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mercoledì 7 gennaio 2026

Lettera ai cardinali: una soluzione per la Messa antiquior in vista del primo concistoro di papa Leone XIV

Nella nostra traduzione dal substack di Diane Montagna qui.
"Una giurisdizione ecclesiastica per la liturgia tradizionale romana potrebbe risolvere l'impasse creata da Traditionis Custodes?" 
A favore: sarebbe una soluzione facile e veloce: creare una prelatura personale o un ordinariato o "rito" separato e lasciare che abbia vescovi propri. Godrebbe del tipo di sicurezza dell'ordinariato anglicano.
 
Contro: circoscrivendo in questo modo il rito romano tradizionale, si creerebbe ancor più un ghetto, marginalizzando la tradizione come qualcosa di preferenziale e straordinario piuttosto che normativo, e la esporrebbe ancor più ai capricci delle gerarchie vaticane.
 
Francamente, il Summorum Pontificum era molto meglio, nonostante qualsiasi perplessità si possa avere al riguardo.

Lettera ai cardinali: una soluzione per la Messa antiquior
in vista del primo concistoro di papa Leone XIV


ROMA, 5 gennaio 2026 — Considerando che la liturgia è all'ordine del giorno del concistoro straordinario dei cardinali convocato da Papa Leone XIV questa settimana, uno dei più alti esponenti tradizionalisti del clero francese ha inviato ai membri del Sacro Collegio una lettera in cui propone un nuovo percorso per l'antico rito romano nella Chiesa cattolica.

Pubblicata qui esclusivamente in traduzione francese e inglese, la lettera si propone di aprire un dialogo costruttivo e di fornire un quadro pastorale stabile per le comunità e i fedeli devoti alla liturgia romana tradizionale.

Scritta da Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer, e datata 24 dicembre, la lettera è stata inviata in copia cartacea a quindici cardinali noti per la loro attenzione alla liturgia tradizionale e ad altri cento cardinali via e-mail. Al centro della lettera c'è la proposta di istituire una giurisdizione ecclesiastica – modellata in linea di principio sugli Ordinariati militari – dedicata al vetus ordo, che offra una struttura canonica rispettosa sia della tradizione sia della comunione con la Santa Sede.

Padre de Blignières, 76 anni, è ampiamente considerato un uomo dotato di notevole autorità morale e di una vasta esperienza nel movimento tradizionalista. Nel 1988, in seguito alle consacrazioni episcopali dell'arcivescovo Marcel Lefebvre, padre de Blignières fu tra i sacerdoti che dialogarono con Papa Giovanni Paolo II, contribuendo alle discussioni che portarono alla creazione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei per riconciliare i gruppi legati al rito tradizionale.

È stato priore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer dalla sua fondazione nel 1979 fino al 2011 e poi nuovamente dal 2017 al 2023, guidando la comunità per oltre tre decenni in due mandati.

Il concetto di una giurisdizione ecclesiastica dedicata al rito antico non è nuovo ed è stato discusso, in particolare tra le comunità tradizionaliste francesi, negli ultimi dieci anni. Tali discussioni, tuttavia, si sono in gran parte interrotte dopo il motu proprio di Papa Francesco del 2021, Traditionis Custodes, che ha imposto severe restrizioni al vetus ordo.

Per comprendere come una simile giurisdizione potrebbe funzionare nella pratica, ho parlato con Padre Matthieu Raffray, Superiore del Distretto Europeo dell'Istituto del Buon Pastore ed ex docente di filosofia all'Angelicum di Roma. Padre Raffray, che conosce la lettera e ne sostiene la proposta, è dotato di una vasta esperienza pastorale e istituzionale, nonché conduce un apostolato sui social media che ha portato molte persone, in particolare giovani adulti, a convertirsi o a tornare alla fede cattolica.

In questa intervista, discutiamo di come potrebbe funzionare una giurisdizione ecclesiastica dedicata all'antica liturgia romana, dalla sua relazione con le comunità dell'ex Ecclesia Dei, alla formazione sacerdotale, fino al suo impatto sulla celebrazione della liturgia tradizionale nelle diocesi esistenti.

Padre Raffray osserva che la lettera non è stata inviata a Papa Leone XIV e non è una "petizione o una richiesta". Piuttosto, afferma, si tratta di "un'ipotesi di lavoro rivolta ai cardinali" in vista del concistoro del 7-8 gennaio e, naturalmente, dovrà essere esaminata e sviluppata ulteriormente, in particolare con l'assistenza di canonisti.

Un simile approccio, afferma, "riconosce fin dall'inizio che questa proposta non è l'unica soluzione possibile. È probabile che alcuni membri delle comunità tradizionali non siano favorevoli a questa strada o suggeriscano percorsi di studio alternativi. La lettera non cerca di imporre una risposta uniforme, ma di aprire una discussione seria e ragionata".

Secondo padre Raffray, l'elemento più positivo della lettera è il suo approccio costruttivo e proattivo, che mira a rafforzare «l'unità ecclesiale, in spirito di comunione e al servizio della Santa Sede».

Ecco la mia intervista con Padre Matthieu Raffray.

Diane Montagna (DM): Padre Raffray, qual è lo scopo principale della lettera inviata ai cardinali da Padre de Blignières?

Padre Matthieu Raffray (MR): Il suo obiettivo centrale è proporre una soluzione ecclesiale stabile e costruttiva a una contrapposizione - diventata sterile e che ha diviso la Chiesa per molti anni – tra coloro che sono legati all'antico rito latino e coloro che vi si oppongono. Osservando l'impasse pastorale e umana prodotta da questo conflitto ricorrente, il testo cerca di andare oltre lo scontro e di aprire un percorso positivo al servizio della comunione ecclesiale.

Questa prolungata opposizione ha causato vera sofferenza, in particolare all'interno delle comunità legate alla liturgia tradizionale, che sono state spesso poste in una situazione di fragilità istituzionale e, a volte, confrontate con atteggiamenti che suggeriscono che non abbiano alcun futuro legittimo all'interno della Chiesa. La lettera prende sul serio questa realtà e sottolinea l'urgenza di una soluzione giusta, pacifica e duratura.

In questa prospettiva, propone l'istituzione di una giurisdizione ecclesiastica dedicata – come un'amministrazione apostolica personale o un ordinariato – che fornisca un quadro canonico stabile per sacerdoti e fedeli pienamente in comunione con la Santa Sede e legati all'antico rito latino. Lungi dal presentare questa liturgia come una minaccia o come un nostalgico ritorno a un passato idealizzato, il testo ne sottolinea la fecondità attuale come autentico mezzo di santificazione ed evangelizzazione, in particolare nelle società fortemente secolarizzate.

La lettera non intende quindi rilanciare una controversia liturgica, ma offrire una risposta istituzionale pragmatica, in continuità con la tradizione viva della Chiesa, che ha ripetutamente elaborato strutture giuridiche per salvaguardare l'unità nel rispetto della legittima diversità. Il suo merito distintivo risiede nel proporre una via d'uscita costruttiva da un'impasse, piuttosto che nell'intraprendere una nuova fase di confronto interno.

(DM): La lettera propone una giurisdizione ecclesiastica analoga per certi aspetti agli Ordinariati Militari. Per i lettori che non hanno familiarità con queste strutture, potrebbe spiegare come funzionerebbe la giurisdizione proposta, in particolare per quanto riguarda la giurisdizione cumulativa e i rapporti con i vescovi locali delle diocesi già esistenti?

(MR): La lettera si basa sull'analogia degli Ordinariati Militari per mostrare come la soluzione proposta possa essere integrata armoniosamente nelle strutture diocesane esistenti. Un Ordinariato Militare è una giurisdizione ecclesiastica personale, definita non dal territorio ma dalle persone che vi appartengono in base a una particolare esigenza pastorale. Nel caso in questione, tale esigenza consisterebbe in un'adesione libera e volontaria alla liturgia tradizionale.

La giurisdizione proposta si sovrapporrebbe quindi alle diocesi territoriali senza sostituirle, in un quadro di complementarietà e comunione. Il vescovo incaricato di questa struttura – a livello di Paese o di area linguistica – lavorerebbe in coordinamento con i vescovi diocesani per discernere, a seconda dei contesti locali, le modalità pastorali più appropriate.

Un punto chiave di questa proposta è che non cerca di isolare i fedeli legati alla liturgia tradizionale, ma piuttosto di offrire loro un quadro pastorale chiaro e legittimo, accessibile a chiunque possa beneficiarne, sia temporaneamente che a lungo termine. Posta sotto l'autorità della Santa Sede e in armonia con gli Ordinari locali, tale giurisdizione potrebbe quindi contribuire a una cura pastorale più serena, al servizio della comunione e dell'unità nella Chiesa.

Cosa significherebbe concretamente la creazione di un Ordinariato o di una giurisdizione ecclesiastica personale per il Vetus Ordo per le ex comunità dell'Ecclesia Dei, come la vostra? L'intenzione è che queste comunità siano sottoposte all'autorità di tale Ordinariato? Data la diversità tra queste comunità, come verrebbero affrontate le preoccupazioni relative all'autonomia o al carisma?

Concretamente, una tale soluzione non comporterebbe alcun cambiamento sostanziale nello statuto o nella vita interna delle comunità precedentemente associate alla Commissione Ecclesia Dei. Questi istituti manterrebbero la loro autonomia canonica, il loro governo proprio e il loro carisma specifico. Come già avviene, i loro sacerdoti potrebbero essere posti al servizio di diverse realtà ecclesiali attraverso accordi chiaramente definiti: sia all'interno delle diocesi territoriali, sia, ove le esigenze pastorali lo richiedano, all'interno del proposto Ordinariato o della giurisdizione personale.

I rapporti tra queste comunità, l'autorità dell'Ordinariato e i vescovi diocesani sarebbero regolati da chiare disposizioni canoniche, garantendo il rispetto delle rispettive competenze e la piena comunione ecclesiale. Tale configurazione consentirebbe di porre l'esperienza liturgica e pastorale di queste comunità al servizio della Chiesa senza assorbirle o omologarle, offrendo al contempo un quadro giuridico più stabile e intelligibile per la loro missione.

Come sarebbe organizzata la formazione sacerdotale all'interno di una simile giurisdizione ecclesiastica? Prevedrebbe seminari propri, seminari condivisi o la cooperazione con istituzioni esistenti? In che modo la formazione garantirebbe sia la fedeltà alla tradizione sia la piena comunione ecclesiale?

In linea di principio, un Ordinariato o una giurisdizione ecclesiastica personale potrebbero avere un proprio seminario, purché le condizioni pastorali, umane e istituzionali lo consentano. Tale possibilità richiederebbe, tuttavia, un prudente e graduale discernimento e non potrebbe essere prevista in modo uniforme o immediato.

In pratica, l'organizzazione della formazione sacerdotale dovrebbe essere adattata alle realtà di ciascun Paese o area geografica. A seconda del contesto, ciò potrebbe assumere diverse forme: l'istituzione di seminari propri, laddove il numero di candidati e la stabilità delle strutture lo giustifichino; programmi formativi svolti all'interno dei seminari diocesani; oppure formazione impartita in seminari o case di formazione appartenenti a comunità specializzate nella celebrazione della liturgia tradizionale. Si potrebbero anche prevedere soluzioni miste, che consentano una formazione condivisa in alcune discipline accademiche, garantendo al contempo una formazione liturgica e spirituale specifica.

Un approccio così graduale e pragmatico, fondato sulle reali necessità pastorali, fornirebbe le garanzie necessarie per assicurare sia la fedeltà alla tradizione liturgica e dottrinale propria del Vetus Ordo, sia il pieno inserimento nella comunione ecclesiale, sotto l'autorità della Santa Sede e in coordinamento con le strutture di formazione esistenti nella Chiesa.

Quali effetti pratici avrebbe l'istituzione di una simile giurisdizione sull'uso del Vetus Ordo nelle diocesi esistenti e sul clero diocesano che desidera celebrarlo?

L'istituzione di una giurisdizione ecclesiastica personale dedicata al Vetus Ordo avrebbe effetti principalmente pastorali e pragmatici, da valutare caso per caso, in base alle circostanze locali. Nelle diocesi in cui il vescovo locale e i fedeli interessati siano soddisfatti dell'assetto esistente, non vi sarebbe alcun obbligo di modificare l'attuale organizzazione: l'uso del Vetus Ordo potrebbe continuare a essere esercitato pienamente nell'ambito ordinario della diocesi.

Al contrario, in situazioni di tensione o quando emerge un nuovo gruppo di fedeli, la giurisdizione proposta offrirebbe un quadro chiaro di mediazione e coordinamento. In tali casi, spetterebbe all'Ordinario della giurisdizione personale entrare in dialogo con l'Ordinario diocesano per individuare le soluzioni pastorali più appropriate, nel rispetto delle rispettive competenze e per il bene dei fedeli.

Per quanto riguarda il clero diocesano, si potrebbero prevedere diverse possibilità. I ​​sacerdoti diocesani potrebbero essere messi a disposizione della giurisdizione personale per un periodo limitato o potrebbero richiedere l'incardinazione permanente al suo interno. Questa prassi seguirebbe un modello canonico già consolidato, paragonabile a quello dei sacerdoti diocesani assegnati, temporaneamente o definitivamente, al servizio degli Ordinariati militari.

Così intesa, la creazione di una tale giurisdizione non mirerebbe a privare le diocesi del loro clero o a imporre soluzioni rigide, bensì ad offrire una flessibilità canonica capace di rispondere più serenamente alle esigenze pastorali connesse all'uso del Vetus Ordo, al servizio della pace e della comunione ecclesiale.

Data la sovrapposizione geografica tra le diocesi e la giurisdizione ecclesiastica proposta, questa struttura potrebbe offrire soluzioni in situazioni che comportano la chiusura di chiese, edifici sottoutilizzati o un declino della vita parrocchiale?

La questione dei luoghi di culto e delle strutture parrocchiali richiede ancora una volta risposte differenziate, fondate su un discernimento pastorale pragmatico e attente alle realtà locali. La coesistenza geografica di diocesi territoriali e di una giurisdizione ecclesiastica personale permetterebbe di offrire soluzioni flessibili a un'ampia gamma di situazioni.

In alcune parti del mondo, in particolare in Europa, dove un numero crescente di chiese sono chiuse o sottoutilizzate, una tale giurisdizione potrebbe fornire una risposta pastorale fruttuosa. Gli edifici ecclesiastici potrebbero essere affidati all'Ordinariato dai vescovi diocesani attraverso accordi chiaramente definiti, garantendo sia la conservazione del patrimonio ecclesiastico sia il ripristino di una vita liturgica e pastorale stabile.

In altri contesti, ad esempio in America Latina o in Asia, dove le dinamiche ecclesiali sono diverse e le esigenze pastorali sono più orientate alla crescita che alla ristrutturazione, l'Ordinariato potrebbe invece favorire la costruzione di nuovi luoghi di culto, sostenuti dalle comunità locali. A seconda delle circostanze, si potrebbe anche prevedere l'acquisizione di edifici esistenti adatti all'uso liturgico e pastorale.

Pertanto, in virtù della sua natura personale e della sua capacità di coordinamento con gli Ordinari locali, tale giurisdizione sarebbe ben posizionata per contribuire in modo realistico e ordinato alla gestione dei luoghi di culto, sostenendo la vitalità pastorale laddove è fragile e favorendo un utilizzo più fruttuoso delle risorse ecclesiali esistenti, sempre in spirito di comunione e nel rispetto delle responsabilità dei vescovi diocesani.

Come si legge nella lettera, questa soluzione è stata proposta più volte in passato. Papa Benedetto XVI ha istituito gli Ordinariati anglicani con la Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus del 2009, ma ha scelto un approccio diverso – Summorum Pontificum – per affrontare il Vetus Ordo. Perché ritiene che una giurisdizione personale sarebbe una soluzione appropriata o addirittura preferibile oggi?

Sin dalla promulgazione del Summorum Pontificum, le comunità e i gruppi tradizionali hanno cercato di collaborare direttamente con le parrocchie e le diocesi, ma il fatto è che in alcuni luoghi ha funzionato molto bene, mentre in altri no. Pertanto, sembra ragionevole trovare una nuova soluzione e non tornare al Summorum Pontificum.

L'attualità di una soluzione basata sull'istituzione di una giurisdizione ecclesiastica personale si fonda, innanzitutto, su una precisazione teologica. Infatti, i successivi approcci al Vetus Ordo hanno messo in luce una vera e propria tensione circa il suo statuto liturgico. Papa Benedetto XVI, in Summorum Pontificum, ha proposto un'interpretazione unificante parlando di due forme – ordinaria e straordinaria – dell'unico rito romano. Papa Francesco, al contrario, ha esplicitamente affermato che esiste una sola forma del rito romano, quella risultante dalla riforma liturgica.

Di fronte a questa apparente contraddizione, la soluzione più coerente sembrerebbe essere il riconoscimento, di fatto se non ancora pienamente de iure, dell'esistenza di due riti latini distinti: un rito latino antico o tradizionale e un rito latino riformato. Tale riconoscimento consentirebbe di superare una contrapposizione concettuale divenuta sempre più difficile da sostenere, offrendo al contempo un quadro teologico e canonico più chiaro.

La pacifica coesistenza di due riti latini sarebbe, del resto, in linea con la tradizione stessa della Chiesa, che da tempo ha saputo accogliere una pluralità di riti nell'unità della comunione ecclesiale. Essa corrisponde anche all'immagine evangelica del saggio padre di famiglia che «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche», riconoscendo che la fecondità della tradizione non sta nell'esclusione, ma nell'ordinata integrazione di ciò che è stato ricevuto e di ciò che è stato elaborato.

In questa prospettiva, la giurisdizione ecclesiastica personale appare non solo come una soluzione pastorale, ma come l'adeguata espressione istituzionale di una realtà teologica ormai giunta a maturazione: l'esistenza di due riti latini chiamati a coesistere pacificamente, al servizio dell'unità della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice.

La lettera è stata inviata a Papa Leone XIV?

Per quanto a mia conoscenza, il testo non è stato inviato direttamente al Papa. Questo punto è di per sé significativo, poiché la lettera non si presenta come una petizione o una richiesta, ma piuttosto come un'ipotesi di lavoro rivolta ai cardinali in un contesto preparatorio. Si propone come un contributo di riflessione, destinato a essere approfondito e sviluppato ulteriormente, in particolare con l'aiuto dei canonisti.

Un simile approccio riconosce fin dall'inizio che questa proposta non è l'unica soluzione possibile. È probabile che alcuni membri delle comunità tradizionali non siano favorevoli a questa strada o suggeriscano percorsi di studio alternativi. La lettera non intende imporre una risposta uniforme, ma aprire una discussione seria e ragionata.

Ciò che appare più positivo in questo testo è proprio questo spirito costruttivo. Le comunità tradizionaliste sono state spesso criticate per aver adottato un atteggiamento prevalentemente reattivo o critico. Qui, al contrario, la lettera cerca di contribuire proattivamente alla costruzione dell'unità ecclesiale, in spirito di comunione e al servizio della Santa Sede.

16 commenti:

  1. Subito a pelle, mi sembra che si allarga la burocrazia, mentre bisognerebbe allargare la Fede Unica con un rito che faccia tornare il popolo che da anni si è allontanato. Insegnamento e Liturgia non sono soggetti ad essere aggiornati, ammodernati, e/o a correre dietro ai tempi. Ed i papi devono prendere le decisioni che a loro competono senza chiamare alle urne i concistoriali.Se dei papi hanno sbagliato è bene che un futuro Papa Cattolico corregga gli errori di chi lo ha preceduto sventatamente.

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  2. La Chiesa è la Sposa di Cristo e non una somma di volontà umane. Lo Spirito santo unisce dove le paludate logiche assembleari dividerebbero. La Chiesa è persona e non una somma di persone. La Chiesa ama Cristo con tutto il cuore, mentre un aggregato di volontà rappresenterebbe una gaussiana di intensità di amore.
    Allora mi attendo le sorprese dello Spirito e non risicate maggioranze per trovare arzigogolate soluzioni procedurali.
    Dentro la chiesa (minuscolo) gestita come istituzione umana e pensata come tale, si annida un pensiero non cattolico e addirittura non cristiano.
    Bergoglio ne ha rappresentato la quintessenza e con ogni probabilità ha testimoniato l’assenza della grazia di stato nel ricoprire un incarico che deteneva un potere amministrativo privo del munus divino.

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  3. Venghino, siori, venghino! Una nuova Riserva Indiana™: il nientemenoché Ordinariato Tradizionalista™, sopprimibile a piacere.

    Dopotutto col Summorum Pontificum abbiamo imparato che le cose buone vengono abolite subito dopo, mentre quelle cattive (come l'Amoris Laetitia, come il Fiducia Supplicans, come il Traditionis Custodes, ecc.) restano fieramente in piedi nonostante qualsiasi correctio filialis, supplica filialis, lettera filialis eccetera.

    Raccomanderei ai trad-cons (nome elegante dei finto-tradizionalisti) di riaccendere il cervello e di meditare sulla vignetta del mamma, mi racconti la fiaba del lupo e delle pecore?"

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    1. In questo momento in cui le Messe tradizionali vengono soppresse, o trasferite in chiese minuscole non adatte a contenere i fedeli, è fuori luogo farci la guerra tra di noi. È proprio quello che desiderano i nemici... E il Nemico. Anche lei, caro EP, riaccenda il cervello. In modo da capire che ogni Messa tradizionale celebrata, FSSPX, Ecclesia Dei, Summorum Pontificum, o altro, compreso quelle di un improbabile Ordinariato (che comunque sottrarrebbe sacerdoti e fedeli dalle grinfie di vescovi novusordisti), sono un "plus", non qualcosa da combattere.

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    2. Chi piagnucola che "le Messe tradizionali vengono soppresse" dovrebbe accorgersi di aver con ciò stesso implicitamente affermato che:

      1. che i nemici di quelle Messe avrebbero l'esclusiva di concedercele e il diritto di sopprimercele (in barba a Pio V e persino a Benedetto XVI)

      2. che i sacerdoti che le celebrano dovrebbero riconoscere autorevolezza a chi arbitrariamente le disprezza, le ostacola, le sposta, le sopprime (contro Nostro Signore che comandò «pasci i miei agnelli... pasci le mie pecorelle»)

      3. che il partecipare a quelle Messe sarebbe tutto sommato un capriccetto, o almeno una debolezza, di una parte del popolo bue

      4. che la costituzione (in vista di "giri di vite" e di soppressioni) di "riserve indiane" sarebbe pertanto accettabile davanti al buon Dio

      5. che l'atteggiamento del "dobbiamo sembrare ubbidienti!" dei finto-tradizionalisti è, oltre che ipocrisia, "fuoco amico" verso gli altri fedeli legati alla Tradizione.

      Ora, è comprensibile - ma non giustificabile - che un fedele tradizionista qualsiasi, già a corto di ossigeno (in quanto il suo sacerdote di riferimento è anziano, pavido, malaticcio, ricattabile dalle curie), fisicamente lontano dalle rarissime "isole felici", sia perennemente in apprensione al punto di:

      - di essere sempre e frettolosamente propenso a soluzioni umilianti e scomode ("riserva indiana")

      - di derubricare la questione da liturgico/dottrinale a politico/organizzativa (e sinodale)

      - addirittura di fingere di non ricordare che in epoca conciliare ogni passo avanti prelude a due passi indietro (cfr. ad esempio il Summorum Pontificum prontamente annichilito dal Traditionis Custodes)... e quindi a entusiasmarsi per eventuali "concessioni" dal Concistoro.

      Come già ampiamente dimostrato dai fatti, un (temporaneo) benestare dai sacri palazzi può al massimo procurarci (temporaneamente) la disponibilità di qualche donabbondiesco pretino... mentre le "isole felici" (come ad esempio Vocogno di Craveggia) restano tali solo perché hanno almeno un sacerdote davvero determinato a celebrare la Messa tradizionale.

      La gerarchia ha autorità quando pasce, non quando ti affama.

      E la soppressione di Messe tradizionali funziona solo perché erano celebrate da preti donabbondieschi e ricattabili dalle curie.

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    3. Vocogno non è una "isola felice", basti pensare alle traversie del povero sacerdote, e alle divisioni e lotte dei suoi fedeli, che conosco molto bene e dal di dentro.
      Fuoco amico è quello di tutti coloro che assolutizzano la loro posizione e gettano fango sui competitor o percepiti come tali.
      Sarebbe molto meglio il rispetto delle differenze legittime, che non ci tolgono niente e che non tolgono niente neanche alla "causa"... Come sarebbe molto meglio usare altri toni, altri stili e altri linguaggi verso chi non la pensa al 100 per cento come noi su tutto, ma è sicuramente d'accordo sulla Messa della Tradizione.
      Le guerre non si vincono con la divisione, ma unendo le forze e concentrandosi sull'essenziale, e ovviamente rivolgendo i propri strali ai veri nemici, che si stanno sicuramente fregando le mani al vedere il pietoso spettacolo offerto dai tradizionalisti, più impegnati a combattersi e neutralizzarsi fra loro che al conseguimento dei veri obiettivi.

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    4. Vocogno di Craveggia è appunto l'esempio di una riserva indiana. Frazione di un minuscolo comune della Val Vigezzo, al confine con la Svizzera. Lì la Messa della tradizione è tollerata, sia perché c'è un prete irriducibile, sia perché in quel borgo sperduto anche con la chiesuola piena non dà fastidio proprio a nessuno.
      L'avessimo però tutti in ogni diocesi il prete irriducibile di Vocogno! E con l'Ordinariato potrebbe anche migrare a Domodossola, o servire tutti i comuni della Valle.
      Mi sembra che alcuni amici commentatori non abbiano letto con sufficiente attenzione la proposta... Per esempio, vi si parla anche del riconoscimento di due riti. Questa sarebbe una cosa buona, dopo l' unico rito in due forme di B16 o l'unico rito (ovviamente il NO) del Bergoglione.
      Per quanto riguarda la "riserva indiana" a mio giudizio è molto una questione di come ci concepiamo noi stessi, piuttosto che una realtà imposta dall'esterno. Infatti anche la riserva indiana puo essere "missionaria" e non farsi rinchiudere nei suoi confini, come dimostra il caso della FSSPX, sempre pronta ad aggiungere nuove "cappelle" a quelle già esistenti, così come ad andare a celebrare la Messa VO in parrocchie NO, come per esempio ho visto fare a Rimini e dintorni.

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  4. È una proposta ragionevole. Magari fosse approvata.

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  5. L'ideale sarebbe che in ogni diocesi ci fosse l'obbligo di celebrare il novus e il vetus ordo, entrambi ugualmente validi ed entrambi resi partecipabili ai fedeli. In entrambi i casi non ci devono essere improvvisazioni, perchè anche il novus ordo ha una sua dignità se non venisse regolarmente dissacrata da variazioni sul tema. L'inginocchiatoio per ricevere il Santissimo Sacramento deve essere sempre disponibile per chi se ne vuole servire. Anche chi riceve la comunione sulla mano deve attenersi a quanto previsto, con gesti di profonda riverenza e la presenza del ministrante con il piattino per evitare che l'ostia cada a terra. I sacerdoti, salvo impedimenti fisici, devono inginocchiarsi quando previsto dal rito: basta con gli inchini!

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  6. Pessima proposta un "ordinariato" ad hoc. Perché risponde sempre alla logica della "riserva indiana". No! La Tradizione della Chiesa deve vivere "vicino a casa", dove si svolge la vita di tutti i giorni; "vicino a casa", in greco "parà oikias". Nelle parrocchie.
    Basta con le "riserve". Piano piano, lentamente, dolcemente, in prospettiva deve essere possibile vivere la Tradizione Cattolica in ogni parrocchia e oratorio.

    Ambrosianus

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    1. In teoria sono d'accordo. Nella pratica, per arrivare a ciò, bisognerebbe obbligare i parroci tutti a celebrare almeno una Messa VO ogni domenica in ogni parrocchia. Ma io mi accontenterei anche di una Messa VO obbligatoria in ogni diocesi.
      L'Ordinariato, che sottrarrebbe potere ai vescovi di vietarle, potrebbe essere una buona soluzione. Il Summorum Pontificum era meraviglioso sulla carta, ma nella realtà concreta molti vescovi che non avevano potere di vietare la Messa della Tradizione la impedivano ricattando i preti che la celebravano, minacciandoli di togliere loro la parrocchia, incarichi vari, o di dichiararli "inabili alla pastorale" (in quest'ultimo caso, non avrebbero piu potuto celebrare in pubblico, né VO né NO). Tutti casi che ho sentito raccontare dai diretti interessati con le mie orecchie.

      La "riserva indiana" c'è già, Ordinariato o non Ordinariato. Anche le varie Fraternità, SPX, San Pietro, San Vincenzo Ferreri; così come gli Ecclesia Dei tipo ICRSS o altri, sono essi stessi delle riserve indiane.
      Questa è la realtà, a meno di non avere delle fette di prosciutto sugli occhi.

      La strada giusta e l'unica veramente realisticamente praticabile è incrementare le "riserve indiane" e allargare il loro "territorio", per permettere ad un numero sempre più grande di fedeli di poter usufruire della Messa antica, cosa che attualmente è impedita ai più. E in secondo luogo, per permettere a chi ancora non la conosce di scoprirla, apprezzarla e poterla frequentare.

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  7. L'arcivescovo Gänswein: "Considero la saggia regolamentazione della Messa in latino da parte di Papa Benedetto come la strada giusta. "

    https://www.lifesitenews.com/news/archbishop-ganswein-urges-pope-leo-to-end-latin-mass-restrictions-restore-summorum-pontificum/?utm_source=fb

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    1. Ma quella di Ratzinger è la regina delle fregature!

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  8. I soliti “accomodamenti” di cui i conservatori vanno tanto fieri.

    Chiacchere conservatrici:

    In effetti, possiamo ritenerci più che soddisfatti: la Messa tradizionale una volta al mese, alle cinque del mattino. Un orario così misericordiosamente concesso da costringerci a entrare e uscire da una porticina laterale, come dei Carbonari o dei clandestini.

    Per il resto, naturalmente, il Novus Ordo, anche ben celebrato — perché sia chiaro: non è la qualità della forma che manca, ma la libertà di scegliere quella che la Chiesa ha sempre custodito.

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  9. Che poi se anche si va al NO trovi delle omelie da pubblicità per di più banale. Possibile che non si capisca che con la Messa VO segue un Catechismo diverso, una teologia diversa, una storia diversa, un canto diverso, un'arte diversa, cioè c'è sostanza non pappine sciapite.

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  10. Mercoledì dopo l'Epifania
    Commento del giorno
    Papa Benedetto XVI, Angelus, 7 agosto 2011

    "Prenditi cuore, sono io; non avere paura" (v. 27). Questo è un episodio da cui i Padri della Chiesa hanno tratto una grande ricchezza di significato. Il mare simboleggia questa vita e l'instabilità del mondo visibile; la tempesta indica ogni tipo di prova o difficoltà che opprime l'essere umano. La barca, invece, rappresenta la Chiesa, costruita da Cristo e guidata dagli Apostoli.

    Gesù voleva insegnare ai discepoli a sopportare con coraggio le avversità della vita, confidando in Dio, in Colui che si è rivelato al profeta Elia sul monte Horeb "con voce ancora piccola" [il sussurrare di una brezza gentile] (1 Re 19:12)... ancor prima che cerchiamo il Signore o lo invochiamo, è lui stesso che viene incontro a noi, che abbassa il Cielo per tendere la mano verso di noi e innalzarci alle sue altezze; tutto ciò che si aspetta da noi è che noi confidiamo totalmente in lui, che prendiamo davvero Tienigli la mano.

    Invochiamo la Vergine Maria, modello di totale affidamento a Dio, affinché tra la pletora di ansie, problemi e difficoltà che accendono il mare della nostra vita, possano i nostri cuori risuonare con le parole rassicuranti di Gesù che ci dice anche "Prendetevi cuore, è Io; non ho paura! ”; e possa crescere la nostra fede in lui.

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