Pagine fisse in evidenza

▼

venerdì 25 settembre 2026

L'organo del Pantheon

Nella nostra traduzione da OnePeterFive un interessante articolo di Massimo Scapin ci ricorda come a un secolo dalle prime note che risuonarono sotto la cupola del Pantheon, l'organo Tamburini continua la sua duplice missione: sostenere la liturgia e arricchire la vita culturale di Roma. Da non sottovalutare il fatto che, per effetto delle varie canne d'organo, la stessa musica acquista sempre sonorità particolari, rinnovando sempre l’esperienza dell’ascolto”.

L'organo del Pantheon

Il 23 settembre 1926, il Pantheon di Roma – la cui immensa cupola proiettava un cerchio perfetto di luce attraverso l'oculo – accolse una nuova voce: l' organo a canne Tamburini n. 99. Cento anni dopo, quella voce risuona ancora. Più che una macchina, questo strumento divenne un ponte tra i secoli, unendo la maestria tecnica a uno spazio intriso di simbolismo sacro. Nel 609, il Pantheon “fu dedicato al culto cristiano e intitolato alla Vergine Maria e a tutti i Martiri: Sancta Maria ad Martyres. Il tempio di tutte le divinità pagane fu così convertito per commemorare tutti coloro che, come dice il Libro dell'Apocalisse (7,14), 'sono usciti dalle grandi tribolazioni, hanno lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell'Agnello'”. [1]

L'organo Tamburini incarna l'arte e l'innovazione della costruzione organistica italiana. Ideato da Giovanni Tamburini (†1942) durante il restauro del Pantheon (1925-1934), fu concepito per coniugare solennità cerimoniale e intimità spirituale. Nel 1929, quando il Pantheon divenne Cappella Palatina in seguito alle sepolture dei primi due re d'Italia, Vittorio Emanuele II (†1878) e Umberto I (†1901), l'organo aveva acquisito anche un forte significato simbolico nazionale.

Tra il 1929 e il 1934, l'architetto Alberto Terenzio (†1957), Sovrintendente ai Monumenti Medievali e Moderni di Roma e del Lazio, supervisionò un meticoloso restauro del Pantheon. Un'imponente impalcatura si erse fino all'oculo, permettendogli di esaminare l'antica cupola e le sue venerabili crepe. La sua conclusione fu rassicurante: le fessure erano antiche ma stabili, cicatrici della storia piuttosto che segni di debolezza. Con delicati interventi – riempiendo le fessure, rinforzando i punti chiave e inserendo discreti sostegni – preservò l'autenticità dell'edificio garantendone al contempo la durata nel tempo.

Prima dell'arrivo dello strumento di Tamburini, la Basilica ospitava un organo Morettini (n. 103), successivamente probabilmente trasferito al Santuario della Madonna del Cerro a Sassoferrato, nell'Italia centrale. [2] L'inaugurazione del nuovo organo fu affidata al reverendo Raffaele Manari (†1933), una figura la cui sola presenza imponeva attenzione. Dal momento in cui le sue mani toccarono i tasti, il Pantheon sembrò risvegliarsi. Grazie alla sua azione elettropneumatica a valvole coniche e alla cassa del vento a doppio scomparto, l'organo cantava con una nuova chiarezza, capace di sussurrare dolcemente o risuonare potentemente, perfettamente adatta al repertorio romantico.

Sebbene di dimensioni modeste, l'organo Tamburini è nobile nel suo carattere. I suoi dieci registri sono racchiusi in un'elegante cassa di legno collocata a destra dell'abside. Grazie alle due tastiere e alla pedaliera, l'organista può controllare un caleidoscopio di colori: flauti scintillanti, archi melodiosi e bassi fragorosi che riverberano sotto la cupola del Pantheon.

Manari fu una figura centrale, seppur a lungo trascurata, nella cultura organistica italiana, la cui reputazione ha iniziato a essere riabilitata solo di recente. Il suo contributo duraturo risiede nella convinzione che l'organo non sia una reliquia da museo, bensì uno strumento vivo: sempre al servizio dell'arte, mai vincolato da età o contesto.

Nato a Carsoli, nell'Italia centrale, Manari fu ordinato sacerdote e studiò a Roma, dove assorbì lo spirito riformatore del motu proprio sulla musica sacra (1903) di Papa San Pio X. Si formò sotto la guida di Raffaele Casimiri (†1943) e Remigio Renzi (†1938) all'Accademia di Santa Cecilia, diplomandosi nel 1914. Dal 1920 fino alla sua morte, fu organista della Basilica di San Giovanni in Laterano e insegnò presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra. Come consulente, fornì la sua consulenza per diversi importanti progetti, tra cui l' organo Mascioni op. 438 —ancora oggi conservato nell'Aula Magna dell'Istituto— e il monumentale organo Tamburini a Messina.

Sebbene fosse un prolifico interprete e insegnante, Manari compose solo quattro opere per organo: Fantasia siciliana , Studio da concerto sulla “Salve Regina”, Legenda e Scherzo. Questi brani da concerto, radicati nella tradizione italiana delle “opere di carattere” di fine Ottocento e inizio Novecento, mettono in luce sia la profondità espressiva che il virtuosismo tecnico, soprattutto nell'impegnativo testo per pedale dello Studio sulla Salve Regina.


La sua eredità teorica non è meno importante. Nelle sue lezioni del 1931 al Pontificio Istituto – successivamente pubblicate – delineò una filosofia di registrazione: non formule rigide, ma principi guidati dalla storia, dall'intento del compositore, dalla natura dello strumento e dall'intelligenza dell'esecutore. Per Manari, la consapevolezza storica non era mai fine a se stessa, ma uno strumento per compiere scelte che fossero al contempo pratiche ed esteticamente valide. Il suo approccio rimane una preziosa guida per conciliare la fedeltà alla tradizione con la libertà creativa nell'esecuzione moderna.

Il costruttore dell'organo, Giovanni Tamburini, era altrettanto visionario. Nato a Bagnacavallo, nell'Italia nord-orientale, nel 1857, iniziò riparando fisarmoniche prima di fare apprendistato presso Pietro Anelli e Pacifico Inzoli, maestri dell'artigianato organistico italiano del XIX secolo. Nel 1893 aprì la sua bottega a Crema, nell'Italia settentrionale, dove fiorirono arte e maestria tecnica. Rinomato per le sue innovazioni nella trasmissione pneumatica ed elettropneumatica, Tamburini fuse la precisione ingegneristica con la sensibilità artistica. L'organo del Pantheon, con la sua cassa del vento a doppio scomparto, fu tra i suoi capolavori, insieme alle commissioni per il Conservatorio di Milano (1906), Santa Croce a Firenze (1931) e il Duomo di Messina (1930), all'epoca il più grande organo italiano mai costruito.

Come accade a tutti gli strumenti, il tempo ha lasciato il segno. Nel 1985, l'umidità e l'usura ne avevano compromesso la meccanica. Un restauro nel 2003 ne ha ridato vita al suono, e nel 2013 ulteriori interventi hanno restaurato la consolle e i registri ad ancia. Nel 2019, una revisione completa a cura di Salvatore Pronestì ha finalmente restituito all'organo la sua affidabilità e brillantezza.

Oggi, a un secolo dalle prime note che risuonarono sotto la cupola del Pantheon, l'organo Tamburini continua la sua duplice missione: sostenere la liturgia e arricchire la vita culturale di Roma. Ogni accordo collega il passato al presente, l'artigianato alla devozione e la musica alla fede. La sua storia, intrecciata a quella di Manari e Tamburini, celebra non solo l'arte italiana, ma anche la magia intramontabile della musica sacra in uno dei luoghi più senza tempo del mondo [qui].

Il centenario di questo strumento è più di una semplice commemorazione. È un invito alla cura e alla salvaguardia, che ci ricorda che la bellezza e la tradizione sopravvivono solo se vengono apprezzate. Finché l'organo Tamburini risuonerà nella Basilica di Sancta Maria ad Martyres, il Pantheon rimarrà sia testimone vivente della storia sia promessa di musica futura.
_________________
[1] Benedetto XVI, Angelus, 1 Novembre 2009.
[2] vedi L’Organo, Rivista di Cultura Organaria e Organistica, XIX 1985, p. 78.

1 commento:

  1. Il Pantheon sarebbe da mettere tra le sette meraviglie del mondo.

    RispondiElimina

I commenti vengono pubblicati solo dopo l'approvazione di uno dei moderatori del blog.