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mercoledì 22 luglio 2026

La crisi ammessa, il diritto che la dimentica

Ringrazio Andrea Mondinelli per la riflessione che segue che traccia la via retta tra i percorsi, a volte intricati, della crisi epocale che stiamo vivendo.

La crisi ammessa, il diritto che la dimentica
Note in margine a «Facta sunt potentiora verbis»

L'articolo di Roberto de Mattei apparso su Corrispondenza Romana il 15 luglio («Facta sunt potentiora verbis qui. Parole e fatti nel diritto della Chiesa») è giuridicamente raffinato, e proprio per questo merita di essere preso sul serio fino in fondo: fino alla frase che, a metà del percorso, ne rivela il punto debole. Scrive l'autore: «La questione non sta nell'accertare se esiste una crisi nella Chiesa, che è a tutti evidente».

È una concessione, e di peso. La crisi c'è, ed è evidente a tutti. E nessuno può sospettare che si tratti di una clausola di stile: pochi studiosi hanno documentato la profondità di quella crisi quanto l'autore stesso, la cui storia del Concilio e le cui pagine sulla Tradizione restano tra le ricostruzioni più serie della rottura consumatasi negli ultimi sessant'anni. Chi ammette la crisi, qui, la conosce d'archivio. Ma da quel punto in poi l'argomentazione procede come se la crisi non esistesse: la dichiara evidente, e la esclude dal giudizio. Non la definisce — crisi disciplinare, dottrinale, di fede? — non la pesa, non la fa entrare tra le parti in causa. Applica le norme come se la Chiesa fosse in stato di normalità: come se il magistero proponesse la fede con chiarezza, come se la struttura ordinaria funzionasse. È questa la contraddizione che attraversa l'intero articolo: ammettere la crisi e poi giudicare come se non ci fosse.

Chi scrive non interviene da canonista né da storico: interviene in qualità di padre di famiglia, con la responsabilità e il dovere di stato di trasmettere la fede cattolica a tre figlie. È un titolo che nel dibattito pesa meno di una cattedra, ma nella Chiesa viene prima: perché il diritto che l'articolo difende esiste, in ultima istanza, per rendere possibile esattamente questo — che un padre possa consegnare ai figli la fede ricevuta, integra, per la via ordinaria e senza eroismi. Ed è da questo punto di osservazione, il più basso e il più esposto, che la contraddizione dell'articolo si vede meglio.

Eppure il diritto, che l'articolo invoca, conosce da sempre la differenza tra il tempo ordinario e lo stato di emergenza. Necessitas non habet legem non è uno slogan di ribelli: è un principio della tradizione giuridica che l'ordinamento canonico ha incorporato — i canoni 1323 e 1324 del Codice vigente prevedono espressamente che la necessità e il timore grave escludano o attenuino l'imputabilità della violazione. Il diritto stesso, dunque, prevede l'eccezione; e prevede anche il criterio con cui interpretarla: la ratio legis. La norma sulle consacrazioni senza mandato ha una ragione, preservare l'unità della Chiesa e l'integrità della successione apostolica. Ma se l'unità è già ferita da una crisi dottrinale «a tutti evidente», la ragione della norma non è più intatta, e la norma va interpretata alla luce di ciò che la sua ragione voleva proteggere. Il dilemma è netto e non ammette la via di mezzo che l'articolo percorre: o la crisi non è grave, e allora il diritto si applica come in tempo di pace — ma allora non la si dichiari evidente; o la crisi è grave, e allora il diritto va letto dentro la crisi, secondo la gerarchia dei fini che il diritto canonico stesso proclama, con la salvezza delle anime al vertice. Ammettere la gravità e applicare la normalità non è rigore: è la contraddizione elevata a metodo.

L'articolo oppone allo stato di necessità «l'esempio di tanti sacerdoti e fedeli laici che, trovandosi nelle medesime condizioni, conservano integralmente la fede» restando uniti. Ma si guardi da vicino che cosa quell'esempio descrive: chi oggi conserva la fede integra lo fa, di regola, attingendo a ciò che la provvista ordinaria non gli dà più — i vecchi catechismi, lo studio personale, la famiglia che resiste, il sacerdote che supplisce. Cioè lo fa supplendo da sé. L'obiezione, guardata in controluce, descrive esattamente il fenomeno che vorrebbe negare: se per conservare la fede occorre procurarsi in proprio ciò che la struttura ordinaria dovrebbe fornire, lo stato di necessità non è smentito; è documentato.

E c'è un banco di prova che decide la questione meglio di ogni disputa tra adulti: i bambini del catechismo. Un adulto formato può distinguere l'ambiguo, tenere insieme ciò che il testo lascia separato, resistere. Un bambino no. Un bambino riceve ciò che gli viene dato; e se ciò che gli viene dato è ambiguo, riceve l'ambiguità. Dire che «tanti conservano la fede» significa dire che qualcuno — una famiglia fedele, un catechista eroico, una cappella — gliel'ha trasmessa integra resistendo al sistema. Ma l'eroismo è una virtù straordinaria, richiesta a pochi in circostanze eccezionali: non può essere la condizione ordinaria perché un battezzato di sette anni impari la fede. La fede dei piccoli non può dipendere dall'eccezione; deve dipendere dalla struttura ordinaria — un catechismo chiaro, un magistero che distingue, un rito che esprime la dottrina. Se per riceverla integra il bambino ha bisogno di un'isola, la struttura ordinaria ha fallito: e le isole sono precarie. Il sacerdote fedele che oggi c'è, domani può non esserci. Non tutti i bambini hanno accesso a un'isola. E le isole, per quanto sante, non formano da sé le generazioni di sacerdoti che dovranno succedere.

Qui affiora il presupposto non detto di molte risposte correnti alla crisi, e va nominato perché è teologicamente falso: che la famiglia possa supplire alla Chiesa. La famiglia, nella dottrina cattolica, è società naturale e cellula fondamentale, ma è società imperfetta: non ha in sé il proprio fine ultimo né la pienezza dei mezzi di salvezza. È ordinata alla Chiesa come la parte al tutto: prepara, e la Chiesa perfeziona; trasmette i rudimenti, e la Chiesa custodisce il deposito; educa alla preghiera, e la Chiesa celebra il sacrificio e amministra i sacramenti. Il bambino, per salvarsi, ha bisogno di più della famiglia: ha bisogno della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica — di un magistero che insegni con certezza, di una liturgia che dica la dottrina, di sacramenti, di una comunità visibile. Se la struttura ecclesiale è ambigua, la famiglia più fedele non può sostituirla, perché una società imperfetta non supplisce la società perfetta che Cristo ha fondato. La risposta implicita che l'articolo lascia ai genitori — la casa, la preghiera, l'eroismo, la fiducia — non è un programma pastorale: è la dichiarazione, involontaria, che la provvista ordinaria non c'è più. Un'immagine rende il vizio logico dell'insieme. Se un medico, in tempo di peste, somministra un farmaco non autorizzato per salvare dei fanciulli, l'ordinamento lo assolve per stato di necessità: non perché il farmaco sia autorizzato, ma perché la pestilenza rende l'emergenza superiore alla procedura. E De Mattei lo sa molto bene. Giudicare quel medico come se l’epidemia non ci fosse — ammetterla a parole e dimenticarla nella sentenza — non è applicare il diritto: è citarlo a metà. E l'articolo fa precisamente questo quando qualifica lo stato di necessità come «presunto» dopo aver dichiarato la crisi «a tutti evidente»: la necessità è la crisi stessa, guardata dal punto di vista di chi deve trasmettere la fede ai piccoli.

Resta il principio del titolo, ed è il punto su cui l'articolo ha più ragione di quanta ne usi: i fatti sono davvero più forti delle parole. Ma il principio, se vale, vale per intero e taglia dai due lati. È un fatto la crisi ammessa. Sono fatti, documentabili atto per atto negli Acta, i decenni di mutazioni espositive e liturgiche che quella crisi hanno prodotto — e chi scrive li ha messi in fila altrove, con le date e i riferimenti, a disposizione di chiunque voglia smentirli. Ed è un fatto, infine, l'esito: le strutture nate dalla necessità hanno conservato, in forma stabile e trasmissibile, la fede integra, il catechismo, il sacerdozio, la Messa — le hanno conservate per i bambini, non solo per oggi ma per domani. Chi giudica soltanto il fatto della disobbedienza e non il fatto della crisi, né il fatto della conservazione, non sta facendo prevalere i fatti sulle parole: sta scegliendo quali fatti far vedere.

La domanda cui l'articolo non risponde è dunque una sola, e non è giuridica — è quella che ogni padre, chi scrive per primo, si pone davanti ai propri figli: se la crisi è a tutti evidente, come possono i bambini conservare la fede integra dentro una struttura che l'ha resa ambigua? Non si chiede a nessuno di approvare le consacrazioni, ma si chiede di riconoscere ciò che la logica impone una volta ammessa la crisi: che lo stato di necessità è reale; che la risposta data dalla necessità va giudicata anche dal suo frutto; e che il rimedio vero resta quello che chi resiste non ha mai smesso di implorare — un atto dell'autorità che ritracci il confine, che dia finalmente alla legge il suo regolamento, e renda di nuovo superflue le isole. Se esiste un'altra via che abbia ottenuto, nei fatti, lo stesso risultato per la fede dei più piccoli, la si indichi: sarà accolta con gratitudine. Finché non venga indicata, condannare chi costruisce le scialuppe mentre si ammette che la nave imbarca acqua non è difendere il diritto: è dimenticare per chi la legge esiste. Perché i bambini hanno bisogno della Chiesa; e la Chiesa è un’arca di salvezza, non un'isola.
Andrea Mondinelli

26 commenti:

  1. Cinque anni dopo l'uscita di Traditionis custodes, i fedeli legati alla messa tradizionale chiedono ai vescovi gesti concreti

    http://www.famillechretienne.fr/47498/article/rien-na-ete-engage-cinq-ans-apres-traditionis-custodes-les-fideles-attaches-a-la

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  2. La crise de l'Église est d'abord et avant tout une crise de la Foi. Combien d'évêques — à commencer par le pape lui-même — seraient capables de commenter sérieusement, c'est-à-dire avec conviction, le Credo ?

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    1. "La crise de l'Église est d'abord et avant tout une crise de la Foi" : bien sur, je sui d'acord avec vous, en tout, mon ami, aussi moi,, Je l'ai repetit plusieurs fois.

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  3. Due pesi e due misure22 luglio, 2026 12:32

    La Santa Sede annuncia che: "Oggi, mercoledì 22 luglio 2026, ha avuto luogo l’ordinazione episcopale del Rev. Giuseppe Chang Yanfeng, che il Santo Padre, in data 15 giugno 2026, ha nominato Vescovo di Chifeng (Provincia della Mongolia Interna, Cina), avendone approvata la candidatura nel quadro dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese".

    Peccato, però, che il 15 giugno 2026 non è stata pubblicata alcuna nomina nel bollettino. L'ennesimo tentativo di Pietro Parolin di mascherare quanto il governo cinese fa in barba a Roma. In sostanza, per evitare rotture, oggi si approva una ordinazione decisa dal governo e avvenuta senza che Roma dicesse nulla. Le differenze con Écône, sinceramente, non si vedono.

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  4. Articolo molto bello e condivisibile.

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  5. [da un po' di tempo Google non mi passa i commenti sul blog. Vediamo se questo passa, come prova tecnica].
    Ottimo articolo, apprezzabile anche per l'equilibrio. Mi sembra che negli ultimi anni il prof. de Mattei si sia ammorbidito alquanto, nel rilevare per l'appunto la situazione di crisi, sempre più grave, della Chiesa.
    Non capisco come possa considerare "presunto" lo stato di necessità invocato dalla Fsspx come realtà incontrovertibile, esistente per tutta la Chiesa.
    Alla recente cerimonia di Econe si è accusata la Gerarchia attuale di non trasmettere più la vera fede. Un'accusa gravissima. È quest'accusa che va verificata piuttosto che cavillare senza costrutto sulle consacrazioni senza mandato, imposte appunto dallo stato di necessità.
    pp

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  6. È un articolo da incorniciare, anche per chi avesse uno sguardo critico sulle ordinazioni della Sampiodecimo.

    Il solo fatto di dover organizzarsi da soli (ricorrendo ai vecchi catechismi, rincorrendo le rare celebrazioni in liturgia tradizionale, scansando le inquinatissime strutture convenzionali, ecc.), è già un chiaro indice che la crisi c'è e che consiste anzitutto nel fatto che le strutture ufficiali non vi forniscono quel nutrimento spirituale che Nostro Signore ha comandato loro di fornirvi.

    "Pasci i miei agnelli", e invece vediamo i pastori sviolinare agli anglicani, agli islamici, al sinodalismo, a tutte le bestie fuori dal recinto mentre contestualmente vengono ignorate (o addirittura calpestate) le pecorelle nel recinto.

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  7. 4-22 luglio 1456 Battaglia di Belgrado

    Comandanti

    Maometto II
    Zagan Pascià
    Karaca Pascià
    János Hunyadi
    Giovanni da Capestrano
    Vlad III di Valacchia
    Mihály Szilágyi

    Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, che aveva messo fine all'Impero Romano d'Oriente, il sultano ottomano Maometto II stava preparando le sue forze per conquistare il Regno d'Ungheria. Il suo primo obiettivo era catturare la fortezza di Belgrado (in ungherese Nándorfehérvár), città allora sul confine. Ad aspettarlo c'era János Hunyadi, un nobile della Transilvania che combatteva i Turchi da due decenni a capo dell'esercito ungherese.

    L'assedio si trasformò in una battaglia di grandi dimensioni che Hunyadi terminò con un improvviso contrattacco che conquistò il campo turco, costringendo il sultano, già ferito, a togliere l'assedio e ritirarsi. Si dice che l'assedio di Belgrado decise la sorte della cristianità.

    La campana di mezzogiorno fu ordinata durante l'assedio da Papa Callisto III per invitare i credenti a pregare per la vittoria e ancora oggi ricorda la vittoria in tutto il mondo.

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  8. Bisognerebbe anche capire cosa e come viene trasmesso nelle parrocchie. Ho l'impressione che queste stesse siano diventate isole. Ogni parrocchia un'isola. E nessuno sa cosa vi sia trasmesso, nei fatti. Mentre i tradizionalisti si stanno masticando e rimasticando Messali, Catechismi, Encicliche, Storia della Chiesa, Biografie dei Santi, Storie degli Ordini, Storia del Monachesimo...spesso ognuno per conto suo, altre volte sotto la guida di un sacerdote che, vista la crisi, non ha abbandonato le sue pecore. Ma cosa sia veicolato nelle parrocchie, non è chiaro. A me non è chiaro.

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  9. Bello e concreto, come raramente capita...il punto di vista di un padre di famiglia che ha come più elevato suo dovere di stato trasmettere la Fede ai propri figli

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  10. E l'articolo della Scrosati sulla Ecclesia supplet: che ne dite?

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  11. Si tratta di una crisi NELLA Chiesa o DELLA Chiesa? Non sono sofismi.

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  12. Per una volta, e solo per questa volta, mi trovo d'accordo con il prof. DeMattei, il cui articolo mette i puntini sulle i della questione lefebvriana:

    "La debolezza di fondo dei sermoni, delle interviste e degli articoli diffusi dalla Fraternità San Pio X prima e dopo le consacrazioni del 1° luglio consiste nella confusione tra la teologia morale e il diritto canonico. Per giustificare un atto di natura eminentemente giuridica, si trasforma una questione di diritto canonico in una questione morale e pastorale."

    Mondinelli, al contrario, continua invece a fare confusione fra piani diversi. E dice che ha letto il DeMattei...

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  13. "L’uomo contemporaneo vive immerso in un flusso continuo di informazioni, immagini, emozioni e polemiche. I social media – Facebook, Instagram, TikTok e le piattaforme che continuamente nascono – non si limitano a trasmettere notizie: il loro stesso funzionamento è concepito per indebolire l’esercizio dell’intelligenza. Essi sollecitano reazioni immediate, privilegiano l’emozione rispetto al giudizio, la velocità rispetto alla profondità. Non si cerca più la verità, ma la rapidità della risposta. 

    Questo fenomeno ha investito anche ambienti che si definiscono tradizionalisti e che, proprio per la loro formazione, dovrebbero esserne i più immuni. Si rischia così un paradosso: possedere princìpi dottrinali solidi e, nello stesso tempo, vivere psicologicamente secondo le categorie della cultura rivoluzionaria. Si passa da un’indignazione all’altra, da un entusiasmo a una delusione, da una polemica alla successiva, senza conservare quella pace interiore che sola rende possibile un autentico giudizio soprannaturale.

    Le grandi crisi della Chiesa sono sempre state affrontate da uomini che erano, nel senso più autentico del termine, contemplativi nell’azione. Sant’Atanasio, san Gregorio VII, san Pio V, san Pio X non furono travolti dagli eventi: li dominarono, perché seppero giudicarli alla luce di princìpi superiori. La loro forza nasceva dalla preghiera, dalla disciplina intellettuale, dall’abitudine a subordinare i fatti ai princìpi e non i princìpi ai fatti. Ogni autentica restaurazione comincia sempre con una restaurazione delle facoltà dell’anima.

     Lo studio, la riflessione, il primato della contemplazione sull’azione sono le condizioni indispensabili per lo sviluppo della vita interiore e per la formazione di uomini capaci di giudicare rettamente gli eventi del nostro tempo.

    Dom Jean-Baptiste Chautard, nel suo celebre L’anima di ogni apostolato, ricordava che l’eresia dell’azione consiste nel sostituire l’attività alla vita interiore. Oggi potremmo aggiungere che esiste anche una nuova forma di attivismo: l’attivismo digitale. È una continua agitazione che dà l’illusione dell’impegno mentre consuma lentamente le energie spirituali. (...)

    La storia insegna che tutte le grandi restaurazioni cattoliche sono nate da uomini che hanno saputo unire una ferma resistenza all’errore con un amore incrollabile per la Chiesa visibile e gerarchica. 

    Per questo la battaglia decisiva dei nostri tempi non consiste anzitutto nell’alzare la voce, accusare il prossimo, moltiplicare iniziative o campagne mediatiche. Essa consiste nel ricostruire uomini interiormente ordinati, capaci di studio, di preghiera, di sacrificio e soprattutto di equilibrio. 

    https://www.corrispondenzaromana.it/gli-uomini-di-cui-abbiamo-bisogno/

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    1. Sono circa 10 anni che commenticchio insieme a pochi altri che oggi si sono moltiplicati di molto. Questo per dire che si sono moltiplicati i commentatori, i siti, i lettori. Se oggi si parla normalmente di crisi della Chiesa dipende anche dai fondatori di siti dedicati a questa iattura, dai loro lettori e dai loro commentatori. Cioè nel tempo si è formata una catena, un'aria che tira, formata dai pensieri intorno alla Chiesa Cattolica e alle sue contraddizioni ormai quasi centenenarie. Quindi molti, vuoi o non vuoi, sono impegnati in questa battaglia spirituale volta al risanamento della Chiesa Cattolica usando il mezzo oggi più diffuso. Certamente ognuno di noi potrebbe occuparsi di altro ma, evidentemente, in ognuno di noi prevale il soldato di Cristo sul Suo eremita di noi più degno.

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  14. L’articolo di Mondinelli parte da un punto condivisibile: la crisi nella Chiesa è “evidente a tutti”. Ma proprio questo riconoscimento, invece di diventare un criterio di giudizio, viene poi messo da parte nell’analisi. Qui l’impianto logico si incrina: non si può dichiarare una crisi e poi ragionare come se non esistesse. Per essere argomento teologico o canonico, una crisi va definita. Nell’articolo non si specifica se sia disciplinare, dottrinale, pastorale o di fede. Senza una definizione chiara, la crisi” diventa un concetto elastico che può giustificare qualsiasi eccezione. Il diritto canonico, però, si basa su fatti circostanziati, non su impressioni. Da una premessa così vaga, l’autore arriva a una conclusione non dimostrata: che la crisi equivalga automaticamente a uno stato di necessità. Ma il diritto canonico distingue tra crisi percepita e necessità giuridicamente rilevante, che richiede condizioni precise: impossibilità oggettiva di accedere ai sacramenti, pericolo immediato per la fede, assenza di alternative lecite e proporzionalità del rimedio. L’articolo non prova nessuno di questi punti, limitandosi a dire: “c’è la crisi, quindi c’è la necessità”. È un salto logico. Il riferimento ai bambini come banco di prova è suggestivo, ma non decisivo. Che la famiglia non possa sostituire la Chiesa è vero, ma da ciò non segue che la struttura ordinaria sia inaffidabile o che atti illeciti diventino leciti. Trasmettere la fede richiede chiarezza, certo, ma la Chiesa non ha abolito dogmi né reso inaccessibili i sacramenti. Una difficoltà pastorale non equivale a un’emergenza canonica.Il paragone del medico che somministra un farmaco non autorizzato durante la peste è efficace sul piano retorico, ma poco pertinente. Nella peste c’è un pericolo immediato di morte e nessuna alternativa; nella Chiesa, invece, i sacramenti sono disponibili e il magistero è operativo.

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    1. ,,, nella Chiesa, invece, i sacramenti sono disponibili e il magistero è operativo...

      E allora servitevi dei "sacramenti disponibili", seguite il "magistero operativo", iscrivetevi al Partito Democratico e sgomberate il campo!

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  15. https://www.aldomariavalli.it/2026/07/22/no-non-sono-fratelli-un-po-inadeguati-sono-nemici-della-nostra-fede-e-vanno-combattuti/amp/

    “Gli uomini che hanno detenuto il potere a Roma dal Concilio in poi non sono avversari in errore. Sono nemici che hanno avuto successo….cosa abbiamo osservato negli ultimi sessant’anni? che tutto ciò che è cattolico viene sistematicamente osteggiato e tutto ciò che mina la Fede è sistematicamente incoraggiato…l’unica cosa che viene amministrata con competenza, coerenza ed efficienza nella Chiesa post-conciliare è la distruzione della Tradizione…Ognuno ha il suo posto in questa Roma: protestanti, pachamamisti, prelati scandalosi, false religioni invitate a pregare per la pace, tutti, tranne l’antica fede cattolica….tutto ciò che trasmette la Fede cattolica è punito….ci sono solo due possibili spiegazioni: incompetenza incredibilmente sempre diretta nella stessa direzione, oppure scelta deliberata….a Roma, stanno distruggendo quella Chiesa che hanno giurato di proteggere….né scisma né sottomissione ai becchini, ma fedeltà alla Roma eterna contro i suoi occupanti.”

    A’ bon entendeur, salut!, se non si capisce adesso come stanno realmente le cose, non lo si capirà mai.

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  16. "Si trasforma una questione di diritto canonico in una questione morale e pastorale", questo sarebbe l'errore della Fsspx? De Mattei dixit?
    Ma la questione non è affatto di diritto canonico, se non per la facciata. La questione è in primo luogo dottrinale e quindi morale e pastorale.
    Papa Leone si è pur affrettato a ricevere in propagandata udienza il gesuita Martin e mi sembra anche la suora Grammick, molto attivi nel promuovere il peccato contro natura dentro la Chiesa. Li ha sentiti forse per riprenderli e incitarli alla conversione? NO. Li ha lodati ed incoraggiati, come il predecessore, che forse passerà alla storia come il papa dei gay.
    Invece non ha voluto ricevere don Pagliarani, che lo aveva per tempo informato del problema che angustiava la Fsspx e chiedeva udienza. Lo ha ad un certo punto mandato dal cardinale Fernández, certo non la persona adatta ad affrontare temi teologici complessi. Il quale si è limitato a ribadire il "regolamento".
    Chiusura a priori dunque. E per qual motivo? Di diritto canonico? Disciplinare? iL motivo è dottrinale, il Vaticano attuale non tollera che la Fsspx rifiuti di accettare a scatola chiusa il VAticano II, come hanno fatto le società di vita apostolica ex-Ecclesia Dei, rendendosi in tal modo succubi dell'errore e di fatto complici della crisi della Chiesa.
    Non tollera nemmeno che la Messa Vetus Ordo continui ad esistere.
    Nessuna confusione di piani da parte della Fsspx, non meniamo il can per l'aia. La questione è nella sua essenza dottrinale, Leone vuole evidentemente distruggere la Fsspx e usa la mano pesante a questo scopo. La Fsspx rappresenta la Chiesa di sempre, quella parte del clero e dei fedeli che è riuscita a restare ostinatamente fedele alla vera Tradizione della Chiesa, alla dottrina come insegnata sino a Pio XII. Non è essa LA Chiesa, ma quella parte che finora si è mantenuta apertamente fedele nella tempesta.
    Il diritto canonico attuale, tra l'altro, dispone che non si debba applicare la scomunica a chi, anche erroneamente, è convinto di agire in stato di necessità. Si deve caso mai applicare un'altra sanzione, di minore caratura.
    Oltre a favorire la propaganda arcobaleno nella Chiesa, abbiamo visto che papa Leone è un deciso sostenitore dell'inclusione, dell'uguaglianza tra mschi e femmine, dell'immigrazionismo più radicale, della democrazia nella Chiesa, dell'avanzata delle donne nella Chiesa. Ha anche detto che tutte le religioni possiedono la verità, mantenendosi sulla linea della famigerata Dichiarazione di Abu Dhabi del suo predecessore.
    E taccio su altri aspetti, come il "sinodalismo", una cosa che non sta né in cielo né in terra.
    "Presunto" allora lo stato di necessità nella Chiesa, prof. de Mattei?
    pp

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  17. Riflessione eccellente. Da inviare a Luisella Scrosati della Bussola.

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  18. Se il prof. De Mattei concede che vi sia una crisi della e nella Chiesa (crisona, non crisina o crisetta), ma poi argomenta come se non ci fosse (o fosse crisina o crisetta) e’ perché si vuole salvare quello che è proprio dell’uomo (l’istituzione e la gerarchia come ministerium) a costo di anteporlo a ciò che nella Chiesa è divino (il munus conferito da Cristo).
    Munus e ministerium sono inseparabili in un corpo mistico di Cristo sano, ma vengono separati nell’impedimento, nella patologia conclamata, nel potersi sedere un potere mondano dove non si conviene.
    Il prof. De Mattei è solo uno dei tanti a fare spallucce, tirando diritto.
    In padre di famiglia invece ha una grazia in più perché il bambino gli dice che il re è nudo. E se è nudo c’è qualcosa che non va: il papà che ha a cuore il figlioletto smette di ascoltare il professore che spiega che si tratta di una aberrazione visiva… no, ad essere in crisi non è la vista del bambino, ma quella del professore.

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  19. Dopo l'esperienza Covid non seguo piu' i "sermoni" di Corrispondenza Romana. Se vuoi conoscere i tuoi "amici", devi saggiarli nel bisogno. Punto. Tutto il resto e' noia.

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    1. Condivido appieno.

      AMICO E AMORE LI CONOSCI NEL DOLORE.

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  20. https://www.aldomariavalli.it/2026/07/23/se-questo-e-un-prete/amp/. : dopo la benedizione del blocco di ghiaccio, adesso ecco la "medaglia della sostenibilità - Leone XIV", per uno svilupo umano integrale, all'insegna della tutela anbientale, eco-sostenibile ..e questo è forse Cattolicesimo? e un Papa che strombazza ai 4 venti simili iniziative è il Vicario di Cristo? colui che custodisce gelosamente il depositum fidei per trasmetterlo alle generazioni successive? il dolce Cristo in terra, come diceva Santa Caterina da Siena?.. non c'è niente da ridere, purtroppo, né mancanza di rispetto che dir si voglia, qui siamo nel tragico, peggio di una tragedia greca, si salvi chi può da quella gente lì, altro che stato di necessità, solo un cieco non può vederlo, benedetti sacerdoti e vescovi della FSSPX, Dio li ricompensi a 100 e a mille

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    1. DUM ROMAE CONSULITUR SAGUNTUM EXPUGNATUR.
      Non sono teologo né canonista o liturgista, però osservo il mondo che mi circonda. Come si può affermare che c'è la crisi ma non lo stato di necessità? I sacerdoti della Fraternità si moltiplicano forse per partenogenesi? E come può una questione dottrinale confliggere in termini di soluzioni con la morale e la pastorale? Che cosa diventino poi morale e pastorale avulse dalla dottrina della chiesa poi non lo capisco

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    2. @ Wisteria scusi amico, mi sono espresso in forma dialettale : dalle mie parti dire "altro che stato di necessità" è un rafforzativo, per far capire che lo stato di necessità è talmente evidente che solo un cieco potrebbe ignorarlo. Quindi intendevo far capire che a mio avviso lo stato di necessità è addirittura macroscopico, evidentissimo di fronte a iniziative che nulla hanno di cattolico e tutto di massonico, menzognero e strumentale al complotto per l'instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale...e le gerarchie ecclesiastiche sono loro complici, cosa sempre più evidente.

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