Nella nostra traduzione da Substack.com. Con l'allocuzione di Giovanni XXIII in apertura del Vaticano II, "iniziò un processo per cui ogni singolo punto della dottrina, della liturgia e della morale cattolica, noto a tutti i cattolici prima del Concilio, fu sottoposto a una riformulazione".
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La nuova lingua di Papa Giovanni
A prescindere dalla posizione che si assume nello spettro teologico, queste parole, pronunciate quasi 70 anni fa, costituiscono un punto di svolta.
Nel suo discorso di apertura al Concilio Vaticano II, Papa Giovanni XXIII formulò questo principio: «È necessario che questa dottrina certa e immutabile, alla quale i fedeli devono obbedienza, venga studiata di nuovo e riformulata in termini contemporanei. Infatti, una cosa è questo deposito di fede, o le verità contenute nel nostro insegnamento consolidato nel tempo; un'altra è il modo in cui queste verità vengono esposte (con il loro significato preservato intatto) ».(1)
Con queste parole apparentemente innocue, si aprì una porta e iniziò un processo per cui ogni singolo punto della dottrina, della liturgia e della morale cattolica, noto a tutti i cattolici prima del Concilio, fu sottoposto a una riformulazione. Praticamente tutto ciò che grandi menti avevano faticato tanto ad articolare con grande precisione nel corso dei secoli fu in qualche modo affidato a un linguaggio contemporaneo incerto, nella speranza che la stessa cosa venisse detta, ma in un modo tale da attrarre e non respingere gli uomini del nostro tempo. Da qualunque lato dello spettro teologico ci si collochi, queste parole, pronunciate quasi 70 anni fa, costituiscono un punto di svolta. Sono il momento da cui tutto sembra essere cambiato, e ci siamo ritrovati tutti in quello che, senza esagerare, si può definire un pantano ecclesiologico da cui sembra non esserci via d'uscita.
La 'Formula Magica'
Non stiamo parlando di una questione semplice come quella della traduzione. Prendiamo, ad esempio, la traduzione di " consubstantialem Patri" nel Credo niceno. In alcuni paesi, ci sono voluti decenni per approvare una traduzione liturgica corretta, ma alla fine è stata approvata. Non è stato difficile da risolvere, anche se ci è voluto del tempo a causa delle dinamiche politiche della Chiesa.(2) Le parole di Papa Giovanni si riferiscono a qualcosa di molto diverso, qualcosa che va oltre una questione di traduzione. Il Papa ha affermato: è la "dottrina immutabile", il "deposito della fede" stesso che necessita di essere riformulato, non la sua traduzione. Indipendentemente da ciò che Papa Giovanni intendesse con queste parole, molti le hanno interpretate nel senso che tutto ciò che la Chiesa insegna oggi deve essere riformulato affinché l'uomo moderno possa comprenderlo e accettarlo. Ora, questo stesso presuppone una serie di problemi, poiché presuppone che "uomo" e "uomo moderno" siano entità diverse. È forse sorta una nuova specie di uomo nei tempi moderni? Abbiamo raggiunto una nuova fase dell'"evoluzione"? Oppure, l'uomo moderno è semplicemente così ottuso da non poter essere istruito sul significato delle definizioni dogmatiche e degli insegnamenti morali della Chiesa?
Inoltre, dovrebbe essere ovvio che qualsiasi tentativo di riformulare l'intero insegnamento della Chiesa comporterà un'infinità di testi da discutere per secoli, poiché appare evidente che i "termini contemporanei" di oggi non saranno sufficienti per domani. Come possiamo evitare la conclusione – che avrebbe dovuto essere ovvia per tutti i Padri conciliari – che si è aperta una nuova era, un'era il cui segno distintivo sarebbe stata una Chiesa molto loquace che forse non sarebbe mai giunta a una formulazione in grado di soddisfare sia la Tradizione che il mondo contemporaneo? E come è possibile immaginare che tale confusione non abbia causato danni incalcolabili, portando l'intera Chiesa alla deriva verso una vaga religiosità che avrebbe avuto poco a che fare con il vero cattolicesimo? Ci vorrebbero volumi per dimostrare come questa "formula magica" abbia causato danni pressoché irreparabili in ogni ambito della vita della Chiesa. Qui ci limiteremo all'ambito in cui questo danno è stato più evidente: la vita morale.
Inoltre, dovrebbe essere ovvio che qualsiasi tentativo di riformulare l'intero insegnamento della Chiesa comporterà un'infinità di testi da discutere per secoli, poiché appare evidente che i "termini contemporanei" di oggi non saranno sufficienti per domani. Come possiamo evitare la conclusione – che avrebbe dovuto essere ovvia per tutti i Padri conciliari – che si è aperta una nuova era, un'era il cui segno distintivo sarebbe stata una Chiesa molto loquace che forse non sarebbe mai giunta a una formulazione in grado di soddisfare sia la Tradizione che il mondo contemporaneo? E come è possibile immaginare che tale confusione non abbia causato danni incalcolabili, portando l'intera Chiesa alla deriva verso una vaga religiosità che avrebbe avuto poco a che fare con il vero cattolicesimo? Ci vorrebbero volumi per dimostrare come questa "formula magica" abbia causato danni pressoché irreparabili in ogni ambito della vita della Chiesa. Qui ci limiteremo all'ambito in cui questo danno è stato più evidente: la vita morale.
Approcci non pastorali
Accanto alle frequenti affermazioni dei capi della Chiesa secondo cui dobbiamo attenerci alla legge morale tramandataci dalla Tradizione,(3) e che questa legge non può né deve cambiare, si assiste a una crescente tolleranza verso ciò che è intrinsecamente immorale. Ad esempio, da un lato sentiamo dire che l'unico luogo in cui è ammessa l'attività sessuale è all'interno di un matrimonio valido tra un uomo e una donna, aperto alla vita, e dall'altro che il matrimonio è un ideale a cui aspirare, e quindi qualsiasi altro uso della sessualità – ciò che la dottrina cattolica tradizionale definisce il peccato mortale di impudicizia nelle sue molteplici forme – può, in un modo diverso, mostrare valori positivi e condurre, in ultima analisi, alla realizzazione dell'ideale. Non serve essere un genio per capire che questa mentalità non può in alcun modo essere conciliata con le esigenze della legge di Dio, chiaramente espressa nella Sacra Scrittura e dalla costante Tradizione e dal Magistero, eppure, ci sono diversi modi in cui si può dimostrare che essa potrebbe benissimo derivare dall'"approccio pastorale" inaugurato dal buon Papa Giovanni.
Per fare un altro esempio, si può riaffermare l'indicibile gravità dell'aborto come omicidio di un bambino non ancora nato, che non deve mai essere tollerato in nessuna situazione e deve essere contrastato in ogni modo – come ha fatto esplicitamente il Concilio Vaticano II (4) –, e subito dopo parlare di un “tessuto senza cuciture” di valori morali che ci permette di ridurre considerevolmente il tempo e le energie che dedichiamo alla lotta contro l'omicidio dei bambini – un compito davvero arduo nel contesto attuale in cui l'aborto è considerato da molti un diritto umano – e che ci porta a sprecare energie difendendo tesi che contraddicono il perenne insegnamento della Chiesa – come l'assurdità secondo cui non si può essere considerati pro-vita se si promuove la pena di morte. Come se mettere a morte i criminali – come la legge di Dio dice che si può e persino si deve fare in alcuni casi – e uccidere i bambini avessero la stessa qualificazione morale! Questa volta, purtroppo, non siamo nemmeno lontanamente paragonabili. Chiunque affermi ciò sta giocando su un terreno completamente diverso da quello della Tradizione Cattolica. Eppure è stata proprio la "formula magica" a renderlo possibile.
Questa mentalità sembra aver raggiunto il culmine durante il pontificato di Papa Francesco. Nella sua esortazione apostolica Amoris laetitia, ha scritto: «La coscienza può fare di più che riconoscere che una data situazione non corrisponde oggettivamente alle esigenze generali del Vangelo. Può anche riconoscere con sincerità e onestà quale per ora sia la risposta più generosa che si possa dare a Dio, e giungere a vedere con una certa sicurezza morale che è ciò che Dio stesso chiede nella concreta complessità dei propri limiti, pur non essendo ancora pienamente l'ideale oggettivo».(5) Per quanto difficile da credere, sembra che stia dicendo che la coscienza umana a volte può essere certa che Dio ci stia chiedendo di trasgredire i Suoi comandamenti finché non ci riteniamo capaci di obbedirvi.(6) Ma ovviamente, stava essendo "pastorale" e non dogmatico…
Dio è ancora Dio?
È quasi inconcepibile che un linguaggio simile sarebbe stato possibile se non fosse stato per la dicotomia creata da Giovanni XXIII tra dottrina e sua espressione, tra dogmatica e approccio pastorale, tra l'insegnamento ufficiale della Chiesa e la vita delle persone. Salvo alcune notevoli eccezioni, non è raro incontrare ecclesiastici capaci di enunciare in modo impeccabile il dogma e la dottrina morale cattolica, per poi condonare deviazioni dalla legge morale in nome della coscienza e dell'autonomia personale – come ad esempio consentire alle coppie cattoliche di praticare la contraccezione, o dare la Santa Comunione agli adulteri in pubblico, o non contestare l'abbigliamento scandalosamente immodesto che si vede persino nelle nostre chiese.
Non mi riferisco qui ai consigli dati nel confessionale. I moralisti sono da tempo dell'idea che alcune anime debbano essere condotte gradualmente a comprendere le implicazioni della legge morale quando non ne hanno ancora pienamente compreso le estensioni, e un buon confessore ne terrà conto nel giudicare i suoi penitenti. Ciò che Francesco sembrava avallare era la disobbedienza consapevole ai comandamenti perché si pensa di non essere in grado, in un dato momento, di adempierli, e quindi Dio non può voler imporre la propria legge in questo caso particolare, il che sembra "equivalente a sostenere che nella vita umana possano sorgere situazioni in cui è lecito non riconoscere Dio come Dio".(7)
Si potrebbe sostenere che il Concilio stesso, pur ribadendo i principi cardine della fede cattolica, abbia al contempo inaugurato un'era in cui si può ancora essere cattolici pur affermando qualcosa di molto diverso da quanto è sempre stato insegnato, a patto di non rinnegare esplicitamente un articolo di fede. Sembra che sia stata liquidata un'intera serie di censure teologiche che ogni sacerdote imparava a conoscere: haeresi proxima(prossima all'eresia), haeresim sapiens (che sa di eresia), error theologica (contrario all'insegnamento comune dei teologi), propositio temeraria (proposizione audace), piarum aurium offensiva (offensivo per le orecchie pie), male sonans (soggetto a fraintendimento per via del suo modo di esprimersi), captiosa (proposizione cavillosa, riprovevole per la sua ambiguità intenzionale), scandalosa (che suscita scandalo). Gli esempi di queste negli ultimi 70 anni sono numerosi.
Certo, ci sono lodevoli tentativi di spiegare le apparenti contraddizioni. A volte sembrano avere successo, ma anche quando ci riescono, resta il fatto che i Dottori della Chiesa non avrebbero mai avallato l'idea che si debba essere dottori in teologia per comprendere le sottigliezze degli approcci pastorali del Magistero. Per il cattolico comune, incapace di seguire gli oscuri ragionamenti di lunghi trattati, il punto fondamentale è che la Chiesa ha cambiato il suo insegnamento. Sembra che ciò sia stato reso possibile solo perché la "formula magica" di Papa Giovanni ha aperto la porta alla possibilità di vivere su due piani diversi contemporaneamente. Ha reso possibile una comunità di credenti che possiede tutti gli attributi della vera Chiesa, e talvolta predica persino la fede, ma che allo stesso tempo apre le sue porte a chiunque in coscienza ritenga di poter essere cattolico senza abbandonare uno stile di vita deviante.(8)
Vox Clamantis
Papa Giovanni non ha spiegato cosa intendesse con "riformulare" la fede, né ha posto alcun limite a questa riformulazione. Molti teologi di spicco hanno interpretato questo come una sorta di carta bianca per dire praticamente qualsiasi cosa, tranne che per una negazione esplicita e palese dei dogmi di fede. È esagerato affermare che la formula di Papa Giovanni sia la madre di tutte le ambiguità nel periodo post-conciliare? Ha reso possibile una situazione in cui chiunque voglia discutere seriamente di una vera riforma della Chiesa con qualcuno imbevuto della mentalità modernista attuale si troverà inevitabilmente in un dialogo tra sordi. Non parliamo la stessa lingua, perché per noi cattolici fedeli alla Tradizione e che ci consideriamo vincolati ad essa, una "pratica pastorale" che non sia in accordo con il dogma e non ne derivi non è affatto pastorale. Al contrario, è molto poco pastorale disconnettere la vita delle persone dalle verità che professano e che ci sono state rivelate. Significa deluderle come pastori e lasciarle andare alla deriva verso la perdizione. Le parole del profeta Ezechiele sembrano essere state scritte per i nostri giorni: «Le mie pecore si sono disperse, perché non c'era pastore; sono diventate preda di tutte le bestie selvatiche e si sono disperse. Le mie pecore si sono smarrite su ogni monte e su ogni alta collina; le mie greggi si sono disperse sulla faccia della terra e nessuno le ha cercate, nessuno, dico, le ha cercate» (Ez 34,5-6).
Che cosa dobbiamo fare, dunque? Dove troveremo pastori che cerchino veramente, non di adulare le pecore con fantasiose novità, ma di nutrirle con le solide verità che saranno loro utili per la salvezza, a qualunque costo per loro stessi, pastori che credano veramente che, come ci dice san Tommaso nel primissimo articolo della primissima questione della Summa Theologiae : «l'intera salvezza dell'uomo dipende dalla conoscenza della verità»? (9)
La maggior parte di noi può fare ben poco, se non nulla, ma se vogliamo vedere la fine del dialogo in corso tra i non udenti, dobbiamo almeno non aver paura di individuare i problemi e di denunciarli. Potremmo non essere molto popolari per questo, ma dovremmo trovare conforto nel sapere che durante quello che la storia ha conosciuto come il Medioevo, alcune voci si levarono coraggiosamente in mezzo al caos, ma queste furono poi riprese da voci più forti che portarono infine all'alba del periodo più glorioso della storia della Chiesa. Allo stesso modo, in mezzo alla cacofonia quasi universale dell'inizio del XVI secolo, ci furono voci che invocarono ripetutamente un'autentica riforma, che condusse infine al Concilio di Trento e al glorioso periodo della Controriforma cattolica.
Ogni voce conta. Ogni voce che dice la verità sarà ascoltata. Un giorno, la chiarezza tornerà nella Chiesa, e allora i suoi figli non saranno più confusi e dispersi, né molti si allontaneranno dal suo seno, perché lei, la loro Madre, parlerà di nuovo la lingua che ha insegnato loro nella culla, la lingua che hanno imparato dalle sue stesse labbra, e che parla del "comandamento antico fin dal principio" (1 Gv 2,7), delle parole che "trafiggono la carne" con un timore salutare (Sal 118,120), "perché lo spirito sia salvato nel giorno del nostro Signore Gesù Cristo" (1 Cor 5,5).
_____________________1. Giovanni XXIII, Allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962. Ecco l'originale latino del brano in questione: «Oportet ut haec doctrina certa et immutabilis, cui fidele obsequium est praestandum, ea ratione pervestigetur et exponatur, quam tempora postulant nostra. Est enim aliud ipsum depositum Fidei, seu veritates, quae veneranda doctrina nostra continentur, aliud modus, quo eaedem enuntiantur, eodem tamen sensu eademque sententia».
2. Purtroppo, non si può dire lo stesso della traduzione di "pro multis" nella consacrazione del calice. Qui, la battaglia per una traduzione corretta, seppur vinta – almeno temporaneamente – nel mondo anglofono, è ancora in corso in molti paesi.
3. Tra le opere più significative si segnalano le encicliche Humanae vitae (Paolo VI, 1968) e Veritatis Splendor (Giovanni Paolo II, 1993), nonché l'Istruzione Persona Humana (Congregazione per la Dottrina della Fede, 1975).
4. Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et Spes, n. 51.
5. Papa Francesco, Esortazione apostolica Amoris Laetitia, 19 marzo 2016, n. 303.
6. Purtroppo, il defunto Pontefice non ci ha spiegato come ciò non rientri nell'anatema del Concilio di Trento, Sessione VI, Canone 18: «Se qualcuno afferma che i comandamenti di Dio sono impossibili da osservare anche per chi è giustificato e costituito nella grazia, sia anatema».
7. Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale del 10 ottobre 1983. L'argomento trattato era quello della contraccezione, e il suo ragionamento era che, poiché la contraccezione è intrinsecamente malvagia, consentirla in alcuni casi equivale ad ammettere che esistono situazioni in cui Dio non è più Dio. Il principio si applica ovviamente a qualsiasi azione intrinsecamente malvagia e ingiustificabile, ad esempio adulterio, sodomia, autoerotismo, atti osceni in luogo pubblico, ecc.
8. Nel suo commentario a Gv 3,19: «Questo è il giudizio: poiché la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie», Cornelio a Lapide pronuncia parole che molti cattolici di oggi troverebbero incomprensibili. Scrive: «Oggi molti diventano eretici per avere la libertà di seguire la carne; infatti, l'eresia lo permette, mentre la fede lo proibisce. Perciò, per convertire un eretico, fate così: persuadetelo prima di tutto a vivere una vita onesta e ad avere una morale casta e santa; in questo modo lo persuaderete facilmente della vera fede».
9. San Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, q. 1, a. 1, corpo.

MILANO: SUOR MONIA ALFIERI, 'SU CORTEO ISLAMICO FAR EMERGERE PACIFICA CONVIVENZA IN RISPETTO LEGGE'
RispondiEliminaRoma, 28 giu. - (Adnkronos) - ''Viviamo in una società multietnica, multiculturale, multireligiosa. Potremmo proseguire all'infinito con l'elenco delle diversità. La diversità è una sfida, bella e impegnativa, che però deve essere assunta e interpretata con coraggio, prudenza e tanta intelligenza. Le vie di MILANO sono state attraversate da un corteo di persone di religione islamica in occasione della festa dell'Ashura: in questo corteo le donne erano nascoste dietro un furgone. Possiamo noi accettare passivamente una situazione simile? Accogliere e integrare significa accettare come normali queste situazioni? Non credo. Aggiungo: quest'anno proprio a MILANO non si è tenuta la processione del Corpus Domini: la decisione è stata motivata per ragioni legate al traffico cittadino (da notare che la stessa processione viene organizzata regolarmente a Londra e a New York dove i cattolici non sono la maggioranza ed il traffico non è proprio da parrocchia di campagna) e per ragioni di decoro per le quali il passaggio della processione in mezzo all'indifferenza dei turisti avrebbe fatto apparire la processione un evento folcloristico''. Così all'Adnkronos Suor Anna MONIA Alfieri cavaliere al merito della Repubblica ed esperta di politiche scolastiche. ''Mi permetto chiedetemi, perchè è la mia intelligenza che me lo impone: aboliamo la processione del Corpus Domini per lasciare spazio a cortei in cui le donne sono nascoste dietro un furgone? Questo vuol dire integrare? No, questo vuol dire lasciare lo spazio ai fronti più radicali, dall'una e dall'altra parte. E quando le ali più radicali prendono il sopravvento la società è sconfitta - continua Suor Anna MONIA Alfieri - perchè la ragione è sconfitta. Non si tratta di processioni, non si tratta di rivendicazioni, non si tratta di contrapposizioni: si tratta di far emergere in una pacifica convivenza nel rispetto della legge e degli ordinamenti persone diverse per origine e per cultura''. ''Ma la convivenza passa dalla chiarezza, dalla conoscenza, dal fatto che non si possa passare oltre ad eventi che chiaramente nulla hanno a che vedere con il rispetto della persona. MILANO, Italia, Europa: occorre fare pace con la nostra storia, non cancellarla per costruire pagine apparentemente più belle, nello spirito di una libertà che è tale solo in apparenza'', conclude Suor Anna MONIA Alfieri. (Red-Cro/Adnkronos)
A Milano la ragione è sconfitta a cominciare dai seminari… corrotta la dottrina si corrompe il resto. Tanti bravi giovani preti sono rovinati dall’ideologia di cattivi maestri invecchiati e “sempre giovani”. Avrebbero fatto scappare anche quelli disposti al martirio, figuriamoci quelli che frequentano via Montenapo e Brera.
RispondiElimina"Far emergere in una pacifica convivenza nel rispetto della legge e degli ordinamenti persone diverse per origine e per cultura": questa frase mi sembra emblematica della cultura postconciliare a cui questa giovane suora, certamente benintenzionata, appartiene in pieno.
RispondiEliminaA mio modesto parere la città di Milano NON ha alcun dovere di far celebrare una festa islamica. Anzi, il contrario.
Ottimo commento e tuttavia le chiedo: è mai uscita fuori dal suo orticello? Si è mai resa conto che centinaia di miglia di giovani vanno fuori per poter lavorare e costruire un futuro? Si è mai resa conto che perfino nei preti e nelle suore il colore della pelle e le lingue madri sono sempre più diverse? Davvero non se ne può più di leggere il pensiero di persone che sono convinte che il proprio orticello rappresenti l'intero universo. Ma quando vi svegliate e voglio proprio vedere se chi gestisce il blog ha il coraggio di pubblicare questo commento.
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