La pena capitale e la rivendicazione di continuità dottrinale della Chiesa cattolica. Precedenti qui - qui - qui.
Una rottura con il passato?

Il rinnovato rifiuto della pena capitale da parte di Papa Leone XIV solleva un interrogativo che va oltre la giustizia penale: quando un'istituzione religiosa modifica il proprio insegnamento morale, cosa significa affermare che la sua dottrina rimane in continuità kq il passato?
Il 10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte, Leone XIV ha ribadito che la pena capitale è "inammissibile perché costituisce un attacco all'inviolabilità e alla dignità della persona". Ha inoltre sostenuto che il bene comune può essere tutelato e le esigenze della giustizia soddisfatte senza ricorrere all'esecuzione capitale. Il suo intervento conferma la posizione adottata da Papa Francesco nel 2018 [qui], quando il Catechismo della Chiesa Cattolica è stato rivisto per dichiarare la pena di morte inammissibile e impegnare la Chiesa a lavorare per la sua abolizione a livello mondiale.
Le argomentazioni morali a favore dell'abolizione meritano seria considerazione. La questione più complessa è di natura storica e teologica: come si concilia questo giudizio categorico con una tradizione che per lungo tempo ha riconosciuto la legittimità della pena capitale in determinate circostanze?
Per secoli, la dottrina cattolica ha accettato che lo Stato potesse, in linea di principio, giustiziare un criminale. Non si trattava semplicemente di una concessione da parte dei governanti secolari di fronte all'opposizione ecclesiastica. Il Catechismo del Concilio di Trento, pubblicato nel 1566, difendeva esplicitamente l'autorità dei magistrati civili di imporre la pena di morte, a condizione che agissero in modo giusto. Sosteneva che l'uso della spada da parte del magistrato civile, quando esercitato al servizio della giustizia, non costituisse omicidio, ma fosse compatibile con il quinto comandamento. Anche Papa Pio XII confermò la legittimità dell'esecuzione da parte dell'autorità pubblica in determinate circostanze. La pena capitale apparteneva quindi al quadro consolidato attraverso il quale la teologia morale cattolica interpretava l'autorità pubblica, la giustizia e la punizione.
Giovanni Paolo II ha spinto la Chiesa decisamente verso l'abolizione della pena di morte. Nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, sostenne che l'esecuzione dovesse essere considerata solo laddove fosse assolutamente necessaria per proteggere la società. Tuttavia, osservò che tali casi erano diventati "molto rari, se non praticamente inesistenti". La precisazione era importante: il principio di legittimità dell'esecuzione non era ancora stato categoricamente respinto.
La revisione del Catechismo sotto il pontificato di Francesco è andata oltre. Non si è limitata a concludere che le prigioni moderne avessero reso superflua l'esecuzione capitale nella maggior parte dei casi. Ha dichiarato la pena di morte inammissibile perché viola la dignità umana e ne ha chiesto l'abolizione in tutto il mondo [qui].
Roma insiste sul fatto che ciò rappresenti uno sviluppo coerente della dottrina, non una contraddizione rispetto agli insegnamenti precedenti. La sua argomentazione si fonda su un riconoscimento più chiaro della dignità che conserva anche il criminale più efferato, su una comprensione più profonda della pena come strumento di riabilitazione e sulla disponibilità di mezzi efficaci per proteggere la società senza togliere la vita.
Si tratta di un argomento serio, che non va liquidato. La comprensione morale può approfondirsi e le istituzioni possono correggere i propri giudizi. Il fatto che le generazioni precedenti abbiano accettato una pratica non significa che essa debba rimanere accettabile per sempre.
Ma l'argomentazione solleva una questione che non può essere risolta semplicemente invocando lo sviluppo dottrinale. Se la pena di morte è inammissibile perché viola la dignità intrinseca della persona umana, tale dignità non era meno presente quando il Catechismo di Trento difendeva l'autorità dei magistrati civili di infliggere la pena capitale, quando Pio XII ne confermava la legittimità a determinate condizioni e quando Giovanni Paolo II ne manteneva la liceità eccezionale. Ciò che è cambiato, quindi, non è la dignità umana in sé, ma il giudizio della Chiesa su ciò che tale dignità richiede. La questione è se questo cambiamento rappresenti un legittimo sviluppo di un principio duraturo o un sostanziale allontanamento dall'insegnamento morale delle generazioni precedenti.
Occorre distinguere due argomentazioni. La prima è di natura circostanziale: la detenzione in strutture di massima sicurezza è ora più ampiamente disponibile e l'esecuzione capitale non è più necessaria per tutelare la collettività. Questo può spiegare perché una pena un tempo considerata ammissibile possa ora essere giudicata superflua. Ciò non dimostra, di per sé, che la pena sia intrinsecamente inammissibile.
Il secondo argomento è più fondamentale: la Chiesa è giunta a comprendere più pienamente ciò che la dignità umana richiede. Se questa è l'affermazione, il cambiamento non riguarda solo le circostanze in cui un principio consolidato viene applicato, ma anche il giudizio morale che ne deriva. Le sue implicazioni per il rapporto tra l'insegnamento precedente e quello attuale meritano di essere esplicitate.
La tradizione cattolica possiede le risorse per affrontare questa difficoltà. Non richiede che ogni formulazione storica rimanga immutata, e la distinzione tra principi duraturi e la loro applicazione è centrale in qualsiasi analisi dello sviluppo dottrinale. La stessa spiegazione fornita dal Vaticano in merito alla revisione del 2018 si richiama proprio a questa distinzione, sostenendo che l'insegnamento precedente deve essere compreso nel contesto della responsabilità dello Stato di tutelare il bene comune e dei limiti dei sistemi punitivi storici.
Tuttavia, una spiegazione non è necessariamente una dimostrazione. Per stabilire che due giudizi sono compatibili, è necessario mostrare come i principi, le circostanze e le conclusioni pertinenti si integrino tra loro. Definire un cambiamento uno sviluppo non può, di per sé, stabilire se lo sia effettivamente.
La questione, dunque, va oltre la pena capitale. Riguarda l'identità dell'istituzione che pretende di preservare un deposito immutabile di fede, pur rivedendo sostanzialmente i giudizi morali attraverso i quali tale fede si è storicamente espressa. Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha subito trasformazioni che sollevano un interrogativo più ampio: la Chiesa di oggi rappresenta la stessa continuità dottrinale e morale della Chiesa dei secoli passati, oppure il linguaggio dello sviluppo è diventato un mezzo per conciliare posizioni che un tempo erano intese in termini marcatamente diversi? La pena di morte è una prova rivelatrice di tale affermazione, anche se da sola non può risolvere l'intera questione.
Questo ha rilevanza anche al di là della Chiesa cattolica. Le istituzioni religiose rivendicano autorità in parte perché si considerano custodi di una verità preesistente. La loro credibilità non dipende né dall'incapacità di cambiare né dal presupposto che ogni nuova posizione rappresenti necessariamente un miglioramento. Dipende piuttosto dalla loro disponibilità a rendere conto del rapporto tra ciò che insegnano oggi e ciò che insegnavano in passato.
La Chiesa potrebbe avere ragione a rifiutare la pena capitale. Ma la questione morale dell'abolizione e la rivendicazione storica della continuità dottrinale sono questioni distinte. L'una non implica automaticamente l'altra.
La riaffermazione di Leone XIV rende inequivocabile l'attuale posizione cattolica. Il compito più arduo è spiegare, senza elusioni, come tale posizione si relazioni alla tradizione da cui afferma di scaturire.
Una tradizione viva deve essere capace di crescere. Deve anche essere capace di raccontare la verità sulla propria storia.
Rev. Leon, 12 ottobre
Il 10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte, Leone XIV ha ribadito che la pena capitale è "inammissibile perché costituisce un attacco all'inviolabilità e alla dignità della persona". Ha inoltre sostenuto che il bene comune può essere tutelato e le esigenze della giustizia soddisfatte senza ricorrere all'esecuzione capitale. Il suo intervento conferma la posizione adottata da Papa Francesco nel 2018 [qui], quando il Catechismo della Chiesa Cattolica è stato rivisto per dichiarare la pena di morte inammissibile e impegnare la Chiesa a lavorare per la sua abolizione a livello mondiale.
Le argomentazioni morali a favore dell'abolizione meritano seria considerazione. La questione più complessa è di natura storica e teologica: come si concilia questo giudizio categorico con una tradizione che per lungo tempo ha riconosciuto la legittimità della pena capitale in determinate circostanze?
Per secoli, la dottrina cattolica ha accettato che lo Stato potesse, in linea di principio, giustiziare un criminale. Non si trattava semplicemente di una concessione da parte dei governanti secolari di fronte all'opposizione ecclesiastica. Il Catechismo del Concilio di Trento, pubblicato nel 1566, difendeva esplicitamente l'autorità dei magistrati civili di imporre la pena di morte, a condizione che agissero in modo giusto. Sosteneva che l'uso della spada da parte del magistrato civile, quando esercitato al servizio della giustizia, non costituisse omicidio, ma fosse compatibile con il quinto comandamento. Anche Papa Pio XII confermò la legittimità dell'esecuzione da parte dell'autorità pubblica in determinate circostanze. La pena capitale apparteneva quindi al quadro consolidato attraverso il quale la teologia morale cattolica interpretava l'autorità pubblica, la giustizia e la punizione.
Giovanni Paolo II ha spinto la Chiesa decisamente verso l'abolizione della pena di morte. Nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, sostenne che l'esecuzione dovesse essere considerata solo laddove fosse assolutamente necessaria per proteggere la società. Tuttavia, osservò che tali casi erano diventati "molto rari, se non praticamente inesistenti". La precisazione era importante: il principio di legittimità dell'esecuzione non era ancora stato categoricamente respinto.
La revisione del Catechismo sotto il pontificato di Francesco è andata oltre. Non si è limitata a concludere che le prigioni moderne avessero reso superflua l'esecuzione capitale nella maggior parte dei casi. Ha dichiarato la pena di morte inammissibile perché viola la dignità umana e ne ha chiesto l'abolizione in tutto il mondo [qui].
Roma insiste sul fatto che ciò rappresenti uno sviluppo coerente della dottrina, non una contraddizione rispetto agli insegnamenti precedenti. La sua argomentazione si fonda su un riconoscimento più chiaro della dignità che conserva anche il criminale più efferato, su una comprensione più profonda della pena come strumento di riabilitazione e sulla disponibilità di mezzi efficaci per proteggere la società senza togliere la vita.
Si tratta di un argomento serio, che non va liquidato. La comprensione morale può approfondirsi e le istituzioni possono correggere i propri giudizi. Il fatto che le generazioni precedenti abbiano accettato una pratica non significa che essa debba rimanere accettabile per sempre.
Ma l'argomentazione solleva una questione che non può essere risolta semplicemente invocando lo sviluppo dottrinale. Se la pena di morte è inammissibile perché viola la dignità intrinseca della persona umana, tale dignità non era meno presente quando il Catechismo di Trento difendeva l'autorità dei magistrati civili di infliggere la pena capitale, quando Pio XII ne confermava la legittimità a determinate condizioni e quando Giovanni Paolo II ne manteneva la liceità eccezionale. Ciò che è cambiato, quindi, non è la dignità umana in sé, ma il giudizio della Chiesa su ciò che tale dignità richiede. La questione è se questo cambiamento rappresenti un legittimo sviluppo di un principio duraturo o un sostanziale allontanamento dall'insegnamento morale delle generazioni precedenti.
Occorre distinguere due argomentazioni. La prima è di natura circostanziale: la detenzione in strutture di massima sicurezza è ora più ampiamente disponibile e l'esecuzione capitale non è più necessaria per tutelare la collettività. Questo può spiegare perché una pena un tempo considerata ammissibile possa ora essere giudicata superflua. Ciò non dimostra, di per sé, che la pena sia intrinsecamente inammissibile.
Il secondo argomento è più fondamentale: la Chiesa è giunta a comprendere più pienamente ciò che la dignità umana richiede. Se questa è l'affermazione, il cambiamento non riguarda solo le circostanze in cui un principio consolidato viene applicato, ma anche il giudizio morale che ne deriva. Le sue implicazioni per il rapporto tra l'insegnamento precedente e quello attuale meritano di essere esplicitate.
La tradizione cattolica possiede le risorse per affrontare questa difficoltà. Non richiede che ogni formulazione storica rimanga immutata, e la distinzione tra principi duraturi e la loro applicazione è centrale in qualsiasi analisi dello sviluppo dottrinale. La stessa spiegazione fornita dal Vaticano in merito alla revisione del 2018 si richiama proprio a questa distinzione, sostenendo che l'insegnamento precedente deve essere compreso nel contesto della responsabilità dello Stato di tutelare il bene comune e dei limiti dei sistemi punitivi storici.
Tuttavia, una spiegazione non è necessariamente una dimostrazione. Per stabilire che due giudizi sono compatibili, è necessario mostrare come i principi, le circostanze e le conclusioni pertinenti si integrino tra loro. Definire un cambiamento uno sviluppo non può, di per sé, stabilire se lo sia effettivamente.
La questione, dunque, va oltre la pena capitale. Riguarda l'identità dell'istituzione che pretende di preservare un deposito immutabile di fede, pur rivedendo sostanzialmente i giudizi morali attraverso i quali tale fede si è storicamente espressa. Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha subito trasformazioni che sollevano un interrogativo più ampio: la Chiesa di oggi rappresenta la stessa continuità dottrinale e morale della Chiesa dei secoli passati, oppure il linguaggio dello sviluppo è diventato un mezzo per conciliare posizioni che un tempo erano intese in termini marcatamente diversi? La pena di morte è una prova rivelatrice di tale affermazione, anche se da sola non può risolvere l'intera questione.
Questo ha rilevanza anche al di là della Chiesa cattolica. Le istituzioni religiose rivendicano autorità in parte perché si considerano custodi di una verità preesistente. La loro credibilità non dipende né dall'incapacità di cambiare né dal presupposto che ogni nuova posizione rappresenti necessariamente un miglioramento. Dipende piuttosto dalla loro disponibilità a rendere conto del rapporto tra ciò che insegnano oggi e ciò che insegnavano in passato.
La Chiesa potrebbe avere ragione a rifiutare la pena capitale. Ma la questione morale dell'abolizione e la rivendicazione storica della continuità dottrinale sono questioni distinte. L'una non implica automaticamente l'altra.
La riaffermazione di Leone XIV rende inequivocabile l'attuale posizione cattolica. Il compito più arduo è spiegare, senza elusioni, come tale posizione si relazioni alla tradizione da cui afferma di scaturire.
Una tradizione viva deve essere capace di crescere. Deve anche essere capace di raccontare la verità sulla propria storia.
Finché e quando posso sono qui. Si tratta in un articolo già "lavorato" quasi del tutto (quando ho tempo cerco sempre di avvantaggiarmi).
RispondiEliminaQuesta questione della liceità della pena di morte costituisce un problema non banale. Da sempre sono stato favorevole (in casi particolari e del tutto straordinari, ovviamente, non certo quando uno ruba una mela) alla pena di morte, fino a quando un sacerdote mi ha fatto notare qualcosa che vorrei condividere: nel comminare la morte a qualcuno di fatto noi (lo stato nella fattispecie) ci sostituiamo a Dio impedendo alla sua Grazia di operare (eventualmente) per la salvezza del reo. Cerco di spiegarmi: supponiamo che un assassino si renda responsabile di un crimine efferato e senza motivo (purtroppo in questa nostra società malata queste cose succedono sempre più spesso). E supponiamo che non esista alcuna possibilità di sbagliarsi sull'autore dell'azione efferata (ripreso dalle telecamere, filmato con un telefonino ecc.). Questo costituisce un caso di scuola: senza troppe chiacchiere e sofismi lo stato dovrebbe giudicarlo (in tempi brevissimi) e quindi indirizzarlo al braccio secolare. Senonché Dio scrive dritto su righe storte e quindi, nell'arco della vita del delinquente la sua Grazie potrebbe operare, salvandolo. Chi sono io per impedire, dando la morte al tizio, che la Grazia di Dio possa fare il suo corso? Ci sono due possibilità: o la Grazia di Dio non trova riscontro nella persona che non l'accoglie ed allora il suo destino ultimo è la dannazione eterna, oppure essa riesce a fare breccia ed allora è possibile che il reo si salvi. Posso io, uomo, stato, giudice, prendermi la responsabilità, di fronte a Dio stesso, di impedire il verificarsi di questa seconda eventualità? Non so se questo abbia a che fare direttamente con tutte le "supercazzole" (spero che non mi censurino per un termine ormai di uso comune...) sulla "dignità infinita" dell'uomo (che semanticamente non sono neppure sicuro di comprendere cosa voglia dire...), ma non nascondo che il ragionamento fatto sopra mi ha fatto e continua a farmi riflettere. Sul fatto che la punizione del reo dovrebbe essere esemplare il Sacerdote di cui sopra ed io concordavamo invece assolutamente (così come sulla dannazione eterna di chi la Grazia di Dio decide di non accoglierla, altro che inferno vuoto...).
RispondiEliminaPeccato che la grazia di Dio non abbia operato per la vittima....
EliminaE questo chi lo può dire?
EliminaComminare la pena di morte può essere considerato sbagliato in sé (non si fa, è contro il quinto comandamento) o a motivo di una conseguenza (l'impedire alla grazia di Dio di agire nel condannato mancandone il tempo, venendo interrotta la vita dall'esecuzione).
RispondiEliminaPenso che Dio, eterno, non abbia bisogno di quel tempo: se nel condannato l'appuntamento con la morte attiva un pentimento, il Signore lo sa e vi agisce.
In passato i condannati a morte godevano dell'assistenza dei ministri sacri e l'esecuzione era anche un tempo di grazia per questi conforti spirituali in cui si consumava lo "spettacolo" del patibolo.
Il marcire lungamente in una galera non è meno crudele della pena di morte, specie se quel tempo trascorre nell'assenza della grazia di attivare percorsi di redenzione interiore. Purtroppo la situazione carceraria oggi lascia poco spazio allo spirito.
Quindi andrebbe ripresa in mano l'intera questione della "giustizia umana", senza limitarsi a distinguere la pena di morte dalle altre pene. E' un po' come la differenza tra la guerra tout court e la cosiddetta "guerra giusta". Tante guerre furono combattute ritenendole "giuste". Tante oggi si combattono su piani differenti, agendovi in modo più o meno brutale. Chi combatte per ideologia, chi per necessità, chi per odio, chi per fede, chi mantenendo umanità e chi smarrendola fino all'abiezione.
L'ipocrisia del questo si, questo no è massima: fare la voce grossa sulla guerra o la pena di morte e belare sull'aborto, l'eutanasia, i vaccini imposti senza alcuna vera scientificità a supporto e tanti altri comportamenti cari alla società liberale che uccide in modo soft e guanti bianchi scandalizzandosi solo di certe morti... è ipocrisia.
Grazie per la risposta. In effetti anch'io avevo fatto la stessa riflessione: la Grazia di Dio può agire anche prima dell'esecuzione, però mi pare un po' un acconciarsi al non voler rinunciare alla propria idea (magari favorevole) sulla pena di morte. Quanto alla considerazione per la quale il carcere a vita non è meno duro della pena di morte la mia riflessione era su un altro piano. Io non riflettevo sulla durezza dell'una pena rispetto all'altra e quindi sull'opportunità di comminare l'una o l'altra in funzione della sua durezza, ma sull'irreversibilità dell'una pena rispetto all'altra. Privare una persona della vita significa privare questa persona della possibilità di redimersi (in conseguenza, certo, della Grazia), tenerlo al carcere duro per tutta la vita no. Personalmente anche di fronte al pentimento ed alla redenzione non restituirei la libertà a uno che ha dato fuoco ad un barbone per divertimento. La Misericordia di Dio lo salverà (forse, non possiamo saperlo con certezza, ovviamente), lo stato ha il dovere di punirlo in modo esemplare. Il delinquente redento ha la possibilità di fare (molto) del bene, santificando la sua vita, anche stando dietro le sbarre.
EliminaAnche su questa questione della "dignità infinita" dell'uomo (su cui è stata anche scritta e pubblicata un'enciclica) vorrei sommessamente dire la mia, con la speranza che qualcuno possa chiarire. L'attributo "infinito" riferito ad una qualsiasi qualità, non può che riferirsi a Dio (San Tommaso lo aveva capito e formalizzato). Solo Dio può essere "infinitamente buono", "infinitamente giusto" e così via. Nel momento in cui attribuiamo all'uomo ontologicamente una dignità infinita, di fatto postuliamo l'impossibilità, per Dio stesso, di punirlo. Se infatti la dignità dell'uomo impedisce di compiere su di lui, anche da parte dello stato, una serie di atti (comminare la pena di morte, ad esempio, oppure l'ergastolo) allora la dignità infinita dell'uomo impedisce di fatto la sua punizione. Come può Dio dannare al fuoco eterno un essere la cui dignità è infinita? Il postulare quindi una dignità infinita dell'uomo sembra implicare, dal punto di vista puramente logico, non teologico (campo nel quale non mi addentro...), l'impossibilità dell'inferno (o l'inferno vuoto, che dir si voglia). Questo, mi chiedo, è conforme alla dottrina cattolica? L'uomo possiede quindi ontologicamente una dignità superiore a quella degli altri essere viventi (ed ecco perché uccidere un uomo non ha la stessa valenza che farlo con una mucca o abbattere un albero), ma la sua dignità non è e non può essere infinita. Che nostalgia per le encicliche corte, concise e significanti... Oggi spesso ci troviamo a leggere un profluvio di parole e alla fine chiudiamo il tutto e ci domandiamo: e allora?
RispondiEliminahttps://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2024/04/indice-articoli-su-dignitas-infinita.html?m=1
EliminaRicordo il libro "Pena di morte e Chiesa cattolica", un saggio pubblicato dalle Edizioni Giovanni Volpe (Roma), scritto sotto lo pseudonimo di Catholicus, nel 1981. L'autore è il Passionista Padre Enrico Zoffoli.
RispondiEliminaIl testo sostiene e documenta la tradizionale posizione favorevole o di legittimità della pena capitale nella storia della dottrina e della tradizione cattolica, in un periodo in cui il dibattito post-conciliare sull'abolizione della pena di morte era in forte crescita.
La posizione della Chiesa cattolica sull'argomento
Tradizione passata: Per secoli, il magistero e la teologia cattolica non hanno escluso in via di principio la liceità della pena capitale, considerata in casi estremi uno strumento legittimo a disposizione dell'autorità pubblica per la difesa della società.
Evoluzione recente: Nel 2018, Papa Francesco ha cambiato ufficialmente il numero 2267 del Catechismo della Chiesa cattolica. La formulazione attuale stabilisce che "la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona" e impegna la Chiesa a lottare per la sua abolizione in tutto il mondo.
Forse la Libreria Europa di Roma possiede tuttora qualche copia del libro.
Sulla pena di morte.
RispondiElimina-- Tanti condannati a morte (parlo di veri criminali) in passato si sono convertiti proprio grazie alll'incombente condanna a morte. Non tutti, ovvio, ma un certo numero.
-- Senza pena di morte non esisterebbe il Cristianesimo. La crocefissione era una pena crudele, tutti ne avevano terrore, veniva comminata per reati gravi come la ribellione, il tradimento, il tentativo di sovvertire la società...
-- Se gli spacciatori di droga e i terroristi venissero giustiziati (come meritano) indubbiamente nelle carceri ci sarebbe meno affollamento.
-- Trump ha fatto bene a revocare la trasmissione in streaming dell'esecuzine del terrorista islamico che uccise a tradimento ben 13 commilitoni, alcuni anni fa. Ma bisogna notare l'ipocrisia di molti, cioè di tutti quelli che condannano Trump perché sostiene la pena di morte e nello stesso tempo approvato l'aborto procurato, anche sin quasi al nono mese, come avviene in alcuni Stati americani governati dai Democratici.