessa altissima mano lo si riscontrerà pacificamente col più splendido dei mezzi.

Seconda domanda: Può il nuovo campo dogmatico essere in contraddizione con l’antico?

Ovviamente no, non può in alcun modo. Infatti dopo il Vaticano II non abbiamo alcun "nuovo campo dogmatico", come si esprime padre Cavalcoli, anche se molti vogliono far passare per tale le novità conciliari e postconciliari, pur essendo il Vaticano II un semplice se pur solenne e straordinario "campo pastorale". Nessuno dei documenti richiamati da dom Basile Valuet alla sua nota 5 dichiara un’autorevolezza del Concilio maggiore di quella da cui esso fu investito fin dall’inizio: nient’altro che una solenne e universale, cioè ecumenica, adunanza “pastorale” intenzionata a dare al mondo alcune indicazioni solo pastorali, rifiutandosi dichiaratamente e ostentatamente di definire dogmaticamente o di colpire d'anatema alcunché.

Tutti i maggiorenti neomodernisti o semplicemente novatori che dir si voglia i quali (come sottolinea il professor Roberto de Mattei nel suo "Il concilio Vaticano II. Una storia mai scritta") furono attivi nella Chiesa fin dai tempi di Pio XII – teologi, vescovi e cardinali della "théologie nouvelle" come Bea, Câmara, Carlo Colombo, Congar, De Lubac, Döpfner, Frings col suo perito, Ratzinger; König col suo, Küng; Garrone col suo, Daniélou; Lercaro, Maximos IV, Montini, Suenens, e, quasi gruppo a sé, i tre maggiorenti della cosiddetta scuola di Bologna: Dossetti, Alberigo e oggi Melloni – nello svolgimento del Vaticano II e dopo hanno cavalcato con ogni sorta di espedienti la rottura con le detestate dottrine pregresse sullo stesso presupposto, equivocando cioè sull'indubbia solennità della straordinaria adunanza; per cui si ha che tutti costoro compirono di fatto rottura e discontinuità proclamando a parole saldezza e continuità. Che vi sia poi da parte loro e poi universalmente oggi desiderio di rottura con la Tradizione è riscontrabile almeno:
  1. dal più distruttivo scempio perpetrato sulle magnificenze degli altari antichi;
  2. dall’egualmente universale odierno rifiuto di tutti i vescovi del mondo tranne pochissimi a dare il minimo spazio al rito tridentino o gregoriano della messa, in stolida e ostentata disobbedienza alle direttive del motu proprio "Summorum Pontificum". "Lex orandi, lex credendi": se tutto ciò non è rigetto della Tradizione, cos'è allora?
Malgrado ciò, e la gravità di tutto ciò, non si può però ancora parlare in alcun modo di rottura: la Chiesa è "tutti i giorni" sotto la divina garanzia data da Cristo nei giuramenti di Matteo 16, 18 ("Portæ inferi non prævalebunt") e di Matteo 28, 20 ("Ego vobiscum sum omnibus diebus") e ciò la mette metafisicamente al riparo da ogni timore in tal senso, anche se il pericolo è sempre alle porte e spesso i tentativi in atto. Ma chi sostiene un’avvenuta rottura – come fanno alcuni dei maggiorenti anzidetti, ma anche i sedevacantisti – cade nel naturalismo.

Però non si può parlare neanche di saldezza, cioè di continuità con la Tradizione, perché è sotto gli occhi di tutti che le più varie dottrine uscite dal e dopo il Concilio – ecclesiologia; panecumenismo; rapporto con le altre religioni; medesimezza del Dio adorato da cristiani, ebrei e islamici; correzione della “dottrina della sostituzione” della Sinagoga con la Chiesa in “dottrina delle due salvezze parallele”; unicità delle fonti della Rivelazione; libertà religiosa; antropologia antropocentrica invece che teocentrica; iconoclastia; o quella da cui è nato il "Novus Ordo Missæ" in luogo del rito gregoriano (oggi raccattato a fianco del primo, ma subordinatamente) – sono tutte dottrine che una per una non reggerebbero alla prova del fuoco del dogma, se si avesse il coraggio di provare a dogmatizzarle: fuoco che consiste nel dar loro sostanza teologica con richiesta precisa di assistenza dello Spirito Santo, come avvenne a suo tempo con il "corpus theologicum" posto a base dell’Immacolata Concezione o dell’Assunzione di Maria.

Tali fragili dottrine sono vive unicamente per il fatto che non vi è nessuna barriera dogmatica alzata per non permettere il loro concepimento e uso. Però poi si impone una loro fasulla continuità col dogma per pretendere verso di esse l’assenso di fede necessario all’unità e alla continuità (cfr. le pp. 70ss, 205 e 284 del sopraddetto mio libro "La bellezza che ci salva"), restando così tutte in pericoloso e "fragile borderline tra continuità e discontinuità" (p. 49), ma sempre al di qua del limite dogmatico, che infatti, se applicato, determinerebbe la loro fine. Anche l’affermazione di continuità tra tali dottrine e la Tradizione pecca a mio avviso di naturalismo.

Terza domanda: Se noi neghiamo l’infallibilità degli sviluppi dottrinali del Concilio che partono da precedenti dottrine di fede o prossime alla fede, non indeboliamo la forza della tesi continuista?

Certo che la indebolite, caro padre Cavalcoli, anzi: la annientate. E date forza alla tesi opposta, come è giusto che sia, che continuità non c’è.

Niente rottura, ma anche niente continuità. E allora cosa? La via d’uscita la suggerisce Romano Amerio (1905-1997) con quella che l’autore di "Iota unum" definisce "la legge della conservazione storica della Chiesa", ripresa a p. 41 del mio saggio, per la quale "la Chiesa non va perduta nel caso non 'pareggiasse' la verità, ma nel caso 'perdesse' la verità". E quando la Chiesa non pareggia la verità? Quando i suoi insegnamenti la dimenticano, o la confondono, la intorbidano, la mischiano, come avvenuto (non è la prima volta e non sarà l’ultima) dal Concilio a oggi. E quando perderebbe la verità? (Al condizionale: si è visto che non può in alcun modo perderla). Solo se la colpisse d'anatema, o se viceversa dogmatizzasse una dottrina falsa, cose che potrebbe fare il papa e solo il papa, se (nella metafisicamente impossibile ipotesi che) le sue labbra dogmatizzanti e anatematizzanti non fossero soprannaturalmente legate dai due sopraddetti giuramenti di Nostro Signore. Insisterei su questo punto, che mi pare decisivo.

Qui si avanzano delle ipotesi, ma – come dico nel mio libro (p. 55) – "lasciando alla competenza dei pastori ogni verifica della cosa e ogni successiva conseguenza, per esempio del se e del chi eventualmente, e in che misura, sia incorso od ora incorra" negli atti configurati. Nelle primissime pagine evidenzio in specie come non si possono alzare gli argini al fiume di una bellezza salvatrice se non sgombrando la mente da ogni equivoco, errore o malinteso: la bellezza si accompagna unicamente alla verità (p. 23), e tornare a far del bello nell’arte, almeno nell'arte sacra, non si riesce se non lavorando nel vero dell’insegnamento e dell’atto liturgico.

Quello che a mio avviso si sta perpetrando nella Chiesa da cinquant’anni è un ricercato amalgama tra continuità e rottura. È lo studiato governo delle idee e delle intenzioni spurie nel quale si è cambiata la Chiesa senza cambiarla, sotto la copertura (da monsignor Gherardini nitidamente illustrata anche nei suoi libri più recenti) di un magistero volutamente sospeso – a partire dal discorso d’apertura del Concilio "Gaudet mater ecclesia" – in una tutta innaturale e tutta inventata sua forma, detta, con ricercata imprecisione teologica, “pastorale”. Si è svuotata la Chiesa delle dottrine poco o nulla adatte all’ecumenismo e perciò invise ai maggiorenti visti sopra e la si è riempita delle idee ecumeniche di quegli stessi, e ciò si è fatto senza toccarne in alcun modo la veste metafisica, per natura sua dogmatica (cfr. p. 62), per natura sua cioè soprannaturale, ma lavorando unicamente su quel campo del suo magistero che inferisce unicamente sulla sua "conservazione storica".

In altre parole: non c’è rottura formale, né peraltro formale continuità, unicamente perché i papi degli ultimi cinquant’anni si rifiutano di ratificare nella forma dogmatica di II livello le dottrine di III che sotto il loro governo stanno devastando e svuotando la Chiesa (cfr. p. 285). Ciò vuol dire che in tal modo la Chiesa non pareggia più la verità, ma neanche la perde, perché i papi, persino in occasione di un Concilio, si sono formalmente rifiutati sia di dogmatizzare le nuove dottrine sia di colpire d'anatema le pur disistimate (o corrette o raggirate) dottrine pregresse.

Come si vede, si potrebbe anche ritenere che tale incresciosissima situazione andrebbe a configurare un peccato del magistero, e grave, sia contro la fede, sia contro la carità (p. 54): non sembra infatti che si possa disobbedire al comando del Signore di insegnare alle genti (cfr. Matteo 28, 19-20) con tutta la pienezza del dono di conoscenza elargitoci, senza con ciò "deviare dalla rettitudine che l’atto – cioè 'l'‘insegnamento educativo alla retta dottrina' – deve avere" (Summa Theologiae I, 25, 3, ad 2). Peccato contro la fede perché la si mette in pericolo, e infatti la Chiesa negli ultimi cinquant’anni, svuotata di dottrine vere, si è svuotata di fedeli, di religiosi e di preti, diventando l’ombra di se stessa (p. 76). Peccato contro la carità perché si toglie ai fedeli la bellezza dell’insegnamento magisteriale e visivo di cui solo la verità risplende, come illustro in tutto il secondo capitolo del mio libro. Il peccato sarebbe d’omissione: sarebbe il peccato di "omissione della dogmaticità propria alla Chiesa" (pp. 60ss), con cui la Chiesa volutamente non suggellerebbe sopranaturalmente e così non garantirebbe le indicazioni sulla vita che ci dà.

Questo stato di peccato in cui verserebbe la santa Chiesa (si intende sempre: di alcuni uomini della santa Chiesa, ovvero la Chiesa nella sua componente storica), se riscontrato, andrebbe levato e penitenzialmente al più presto anche lavato, giacché, come il cardinale José Rosalio Castillo Lara scriveva al cardinale Joseph Ratzinger nel 1988, il suo attuale ostinato e colpevole mantenimento "favorirebbe la deprecabile tendenza […] a un equivoco governo cosiddetto 'pastorale', che in fondo pastorale non è, perché porta a trascurare il dovuto esercizio dell’autorità con danno al bene comune dei fedeli" (pp. 67s).

Per restituire alla Chiesa la parità con la verità, come le fu restituita ogni volta che si trovò in simili drammatiche traversie, altra via non c’è che tornare alla pienezza del suo "munus docendi", facendo passare al vaglio del dogma a 360 gradi tutte le false dottrine di cui oggi è intrisa, e riprendere come "habitus" del suo insegnamento più ordinario e pastorale (nel senso rigoroso del termine: "trasferimento della divina Parola nelle diocesi e nelle parrocchie di tutto il mondo") l’atteggiamento dogmatico che l’ha sopranaturalmente condotta fin qui nei secoli.

Ripristinando la pienezza magisteriale sospesa si restituirebbe alla Chiesa storica l’essenza metafisica virtualmente sottrattale, e con ciò si farebbe tornare sulla terra la sua bellezza divina in tutta la sua più riconosciuta e assaporata fragranza.

Per concludere, una proposta

Ci vuole audacia. E ci vuole Tradizione. In vista della scadenza del 2015, cinquantesimo anniversario del Concilio della discordia, bisognerebbe poter promuovere una forte e larga richiesta al Trono più alto della Chiesa affinché, nella sua benignità, non perdendo l’occasione davvero speciale di tale eccezionale ricorrenza, consideri che vi è un unico atto che può riportare pace tra l’insegnamento e la dottrina elargiti dalla Chiesa prima e dopo la fatale assemblea, e quest’unico, eroico, umilissimo atto è quello di accostare al soprannaturale fuoco del dogma le dottrine sopra accennate invise ai fedeli di parte tradizionista, e le contrarie: ciò che deve bruciare brucerà, ciò che deve risplendere risplenderà. Da qui al 2015 abbiamo davanti tre anni abbondanti. Bisogna utilizzarli al meglio. Le preghiere e le intelligenze debbono essere portate alla pressione massima: fuoco al calor bianco. Senza tensione non si ottiene niente, come a Laodicea.

Questo atto che qui si propone di compiere, l’unico che potrebbe tornare a riunire in un’unica cera, come dev’essere, quelle due potenti anime che palpitano nella santa Chiesa e nello stesso essere, riconoscibili l’una negli uomini "fedeli specialmente a ciò che la Chiesa è", l’altra negli uomini il cui spirito è più teso al suo domani, è l’atto che, mettendo fine con bella decisione a una cinquantennale situazione piuttosto anticaritativa e alquanto insincera, riassume in un governo soprannaturale i santi concetti di Tradizione e audacia. Per ricostruire la Chiesa e tornare a fare bellezza, il Vaticano II va letto nella griglia della Tradizione con l’audacia infuocata del dogma.

Dunque tutti i tradizionisti della Chiesa, a ogni ordine e grado come a ogni particolare taglio ideologico appartengano, sappiano raccogliersi in un’unica sollecitazione, in un unico progetto: giungere al 2015 con il più vasto, consigliato e ben delineato invito affinché tale ricorrenza sia per il Trono più alto l’occasione più propria per ripristinare il divino "munus docendi" nella sua pienezza.

mercoledì 15 giugno 2011

La regolarizzazione canonica della Fraternità di San Pio X

Non posso esimermi dal pubblicare la completa ed esaustiva analisi della situazione, che ho preso da Una Vox, che potrete leggere di seguito. E tuttavia ricordo e ri-propongo a tutti coloro che amano la Chiesa l'intenzione e la preghiera proposta per questa Ottava di Pentecoste da Messa in Latino:
Affinché la Fraternità San Pio X possa ritrovare uno statuto ufficiale nella Chiesa. Per questa intenzione, su consiglio e con l’approvazione di sacerdoti che a questo sito collaborano, dalla domenica di Pentecoste fino a quella della Trinità, chiediamo a tutti di recitare questa preghiera:
V/.Veni, Sancte Spiritus,
R/. Reple tuorum corda fidelium, et tui amoris in eis ignem accende.
V./ Emitte Spiritum tuum et creabuntur;
R./ Et renovabis faciem terrae.
Oremus
Deus, qui corda fidelium Sancti Spiritus illustratione docuisti, da nobis in eodem Spiritu recta sapere, et de eius semper consolatione gaudere. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
[Vieni, o Santo Spirito. Riempi il cuore dei tuoi fedeli, accendi in essi il fuoco del tuo amore. Manda il tuo Spirito, sarà una nuova creazione. E rinnoverai la faccia della terra.
Preghiamo
O Dio, che con la luce dello Spirito Santo istruisci i fedeli, donaci di gustare, per quello stesso Spirito, la vera sapienza e di godere sempre del Suo conforto. Per Cristo nostro Signore. Amen.]

Il Tormentone di giugno. La regolarizzazione canonica della Fraternità San Pio X

Eccoci arrivati a ridosso della festa dei SS. Pietro e Paolo. In genere, a partire dalla fine di giugno, molte strutture ecclesiastiche si concedono una sorta di riposo. Prelati, officiali e seminaristi vanno in vacanza, o quasi. Una sorta di rallentamento delle annuali incombenze.

Proprio a ridosso di questa data sono accadute alcune cose notevoli. Per tutte ricordiamo la pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, avvenuta il 7 luglio, senza però dimenticare la data del 2 luglio, giorno della “grande scomunica” precipitosamente inflitta dalla misericordiosa “Chiesa del Concilio” ad uno dei suoi vescovi: Mons. Marcel Lefebvre, reo di coltivare “una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione” e contraddittoria perché “si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi.” (Motu Proprio Ecclesia Dei del 2 luglio 1988).

In quella occasione, Giovanni Paolo II, riferendosi alla consacrazione dei quattro nuovi vescovi della Fraternità San Pio X, sottolineava che “ Non si può rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con colui al quale Cristo stesso, nella persona dell'apostolo Pietro, ha affidato il ministero dell'unità nella sua Chiesa.” Una affermazione che centra il problema che da diversi anni infiamma le passioni di molti cattolici: il valore primario dell’unità della Chiesa.
Non si tratta certo di una cosa di poco conto, ma spesso abbiamo dovuto constatare che questa istanza, non solo legittima, ma anche sacrosanta, ha finito col prendere il sopravvento su quella che è sempre stata la suprema legge della Chiesa: la salvezza delle anime.
Quando l’unità della Chiesa finisce con l’essere perseguita anche a scapito del bene delle anime, è inevitabile chiedersi di quale Chiesa si stia parlando.

In questo giugno 2011, ecco che ritorna un altro motivo ricorrente del tutto connesso con questa nostra premessa: la regolarizzazione canonica della Fraternità San Pio X… lo esige l’unità della Chiesa. Ora, questa questione, che sembrerebbe pronta per essere affrontata adesso che si concludono i noti colloqui fra la Santa Sede e la Fraternità, è in realtà vecchia di più di 10 anni.

Era l’anno 2000 quando più di seimila fedeli cattolici provenienti dai cinque continenti si riunirono a Roma, per lucrare le indulgenze del Giubileo, sotto l’egida della Fraternità San Pio X e al seguito dei suoi quattro vescovi “scismatici”. In quella occasione, con grande sorpresa di chi aveva sempre dato poco peso ai “ribelli di Lefebvre”, si scoprì che esistevano dei bravi cattolici che rifiutavano il Concilio e ciò nonostante pregavano per il Papa e dimostravano una compostezza e una dignità ormai andata perduta negli ordinari raduni ecclesiastici del post-concilio. Tanta fu la sorpresa che l’allora Prefetto della Congregazione per il Clero, il card. Castrillón, invitò a colazione i quattro vescovi “scismatici” per conoscerli meglio. Da lì partì l’iniziativa del cardinale per riuscire a trovare una composizione allo strappo del 1988. E partirono le prime proposte di regolarizzazione, delle quali si continua a parlare ancora oggi.

Tra alti e bassi, da allora la Fraternità ha tenuto regolari rapporti con Roma, ed è in questo contesto che sono nate le note richieste della Fraternità di liberalizzazione dell’uso del Messale tradizionale e di revoca della scomunica, il tutto in concomitanza con le reiterate sollecitazioni di Roma perché accettasse una regolarizzazione canonica.

Il card. Castrillón riuscì, nel 2001, a sanare la posizione canonica del gruppo di Campos, creando una Amministrazione Apostolica personale, e da subito pensò di poter adottare una decisione simile anche per la Fraternità: Amministrazione Apostolica o Prelatura Personale.

Quando nell’aprile del 2005 fu elevato al Soglio Pontificio il cardinale Ratzinger, Benedetto XVI si affrettò a convocare a Roma, in agosto, il Superiore Generale della Fraternità, Mons. Fellay, a dimostrazione che voleva avviare a soluzione l’annosa questione che lui stesso aveva trattato come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede direttamente col compianto Mons. Lefebvre. Com’è noto il lavoro del card. Ratzinger e di Mons. Lefebvre non portò allora ad alcuna conclusione, nonostante la firma del famoso “protocollo” del 1988, che Mons. Lefebvre denunciò subito per il tentativo di Roma di costringerlo alle corde per mezzo di una consacrazione episcopale pilotata. È risaputo che il card. Ratzinger ha sempre rimpianto il mancato accordo, al pari, per esempio, del mancato chiarimento sul famoso “terzo segreto” di Fatima, nonostante e forse anche grazie alla nota dichiarazione sulla rivelazione del terzo segreto del 2001.

Il card. Ratzinger, divenuto Benedetto XVI, conosceva bene la questione ed era perfettamente al corrente delle richieste avanzate dalla Fraternità fin dal 2000, come era perfettamente conscio del fatto che non bastava la scomunica per definire una questione così complessa come quella delle tante riserve espresse da più parti, e non solo dalla Fraternità, nei confronti del Concilio. Occorreva decidersi a trovare una soluzione, non tanto per cedere alle richieste della Fraternità, quanto per mettere dei punti fermi sulle annose questioni dell’ingiustificato abbandono della liturgia tradizionale e del pericoloso declino in cui si era venuta a trovare la Chiesa a partire dal Concilio.

Da allora, le offerte di composizione canonica alla Fraternità, presentate direttamente o indirettamente, si sono moltiplicate, e quasi ogni anno è sembrato che ci fosse già pronto uno schema di accordo che bastava sottoscrivere.

Intanto, due anni dopo essere diventato Papa, Benedetto XVI sciolse il primo nodo importante: la Messa tradizionale non è mai stata abolita, quindi ogni sacerdote può celebrarla liberamente. Fu il Motu Proprio Summorum Pontificum, e fu la soluzione di un incredibile equivoco protrattosi per quasi 40 anni, come se non fosse risaputo che la Chiesa non poteva cancellare duemila anni di liturgia con un colpo di mano, sia pure avallato da un Concilio e da un Papa.

Era inevitabile che qualcuno gridasse allo scandalo, poiché sembrò che il Papa avesse ceduto alla prima delle richieste della Fraternità. In realtà il Papa sapeva benissimo che Paolo VI aveva permesso un abuso e lo aveva sottoscritto, ma ancor meglio sapeva che, senza quella soluzione, il problema della Messa tradizionale sarebbe divenuto il grande problema della Chiesa. Altro che atto scismatico di Lefebvre, come aveva scritto Giovanni Paolo II, ormai si correva il rischio di vedere crescere due chiese in una… meglio allora due liturgie nella stessa Chiesa.

Ovviamente, la pubblicazione del Motu Proprio servì a fare ulteriori pressioni sulla Fraternità, perché, si diceva, di fronte alla avvedutezza e alla magnanimità del Papa era inconcepibile che questa si ostinasse ancora a non accettare una qualche forma di regolarizzazione canonica. Si incominciarono a contare a migliaia coloro che gridavano all’incomprensione: … ma come, adesso la Messa ce l’abbiamo!

Il fatto è che, vuoi per pigrizia mentale, vuoi per un gran voglia di vivere tranquilli, tanti chierici e laici facevano finta di non sapere che la Chiesa non era in crisi per la mancanza della Messa tradizionale o per l’ostinazione della Fraternità, bensì per la deriva dottrinale che la pervade da più di 40 anni sulla base del Concilio e dei suoi frutti.

Quando poi quest’appunto veniva avanzato dalla Fraternità… àpriti cielo! Ma che pretese! Ma chi si credono di essere! E tutti trovavano comodo scaricare sulla Fraternità la responsabilità di una critica che invece era nel cuore di tanti, prelati compresi.

Così, tra un’offerta di Roma e un rifiuto di Ecône, si giunse, ad appena un anno e mezzo dal Motu Proprio, alla remissione della scomunica. I quattro vescovi non sono più scismatici a partire dal 21 gennaio 2009. E giù illazioni, supposizioni, ipotesi, e ancora pressioni, sollecitazioni e progetti. Adesso sì… la Fraternità non ha più scuse, la generosità del Papa è tale che annulla ogni tergiversazione… che a questo punto diventa colpa grave!
Ecco l’accordo, firmatelo!
Peccato che il Papa, in quella occasione, si affrettò subito a precisare che, sì la scomunica non ce l’hanno più, ma quei vescovi non possono esercitare legittimamente il loro ministero a causa della loro posizione canonica irregolare, derivata dalle loro critiche all’andamento dottrinale sorto col Concilio.
Come dire: attenzione! Sono vescovi della Chiesa cattolica, sono in comunione con me che sono il Papa, ma non possono fare i vescovi.

A chi sembrerà eccessivo un tal modo di presentare la cosa e tenuto conto che non è questa la sede per fare un discorso “tecnico”, ricordiamo solo che la riserva espressa dal Papa si basa sul fatto che questi vescovi, sebbene non più scismatici, mancano di giurisdizione formale, cioè non hanno canonicamente un loro ambito entro il quale esercitare il ministero che è proprio del vescovo. Ogni vescovo è tale in quanto capo di un pezzo della Chiesa, e la Fraternità non sarebbe ancora, canonicamente, un pezzo della Chiesa. Chi si intende un po’ di giurisprudenza capisce che stiamo parlando, non di cose serie, ma di cose da avvocati, che è tutto dire.

Ci si permetta l’ingenuità di una domanda: ma quanti vescovi ci sono nella Chiesa, e in particolare a Roma, che non sono a capo di un pezzo di Chiesa e a cui non si dice che non possono esercitare legittimamente il loro ministero? Parliamo di quelli che hanno una giurisdizione solo sulla carta, una giurisdizione pro forma, ma in realtà sono vescovi di niente e di nessuno, contrariamente ai quattro vescovi della Fraternità che sono vescovi di una struttura ecclesiale con sacerdoti e religiosi e presiedono alla cura delle anime di qualche milione di fedeli.
La Chiesa ha tanti misteri, ma a volte i preti esagerano!

Non passano neanche 3 mesi, ed ecco che viene annunciato che la Santa Sede aprirà un tavolo di discussione con la Fraternità, a partire da ottobre 2009, per cercare di mettere a fuoco tutta la problematica sollevata dal Concilio. Il comunicato emesso dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei subito dopo lo svolgimento del primo colloquio precisava: “esamineranno le questioni relative al concetto di Tradizione, al Messale di Paolo VI, all’interpretazione del Concilio Vaticano II in continuità con la Tradizione dottrinale cattolica, ai temi dell’unità della Chiesa e dei principi cattolici dell’ecumenismo, del rapporto tra il Cristianesimo e le religioni non cristiane e della libertà religiosa”.

Altro che “incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione”, come pensava Giovanni Paolo II, qui si tratta di ben altro, dice Roma, si tratta di far luce su una marea di questioni oscure sorte a partire dal Concilio e che interessano aspetti essenziali della vita della Chiesa e della fedeltà alla dottrina cattolica.

Tutte le opinioni possono pure essere espresse, ma il fatto rimane: la Santa Sede non sconfessa la Fraternità, dopo vent’anni dal supposto “scisma”, ma la convoca per discutere… per discutere del Concilio e dei suoi frutti.

Finalmente cade la maschera dell’ipocrisia, non di irregolarità canonica si trattava, non di indisciplina ecclesiastica, non di disobbedienza al Papa, ma di problemi veri, di problemi seri, di problemi relativi alla liturgia e alla dottrina cattoliche, problemi che richiedono un serio confronto tra la Congregazione della Dottrina della Fede, sotto la guida del Papa, e la tanto bistrattata Fraternità, per quarant’anni accusata di ogni sorta di ribellione. Problemi che toccano la suprema legge della Chiesa: la salvezza delle anime.
E la regolarizzazione canonica?

Per anni la Fraternità ha dichiarato pubblicamente che non era una questione canonico-logistica che l’assillava, quanto una questione dottrinale, di fronte alla quale passava in secondo piano perfino la vita stessa della Fraternità, il riconoscimento dei suoi vescovi, la tranquillità pastorale dei suoi sacerdoti, la pace religiosa dei suoi fedeli. La fedeltà alla Tradizione della Chiesa, la fedeltà alla Verità, vale bene ogni sacrificio, ogni rinuncia, ogni vessazione, ogni ostracismo… ogni condanna.
Non regolarizzazione canonica, quindi, ma il riconoscimento da parte di Roma che il problema non sta nella Fraternità, ma in seno alla stessa Chiesa odierna.

Ciò nonostante, però, si ribadisce: liberalizzato l’uso del Messale tradizionale, rimessa la scomunica, svoltisi i colloqui dottrinali… non rimane che concludere un accordo per la regolarizzazione canonica della Fraternità.
Vediamo perché.

Primo punto: il Papa avrebbe dimostrato una generosità e un coraggio senza pari nel venire incontro alle richieste della Fraternità, liberalizzando l’uso della Messa tradizionale, rimettendo la scomunica e intavolando i colloqui con una vistosità e una esposizione impensabile e per molti inconcepibile.
Ma è davvero così?

Lo abbiamo scritto tante volte. Se il Papa avesse fatto tutto questo per venire incontro alle richieste della Fraternità, non si sarebbe dimostrato coraggioso e generoso, ma temerario e superficiale, poiché è evidente che nessuna Fraternità, sia pure in buona fede, può costringere il Papa a fare il bene di una parte piuttosto che il bene della Chiesa e delle anime. Se invece il Papa ha fatto ciò che ha fatto per il bene della Chiesa, come è logico e giusto che sia, allora temerari e superficiali sono coloro che parlano di coraggio e generosità del Papa, poiché cosa può fare un Papa se non perseguire il bene delle anime?

Secondo punto: il Papa ha avuto primariamente in vista l’unità della Chiesa. Ma si può perseguire l’unità della Chiesa liberalizzando l’uso del Messale tradizionale e sancendo per la prima volta in duemila anni un anomalo biritualismo foriero di confusione e di divisione? Si può perseguire l’unità della Chiesa annullando una sacrosanta scomunica nei confronti di un gruppo di ribelli che rifiutano il Concilio e contestano le decisioni del Papa? Si può perseguire l’unità della Chiesa dichiarando pubblicamente che il Concilio, i suoi documenti, la sua liturgia, la sua pastorale, sono da discutere, da riesaminare, da ridefinire, e proprio sulla base delle richieste partigiane dello stesso gruppo di ribelli?

Anche su questo abbiamo scritto tante volte. Se il Papa avesse fatto tutto questo per salvaguardare l’unità della Chiesa anche a costo della confusione, del riconoscimento dell’aperto dissenso e della messa in discussione di tutto ciò che il Magistero ha detto e fatto dal Concilio in poi, avrebbe dato prova di perseguire, non il bene delle anime, ma il raggiungimento di un fine pratico, più ideologico che teologico, poiché è evidente che seguendo questa logica si delineerebbe una Chiesa multiforme e prometeica, che sarebbe sì unita, ma avendo messo insieme tutto e il contrario di tutto, con il più grave nocumento possibile per il bene delle anime. Se invece il Papa ha fatto ciò che ha fatto per il bene della Chiesa e delle anime, come è logico e giusto che sia, allora non si potrà più parlare di priorità dell’unità, ma di necessità di fare chiarezza anche a costo di avviare la messa in mora della liturgia riformata, l’allontanamento dei vescovi che hanno arrecato danno alla Chiesa, la revisione di tutte le ambiguità e le deviazioni sorte nel Concilio e sviluppatesi nel post-concilio.
E si dovrà convenire che in tutto questo la Fraternità non è importante, se non per la funzione di stimolo che ha provvidenzialmente svolto in questi anni.

Terzo punto: la legittimazione canonica della Fraternità permetterebbe alla Chiesa di servirsi regolarmente e proficuamente dell’apostolato dei suoi chierici e dei suoi laici, che potrebbe essere svolto senza quegli impedimenti formali e psicologici che lo hanno limitato fino ad ora. Ci ripetiamo, ma siamo costretti a invitare ad andare a rileggere ciò che abbiamo scritto in questi anni sull’argomento, ben consapevoli che anche le nostre considerazioni sono frutto di un punto di vista particolare che non può arrogarsi il diritto di valere per tutto e per tutti.

Quando, a partire dal 2000, il cardinale Castrillon inaugurò la nuova fase dei rapporti fra la Santa Sede e la Fraternità, una delle giustificazioni avanzate da più parti, in verità più borbottata che dichiarata, fu proprio questa del gran bene che poteva venire a tutti dall’immissione formale nel corpo ecclesiale di truppe fresche, agguerrite e ben armate da contrapporre alle schiere dei modernisti.

Questo ragionamento, che abbiamo avuto modo di ascoltare ripetutamente ai livelli più diversi, rivela però un problema gigantesco, tutto interno al corpo ecclesiale. Problema che nacque subito dopo la conclusione del Concilio, che assunse dimensioni inquietanti dopo l’entrata in vigore della liturgia riformata e che esplose con la diffusa attuazione dei disposti conciliari attraverso gli insegnamenti e le pastorali delle Congregazioni e delle Conferenze Episcopali.

Tolto il caso di Mons. Lefebvre e della sua Fraternità, e tralasciando i tanti sacerdoti che hanno subìto l’ostracismo e i tanti fedeli che sono stati trattati per anni come degli appestati… tutta gente prevenuta e “ideologizzata”, ovviamente! Quanti vescovi e cardinali, quanti sacerdoti e quanti fedeli si sono alzati per denunciare a gran voce lo scandalo di una crisi della Chiesa generata dalla deriva dottrinale e dallo sfacelo liturgico? Quanti si sono esposti alla discriminazione e alla condanna pur di dire la verità? Quanti hanno pensato innanzi tutto alla conservazione del loro stato piuttosto che al loro dovere di stato? E quanti si sono industriati per giustificare anche l’ingiustificabile? E ancora quanti si sono trincerati dietro l’ubbidienza al Pontefice e ai vescovi? E poi quanti si sono accontentati di avere il beneficio esclusivo di qualche Messa settimanale e perfino mensile? E infine quanti si sono addirittura lanciati nella corsa ai primi della classe nel condannare la supposta disubbidiente protervia di Mons. Lefebvre e di tutta la Fraternità?

In questo contesto diventa davvero criptica la prospettiva del gran bene che potrebbe venire alla Chiesa dal passaggio della Fraternità alla legittimità canonica. Tranne che non si voglia pensare che ciò che non hanno fatto in 45 anni gli “altri”, ecco che miracolosamente lo potrebbero fare gli eredi di Mons. Lefebvre. Piuttosto, bisognerebbe considerare seriamente se questa ottimistica prospettiva poggi su dati oggettivi e su dei precedenti in grado di sostenerla.

Nel 1988, sulla base delle stesse istanze della Fraternità, ma in disaccordo con la rottura col Papa decisa da Mons. Lefebvre con le consacrazioni episcopali, nacque la Fraternità San Pietro. Nel 2001 nacque l’Amministrazione Apostolica di Campos, convinta che fosse giunto il momento di condurre la battaglia dall’interno. Seguita, nel 2006, dall’Istituto del Buon Pastore, ormai certo che si fosse prodotto uno squarcio nel muro modernista, attraverso il quale irrompere nella compagine cattolica postconciliare e sbaragliare il nemico. Senza contare altre piccole realtà, cosiddette “Ecclesia Dei”, tra le quali spicca per diversi motivi quella dei benedettini di Le Barroux.

Ebbene, dall’esame del lavoro svolto da questi Istituti, quale bilancio si può stilare, tale da giustificare la fondatezza della detta prospettiva?

Tralasciando la parentesi dello sconquasso del 2000, voluto da Roma per stroncare ogni velleità di fedeltà agli scopi fondativi, la Fraternità San Pietro ha finito col limitarsi alla diffusione della Messa tradizionale, dove e come ha potuto, forse seguendo le limitate istanze di una parte del mondo tradizionale anglosassone.

Tolti i primi anni di super attivismo internazionale del suo vescovo, l’Amministrazione Apostolica di Campos non ha prodotto alcuna riflessione minimamente paragonabile a quelle del suo padre spirituale, il compianto Mons. De Castro Mayer, né risulta che abbia inciso minimamente sull’andamento delle diocesi del Brasile, né tampoco su quella della stessa diocesi di Campos.

L’Istituto del Buon Pastore, seppure ancora troppo giovane perché si possa fare un bilancio, dà l’impressione che ancora non abbia deciso bene quale mestiere voglia fare da grande, visto l’alternarsi di titubanze e di decisioni, forse dovute all’incalzare degli avvenimenti.

Se poi si volge lo sguardo verso Le Barroux, si resta colpiti dalla forza con cui i benedettini tradizionali difendono e veicolano la liturgia tradizionale, ma si resta sconcertati dalla pari forza con cui alcuni di loro difendono la liturgia moderna e predicano e praticano le novità dottrinali partorite dal Concilio e allevate dal post-concilio. Ma questo è un discorso che, a Dio piacendo, faremo un’altra volta.

Nell’insieme, quindi, tolti i casi personali di chierici che si sono espressi anche con coraggio e decisione, l’esempio di questi Istituti porta a smentire ogni ottimismo circa la prospettiva in questione. Tutto parla del contrario, quasi a certificare che la legittimità canonica all’interno di una Chiesa che non è ancora guarita dall’infezione conciliare non produce alcun effetto positivo, anzi porta questi Istituti ad una sorta di omologazione, a subire una osmosi pericolosa, per la quale le infezioni del modernismo che passano nei diversi Istituti sono ben più numerose e virulente degli anticorpi che essi immettono nell’attuale compagine ecclesiale.

A queste considerazioni va aggiunto che, improvvisamente, subito dopo il famoso discorso alla Curia del 22 dicembre 2005, nel quale Benedetto XVI lancia la ciambella di salvataggio delle ermeneutiche contrapposte, quella giusta “del rinnovamento nella continuità” e quella sbagliata “della discontinuità e della rottura”, ecco che si aprono gli occhi di tutti, ecco che si capisce dove stava il trucco. Nell’ermeneutica… nell’ermeneutica che ancora oggi nessuno dice chi l’abbia sviluppata e fatta affermare, sia la giusta sia la sbagliata. Un altro mistero della Chiesa moderna!

Ed ecco che sorgono cardinali e vescovi, finora accuratamente defilati, a difendere questa spiegazione, come se loro per 40 anni fossero stati in un forzoso ritiro sabbatico. Ecco sorgere centinaia di teologi professionisti e avventizi che ci spiegano come questa teoria sia quanto di più intelligente è possibile, e che è proprio questo che loro hanno fatto in 40 anni, tramite i diversi pronunciamenti del Magistero, dai quali non è mai sortito niente di correttivo solo per colpa di quegli sconosciuti ermenueti della rottura che, guarda caso, hanno avuto la meglio, forse per il sostegno dato loro da quei “media” di cui parla Benedetto XVI nello stesso discorso. Vuoi vedere che la terribile crisi in cui si dibatte la Chiesa da 45 anni è tutta colpa dei giornali?

Ed ecco che sorgono migliaia di chierici e laici che si dichiarano pronti ad innalzare la bandiera della difesa della Tradizione della Chiesa, imbracciando le armi del Concilio ingrassate e lustrate con la miracolosa ermeneutica della riforma nella continuità. Migliaia di cattolici che, dopo aver praticato per 45 anni gli insegnamenti dei loro Vescovi, scoprono che basta rileggerli secondo l’ermeneutica della continuità per farli coincidere con tutta la Tradizione, quasi che in questi 45 anni non fosse successo niente di strano, a parte un certo rimediabile qui pro quo.

Fino allo scoppio della bomba della liberalizzazione dell’uso del Messale del 1962. Un’illuminazione! Il Messale tradizionale non è mai stato abrogato! Ecco risolti tutti i problemi!

E via alla corsa alla Messa tradizionale. Chi per anni aveva snobbato e perfino denigrato gli archeologizzanti cultori del “vecchio”, ecco che si scopre difensore del “patrimonio da conservare”, in fedele ossequio alla “volontà del Santo Padre”.
La solita troppo umana metamorfosi dell’allineamento col comandante di turno.
Fedeli al Papa… sempre… sia quando emargina e praticamente proibisce la liturgia bimillenaria della Chiesa, sia quando al grido di “contrordine… compagni!”, ne rilancia e difende l’uso universale.
L’ha detto il Papa!

Meno male che le vie del Signore sono imperscrutabili e che Egli vede e provvede… nonostante le debolezze degli uomini… fino a trarre sempre il bene dal male. Meno male! Perché è solo per questo che la liberalizzazione dell’uso del Messale tradizionale ha dato tanti buoni frutti nell’intero mondo cattolico.

Ora, quando si dice che la Chiesa trarrebbe un grande beneficio dalla regolarizzazione canonica della Fraternità San Pio X, oltre alla sottovalutazione degli elementi che abbiamo qui abbozzato, sembra si dimentichi lo stato oggettivo in cui si trova oggi la Chiesa, nelle persone di migliaia di vescovi, teologi e laici “competenti” che contano.

La Fraternità continua a dichiarare, per bocca del suo Superiore Generale, Mons. Fellay, e per bocca di altri chierici e laici che seppure non fanno testo, fanno comunque contesto, cosa che tanti trascurano negligentemente, … continua a dichiarare che la crisi non è finita, che anzi per certi aspetti non accenna neanche a finire. Che solo il Buon Dio potrà sanare le piaghe sanguinanti del Suo Corpo Mistico.
Esagera? È costretta dai suoi pregiudizi?
Forse… ma!

Da più di un anno si sono levate voci nel mondo cattolico che, partendo dal richiamato discorso di Benedetto XVI, hanno provato a “fare un discorso” serio sulla necessità di una revisione di tanti insegnamenti e di tante pastorali moderne. Oltre ai plausi e alle condivisioni che sono giunte da più parti, com’era naturale che fosse, e oltre alle grida di “scandalo” che subito si sono alzate dalle bocche contorte degli ancora tanti irriducibili “modernisti”, cos’è accaduto nel resto della compagine cattolica?

Con calma, ma con forza sempre più crescente, esponenti diversi del clero e dei laici “che contano”, hanno eretto una barricata a difesa di tutto ciò che i primi hanno chiamato in questione. Sono state scritte centinaia di pagine, utilizzate tutte le testate autorevoli e, cosa che oggi conta non poco, si sono mobilitati diecine di siti internet, alcuni sorti per la bisogna, per spiegare, dati liturgici e teologici alla mano, ovviamente!, che tali voci sono teologicamente e storicamente in errore, sia per la pochezza delle argomentazioni, sia per la relativa informazione degli autori, sia pure… cosa decisamente inaudita … per l’indebita ingerenza degli stessi in campi non di loro competenza. E tutta questa gente si è ritrovata d’accordo, e non a caso, su una sorta di ritornello che ripete che né il Concilio né il Papa possono sbagliare, perché sono assistiti dallo Spirito Santo. Quindi, se il Papa dice che l’unico errore sta nell’ermeneutica, dovrebbe essere evidente per ogni cattolico che è lo Spirito Santo che lo dice. Ogni altra considerazione, per quanto illustre, sarebbe priva del necessario appoggio soprannaturale e quindi senza valore, salvo quello della mera opinione personale. Per la semplice proprietà transitiva, è altrettanto evidente che solo coloro che difendono tutto in forza dell’ermeneutica della continuità sono nel giusto, perché beneficerebbero indirettamente della stessa assistenza di cui beneficia il Papa.

Il fuoco di sbarramento contro Mons. Gherardini e, ultimamente, contro il Prof. de Mattei, è solo l’esempio aggiornato di una tecnica della persuasione occulta e del ricatto disciplinare e teologico che da 45 anni viene usata nei confronti dei fedeli cattolici.

Questa tecnica poi, affinata dalla particolare competenza e dalla specifica preparazione, è la stessa usata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede in occasione dei colloqui con la Fraternità. Cortesia, educazione, disponibilità, carità, … ma una cosa è indiscutibile: nessun errore nel Concilio, né nelle sue applicazioni, dalla liturgia moderna all’ecumenismo, dalla collegialità alla libertà religiosa, dalla dignità dell’uomo all’imperativo per l’unità della Chiesa. Tutte le deviazioni prodottesi sono figlie dell’ermeneutica della rottura, già in parte corrette dall’ultimo magistero dei Papi e dal 2005 ancor meglio dal magistero di Benedetto XVI. Non rendersi conto di questa evidenza elementare significa solo avere “una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione”, contraddittoria perché “si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi.”

Dopo più di vent’anni siamo ancora fermi allo stesso punto, con la sola sottile aggiunta dell’ermeneutica. La crisi continua ancora.

Delineato questo mosaico, sorgono alcune domande: come potrebbe operare in questo contesto la Fraternità dopo avere accettato una legittima posizione canonica? Con quale efficacia? Su cosa e su chi potrebbe contare la Fraternità per condurre la necessaria battaglia di verità? Quanti fedeli cattolici arriverebbero a darle man forte? Quanti chierici si disporrebbero per affiancarne l’apostolato e la predicazione?

Abbiamo in mente, non solo i tanti cattolici che oggi sembrano ingrossare quell’area che potremmo chiamare “conservatrice”, ma anche quei cattolici che fino a ieri guardavano con una certa simpatia alla Fraternità e che da tre anni la guardano con sufficienza, poiché è evidente che per costoro la precondizione perché possano appoggiare domani la tanto auspicata battaglia “interna” della Fraternità è che questa condivida in toto i loro osanna per il Papa e per l’ermeneutica della riforma nella continuità.

In altre parole, tutti auspicano oggi che la Fraternità accetti la regolarizzazione canonica perché dovrebbe essere la Fraternità a togliere le castagne che loro hanno lasciato sul fuoco da 45 anni, e questo la Fraternità lo dovrebbe fare: o da sola oppure col concorso di tante buone volontà che già da oggi la invitano a sposare le loro posizioni e i loro convincimenti. Perché ciò che conta non sono le motivazioni della quarantennale battaglia per la Tradizione, che è poi quella che ha permesso a tanti perfino di esistere, ma le aggiornate esigenze della tanto auspicata “pace liturgica”, le evidenti urgenze della rilettura della Tradizione alla luce dell’ermeneutica della riforma nella continuità, le impellenti istanze della più grande unità della Chiesa che finalmente comprenda tutti i credenti in Cristo: i cattolici tradizionali, i cattolici modernisti, i cattolici così così, i movimenti ecclesiali, i laici devoti, i cristiani separati e tutti coloro che vorranno condividere questo splendido tempo di riconciliazione e d’amore sotto la guida illuminata del Papa.
di Belvecchio
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV192_Tormentone_giugno.html

La Tradizione cattolica e il Pellegrinaggio

Il Coordinamento Toscano Benedetto XVI ci ha fatto pervenire bellissime immagini del Pellegrinaggio del 10 giugno scorso al Santuario della Madonna di Montenero. Sono lieta di illustrarlo con alcune parole del responsabile Daniele Di Sorco. [per ammirarle tutte, vedere qui]

"La fame di Tradizione di noi cattolici non si misura con i contatori di visite o con le statististiche di tiratura copie, ma prima di tutto con questi avvenimenti eccezionali: e solo il Buon Dio sa quanto si deve a quei chierici e laici che, con umile pazienza, senza clamori o sparate, in totale fedeltà e amore al Romano Pontefice, hanno permesso a migliaia e migliaia di pellegrini di portare la loro Fede sulla strada di Chartres".

Noi in Toscana, nel nostro piccolo, stiamo procedendo in questa direzione da quattro anni. E i risultati si vedono. Dall'esperienza pionieristica e quasi catacombale del primo anno siamo giunti a raccogliere un numero veramente alto (per la media italiana) di fedeli, giovani, famiglie, seminaristi, istituti religiosi.

Finalmente, aggiungo con gioia, sembra rompersi quel magic circle di asfissiante progressismo che aveva espunto manifestazioni come questa, capaci di nutrire e diffondere non solo la pietà popolare, ma di essere anche momenti forti per vivere e testimoniare la propria Fede. Condivido con voi queste essenziali parole di Agnoli:
Il pellegrinaggio è un’esperienza che il cristiano non può non fare. Siamo noi uomini ad essere pellegrini. “Homo viator”, si diceva nel Medioevo: viator che si alimenta del panis angelicus, che parte per andare oltre, per raggiungere un luogo santo, una meta che sia immagine della meta finale della nostra vita, il Paradiso. Il pellegrinaggio è dunque una metafora della visione cristiana dell’esistenza. Il pellegrino, infatti, attraversa città e campagne, le osserva, le ammira, ma non c’è nulla che possa catturarlo, definitivamente, perché sa di dover lasciare quei luoghi; sa di osservare e ammirare terre che non gli appartengono; sa che ogni creatura, per quanto bella, non dura. O meglio: dura soltanto se vissuta in un’ottica soprannaturale. Il pellegrino deve dunque raggiungere un luogo, che magari neppure ha mai visto, dove però, come crede e spera, lo attende un incontro. Un incontro che vale la fatica, l’attesa, il viaggio…un incontro decisivo che faccia rinascere ad una nuova vita.
Approfitto per inserire ciò che dice il Papa del Pellegrinaggio, durante l'intervista mentre si recava al Santuario di Compostela.

Vuole dirci qualcosa sulla prospettiva del pellegrinaggio, anche nella sua vita personale e nella sua spiritualità, e sui sentimenti con cui si reca come pellegrino a Santiago?


«Buongiorno! Potrei dire che l’essere in cammino è già iscritto nella mia biografia. Ma questa forse è una cosa esteriore, tuttavia mi ha fatto pensare all’instabilità di questa vita, all’essere in cammino. Del pellegrinaggio uno potrebbe dire: Dio è dappertutto, non c’è bisogno di andare in un altro luogo, ma è anche vero che la fede secondo la sua essenza è un essere pellegrino. La Lettera agli ebrei dimostra che cosa vede nella figura di Abramo che esce nella sua terra e rimane un pellegrino verso il futuro per tutta la vita, e questo movimento abramico rimane nell’atto della fede, è un essere pellegrino soprattutto interiormente, ma deve anche esprimersi esteriormente.

Qualche volta, uscire dalla quotidianità, dal mondo dell’utile, dell’utilitarismo, uscire solo per essere veramente in cammino verso la trascendenza, trascendere se stesso e la quotidianità e così trovare anche una nuova libertà, un tempo di ripensamento interiore, di identificazione di se stesso, di vedere l’altro, Dio, e così è anche il pellegrinaggio sempre: non solo un uscire da se stesso verso il più grande ma anche un andare insieme. Il pellegrinaggio riunisce, andiamo insieme verso l’altro e così ci troviamo reciprocamente.

Basta dire che i cammini di san Giacomo sono un elemento nella formazione dell’unità spirituale del Continente europeo, qui peregrinando si sono trovati, hanno trovato l’identità comune europea, e anche oggi rinasce questo movimento, questi sogno di essere in movimento spiritualmente e fisicamente, di trovarsi l’un l’altro e di trovare così silenzio, libertà, rinnovamento, e di trovare Dio».

martedì 14 giugno 2011

La "Libertà religiosa". Chiarezza e attualità della posizione di Mons. De Castro Mayer

Disputationes Theologicae si inserisce nel dibattito recentemente riaccesosi sul problema della "Libertà di religione", divenuto nodo teologico per effetto della formulazione data dal n.2 della Dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae.

Lo fa riconoscendo che "Finora i tentativi, benché di estrema erudizione teologica, si sono rivelati poco convincenti" e riproponendo un Studio del Vescovo della diocesi di Campos, Mons. De Castro Mayer, noto per aver partecipato, il 30 giugno 1988, alla consacrazione effettuata da monsignor Marcel Lefebvre, di quattro vescovi senza il mandato pontificio che tardava inopinatamente a venire. Riporto le parole di Disputationes Theologicae:
[De Castro Mayer] si rivolse rispettosamente al Papa Paolo VI, in qualità di membro della Chiesa docente; i Vescovi infatti, prima d’ammaestrare il proprio gregge, ricevono un insegnamento dal Sommo Pontefice ed è prassi che ad Esso facciano appello per sapere quale sia l’interpretazione autentica di un testo loro proposto. Nello studio e nella supplica del Vescovo brasiliano, la schiettezza teologica si unisce al filiale - ed altrettanto teologico - rispetto verso il Successore di Pietro. Da figlio devoto della Chiesa, ma senza nascondere la verità, il presule conduce uno studio teologico di una disarmante semplicità, ripercorrendo il pensiero costante della Chiesa; non riuscendo a trovare una soluzione alla questione e vedendo la pericolosità della situazione si rivolge a Chi da Cristo ha ricevuto le chiavi, perché - per parafrasare il padre greco Teodoro Studita - la Sua parola, il Suo “calamo divino”, i suoi scritti, hanno il potere di dissipare i branchi di lupi che infestano la casa di Dio: “Lupi graves irruerunt in aulam Domini (…) habes potestatem a Deo… Terreto, supplicamus, haereticas feras calamo divini verbi tui”.
Il testo è del 1974, ma merita d’essere riproposto per le caratteristiche accennate e per la penna che lo scrisse, riflettendo apertamente all’esigenza di un’interpretazione autentica del testo controverso, senza escludere che il Sommo Pontefice possa procedere ad una revisione del testo, il quale non gode dell’infallibilità. S.C.
Lo studio e la supplica di Mons. De Castro Mayer, la cui veritativa chiarezza li rende non eludibili dal dibattito in corso, sono pubblicati qui.