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martedì 31 marzo 2026

Santuario di Cuceglio chiuso ai pellegrini FSSPX

Riprendo pari pari l'articolo che segue per la sua efficacia nel riportare l'accaduto ma soprattutto le sue implicazioni. "Pellegrini arrivano al Santuario dell’Addolorata e trovano il portone sbarrato. La denuncia di don Aldo Rossi: “Aprono a tutti, tranne a chi difende la dottrina”. Polemica sulla decisione attribuita alla diocesi di Ivrea.

Santuario di Cuceglio chiuso ai pellegrini.
Vescovo di Ivrea sotto accusa: "Aprono a tutti, tranne ai cattolici


Cuceglio (Torino) — Una processione. In cammino per chilometri. La statua della Madonna dei Sette Dolori portata a spalla. Sacerdoti, suore, famiglie. Poi il silenzio. E davanti a tutti, un portone chiuso.

Non è un episodio. È un’immagine. Ed è proprio da quell’immagine che nasce il caso che, in poche ore, ha suscitato un vespaio di polemiche.

È accaduto ieri, 28 marzo, al Santuario della Madonna Addolorata di Cuceglio. I fedeli del Priorato San Carlo di Montalenghe avevano organizzato un pellegrinaggio quaresimale, comunicato preventivamente.

Nessuna Messa, nessuna celebrazione liturgica: solo alcune preghiere conclusive, come gesto di devozione.

A guidare la processione don Aldo Rossi, priore di Montalenghe. Con lui altri sacerdoti, le suore Consolatrici del Sacro Cuore, decine di fedeli. All’arrivo, però, la scena cambia. Le porte della chiesa sono chiuse. Serrate. Inaccessibili. Non si entra.

Secondo quanto riferito, la decisione sarebbe stata presa per volontà di Don Luca Meinardi, su indicazione del vescovo di Ivrea, mons. Daniele Salera. Una scelta che, inevitabilmente, entra in collisione con un lessico ecclesiale che negli ultimi anni insiste su parole come accoglienza, inclusione, dialogo, misericordia.

E proprio davanti a quella contraddizione — concreta, visibile — si è accesa la voce di don Aldo Rossi. Parole forti. Parole che colpiscono.

«Siamo giunti alla fine del pellegrinaggio — esordisce — e troviamo le porte chiuse. Sant’Atanasio diceva: voi rimanete fuori dai luoghi di culto, ma la fede abita in voi».

Per un attimo sembra una consolazione. Una spiritualizzazione dell’accaduto. Ma è solo l’inizio.

«Vediamo cos’è più importante: il luogo o la fede?», incalza. «La vera fede, ovviamente».

E da lì il discorso cambia registro. Si allarga, si fa denuncia sistemica.

«Nella cultura dominante si aprono le porte a tutti... - dice - Agli anglicani che arrivano a celebrare nella madre di tutte le chiese, San Giovanni in Laterano, e non sono nemmeno sacerdoti... Si aprono le chiese protestanti, si fanno celebrare nelle parrocchie. Si prega insieme a tutte le religioni. Si aprono le chiese alla Pachamama. Si aprono ai gruppi LGBT, si celebrano messe con loro. Si accolgono buddisti, animisti… ricordiamo Assisi, con la statua di Buddha sul tabernacolo... Ma per noi, per la Fraternità San Pio X, per fare semplicemente delle preghiere per le vocazioni — non la Messa, ma delle preghiere — le porte sono chiuse».

Non è una lamentela. È un’accusa diretta.

«Qui non c’è inclusione», scandisce. «Qui c’è esclusione».

E poi ancora: «C’è solo una risposta che ci fa capire la profondità della crisi della Chiesa e della cultura liberale dell’inclusività. La verità è esclusiva. Non inclusiva. Esclusiva. Io posso includere tutti gli errori ma non la verità. Perché la verità esclude. Due più due fa quattro. E il quattro esclude tutti gli altri numeri...».

Il riferimento evangelico ai Padri della Chiesa è netto, senza mediazioni: «Chi non è con me è contro di me. Chi non raccoglie con me disperde... Il vostro errore è voler stare nel mezzo, tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso».

Insomma un attacco frontale all’ecumenismo contemporaneo, definito apertamente «falso». Un ecumenismo che, secondo questa visione, «può accettare tutte le religioni, tutti gli errori… tranne la verità».

Il monologo di Don Aldo prosegue («Nel Pantheon c’erano tutti gli dèi… tranne nostro Signore Gesù Cristo. Se avessero messo Cristo gli altri dèi sarebbero crollati») e non è solo critica, ma diagnosi della crisi: «Questo mostra come all’interno stesso della Chiesa sono calate le tenebre più fitte. Noi non abbiamo nessun astio, nessun rancore. Non usiamo la forza. La nostra forza è la pazienza e il perdono».

Da qui a don Bosco, all'invito a non reagire il passo è stato breve.

«Offriamo questo sacrificio — il non poter entrare in chiesa — per la Chiesa, per il Papa, per il Vescovo, per tutti i sacerdoti».

Fuori, intanto, i fedeli restano. Non entrano. Pregano lì, davanti a quella porta chiusa.

Il video del discorso corre sui social, accompagnato da decine di commenti. C’è chi parla di «giornata delle porte chiuse per chi vuole vivere la fede», chi ringrazia don Aldo, chi invoca la vittoria della verità. Un consenso che racconta una sensibilità diffusa, ma anche una tensione crescente.

Perché ciò che resta, più delle parole, è quella scena. Una comunità che arriva alla fine del suo cammino. Una chiesa che non si apre. Una fede che resta fuori.

La porta chiusa di Cuceglio e la crisi di un cattolicesimo che non sa più chi è C’è una porta chiusa, a Cuceglio. Chiusa davanti a un gruppo di fedeli in pellegrinaggio ma spalancata — simbolicamente — su una frattura che da anni attraversa la Chiesa cattolica.

Da una parte, un gruppo di cattolici che si definiscono “tradizionali”, legati a una visione della fede come verità oggettiva, non negoziabile, non adattabile. Dall’altra, una Chiesa istituzionale che da tempo ha scelto un linguaggio diverso: inclusione, dialogo, apertura, accompagnamento. Il punto è che queste due visioni non stanno più insieme e Cuceglio lo mostra in modo brutale.

Qui non siamo davanti a una disputa teologica astratta. Siamo davanti a un gesto concreto: una porta chiusa a chi voleva semplicemente pregare. E subito dopo, un’accusa altrettanto concreta: “aprite a tutti, tranne che a noi”.

È qui che la vicenda smette di essere locale e diventa paradigmatica.

Don Aldo Rossi, nel suo intervento, ha detto una frase che può piacere o irritare, ma che ha il merito della chiarezza: «la verità è esclusiva». È una frase che fotografa una concezione del cattolicesimo che per secoli è stata dominante: la verità non si negozia, non si media, non si adatta.

Ma è proprio questa idea che oggi entra in collisione con la direzione presa dalla Chiesa contemporanea.

Una Chiesa che parla di dialogo interreligioso, che incontra altre fedi, che cerca punti di contatto più che linee di separazione. Una Chiesa che — piaccia o no — ha spostato il baricentro dal “difendere la verità” al “costruire relazioni”.

Il problema è che questo spostamento non è stato metabolizzato da tutti. Anzi.

Per una parte significativa del mondo cattolico, quel linguaggio dell’inclusione suona come una resa. Come un cedimento. Come l’abbandono di una identità chiara. E allora succede quello che abbiamo visto a Cuceglio: due cattolicesimi che non si riconoscono più.

Da una parte, chi accusa: “aprite a tutti, ma non a noi”. Dall’altra, chi probabilmente teme che aprire a quel mondo significhi riaprire una stagione di contrapposizione interna. Nel mezzo, una domanda che la Chiesa fatica ad affrontare fino in fondo: si può essere contemporaneamente inclusivi e portatori di una verità esclusiva?

Perché è qui il nodo. Il cristianesimo, nella sua radice, contiene entrambe le tensioni: da un lato l’annuncio universale, aperto a tutti; dall’altro la pretesa — fortissima — di verità. “Io sono la via, la verità e la vita” non è una frase inclusiva nel senso moderno del termine. La verità è che oggi la Chiesa prova a tenere insieme queste due dimensioni, con risultati sempre più fragili. Cuceglio, in questo senso, non è un incidente. È un sintomo.

È il segno di una Chiesa che non riesce più a parlare con una sola voce. Che oscilla tra apertura e identità, tra dialogo e definizione, tra accoglienza e confine.

E quando una comunità perde la chiarezza su chi è, inevitabilmente iniziano i conflitti interni.

La porta chiusa, allora, non è solo una decisione organizzativa o prudenziale. È un gesto che comunica — volenti o nolenti — che esistono dei limiti. Che non tutto è compatibile con tutto.

Ma se quei limiti non vengono spiegati, condivisi, compresi, diventano esclusione percepita. E l’esclusione, nella Chiesa dell’inclusione, è la contraddizione più difficile da sostenere.

Il rischio, oggi, non è solo lo scontro tra progressisti e tradizionalisti. È qualcosa di più profondo: è la perdita di un terreno comune.

Quando due parti della stessa Chiesa iniziano a guardarsi come estranee — o peggio, come avversarie — il problema non è più chi ha ragione. È che l’unità stessa diventa fragile.

E allora quella porta chiusa a Cuceglio smette di essere un episodio. Diventa una domanda. Che Chiesa vuole essere, oggi, il cattolicesimo? Una casa aperta a tutti, anche a costo di diluire i confini? O una comunità definita, anche a costo di escludere?

Finché questa domanda resterà senza risposta, altre porte — reali o no — continueranno a chiudersi. E ogni volta, il rumore sarà un po’ più forte. Fonte

10 commenti:

  1. Che tristezza… la settimana santa inizia con questo chiodo conficcato nella Chiesa corpo mistico. E’ verissimo: la Chiesa odierna ha smesso di avere un linguaggio comune. Non per l’italiano o il latino… no: su quel che è e perché. Non a livello di qualche fedele troppo zelante o imprudente, ma dalle cattedre dei vescovi. Il Signore avrà pietà di questo grido… il suo grido sulla croce è l’ultima sua parola prima della risurrezione. Ecco, alla Chiesa delle tante parole, dei bla bla sinodali, del verbosissimo disturbare il mistero senza più contemplare il sacrificio di Cristo che salva, del vociare delle chiacchiere invece del ringraziamento, delle tante comunioni e delle pochissime confessioni, non resta che il grido. Quel grido.

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  2. Martedì di Passione31 marzo, 2026 08:34

    «Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: “In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà”». Il tradimento di Giuda non è qualcosa di indolore per Gesù. Non è semplicemente l’attuazione di un copione già scritto. Il Vangelo dice chiaramente che Gesù è turbato, profondamente scosso. Perché Giuda non è un estraneo: è uno dei Dodici, uno scelto, uno amato come tutti gli altri. Anche lui è stato chiamato dopo una notte di preghiera. Anche lui ha condiviso la vita quotidiana con Gesù. Eppure, dentro di lui, qualcosa resiste a questo amore. Forse una delusione, forse un’idea diversa di Messia: più forte, più risolutivo, più conforme alle attese umane. E invece si trova davanti un uomo che parla di dono, di servizio, di croce. Il punto più sorprendente, però, è un altro: Gesù sa del tradimento e non lo impedisce. Non si sostituisce alla libertà di Giuda. Continua ad amarlo, fino alla fine, ma non forza la sua scelta. Questo è uno degli aspetti più radicali dell’amore: rispettare la libertà dell’altro, anche quando questa libertà prende una direzione sbagliata. Dio ama la nostra libertà fino a questo punto: fino a lasciarsi tradire. Non ritira il suo amore quando non è ricambiato, ma neppure lo impone. Lo offre, lo espone, lo consegna. Questo Vangelo, alle soglie della passione, ci pone una domanda molto seria: che cosa stiamo facendo della nostra libertà? La libertà non è semplicemente la possibilità di scegliere, ma la responsabilità di ciò che scegliamo. Giuda ci ricorda che si può stare accanto a Gesù e, nello stesso tempo, non lasciarsi davvero coinvolgere dal suo amore. E allora la vera domanda non è se siamo vicini a Lui, ma se stiamo usando la nostra libertà per accogliere o per rifiutare ciò che ci viene donato. La passione di Cristo non è soltanto un evento da contemplare, ma una relazione da decidere. Anche per noi.

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  3. 31 marzo 2026: MARTEDÌ SANTO31 marzo, 2026 08:45

    Il fico maledetto.

    Anche oggi vediamo Gesù dirigersi, di mattino, a Gerusalemme, volendo recarsi al Tempio a confermare i suoi ultimi insegnamenti. Ma è chiaro che la fine della sua missione sta per sopraggiungere; difatti, egli stesso oggi dice ai suoi discepoli: "Voi sapete che fra due giorni è Pasqua, e il Figlio dell'uomo sarà consegnato per essere crocifisso" (Mt 26,2).

    Sulla strada da Betania a Gerusalemme, i discepoli che vanno in compagnia del loro Maestro rimangono colpiti da stupore nel vedere il fico che Gesù aveva maledetto il giorno innanzi seccato e inaridito dalle radici. Allora Pietro, rivolgendosi a Gesù: "Maestro, gli disse, guarda il fico che hai maledetto come s'è seccato!". Gesù approfitta dell'occasione per ammonire tutti noi, che la natura fisica è subordinata all'elemento spirituale, quando questo si mantiene unito a Dio mediante la fede; e dice: "Abbiate fede in Dio. In verità vi dico, che se uno dirà a questo monte: levati e gettati in mare, e non esiterà nel suo cuore, ma crederà che avvenga quanto ha detto, gli avverrà. Perciò vi dico: qualunque cosa chiederete con la preghiera, abbiate fede d'ottenerla e l'otterrete" (Mc 11,20-24).

    Gesù al Tempio.

    Seguitando il cammino, presto entrano nella città; e, non appena Gesù arriva al Tempio, i prìncipi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani s'avvicinano a gli dicono: "Con quale autorità fai questo? E chi ti ha dato il potere di fare tali cose?" (ivi, 28). Nel santo Vangelo troviamo la risposta di Gesù, come anche i diversi insegnamenti che ci dà in tale occasione. Noi non faremo che indicare in genere in che modo il Redentore passò le ultime ore della sua vita mortale; la meditazione del Vangelo supplirà al resto che sorvoliamo.

    Come soleva fare nei giorni precedenti, Gesù, verso sera esce dalla città, oltrepassa il monte degli Olivi e si ritira in Betania, vicino a sua madre ed agli amici fedeli.

    Alla Messa, oggi la Chiesa legge il Passio secondo san Marco, poiché, in ordine di tempo, questo Vangelo fu scritto dopo quello di san Matteo, onde la ragione d'occupare questo Passio il secondo posto. Il suo Vangelo è più breve di quello di san Matteo, del quale molte volte sembra il riassunto; ma s'incontrano in esso dei dettagli che sono propri di questo Evangelista, e dimostrano le caratteristiche d'un testimone oculare. Difatti, sappiamo che san Marco era discepolo di san Pietro, e scrisse il suo Vangelo sotto l'ispirazione del Principe degli Apostoli.

    La Stazione è oggi, a Roma, nella chiesa di S. Prisca.

    LETTURA (Ger 11,18-20). - In quei giorni: Geremia disse: Tu, o Signore, me lo facesti conoscere, ed io lo compresi, allora mi facesti vedere le loro intenzioni. Come agnello mansueto portato al macello non avevo compreso che avevano cattivi disegni contro di me, dicendo: Diamogli del legno invece di pane, facciamolo sparire dalla terra dei viventi, ché non si rammenti più il suo nome! Ma tu, o Signore degli eserciti, che giudichi con giustizia, e scruti gli affetti e i cuori, fammi vedere la tua vendetta contro di essi; perché è a te che ho affidata la mia causa, Signore Dio mio.

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  4. 31 marzo 2026. MARTEDÌ SANTO31 marzo, 2026 08:46

    Segue
    L'immolazione del Messia.

    Ancora una volta Geremia ci fa intendere la sua voce, riferendoci oggi proprio le parole dei suoi nemici che cospiravano di farlo morire. Tutto qui è misterioso e ci dà la sensazione che il Profeta è la figura di uno più grande di lui. "Diamogli del legno invece di pane", cioè: mettiamogli nel piatto un legno velenoso, per causargli la morte. Trattandosi del Profeta, è questo il senso letterale; ma quanto più veristicamente s'avverano tali parole nel nostro Redentore! La sua carne divina, egli ci dice, è il Pane vero disceso dal cielo; e questo Pane, questo corpo dell'Uomo Dio è pesto, lacero, sanguinante: i Giudei lo inchiodano sul legno, così che tutto vi aderisce, e nello stesso tempo il legno è tutto irrigato del suo sangue. Sul legno della croce è immolato l'Agnello di Dio; ed è per la sua immolazione che noi veniamo in possesso d'un sacrificio degno di Dio; di quel Sacrificio, per cui partecipiamo del pane celeste che è nello stesso tempo la carne dell'Agnello e la nostra vera Pasqua.

    PREGHIAMO

    La tua misericordia, o Dio, ci purifichi da ogni residuo dell'uomo vecchio, e ci renda capaci d'un santo rinnovamento.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 688-690

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  5. Le chiacchiere stanno a zero.
    Quella denominata ChiesaCattolica ha deragliato da circa un secolo e continua scientemente a deragliare. Coloro che vogliono restare cattolici o cacciano i traditori a calci in cxlx o se ne vanno altrove anche nei sotterranei per continuare la loro missione ricevuta dal Signore Gesù Cristo. È bene avere a mente, per i traditori, la fine di Giuda.

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    1. Preghi per loro!

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    2. Condivido appieno. O sotto la Croce con Gesù crocifisso insieme a Maria Santissima, San Giovanni e le Pie Donne, oppure altrove. Non esiste una via mediana.

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  6. Probabilmente non sarebbe successo neanche con mons Bettazzi.

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  7. Questo fatto increscioso di Cuceglio capitato ai fedeli della FSSPX, mi fa venire in mente le parole di mons. Viganò quando afferma che vogliono la sua morte spirituale, negare l' accesso in chiesa per le preghiere a dei pellegrini che volevano offrirle per avere tanti santi sacerdoti è umiliarli come dire non ci servono le vostre preghiere, voi siete dei reprobi andate via da questo santuario.
    Strano da quando la FSSPX ha annunciato le ordinazioni episcopali mi sembra che il clima è cambiato, basta tolleranza, magari mi sbaglio?

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  8. La neochiesa abbraccia tutti...tranne i cattolici!!!

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