La decisione della Fraternità Sacerdotale San Pio X di consacrare nuovi Vescovi il prossimo primo luglio dimostra l’impossibilità di qualsiasi dialogo con la Santa Sede.
Il rifiuto del Vaticano di assecondare le richieste della Fraternità conferma un doppio standard:
da una parte, la sinodalità apre la via allo scisma senza che ciò costituisca un problema né da parte di chi la impone dall’alto, né di chi la subisce dal basso;
dall’altra, una Fraternità Sacerdotale di sicura ortodossia si vede negare il permesso di consacrare nuovi Vescovi proprio perché essa non è scesa a compromessi con la rivoluzione conciliare, di cui la sinodalità è massima espressione.
Quando la Gerarchia si rende complice della demolizione della Chiesa, l’unica soluzione è appellarsi allo stato di necessità e garantire la Successione Apostolica per il bene delle anime. Nulla è cambiato rispetto al 1988, e possiamo anzi dire che la situazione sia drammaticamente peggiorata.
Esprimo dunque il mio pieno sostegno alla decisione assunta dalla Fraternità San Pio X.

Viva mons. Viganò e viva pure la FSSPX... ovviamente abbasso la falsa chiesa sinodalconciliare. Verrà un giorno, cari fratelli e sorelle ancora cattolici/che, un giorno che a lorsognori non piacerà affatto, e non potranno far niente per evitarlo. Christus vincit, questo è sicuro, e se ne renderanno conto a loro spese
RispondiElimina1988-2026 - Autocitazione
RispondiEliminaA partire dal 1987, cominciarono i miei brevi soggiorni nel Priorato San Carlo della FSSPX a Montalenghe, che mi davano tempo di leggere, riflettere, pregare, ascoltare la Santa Messa quotidiana e di parlare con don Carlo Cecchin. C’erano anche le passeggiate nel grande parco e le incursioni nel castello abbandonato. Una sera, faceva già quasi notte, sentii che qualcosa si agitava nella casa, porte che si aprivano e chiudevano, passi sulle scale. Bussarono alla porta della mia stanza e mi chiamarono: «È arrivato Monsignore!». Scesi. Nell’atrio trovai suore, sacerdoti e altri pochi ospiti, e, quando, accompagnato dal suo autista, il Vescovo entrò, salutò e diede la benedizione a noi che, tutt’intorno a lui, ci eravamo messi in ginocchio. Poi si ritirò nella sua stanza. Monsignor Marcel Lefebvre, che era in viaggio verso Roma per i colloqui sulla nomina e la consacrazione di nuovi vescovi per la Fraternità da lui fondata, aveva fatto tappa a Montalenghe per la notte. Quando la mattina successiva scesi alla mensa per la colazione, non c’era ancora nessuno. Mi sedetti in attesa. Poco dopo apparve Monsignore accompagnato dal fedele autista e venne a sedersi proprio di fronte a me. Non ricordo di che cosa parlammo, anche perché certamente non trovai molte parole. Nei giorni successivi avrebbe incontrato a Roma il Cardinale Joseph Ratzinger e forse anche Papa Giovanni Paolo II. Evidentemente la Fraternità Sacerdotale San Pio X alla fine degli Anni ’80 guardava ancora a Roma come un luogo concreto, la sede di Pietro, al centro delle dislocazioni spaziali della Chiesa. Avrei rivisto Monsignor Lefebvre, il 30 giugno 1988, in occasione delle consacrazioni episcopali.
Nella Cappella di Longone al Segrino si parlava allora dei colloqui in corso, di un accordo imminente tra la Fraternità e la Santa Sede e della consacrazione di nuovi vescovi con il consenso di Roma. La ferita dell’abbandono, nel 1985, di quattro sacerdoti del Distretto italiano, che avevano aderito alle tesi sedevacantiste e ora celebravano nella vicina Valmadrera, era ancora aperta, e chi non aveva seguito i quattro dissidenti, aveva consapevolmente rifiutato la via di fuga separatista, anche rinunciando a relazioni personali consolidate. Forse anche per questo antefatto la speranza, da me condivisa, in un buon esito dei colloqui era diffusa. Il 5 maggio 1988 giunse la notizia dell’accordo sottoscritto da entrambe le parti, da Monsignor Lefebvre, che accettava il Concilio Vaticano II «alla luce della Tradizione», e dal Cardinale Ratzinger. Accordo che, però, fu rotto il giorno dopo da Monsignor Lefebvre (una «trappola», disse). Le vere ragioni della rottura appartengono all’indagine storica e non devono essere qui discusse. Fatto è che fu annunciata la consacrazione di quattro vescovi per il 30 giugno. Come nella nostra Cappella non erano apparsi ai fedeli scandalosi i tentativi di un accordo, così la decisione di consacrare senza un espresso mandato pontificio non destò più che emozione e trepidazione. Ricordo soltanto che, una domenica, dopo la Messa, entrò nella sagrestia un distinto signore (poi scoprii trattarsi del Dottor Mario Seno, da poco presidente di Una Voce Italia) che si intrattenne, anche in mia presenza nelle vesti di chierichetto, con don Carlo, manifestò le sue gravi preoccupazioni e consegnò una busta sigillata al sacerdote.
Io, però, decisi di presentarmi a quel appuntamento con la storia della Chiesa. Curiosamente non ricordo più con chi feci il viaggio. Montai la mia canadese in un campo adiacente al seminario. A Êcone trovai una grande folla di fedeli, ma furono per me giorni solitari e meditativi.
Segue
RispondiEliminaPochissimi incontri rimangono nella memoria: un fedele tedesco con cui scambiai due parole e un contadino durante una passeggiata tra le vigne circostanti: «Monseigneur Lefebvre, c’est bien». Nessun fedele della Cappella di Longone. All’inizio della cerimonia vidi procedere dinnanzi a me Monsignor Lefebvre e Monsignor Antonio de Castro Mayer, i quattro candidati all’episcopato: Bernhard Fellay accanto a Alfonso de Gallareta, Richard Williamson accanto a Bernard Tissier de Mallerais. Tutto si concluse con un magnifico Te Deum. Conservo ancora una mia annotazione di quello stesso giorno: «San Tommaso dice che, quando l’eresia prende forza, è dovere di ogni cattolico far pubblica professione di fede. L’episcopato in ogni parte del mondo, in un periodo in cui la scristianizzazione è spaventosa e i suoi danni sono sotto gli occhi di tutti, non fa altro che proclamare il proprio indifferentismo affermando la libertà religiosa, il liberalismo e il modernismo. Fra tanti cattivi pastori un solo discendente [sic!] dei Santi Apostoli, Mons. Lefebvre, col solo appoggio di Mons. de Castro Mayer, ha fatto la sua professione di fede cattolica: per amore della Chiesa, del Papa e della Santa Tradizione. Oggi i nemici di sempre lo accusano e lo condannano, ma la sua decisione altamente morale ed estremamente attuale sarà lodata dai posteri».
Questa dichiarazione di un diciottenne un po’ esaltato di allora non è sottoscritta dal cinquantaquattrenne di oggi, salva l’ultima riga che ho qui messo in corsivo. Oggi non credo che Monsignor Lefebvre e Monsignor de Castro Mayer siano stati gli unici difensori episcopali dell’ortodossia cattolica nella Chiesa del postconcilio. Farlo credere, allora come oggi, ha portato a conseguenze perniciose per la Chiesa e a un isolamento patologico della FSSPX. Egualmente l’argomento dello “stato di necessità”, che fu allora addotto come fondamento giuridico per le consacrazioni episcopali senza mandato e ancor oggi sembra essere affermato dal Governo di Menzingen come ultima ratio existendi della Fraternità, non mi appare affatto convincente. Lo “stato di necessità” può fondare e legittimare un singolo atto, siano anche le consacrazioni del 1988, destinato a consumarsi presto nei suoi effetti, ma, se diventa il costante fondamento costituzionale di un gruppo cristiano, è inevitabile che attorno a esso si formi una “nuova confessione”. Il mito della FSSPX come “arca di Noè” è insostenibile proprio perché l’arca di Noè è, se non la Chiesa universale, una sua prefigurazione biblica, ed è pericoloso anche soltanto il pensiero di distinguere, come ha fatto l’attuale Superiore generale, don Davide Pagliarani, durante il Convegno di Rimini del 2020, tra la Fraternità e la «Chiesa ufficiale» - perché, che cos’è la “Chiesa ufficiale” se non la Chiesa visibile? Con toni polemici, ma meno carichi di implicazioni ecclesiologiche, Monsignor Lefebvre parlava di «Chiesa conciliare», dove l’aggettivo “conciliare” indicava un’epoca (di crisi) della Chiesa, mentre la Chiesa rimaneva inalterabilmente la stessa «di sempre». Si può, invece, ancora sostenere che la decisione di Monsignor Lefebvre fu «altamente morale», almeno nel senso dell’Abramo di Kierkegaard (con un trascendimento della stessa morale e delle leggi positive della comunità), se in essa si vede la volontà di “correggere” la Chiesa nel suo lato umano nell’“istante” in cui questa “correzione” apparve necessaria. Correggere non è fondare di nuovo. Che l’azione di Monsignor Lefebvre sarebbe stata «lodata dai posteri», oggi, con buona pace del partito separatista nella FSSPX, molti nella «Chiesa ufficiale» sono disposti ad ammetterlo.
- Andrea Sandri, Concerto involontario, in Fidem servavi. Scritti in onore di Pucci Cipriani in occasione dei suoi ottanta anni, cur. Ascanio Ruschi, Solfanelli, Chieti 2025, pp. 255-258.
Con un papa che ti invita a scoprire l'Islam e ad accettare i cattolici arcobaleno, dobbiam ritenere che lo stato di necessità non ci sia più nella Chiesa di oggi? E lascio perdere altri aspetti terribili: l'insistere sul diaconato femminile, la struttura "sinodale" che si vuole imporre alla Chiesa etc. Interi episcopati, a gran maggioranza, predicano apertamente il peccato, come quello tedesco...
RispondiEliminaSe questa è la Chiesa ufficiale, bisogna evidentemente dire che non è più cattolica. E non da oggi.
Nel passato lontano i papi combattevano le deviazioni morali, quando c'erano. Oggi, invece, che fanno? Tacciono di fronte ai chierici che le vogliono imporre e conseguentemtne cambiare la dottrina, in peggio si capisce.
Meno male che esiste la fsspx, pur con i suoi inevitabili limiti umani...
In tutta onestà, quasi non mi sembra un commento di Viganò, perché non è intelligente come i suoi precedenti interventi. Sarà stata la fretta?
RispondiEliminaAnzitutto il fatto che non abbia colto fra le righe che l'udienza richiesta a Leone XIV ad agosto scorso dalla lettera del Pagliarani non c'è stata (è un dato significativo che meriterebbe un commento a parte). E che quindi la seconda lettera abbia avuto (prevedibilmente) il niet ufficiale a firma di un imprecisato esponente della "Santa Sede" (el Tucho?). E questo niet (o rinvio senza data), a Menzingen, era fin troppo facilmente prevedibile.
Inoltre, la "decisione" della FSSPX di ordinare nuovi vescovi non dimostra una "impossibilità di dialogo" con la Santa Sede; al massimo si può dire che suggella tale "impossibilità". Infatti la Santa Sede - con o senza inquinamenti vaticansecondisti - non è tenuta a prender troppo in considerazione i desiderata dei sudditi.
Tale "impossibilità" deriva dall'espresso desiderio di Lefebvre che la Fraternità dovesse assolutamente avere dei vescovi. Non entriamo qui nel merito: prendiamo solo atto che era suo desiderio che dovesse assolutamente avere. Dunque qualche altra aggregazione ecclesiale, sulla scorta di un'ipotetica concessione di vescovi alla FSSPX, potrebbe reclamare lo stesso trattamento: "ehi, anche a noi servono dei vescovi". Per cui c'era da aspettarselo che la Santa Sede non assecondasse le richieste (con o senza vaticansecondismi di contorno).
Quindi c'è quel menzionare il sinodalismo per contrapporlo alla "sicura ortodossia". Ortodossia che per la Santa Sede non sarebbe tale (esempio famoso: "incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione") e che perciò non meriterebbe diritti, e ancor meno meritare nuovi vescovi.
Mi lascia perplesso anche quella considerazione: "l'unica soluzione è appellarsi allo stato di necessità". Soluzione a quale problema? Ad un problema intrinseco della Fraternità: "deve" procurarsi vescovi. Come mai è stato adoperato il termine "appellarsi"? Sembra quasi un "useremo questa scusa". C'è differenza fra il dire "Lefebvre, in stato di necessità, ordinò..." e il dire "Lefebvre, appellandosi allo stato di necessità...". E ricordiamo qui che Lefebvre era cosciente che nel giro di alcuni decenni si sarebbe ripresentato il problema di dotarsi di altri vescovi.
"Nulla è cambiato rispetto al 1988": invece ce ne sono stati, di cambiamenti e novità. Ricordate quando nella Fraternità vigeva la moda "accordista"? Ricordate quando Bergoglio concesse di confessare e benedir matrimoni? (E secondo voi lo fece per amore della Sicura Ortodossia?) Ricordate la remissione delle scomuniche, motivata da Benedetto XVI col fatto che erano passati troppi anni? Ricordate l'espulsione dalla FSSPX del vescovo Williamson per mere questioni di politica interna?
Allora, più esattamente, occorreva dire che è solo "l'esigenza di procacciarsi vescovi" a non essere cambiata rispetto al 1988.
Anche Williamson si trovò in stato di necessità. E pure i vescovi da lui ordinati, per il bene delle anime, si ritroveranno a dover "garantire la Successione Apostolica". E lo stesso Viganò potrebbe magari trovarsi in condizione di dover "garantire".
Quella conclusione - "pieno sostegno" - è insomma un atto di cortesia.
Pregherei tifoserie e lettori distratti di accorgersi che ho espresso delle considerazioni sul tweet attribuito a Viganò, non sul merito della "decisione della FSSPX" (sempre che nei prossimi cinque mesi gli avvenimenti non prendano una diversa piega).
L'annonce de l'ordination prochaine de nouveaux évêques par la Fraternité sacerdotale saint Pie X ne peut que réjouir les catholiques restés fidèles à la foi de toujours, à sa préservation et à sa propagation (qui ne sont qu'une seule et même chose), et qui refusent, comme le recommande toute la Tradition, les séductions de l'œcuménisme syncrétique et du synodalisme démocratique auxquels semblent avoir succombé les actuelles autorités vaticanes. Prions pour que ces futurs prélats soient à la hauteur de la tâche immense qui va leur être confiée.
RispondiEliminaAscolta, smettila di farti intrappolare nei loro giochi di parole legalistici. Nei prossimi mesi la Tradosfera sarà calda. Quando qualcuno inizia a lanciare parole come "scismatico" o "scomunicato", sta solo cercando di chiuderti. Non cercano dibattiti o conversazioni sincere.
RispondiEliminaIronicamente, gli stessi modernisti che giocano veloci e sciolti con la Fede si comporteranno improvvisamente come i burocrati più rigidi nel momento in cui vorranno mettere a tacere la Tradizione. Ti adescheranno in dispute sui punti più sottili del Diritto Canonico e poi, senza perdere un colpo, ti gireranno dall'altra parte e ti chiameranno il "fariseo legalista. ”È una tattica gaslighting, semplice e semplice; smettila di cascarci.
Dobbiamo tagliare quel rumore e tornare all'unica cosa che conta davvero: Salus animarum suprema lex. La salvezza delle anime è la legge più alta. Punto.
Questo non è solo un bel suggerimento, è l'intero senso dell'esistenza della Chiesa. Se qualcuno sta cercando di usare un canone o un decreto per bloccare i Sacramenti o per seppellire gli insegnamenti perenni della Fede, non sta "seguendo la legge", ne sta abusando.
La legge serve a costruire la Chiesa, non a fornire gli strumenti per la sua distruzione. Non si può usare la legge della Chiesa per distruggere la Chiesa.
Questi prossimi mesi saranno tesi; devi essere intelligente su come gestisci questi troll nei commenti. Improvvisamente, tutti e la loro mamma si auto-nominano avvocato canonico nel momento in cui vogliono attaccarti. Non lasciare che ti trascinino nell'erba della loro falsa competenza legale.
Quando inizi a litigare per le clausole in piccolo con chi non crede nemmeno alle basi, hai già perso la trama. Non abboccare. Non bisogna superlegalesi, basta continuare a indicare la legge suprema della Chiesa è la salvezza delle anime.
La Legge non può essere usata per smontare la Tradizione. Le "scomunicazioni", quando arriveranno, saranno nulle.
State attenti, state fuori dal fango e ricordatevi che la nostra missione è salvare anime, non vincere un concorso di cavilli con un avvocato in poltrona.
Mgr Viganò sera-t-il présent à la consécration des nouveaux évêques ? Pour ma part, je le souhaite ardemment.
RispondiEliminaQuel che non comprendo tuttora è come si collochi Mons. Viganò rispetto a Sedevacantisti, Sedeprivazionisti (alias Mons. Ricossa) e FSSPX.
RispondiElimina... Mons. Riscossa...
EliminaDon Francesco Ricossa, che ben conosco, è semplice prete!
"Esprimo dunque il mio pieno sostegno alla decisione assunta dalla Fraternità San Pio X", dice cortesemente alla fine Viganò.
RispondiEliminaPerò tra le righe, anche se non espressa in modo esplicito, si intravvede una distinzione di intenti:
- FSSPX: nuove consacrazioni per garantire pastoralmente ai fedeli Cresime e Ordinazioni sacerdotali (queste ultime necessarie alla sopravvivenza della Fraternità).
- Viganò: "garantire la Successione Apostolica" (necessaria alla sopravvivenza della Chiesa Cattolica)
# Il commento di EP - non si capsice bene quale sia secondo lui la cosa giusta da fare per la Fraternità. AVere vescovi propri, fedeli alla Tradizione, è comunque un imperativo vitale. Se dovessero dipendere dall'Ordinario locale sarebbero alla mercè del Vaticano attuale.
RispondiEliminaLa FSSPX dunque procederà a nuove consacrazioni episcopali.
RispondiEliminaCanonicamente sappiamo bene che questo non è regolare. Ma Gesù Cristo si è chiesto se al suo ritorno troverà la fede. Non se troverà la regolarità canonica.
In una Chiesa dove i vescovi li sceglie il partito comunista cinese non si può pretendere che la FSSPX segua vie canoniche. Perché le consacrazioni annunciate sono solo un'operazione di sopravvivenza.
Una Chiesa che benedice le coppie che vivono in peccato grave manifesto non può pretendere nulla. Una papato che si è prostrato davanti alle Pachamame non può pretendere che la FSSPX si estingua. Un papato che subdolamente ha permesso la comunione a chi vive in peccato mortale manifesto non può pretendere che la FSSPX se ne stia zitta e muta ad attendere la propria morte.
Un papato che ha dichiarato che tutte le religioni sono volute da Dio non può pretendere che la FSSPX si suicidi. Perché senza vescovi essa si condannerebbe proprio a morte. Si suiciderebbe lentamente.
Si, esattamente come nel 1988, anche questa volta si poteva evitare benissimo di arrivare a questo punto. La Chiesa è infestata da vescovi e preti eretici. Non si può pretendere che la FSSPX si consegni in mano a loro. Se la serietà e l'onestà fossero di casa in questa "chiesa conciliare" ci si chiederebbe come mai quattro o cinque vescovi che difendono l'ortodossia cattolica saranno scomunicati mentre migliaia di vescovi che difendono e diffondono l'eresia non hanno scomuniche. In questa chiesa sinodale se ci fosse serietà ci si chiederebbe perché a "custodire" la dottrina c'è un pornografo.
Il problema, ancora una volta, non è a Econe. Il problema è a Roma. E non si risolverà certo con un comunicato dove si dirà che i vescovi consacranti e quelli consacrati sono incorsi ipso facto nella scomunica.
Per capire e risolvere il "problema Lefebvre" bisogna prima capire e risolvere la causa che lo ha prodotto e che lo tiene in vita.
Per capire dunque il problema bisogna capire come mai ciò che andava bene prima del concilio non va più bene dopo di esso.
Uno dei problemi di noi cattolici è l'ossessione per la regolarità canonica. E in questi giorni lo evidenziano bene tutti quei "tradizionalisti" che si scandalizzano proprio per la mancanza di tale regolarità canonica nelle consacrazioni episcopali annunciate. Sia ben chiaro: la regolarità canonica è cosa importantissima. Ma pur essendo importante non è superiore all'ortodossia della fede. Ma gli è anzi inferiore. In tempi normali regolarità canonica ed ortodossia devono andare a braccetto. Ma non è la FSSPX ad averle separate. Essa si trova nella tragica necessità di opzione.
Anni fa un professore della pontificia facoltà teologica della Sardegna, agli alunni che gli chiedevano se si potesse fare ecumenismo coi "lefebvriani" rispose: "ma quale ecumenismo volete fare con loro se sono più cattolici di noi?". Ecco riassunta in poche parole la situazione della FSSPX: conserva e difende l'ortodossia cattolica, ed è più cattolica di tanti sacerdoti, di tanti vescovi e di tanti professori delle stesse facoltà pontificie. Ma è canonicamente irregolare. E i suoi vescovi saranno nuovamente colpiti dalla scomunica. Insomma, dentro la Chiesa si tollerano vescovi che difendono l'eresia e la propagano. Ma non si tollerano vescovi che difendono l'ortodossia. Contra factum non valet argumentum.
E qualcuno ha pure la faccia tosta di negare che esista uno stato di necessità.
È risaputo che questo povero monastero non condivide tutte le prese di posizione della FSSPX -come ad esempio sul titolo di corredentrice- ed anche se è stato praticamente abbandonato da essa ha l'onestà di riconoscere che questa sofferta e dolorosa decisione è necessaria per la sopravvivenza. La regolarità canonica non può essere anteposta alla verità e non può essere un'ossessione, e prima di essa viene l'ortodossia della fede. Quando Roma metterà a posto tanti problemi, la FSSPX cesserà ipso facto di essere un problema. Perché il problema è il modernismo che infesta la Chiesa, non la FSSPX
La "scaletta" dell'omelia del Pagliarani mi sembra grosso modo traducibile così:
RispondiElimina- il bene delle anime è il bene della Chiesa
- pertanto, dato che la FSSPX persegue il bene delle anime,
- e data l'intenzione di perseguirlo anche nel futuro,
- e data la particolare situazione presente della FSSPX,
- e dato che nella FSSPX hanno già aspettato, pregato, osservato gli eventi, chiesto consiglio,
- e dato che non possiamo abbandonare le anime già legate alla Fraternità,
- è arrivato il momento di consacrare nuovi vescovi,
- ma le richieste fatte al Papa non gli sono suonate interessanti né convincenti, e hanno trovato porte chiuse.
Pagliarani si è esplicitamente assunto la piena responsabilità della decisione di ordinare nuovi vescovi.