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martedì 21 aprile 2026

Il Cristo distrutto nel Sud del Libano: anatomia di una decristianizzazione strategica

Qui l'indice degli articoli sulla questione mediorientale.
Il Cristo distrutto nel Sud del Libano:
anatomia di una decristianizzazione strategica

L'immagine che circola in queste ore non è un fotomontaggio. È la documentazione di un atto reale: un soldato delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), equipaggiato con elmetto e giubbotto tattico, che brandisce un pesante martello e colpisce con freddezza la figura di un Cristo crocifisso. Il gesto sembra essere quasi rituale. Non si tratta di un'esplosione casuale di guerra: è un atto di profanazione deliberata di un simbolo fondante della civiltà cristiana del Levante.

Questo episodio non è isolato. Si inserisce in un quadro più ampio e documentato di pressione sistematica sulle comunità cristiane del Sud del Libano, in particolare nei villaggi di Qlayaa, Alma al-Shaab, Rmeish, Debel e Ain Ebel – aree storicamente a maggioranza maronita e greco-melkita. Rapporti di fonti indipendenti e di agenzie ecclesiali confermano che, durante l'offensiva israeliana del 2024-2026, queste località hanno subito evacuazioni forzate, distruzioni di abitazioni e colpi diretti su edifici religiosi. Il 9 ottobre 2024, ad esempio, un raid aereo ha distrutto la chiesa di San Giorgio a Derdghaya, causando almeno otto morti tra i civili che vi avevano trovato rifugio. Nel marzo 2026, il parroco maronita di Qlayaa, padre Pierre al-Rahi, è stato ucciso da colpi di artiglieria mentre rimaneva al fianco della sua comunità.

I dati demografici, elaborati da fonti accreditate come l'Agenzia Fides e studi demografici libanesi, raccontano una traiettoria di lungo periodo: i cristiani, che costituivano circa il 50-55% della popolazione libanese all'indipendenza (1943) e ancora il 38% intorno al 2011, sono scesi oggi a una quota attorno il 30% con proiezioni che indicano una stabilizzazione relativa solo grazie a tassi di natalità leggermente superiori alla media musulmana in alcune fasce. Le cause principali sono note: emigrazione di massa durante la guerra civile (1975-1990), crisi economica cronica, e – fattore decisivo negli ultimi due anni – l'intensificazione dei bombardamenti e delle operazioni di terra israeliane nel Sud. Fonti come NPR, The New Arab e L'Orient-Le Jour documentano come interi villaggi cristiani siano stati svuotati, con bulldozer e demolizioni mirate che ricordano esplicitamente il "modello Gaza" invocato pubblicamente dal ministro della Difesa israeliano.

Ma il dato scientifico più inquietante non è solo numerico. È antropologico e geopolitico. Il Levante è la culla storica del cristianesimo: qui nacquero le prime comunità apostoliche, qui si conservarono per secoli le antiche liturgie siriache, maronite e melkite. La progressiva erosione della presenza cristiana non è un "effetto collaterale" della lotta contro Hezbollah. È il risultato di una logica di ingegneria demografica e culturale che mira a trasformare il Sud del Libano in una zona cuscinetto priva di radici confessionali autoctone forti. Come ha documentato Wikipedia nella voce sulla distruzione del patrimonio culturale durante l'invasione israeliana del 2024, interi villaggi storici sono stati rasi al suolo, con un impatto sproporzionato su siti cristiani. L'IDF stessa ha ammesso di indagare sull'episodio del soldato con il martello, confermando l'autenticità delle immagini ma qualificando il gesto come "contrario ai valori" dell'esercito – una formula rituale che non cancella la realtà sul campo.

In una prospettiva multipolare, questo processo assume un significato ancora più chiaro. Israele, attore chiave del blocco atlantista nel Levante, non agisce solo per ragioni di sicurezza tattica. Opera per ridisegnare la carta etno-confessionale della regione, favorendo la frammentazione degli Stati e l'indebolimento di qualsiasi soggetto capace di resistere al modello unipolare. I cristiani libanesi – con la loro antica tradizione di convivenza e di resistenza – rappresentano un elemento di coesione nazionale e di memoria storica che disturba il progetto di "grande Israele" o di zone di sicurezza depopolate. La loro espulsione o marginalizzazione accelera la trasformazione del Libano in un'entità sempre più fragile, dipendente da dinamiche esterne.

Non si tratta di "antisemitismo" o di retorica complottista. Si tratta di geostrategia documentata: rapporti di Open Doors, dell'International Christian Concern e di studiosi del Washington Institute for Near East Policy confermano che la presenza cristiana nel Levante è sotto pressione strutturale da decenni, e che i conflitti armati degli ultimi due anni hanno accelerato un esodo già in atto. La croce rovesciata e martellata nel Sud del Libano diventa, in questo senso, un simbolo plastico di una decristianizzazione non più solo demografica, ma culturale e simbolica.

Di fronte a questo, la domanda (in chiave multipolare) è semplice e radicale: chi, nella nuova architettura mondiale che sta emergendo, è disposto a riconoscere che la difesa delle antiche comunità cristiane del Levante non è un residuo confessionale, ma un baluardo di sovranità spirituale e culturale contro l'omologazione globale? Il martello che si abbatte sul Cristo di legno non colpisce solo una statua. Colpisce una civiltà millenaria che, nonostante tutto, continua a testimoniare che la fede e la storia non si riducono a falsi atti di sicurezza dal sapore di vile prepotenza, ma include anche memoria, fede e radice.
Sergio Saraceni, 20 aprile - Fonte

10 commenti:

  1. Deux mille ans de haine de Jésus et du christianisme, c'est cela le judaisme talmudique. Une haine féroce, constante, inapaisable, parce qu'elle est celle de Satan lui-même.

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  2. Il y a quelques années, un programme de télévision israélien destiné aux enfants mettait en scène une crucifixion blasphématoire destinée à ridiculiser Jésus. Le présentatrice, en bikini, crucifiait, à grands coup de marteau, un singe en peluche qui poussait des cris de douleur ridicules. L'assistance, enfants et adultes, applaudissaient… Le jeune soldat israélien qui a été photographié décapitant à coups de masse le calvaire du sud du Liban avait peut-être vu ce programme…

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  3. Cit. Antonio Cacciatori21 aprile, 2026 08:30

    Questa sera, mentre leggevo alcune notizie su una scolaresca in visita alla moschea di Saronno, in provincia di Varese, non ho potuto fare a meno di riflettere su un paradosso che ormai sta diventando la norma nelle nostre scuole.

    ​C’è un profumo che appartiene alla memoria di quasi tutti noi, quello del muschio fresco e della colla vinilica mentre, da piccoli, si preparava il presepe in classe. C’è quell'emozione che ti faceva tremare le gambe prima di salire sul palco per la recita di Natale, e quello sguardo, a volte anche solo distratto ma rassicurante, verso il crocifisso appeso sopra la lavagna.

    ​Non è solo una questione di fede. È un filo invisibile che ci tiene legati a chi siamo, alla nostra arte, alla nostra storia e a quell'idea di umanità che abbiamo costruito insieme, secolo dopo secolo.
    ​Oggi, però, sembra che questo filo si stia spezzando. In nome di una "inclusività" che spesso somiglia più alla paura, stiamo assistendo a una silenziosa cancellazione delle nostre tradizioni. Ed è un qualcosa che fa male, perché lascia un senso di vuoto e di smarrimento.

    ​Sia chiaro, l’apertura verso gli altri è sempre una ricchezza. Il problema nasce quando si crea uno squilibrio che ferisce. Non possiamo ignorare che esistano "certe" correnti politiche nostrane che fanno continuamente l'occhiolino al mondo islamico, cercando di silenziare la nostra identità per un tornaconto ideologico. Invece di promuovere un incontro vero, queste fazioni preferiscono censurare le nostre radici, convinte che per "non offendere" sia necessario sparire.

    ​Da un lato, vediamo canzoncine di Natale censurate o le "Feste Natalizie" trasformate in fredde "feste d'inverno". Ma allora viene da chiedersi... davvero per rispettare gli altri dobbiamo cancellare noi stessi?

    ​Dall'altro, vediamo togliere i presepi e i crocifissi dalle aule. Ma rimuovere un simbolo non crea uno spazio accogliente, crea solo un deserto emotivo. Come facciamo a spiegare ai nostri figli che quei segni che raccontano chi siamo sono improvvisamente diventati qualcosa di cui vergognarsi o da nascondere?

    E qui spunta il paradosso che lascia l'amaro in bocca, mentre le nostre tradizioni vengono messe in soffitta per "troppa prudenza" e calcolo politico, non si trova alcun ostacolo nell'organizzare visite didattiche nelle moschee, come accaduto appunto a Saronno.
    L’apertura è un valore, ma diventa incomprensibile se, per guardare fuori, decidiamo di chiudere a chiave la nostra porta di casa.

    ​L’empatia non può funzionare a senso unico. Per costruire un ponte servono due sponde, ed entrambe devono essere solide e sicure. Se insegniamo ai nostri ragazzi che la loro storia è un "disturbo" per gli altri, non stiamo insegnando la tolleranza, ma la soggezione.

    ​Un bambino che impara ad amare e rispettare le proprie tradizioni sarà lo stesso che domani entrerà con rispetto e curiosità in una moschea o in una sinagoga. Cancellare chi siamo non aiuta nessuno, toglie solo ai giovani la bussola per capire quanto è bella la diversità.

    ​Penso a questo punto che sia giunta l' ora di tornare a una scuola che non abbia paura dei propri simboli e della propria memoria.
    Perché solo chi sa bene da dove viene può tendere la mano al mondo con sincerità, senza il rischio di perdersi nel vuoto.

    Questo è quanto

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    1. Tutto vero, ma questi commenti vengono posti dai giudaizzanti per farci dimenticare chi è il nemico metafisico del Cattolicesimo. Aichardus

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  4. Sì, però citare Wikipedia come fonte autorevole mi sembra un po' esagerato...

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  5. « Europa has the values of the Talmud : the jewish sense of personal responsability, of justice and of solidarity… » (Ursula von der Leyen, présidente de la Commission européenne, lors d'un discours à la Ben Gurion University of the Negev, le 14 juin 2022).

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  6. ... e Open Doors, sostenuta da Soros, promotrice dell'immigrazionismo di massa!

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  7. " un soldato delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), "
    tutto come 2000 anni orsono.Un soldato si difende
    dall'Infinito Amore. Penso di fare celebrare
    una Santa Messa per quel soldato dell'IDF affinche' il
    Sangue e l'Acqua dell'UomoDio lo sommerga di amore
    e gli restituisca il candore immacolato dei gigli.
    Dio abbia pieta' di questo soldato e di noi che forse
    non facciamo gesti così plateali ma quanto a peccati
    in pensieri ed opere non siamo da meno. Amen

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  8. da un commento su Stilum curiae

    Non sapendo ancora il suo nome, lo chiamerò Aaron.
    Aaron ha fatto un gesto violento e scandaloso, sfortunatamente per lui immortalato da una foto. Certamente la catena di comando dell’Idf indagherà e farà luce e Aaron riceverà una punizione esemplare.

    La fregatura per Aaron è stata la foto.

    Ma Aaron non spunta come un fungo nel bosco… non è una risorsa ubriaca che si aggira per la via brandendo il machete. Aaron è in divisa. Nel mondo oggi sono in molti con una divisa che rappresenta qualcuno che va al di là del tuo semplice io.
    Con quella divisa, qua e là, se ne combinano di ogni sorta e quasi mai con una foto o un filmato. Nel dubbio non di rado si elimina anche chi fotografa e filma e le catene di comando suddette ne sanno qualcosa.

    Allora vorrei superare lo sdegno verso Aaron.

    Seguo Colui, crocefisso, che ha preso la sua mazzata simbolica. Anche il Crocefisso non si sdegnò con il manipolo di uomini in divisa incaricato di crocefiggerlo.
    L’ipocrisia è a monte. L’odio verso Cristo è insegnato e Aaron l’ha imparato.

    Non vale solo per lui. Nel mio comune c’è uno scritto sul muro (userò in nome di fantasia) che riporta: “Dax vive, Dax odia”. Questo giovanissimo prodotto della nostra società benestante scrive sul muro che siccome vive, lui odia.
    E diranno i benpensanti: no, nella nostra scuola non si insegna l’odio, ma la pace.
    Come no… i nostri valori resistenti e liberali, celebrati in settimana, hanno torturato e ucciso il quattordicenne Rolando Rivi in talare.
    Nel mondo sono tutti resistenti e liberali, ma se non piace come uno si veste è sufficiente per torturalo ed eliminarlo. Recentemente, un paio d’anni fa, ne hanno profanato la tomba. Dà ancora fastidio. Ecco perchè ad Aaron dà fastidio il crocefisso e giù mazzate.

    Peccato per la foto. Altrove hanno fatto il tiro a segno sulle ambulanze o su chi andava a recuperare acqua e cibo… E’ la guerra, dicono.
    I nostri pacifisti sfasciano negozi, auto in sosta e malmenano dei ragazzi in divisa, spesso indifesi nel cercare di mantenere l’ordine. Anche loro a volte però beccati in flagrante a commettere abusi, come a Genova nel 2001 alla Diaz.
    Questo per dire che Aaron e Dax non sono soli.

    L’ipocrisia è a monte.
    L’ha smascherata il Crocefisso, l’unico che salva perchè dice che la vita è amare e che Lui è Amore.
    Ma anche dentro i suoi, i testimoni, non mancano i traditori.
    Certamente perchè Cristo non avrebbe mai fatto patti con il diavolo e loro qualche volta sì.

    Chissà se c’è una foto.

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  9. Dopo il “caso Pizzaballa”, è arrivata la fotografia che mostra la distruzione di un crocifisso da parte di un soldato israeliano nella parte del Libano invasa da Tel Aviv (loro possono invadere altre nazioni senza ricevere sanzioni dalla ragliante “comunità internazionale”). Questi fatti sono solo la punta d’iceberg dell’azione sionista pluridecennale, per occupare la Palestina, il Libano e la Siria, svuotare queste terre della presenza cristiana e inglobarle nella “Grande Israele”.
    Diverse chiese e conventi di Gerusalemme e della Galilea negli ultimi anni hanno subito degli attentati (i più gravi: l’incendio alla chiesa della moltiplicazione dei pani e pesci a Tabgha, il tentativo di incendio alla basilica del Getsemani, le martellate alla statua dell’Ecce homo nella chiesa della Flagellazione lungo la Via Dolorosa, la profanazione del cimitero cattolico al Monte Sion), senza suscitare l’indignazione dei media. Negli ultimi mesi i coloni hanno preso di mira il villaggio cristiano di Taybeh e altre comunità cristiane in Cisgiordania; a Beit Sahour, vicino a Betlemme, una famiglia cristiana ha avuto i terreni espropriati per costruire nuovi insediamenti. A Gaza le bombe non hanno risparmiato la chiesa cattolica, quella greco-scismatica, la scuola del Patriarcato e un convento di suore e alcune decine di cristiani sono state uccise.
    Mentre Bibi fa gli auguri pasquali ai cristiani (buon sangue fariseo non mente) e proclama che il suo esercito è il più “morale del mondo”, in Libano hanno ammazzato un prete, ucciso dei fedeli e svuotato decine di villaggi cristiani, le cui chiese sono in balia della soldataglia cresciuta nel fanatismo talmudico. Un episodio è stato documentato, molte altre profanazioni rimangono nascoste.
    https://www.centrostudifederici.org/il-crocifisso-preso-a-martellate-in-libano-la-punta-diceberg-dellodio-ebraico-per-i-cristiani/

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