Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella domenica precedente qui. Importante anche per i riferimenti al superamento dei problemi attuali.
In Illo Tempore: Santa Famiglia
Siamo nel Tempo di Epifania, quel tratto dell’anno liturgico il cui stesso nome, tratto dal greco ἐπιφάνεια, indica manifestazione, rivelazione, il rendere visibile la realtà divina all’interno della storia umana. Fin dall’inizio, l’Epifania ha occupato un posto privilegiato nelle antiche Chiese d’Oriente, dove la festa raccoglieva in un unico, luminoso fuoco diversi momenti nei quali la gloria nascosta di Cristo risplendeva. La tradizione romana, pur accogliendo e sviluppando questi temi a modo proprio, non ha mai perso di vista la triade che la Chiesa canta ogni anno nella grande antifona dei Vespri:
Hodie caelesti Sponso iuncta est Ecclesia…
hodie stella Magos duxit ad praesepe;
hodie vinum ex aqua factum est ad nuptias;
hodie in Iordane a Ioanne Christus baptizari voluit, ut salvaret nos. Alleluia.
Oggi la stella guida i Magi alla mangiatoia; oggi l’acqua è mutata in vino alle nozze; oggi Cristo ha voluto essere battezzato da Giovanni nel Giordano per salvarci. La Chiesa segna questi eventi non come episodi scollegati, ma come facce di un unico mistero, ciascuna introdotta da hodie, ciascuna proclamata come sacramentalmente presente.
Nell’assetto più antico del calendario romano, queste manifestazioni sono distese e contemplate una dopo l’altra. L’Epifania stessa, il 6 gennaio, è centrata sui Magi, i cui doni rivelano la regalità, il sacerdozio e la divinità del Bambino, con l’incenso che sale come segno di adorazione offerta a Dio. Il giorno dell’ottava, il 13 gennaio, introduce il Battesimo del Signore, il momento in cui la vita nascosta cede il passo al ministero pubblico, quando i cieli si aprono e la voce del Padre si fa udire sulle acque del Giordano. La Seconda Domenica dopo l’Epifania presenta il banchetto nuziale di Cana, il primo dei segni con cui Gesù “manifestò la Sua gloria” (Gv 2,11), evento che nella sequenza giovannea sta come un’eco ottavale del Battesimo stesso. Nel Vangelo di Giovanni i giorni si susseguono con una simmetria deliberata, conducendo dalla testimonianza del Battista alla rivelazione dello Sposo.
All’interno di questo quadro del Tempo di Epifania, il Rito Romano Tradizionale pone davanti a noi la Festa della Santa Famiglia. L’accostamento non è casuale. Le manifestazioni della divinità di Cristo sono collocate accanto agli anni silenziosi e nascosti di Nazaret e all’unica scena evangelica che per un momento solleva il velo: il Ritrovamento del Signore nel Tempio (Lc 2,41–52). Nel calendario del Novus Ordo, questa domenica è occupata dal Battesimo del Signore – che conclude il ciclo di Avvento/Natale – e la Festa della Santa Famiglia è collocata all’interno dell’Ottava di Natale. Gli spostamenti delle feste nell’ultimo secolo sono stati notevoli. Come osservava P. Pius Parsch in The Church’s Year of Grace [L’Anno di Grazia della Chiesa], la festa della Santa Famiglia fu promossa all’indomani della Prima Guerra Mondiale con un intento esplicitamente pastorale: il rinnovamento e il rafforzamento della vita familiare dopo devastazioni e sconvolgimenti. Prima di questi aggiustamenti, la domenica dopo l’Epifania restava strettamente legata all’ottava della festa stessa, un’ottava poi soppressa con una sicurezza che oggi appare affrettata. Ciononostante, nel rito più antico il Vangelo resta lo stesso, e i fili teologici rimangono intatti.
Il Vangelo del Ritrovamento del Signore nel Tempio si colloca in un punto di snodo della storia della salvezza. Luca ci dice che Gesù aveva dodici anni quando Giuseppe e Maria lo condussero a Gerusalemme per la Pasqua, in obbedienza alla Legge (Es 23,14–17). Il dettaglio è storico, ma Luca scrive con un orecchio scritturistico attento a risonanze e compimenti. Chi era versato nelle Scritture d’Israele avrebbe colto un’eco di Samuele, consacrato al servizio di Dio in giovane età. In 1 Samuele 2,26 leggiamo: “Il giovane Samuele cresceva in statura e grazia presso il Signore e presso gli uomini”. Luca chiude il suo racconto dell’episodio del Tempio con parole volutamente parallele: “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52). Samuele, nato da una madre che pregò nell’angoscia e nella speranza, cresce in favore presso Dio e gli uomini; Gesù, nato dalla Vergine che cantò il Magnificat, cresce allo stesso modo. Il cantico di Anna, Exsultavit cor meum in Domino (1 Sam 2,1), anticipa già il Magnificat anima mea Dominum di Maria (Lc 1,46). Luca stabilisce fin dall’inizio la dimensione profetica della missione di Cristo.
Ma il parallelo va oltre. Samuele viene separato dalla sua famiglia per servire davanti al Signore nel tabernacolo, precursore del Tempio. Anche Gesù viene separato, restando indietro mentre i suoi genitori partono con la carovana. Luca usa un termine che merita attenzione. Il gruppo con cui Giuseppe e Maria viaggiavano è chiamato una συνoδία (synodía), una compagnia “insieme in cammino”. La parola stessa parla di “camminare insieme”. L’ironia è tagliente. In effetti, così come il “camminare insieme” di Luca 2 perse Gesù, così sembra che anche il “camminare insieme” degli ultimi anni possa aver fatto lo stesso.
In ogni caso, in quel momento Gesù non sta “camminando insieme”. Egli mette da parte l’aspettativa umana ordinaria per essere trovato là dove deve essere trovato. Solo quando è “nelle cose del Padre suo” si ricongiunge a loro. Quaerite primum regnum Dei (Mt 6,33) qui prende carne come una priorità che sconvolge persino i legami umani più santi.
Dopo aver cercato Gesù in tutti i luoghi sbagliati, Giuseppe e Maria lo trovano nel Tempio, il luogo centrale del culto e del sacrificio, che per i Giudei era il microcosmo dell’universo. Lo trovano nel luogo del culto, non nei mercati o nelle strade. È come se questo momento, annoverato sia tra i Dolori di Maria sia tra i Misteri Gaudiosi, ci gridasse oggi che il cammino migliore verso Gesù non sta in processi interminabili, ma nel culto liturgico sacro ricevuto dai nostri amati predecessori. Noi siamo i nostri riti. Quando i nostri pastori lo ricordano, vedremo cosa accade.
In ogni caso, quando Maria e Giuseppe Lo scoprono nel Tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascolta e pone domande, la Sua risposta apre una profondità che essi non sono ancora in grado di comprendere pienamente. Il greco è essenziale e suggestivo: ἐν τοῖς τοῦ πατρός μου δεῖ εἶναί με. Spesso viene reso con: “Devo stare nella casa del Padre Mio”. In greco non c’è una parola esplicita per “casa”. Letteralmente: “Devo stare nelle cose del Padre Mio”. L’espressione racchiude in sé le preoccupazioni, gli affari, i propositi del Padre, tutto ciò che a Lui appartiene. Alcune traduzioni rendono: “Occuparmi delle cose del Padre Mio”, altre: “Nella casa del Padre Mio”. Entrambe cercano di articolare ciò che il greco lascia aperto. Una simile apertura appare ai piedi della Croce, quando il discepolo amato prende Maria εἰς τὰ ἴδια (Gv 19,27). La parola οἶκος, “casa”, non compare. Maria viene invece accolta in ciò che in latino è in sua, cioè “nelle sue cose”, in ciò che riguarda il sé, la propria cura e responsabilità. In Luca, le parole di Gesù segnalano un orientamento che trascende Nazaret senza rifiutarla, un’appartenenza che ordina e subordina tutte le altre lealtà.
Luca è attento a notare che Maria e Giuseppe non compresero ciò che Egli disse. La risposta di Maria è familiare. Ella custodisce queste cose, συνετήρει, e le medita nel suo cuore. Il verbo suggerisce il custodire, il far tesoro di qualcosa, il pesare. Meditare in questo senso è una ricettività attiva, un’attenzione vigilante, un tenere pazientemente il mistero finché non venga data luce. Giuseppe, come di consueto, non dice nulla. Il silenzio di Giuseppe è esso stesso istruttivo. Nei racconti evangelici della Santa Famiglia le parole sono poche. In questo passo sono le opere, l’obbedienza e la fedeltà silenziosa a parlare con forza.
La scena si chiude con il ritorno a Nazaret e con un’affermazione che radica lo straordinario nell’ordinario: Gesù scese con loro ed era loro sottomesso, ἦν ὑποτασσόμενος αὐτοῖς. Il Figlio, che sa di essere nelle “cose del Padre”, vive per anni nell’obbedienza all’interno della casa. La gerarchia domestica resta intatta. A un certo punto Giuseppe, discendente di Davide, completerà il suo corso terreno, e Gesù sarà il vero Re, Sacerdote e Profeta davidico. Fino ad allora, prevale il nascondimento.
La Festa della Santa Famiglia mostra che ciascun membro di quella casa visse una forma di sottomissione, non come umiliazione ma come amore ordinato. La carità governa le relazioni, una carità in cui ciascuno è profondamente attento al bene dell’altro. Non occorre un grande sforzo immaginativo per vedere Nazaret come un luogo di unità, di gioia calma, di lavoro pregato secondo ruoli appropriati, di preghiera vocale unita a lunghi silenzi. Un’immagine del genere è coerente con le persone coinvolte e con la sobrietà del Vangelo.
La Chiesa pone accanto a questo Vangelo l’Epistola ai Colossesi 3,12–17, un testo che la Santa Chiesa, la più grande esperta di umanità che vi sia mai stata, propone ripetutamente. Compare nella Festa della Santa Famiglia nel rito moderno, nella stessa festa all’interno dell’Ottava di Natale, e di nuovo nella Quinta Domenica dopo l’Epifania. Repetita iuvant. Paolo sa che la semplicità non equivale alla facilità. Le virtù che egli elenca richiedono un rinnovato impegno continuo. “Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (v. 12). Il verbo greco ἐνδύσασθε per “rivestitevi” è un imperativo aoristo in forma media (in qualche modo attivo e passivo insieme, con effetti spesso riferiti al soggetto): rivestite voi stessi. Assumete deliberatamente queste disposizioni. La Vulgata rende: induíte. La virtù non è qualcosa che si acquisisce per caso. Deve essere assunta con sforzo, poi indossata, vissuta nel tempo finché diventa un’abitudine di vita.
L’immagine paolina si mantiene lungo tutto il passo. Sopra queste vesti ne viene posta un’altra: “Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che è il vincolo della perfezione” (Col 3,14). La carità è indossata sopra tutto, come un mantello che copre e insieme unifica. Il greco ἐπὶ πᾶσι τούτοις suggerisce sia priorità sia presenza avvolgente. La carità lega le virtù in armonia, non appiattendole, ma portando ciascuna alla sua giusta espressione. San Francesco di Sales colse questa dinamica con la sua consueta chiarezza: “L’ape regina non vola mai senza essere circondata da tutte le sue suddite; così l’Amore non entra mai in un cuore senza condurvi con sé tutte le altre virtù, schierandole e impiegandole come un capitano i suoi soldati” (Introduzione alla vita devota, III, 1).
Il contesto della lettera di Paolo rende il punto ancora più incisivo. Colossi, nella Frigia dell’Asia Minore, era una comunità che stava affrontando confusione dottrinale e pressioni morali. Paolo scrive dalla prigionia, intrecciando un’alta cristologia con esortazioni concrete. La sezione da cui è tratto questo brano riguarda l’ordine delle famiglie cristiane. La pace di Cristo deve regnare nei cuori. La parola di Cristo deve abitare abbondantemente, esprimendosi persino nella preghiera cantata, in salmi, inni e cantici spirituali. La gratitudine permea tutto. Qualunque cosa si faccia, in parola o in opera, va fatta nel Nome del Signore Gesù, rendendo grazie al Padre per mezzo di Lui.
Nella famiglia, queste esortazioni assumono un’urgenza particolare. Le parole feriscono. Anche il silenzio può ferire. La moderazione nel parlare, la pazienza sotto la tensione, la prontezza a perdonare come il Signore ha perdonato devono essere discipline quotidiane. La carità è amore sacrificale. Cerca il bene dell’altro, anche a costo di sé. Il modello è dato in Cristo stesso, nell’abbassamento dell’Incarnazione e nel dono totale della Croce. Il paradosso paolino resta saldo: “Perciò mi compiaccio delle debolezze, degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni, delle angustie, per amore di Cristo; quando infatti sono debole, allora sono forte” (2 Cor 12,10).
La sfida della carità mette in luce correnti più profonde. La paura è vicina: paura della perdita, paura della vulnerabilità, paura di non controllare tutto. Sotto questa paura si annida l’orgoglio, la radice da cui crescono i peccati. È necessaria la fortezza, soprattutto all’interno della famiglia: una fortezza che rifiuta di ferire, una fortezza che tiene sempre davanti agli occhi il vero bene dell’altro. E quel vero bene va oltre il comfort immediato, fino all’orizzonte del Cielo.
Il consiglio di Paolo agli Efesini risuona qui con forza: “Adiratevi pure, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date occasione al diavolo” (Ef 4,26–27). Il parlare deve edificare, comunicare grazia. Amarezza e clamore devono essere messi da parte. La gentilezza e il perdono compassionevole caratterizzano coloro che sono stati sigillati dallo Spirito Santo.
La famiglia sta al centro delle lotte oggi manifeste nella società. Sua Eminenza il Cardinal Carlo Caffarra menzionò una volta il contenuto di una lettera di suor Lucia di Fatima: “Padre, verrà un tempo in cui la battaglia decisiva tra il Regno di Cristo e Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia conosceranno persecuzioni e tribolazioni. Ma non abbiate paura, perché la Madonna ha già schiacciato la sua testa”. L’avvertimento porta con sé una promessa. La fedeltà costa, ma la vittoria appartiene a Cristo.
Il Tempo di Epifania raccoglie così dottrina, devozione e vita quotidiana in un unico arco contemplativo. Le manifestazioni della gloria di Cristo illuminano la fedeltà nascosta di Nazaret. Il Vangelo del Tempio insegna priorità, obbedienza, meditazione. Le esortazioni di Paolo danno forma concreta alla carità all’interno della casa. Insieme tracciano un modello che resta esigente e luminoso. La Chiesa lo propone ripetutamente, sapendo che la ripetizione aiuta la memoria, e la memoria forma la vita.
P. John Zuhlsdorf – 11 gennaio 2026

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