Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella celebrazione domenicale qui .
In Illo Tempore:
Domenica del Buon Pastore – 2ª dopo Pasqua
Nel rito romano tradizionale, la seconda domenica dopo Pasqua è chiamata Domenica del Buon Pastore. Il titolo è pienamente meritato. Il Vangelo presenta il discorso di Cristo in Giovanni 10; l’Epistola, tratta dalla Prima lettera di Pietro, racchiude in sé il Servo Sofferente di Isaia; e la Stazione romana nell’antichità era presso San Pietro sul colle Vaticano, presso la tomba del primo e principale pastore delle pecore. La Messa è intessuta di un’unica immagine, ma quell’immagine è più ricca e più esigente di quanto la pietà sentimentale di solito consenta. Cristo è il Buon Pastore. Egli conosce le Sue pecore. Le chiama. Le cerca. Le raduna. Offre la Sua vita per loro. Egli è anche, nella forte espressione di Pietro, il pastor et episcopus animarum vestrarum, il Pastore e Vescovo delle vostre anime.
Questo titolo, tratto da 1 Pietro 2,25, merita attenzione. Pietro scrive a cristiani sotto persecuzione in Asia Minore, cristiani messi alla prova dal fuoco. Egli pone davanti a loro la Passione di Cristo non semplicemente come un oggetto distante di ammirazione, ma come il modello nel quale essi stessi sono chiamati a entrare.
“A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, affinché Ne seguiate le orme” (v. 21).
La vocazione cristiana assume molte forme a seconda dello stato di vita, ma dietro a tutte vi è una chiamata universale: seguire il Signore anche nella sofferenza. Non si tratta di un incidente aggiunto al discepolato, né di un effetto collaterale sfortunato della religione. Pietro dice: “a questo siete stati chiamati”. Il discepolo segue il maestro dove il maestro va, così come le pecore seguono il pastore.
L’uso che Pietro fa di Isaia 53 approfondisce il punto. La sofferenza di Cristo è sofferenza innocente. “Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla Sua bocca” (v. 22). Il Servo Sofferente “non aprì la Sua bocca”; non vi era “inganno nella Sua bocca”; “dalle Sue piaghe siamo stati guariti”. Pietro raccoglie questi tratti nella Passione di Cristo e li estende alla vita dei cristiani. La sofferenza, in sé, è comune a tutta l’umanità. Pietro parla della sofferenza del cristiano, sofferenza sopportata in unione con Cristo, sofferenza che può essere portata con innocenza, pazienza e carità. Vi è una sofferenza che deriva dal fatto che gli uomini fanno il male e vengono puniti. Pietro non ha alcun interesse a glorificare questo. Altrove dice: “Nessuno di voi soffra in quanto omicida, o ladro, o malfattore, o intrigante” (1 Pietro 4,15). Tuttavia, “se uno soffre come cristiano, non se ne vergogni, ma sotto questo nome glorifichi Dio”. La distinzione è essenziale. La sofferenza cristiana non è mero dolore: è sofferenza assunta nell’offerta obbediente di Cristo.
Ecco perché l’immagine del pastore e la croce si incontrano. Nel Vangelo, il Signore dice: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore”. Lo dice a uomini che conoscevano le Scritture. Conoscevano il Salmo 23 (nella numerazione della Vulgata, Salmo 22): “Il Signore è il mio pastore”. Conoscevano Ezechiele 34, con la sua denuncia ardente dei falsi pastori che pascono se stessi e disperdono il gregge. Sapevano che Dio aveva promesso di venire Egli stesso, di cercare le Sue pecore Egli stesso, di salvarle Egli stesso, e tuttavia anche di porre su di esse “il mio servo Davide”. Pertanto, quando Cristo dice: “Io sono il buon pastore”, rivendica più di una semplice sollecitudine pastorale. Si colloca nella linea delle promesse divine. Il pastore atteso non sarebbe stato semplicemente un altro capo religioso tra i tanti. Sarebbe stato il pastore davidico e, nel pieno senso di Ezechiele, Dio con il Suo popolo.
Il contrasto con il mercenario rende tutto ancora più netto. Il mercenario fugge perché le pecore non sono davvero sue. Non ha con loro un legame interiore. Calcola il rischio. Valuta se stesso più del gregge. Cristo invece dice: “Io conosco le Mie pecore e le Mie pecore conoscono Me, come il Padre conosce Me e Io conosco il Padre” (Giovanni 10,14-15). Si tratta di un innalzamento vertiginoso dell’idea di “conoscere”. Non è una semplice cognizione, come un archivio di schede di un pastore. Il Figlio conosce il Padre nell’intimità eterna dell’amore e del dono di sé. Cristo colloca il gregge nello splendore di questa relazione. Il gregge lo conosce perché la grazia ha creato un legame reale. Le pecore ascoltano la Sua voce, lo seguono e, in questo seguirlo, sono raccolte nell’unità. “Vi sarà un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10,16).
Questa promessa di unità non è un dettaglio secondario. Le pecore disperse sono in pericolo proprio perché sono disperse. Le pecore che vagano sole non restano pecore a lungo. “Diventarono preda di tutte le bestie selvatiche”, come dice Ezechiele. La stessa urgenza sta sotto le parole del Signore in Giovanni 10. Se il Pastore offre la vita, il pericolo deve essere proporzionato al sacrificio. Egli non muore perché il gregge è solo lievemente infastidito. Muore perché le pecore sono in pericolo mortale. Questo tema risuona magnificamente nella Colletta tradizionale di questa domenica:
Una resa letterale:Deus, Qui in Filii Tui humilitate iacentem mundum erexisti:fidelibus Tuis perpetuam concede laetitiam;ut, quos perpetuae mortis eripuisti casibus,gaudiis facias perfrui sempiternis.
O Dio, Che per l’umiliazione del Tuo Figlio hai rialzato un mondo caduto, concedi ai Tuoi fedeli una gioia perpetua, affinché coloro che hai strappato ai casi della morte eterna possano godere delle gioie eterne.
La preghiera non consente una valutazione superficiale della nostra condizione. Eravamo naufraghi in un mondo decaduto. Siamo stati strappati da Cristo alla morte eterna. L’altezza della gioia qui offerta è resa più acuta dalla profondità dell’abisso da cui siamo stati liberati.
Anche retoricamente la preghiera predica. La ripetizione perpetua... perpetuam... sempiternis insiste sulla definitività. L’iperbato conferisce enfasi. L’opposizione tra perpetuae mortis casibus e gaudiis sempiternis spinge l’anima verso una decisione. L’intera orazione ricorda che l’opera del Pastore riguarda le realtà ultime. Egli salva dalla morte eterna. Egli conduce alla gioia eterna. Cristo conosce le Sue pecore perché conosce il loro pericolo. Le cerca perché conosce la loro debolezza. Offre la Sua vita perché il predatore è reale.
Inoltre, la Croce è inserita fonicamente nella preghiera, se si tende l’orecchio. Ecco come appare visivamente.
A B
X
B A
Quel gaudiis sempiternis (con iperbato, cioè separazione delle parole) alla fine del colon è in antitesi con perpetuae mortis casibus (anch’esso con iperbato). Insieme formano un chiasmo, come la lettera greca chi a forma di X, figura retorica comune nel greco e nel latino antichi, usata per dare enfasi. Il chiasmo è una struttura A-B-B-A che, disposta così, ne rivela la forma.
“A questo siete stati chiamati”. Il discepolo segue il maestro ovunque egli vada, come le pecore seguono il pastore. Pietro usa non solo l’immagine del pastore (poimaíno) della nostra anima che ci guida sul cammino della sofferenza, ma anche quella di ciò che, nella RSV [Revised Standard Version, una delle traduzioni in inglese della Bibbia, N.d.T.], è tradotto guardian, “custode” della nostra anima. Qui la RSV inciampa un poco, o meglio perde qualcosa nella traduzione. È sempre un rischio: dobbiamo scegliere una parola della nostra lingua per rendere il significato di una parola di un’altra. Talvolta vi sono più significati validi in concorrenza. Il termine greco dietro “custode” è epískopos, che significa “sorvegliante”. Più tardi, in 1 Pietro 5,1-2 (spesso letto nella Messa nel Vetus Ordo, come è successo il giorno in cui ho pubblicato originariamente questo testo), i termini poimaíno ed epískopos si fondono in modo intercambiabile con “anziano… presbýteros”.
“Esorto dunque gli anziani che sono tra voi, io che sono anziano come loro (sympresbýteros) e testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete (poimánate) il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo (episkopoûntes)…” (cfr. anche Atti 20,28).
Con una nota forse un po’ frivola, esiste un altro termine correlato in 1 Pietro 4,15: allotriepískopos, cioè “ficcanaso, intrigante”, uno che si intromette negli affari altrui.
Il gregge, la pastorizia, la vigilanza, l’ufficio ecclesiale, la sofferenza e la gloria stanno insieme. Cristo non è semplicemente una figura rustica ispiratrice. Egli è il Pastore crocifisso e risorto, il Cui stesso ufficio pastorale fonda e giudica ogni ministero ecclesiale. Ecco perché la Stazione a San Pietro è così appropriata. La Chiesa si raduna presso le ossa dell’Apostolo che udì sulla riva del lago di Galilea: “Mi ami? Pasci i Miei agnelli… pasci le Mie pecore… seguiMi”. Pietro poté essere pastore del gregge di Cristo solo dopo essere stato riconciliato nell’amore e attratto nel modello del sacrificio del Signore. Il comando “SeguiMi” è insieme pastorale e martiriale.
Fin dai primi secoli i cristiani compresero la potenza di questa immagine. Il Buon Pastore appare ovunque: nelle catacombe, nei mosaici, nelle sculture, nell’arte funeraria. L’antico motivo del kriophoros, il portatore della pecora, fu facilmente assunto nell’immaginario cristiano, proprio perché già evocava pace e passaggio sicuro. La Chiesa battezzò questa forma riempiendola del contenuto del Vangelo. Tuttavia l’uso cristiano andò oltre il semplice fascino bucolico. Il Pastore porta la pecora perché era perduta. La porta perché non poteva salvarsi da sola. La cerca perché si era smarrita. Beda lo vide chiaramente nel suo commento a 1 Pietro: “Gesù ha voluto redimerci a tal punto che ha posto i nostri peccati sulle Sue spalle e li ha portati per noi sul legno, per darci la vita eterna insieme ai beni di questo mondo. Egli viene ogni giorno a visitarci con la luce che ci ha dato, per custodirla e farla crescere. Per questo è chiamato non solo pastore ma anche custode delle nostre anime” (In I Petri epistolam expositio, ad 1 Pt 2,25, PL 93:54). La lettura di Beda unisce la parabola della pecora smarrita, la Passione, la grazia quotidiana e il titolo epískopos. Il Pastore porta la pecora sulle spalle perché prima ha portato i nostri peccati sul legno.
Perciò la liturgia di questa domenica rende presente l’azione attuale di Cristo su di noi. Nei riti sacri, le Sue parole sono parole vive. Il Pastore parla ancora. Raduna ancora. Guarisce ancora. Cerca ancora “altre pecore” e vuole che vi sia un solo gregge e un solo pastore. Vi è nel passo una pressione pastorale e missionaria che nessun ascolto onesto può evitare. Quando Cristo dice di avere altre pecore che non sono di questo ovile, rivela sia l’ampiezza della Sua intenzione sia la funzione strumentale della Sua Chiesa. Il frutto della Sua morte è il raduno. Giovanni lo rende chiaro dopo la cupa profezia di Caifa: Gesù sarebbe morto “non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi”. L’unità ecclesiale appartiene dunque allo scopo della Croce.
Ciò conferisce forza alla nota romana che risuona in questa domenica. La Stazione è San Pietro. L’Epistola è di Pietro. L’ufficio visibile di pastore nella Chiesa è così posto sotto l’exemplum di Cristo archipoímen, il Pastore supremo. Pietro e i suoi successori non sono pastori paralleli accanto a Cristo, ma ministri all’interno della Sua unica pastorizia. Da qui deriva la speranza di unità visibile nella Santa Chiesa Cattolica Romana. Si consideri la forza di Lumen gentium 14:
“Quare illi homines salvari non possent, qui Ecclesiam Catholicam a Deo per Iesum Christum ut necessariam esse conditam non ignorantes, tamen vel in eam intrare, vel in eadem perseverare noluerint”.
“Perciò non possono salvarsi quegli uomini che, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, tuttavia non vogliono né entrarvi né perseverarvi”.
Questo linguaggio è duro solo se ci si è dimenticati dei lupi. Una volta ricordato il pericolo delle pecore disperse, la severità diventa medicina. Il Pastore vuole la sicurezza del gregge.
Questa domenica si rivolge anche ai pastori. La pastorizia di Cristo è sacrificale. Ogni ufficio nella Chiesa che lo dimentichi diventa opera di mercenari. Ogni esercizio dell’autorità separato dall’amore per il gregge diventa estraneo al Vangelo. Pietro stesso imparò che l’incarico pastorale comincia con la domanda: “Mi ami?”. Continua a nutrire le pecore. Si sigilla nel seguire il Signore fino alla croce. Cristo, il Buon Pastore, rimane la misura. Solo Lui può rendere veri i pastori umani.
La Domenica del Buon Pastore è una consolazione. Egli chiama ciò che è perduto. Non cessa di custodire ciò che ha redento. È dunque anche un’esortazione. Se siamo pecore, dobbiamo ascoltare la Sua voce. Se ci siamo smarriti, dobbiamo tornare. Se vi è peccato mortale, la confessione non è facoltativa. Tornate al Pastore e Vescovo della vostra anima. Se conosciamo cattolici che si sono allontanati, o persone fuori dal gregge, non ci è permesso pascolare pigramente. Forse conoscete qualcuno che, grazie al vostro buon esempio, al vostro atteggiamento sereno, alla vostra solida conoscenza della dottrina e della storia, potrebbe essere rialzato da un mondo decaduto e ricondotto alla felicità di essere un cattolico devoto e praticante.
Nessuna sofferenza unita a Cristo è vana. Nessun ritorno a Lui è inutile. Nessuna pecora che rimanga vicina a un tale Pastore può andare definitivamente perduta, a meno che non rifiuti la Sua voce.
P. John Zuhlsdorf – 18 aprile 2026
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

Nessun commento:
Posta un commento
I commenti vengono pubblicati solo dopo l'approvazione di uno dei moderatori del blog.