«Dobbiamo andare avanti»: Papa Leone e la situazione di stallo nella Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Dom Alcuin Reid
Le dichiarazioni rilasciate martedì sera dal Santo Padre in merito alle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X rappresentano la prima volta in cui il Papa in persona si è pronunciato sulla questione. Certo, le sue parole sono state una breve risposta a una domanda giornalistica apparentemente improvvisata, ma la risposta di Sua Santità è al tempo stesso concisa e illuminante.
Papa Leone sembrava quasi rassegnato all'inasprimento della divisione: «Stiamo valutando la possibilità di rivolgere un altro appello, dicendo: "Non fatelo. Cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa", ma la scelta è loro. Devono capire cosa significa per loro e per la Chiesa». Questo probabilmente riflette il pensiero dei consiglieri del Santo Padre: tra loro sembra esserci poca speranza di superare l'impasse. Sembrano semplicemente prepararsi freddamente a dichiarare la pena canonica della scomunica e forse uno scisma.
È comprensibile. Le comunicazioni piuttosto brusche tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, avvenute nel febbraio di quest'anno, non hanno fatto molto per aprire le porte o per dare speranza che si sarebbero aperte a breve. Da allora, entrambe le parti sembrano aver semplicemente continuato come al solito, preparandosi al 1° luglio e a tutto ciò che probabilmente ne conseguirà, con un'efficienza quasi fatalistica.
Eppure il Santo Padre ha anche affermato che «la divisione tra i cristiani è sempre una questione dolorosa». Per l'uomo la cui stessa vocazione è quella di essere «la fonte e il fondamento perpetui e visibili dell'unità sia dei vescovi sia di tutta la comunità dei fedeli» ( Catechismo della Chiesa Cattolica, 882), questo è più che un'eufemismo. Tale divisione è una catastrofe ecclesiale – niente di meno che una nuova ferita nel Corpo di Cristo, e non qualcosa da accettare semplicemente come inevitabile. Come scrisse Papa Benedetto XVI nel tentativo di sanare tale divisione:
Papa Leone ha lamentato che la Fraternità Sacerdotale San Pio X «si rifiuta di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II» – ed è proprio qui che si presenta l'impasse. Infatti, a febbraio il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sottolineato come la questione dei «diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e dalla loro interpretazione» sia cruciale per individuare «i requisiti minimi per la piena comunione con la Chiesa cattolica».
Il problema sta nel confondere “certi elementi fondamentali della Chiesa” con “vari punti del Concilio Vaticano II” e, con il massimo rispetto per il Santo Padre – la cui sincerità non è in discussione – e i suoi collaboratori, lo sforzo aggiuntivo richiesto oggi è quello di tracciare finalmente la necessaria distinzione tra i due. Vale a dire, dobbiamo essere assolutamente chiari sul fatto che gli “elementi fondamentali della Chiesa” sono quelli che un neoconvertito deve accettare quando dice “Credo e professo tutto ciò che la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama essere rivelato da Dio” – niente di più, niente di meno. Nessuno ha il diritto di pretendere di più. Nessuno può permettere di meno.
Gli “elementi fondamentali della Chiesa” si trovano negli insegnamenti della Sacra Scrittura, nelle definizioni dogmatiche dei concili ecumenici della Chiesa, nei Credi e negli insegnamenti infallibili dei Papi in materia di fede e di morale. Questi sono i requisiti minimi per essere in comunione con l'unica e vera Chiesa Cattolica fondata da Cristo. Nelle parole di San Paolo, la Sacra Liturgia ci insegna nell'epistola della Messa votiva per l'Unità della Chiesa che “vi è un solo corpo e un solo Spirito, come anche siete stati chiamati all'unica speranza della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, attraverso tutti e in tutti” (Ef 4,3-7). Questi sono gli “elementi fondamentali della Chiesa”.
Come sappiamo fin troppo bene dalla storia della Chiesa, ci sono molti altri aspetti della vita ecclesiastica, ieri come oggi, tutt'altro che fondamentali e sui quali i cattolici possono legittimamente avere opinioni diverse. Le politiche papali all'epoca delle Crociate erano corrette? La Chiesa avrebbe dovuto condannare e bruciare Giovanna d'Arco? La risposta alla Riforma protestante o alla Rivoluzione francese avrebbe dovuto essere diversa? La Santa Sede sta gestendo in modo appropriato la crisi della Chiesa in Germania? [E in Cina? -ndT]. L'elenco potrebbe continuare all'infinito.
Oggi, la questione è se le autorità ecclesiastiche possano finalmente ammettere che le politiche e gli orientamenti pastorali del Concilio Vaticano II (la politica di aggiornamento, o rinnovamento della Chiesa, come è stata chiamata) siano proprio questo: giudizi prudenziali formulati in un determinato periodo storico (ormai più di 60 anni fa) e non dottrine della fede cattolica "che la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama come rivelate da Dio". Le politiche del Vaticano II e le loro spesso mutate applicazioni non costituiscono un "super dogma" al quale si debba aderire per essere cattolici. Il Credo che cantiamo a Messa non inizia con Credo in concilium Vaticanum secundum... ma con Credo in unum Deum...
Non è una richiesta da poco, poiché tre generazioni di clero e fedeli si sono formate partendo dal presupposto che si debba credere incondizionatamente in quelle politiche pastorali e in tutto ciò che esse rappresentano. Vite sono state vissute e carriere costruite su queste fondamenta. I cosiddetti "negazionisti del Concilio Vaticano II" sono stati emarginati e ignorati per decenni.
Quando qualcuno chiede se la Fraternità Sacerdotale San Pio X o qualche altra persona o gruppo "accetta il Concilio Vaticano II", cosa sta chiedendo in realtà? Che si sia svolto? Nessun problema. Che sia stato un concilio ecumenico validamente convocato dalla Chiesa cattolica? Anche questo non è un problema. Che la persona o il gruppo ne accetti le definizioni dogmatiche? Ancora una volta, non c'è alcuna difficoltà: il Concilio Vaticano II non ha formulato definizioni dogmatiche, vale a dire che non ha insegnato né proclamato nulla di nuovo, rivelato da Dio, che tutti i cattolici debbano condividere. Se lo avesse fatto, l'accettazione di questi insegnamenti sarebbe stata una condizione minima per la piena comunione con la Chiesa cattolica. Ma non l'ha fatto.
In realtà, la domanda che ci si pone è se un gruppo o un individuo accetti o meno le politiche e gli orientamenti pastorali autorevolmente adottati dal Concilio all'inizio degli anni '60 o, più spesso, se l'attuazione post-conciliare delle politiche conciliari (che spesso differiscono significativamente dalle intenzioni dei Padri conciliari del Vaticano II) sia accettata come indiscutibilmente vincolante. Questo per dirla in modo gentile. La realtà è che da tempo qualsiasi mancanza di docilità, o qualsiasi domanda critica, sulle politiche conciliari e sulla loro attuazione è stata condannata come l'imperdonabile eresia moderna di "non accettare il Vaticano II".
Il rispetto è dovuto alle politiche e agli insegnamenti non definiti di un concilio ecumenico, certamente, ma si può liberamente mettere in discussione la saggezza dei giudizi prudenziali di qualsiasi concilio generale della Chiesa senza negare nulla di ciò che "la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama essere rivelato da Dio", siano essi giudizi sulla politica in materia di libertà religiosa, sul desiderio di riforma della liturgia, su un'ingenua e idealistica apertura al mondo moderno, sul desiderio di ecumenismo, o su qualsiasi altra cosa. In tutti questi ambiti, come in altri, si riscontrano differenze significative, se non addirittura deviazioni sostanziali, rispetto alle posizioni sfumate adottate al Concilio e alla loro successiva interpretazione e attuazione.
Con il senno di poi e l'esperienza di 60 anni, un cattolico fedele potrebbe persino suggerire che sia giunto il momento di rivedere, abbandonare o riallocare alcune di queste politiche per l'urgente bene della Chiesa e la salvezza delle anime. Ma no. Per molti ecclesiastici, in particolare i vescovi, questo è semplicemente impensabile. Tradirebbe tutto ciò in cui credono e per cui hanno lavorato per tutta la vita. Credo in concilium Vaticanum secundum... è davvero il loro credo.
Il Santo Padre è senza dubbio in grado di apprezzare questa distinzione, ma le persone che lo circondano potrebbero avergli offuscato la comprensione della sua cruciale importanza, soprattutto in questo momento. In verità, infatti, solo il Papa, in quanto Scriba del Regno dei Cieli che attinge dal suo tesoro cose nuove e vecchie a suo tempo (cfr. Mt 13,52), può chiarire una volta per tutte la natura pastorale del Concilio Vaticano II e di tutte le sue politiche e orientamenti, e permettere la loro tanto attesa e rispettosa valutazione critica, con la libertà di coscienza e di espressione che è diritto di tutti i fedeli.
Sarebbe una mossa coraggiosa. Potrebbe essere vista, per certi versi, come una capitolazione, senza però pretendere nulla dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X o da altri che, a volte, hanno contribuito a creare un clima di accusa e sfiducia con parole e azioni inopportune. La Fraternità San Pio X deve evitare di diventare un ghetto o di presentarsi come l'unico arbitro della Verità, pur avendo cercato semplicemente di preservare la vita e l'insegnamento cattolico tradizionale nella loro integrità. Non c'è posto per le sette nella comunione della Chiesa.
La netta distinzione tracciata dal Santo Padre potrebbe essere vista anche come un vero e proprio atto pastorale di un buon pastore, che cerca le pecore smarrite nella speranza di ricondurle all'unico ovile della Chiesa. Se è vero che, in passato, «nei momenti critici in cui si verificavano divisioni, i capi della Chiesa non fecero abbastanza per mantenere o ristabilire la riconciliazione e l'unità», allora abbiamo certamente «l'obbligo oggi di fare ogni sforzo affinché tutti coloro che desiderano veramente l'unità possano rimanervi o raggiungerla di nuovo».
Martedì il Santo Padre ha concluso il suo intervento dicendo: «Se [la Fraternità Sacerdotale San Pio X] farà queste scelte [di rifiutare alcuni punti del Concilio Vaticano II], mi dispiace. Ma dobbiamo andare avanti». Preghiamo, digiuniamo e lavoriamo in ogni modo possibile affinché possiamo tutti progredire in quell'unità di fede che cantiamo nel Credo, liberi da qualsiasi esagerazione sulla natura o sulle politiche del Concilio Vaticano II. E imploriamo con fervore il Cielo con le nostre preghiere affinché il Santo Padre riceva le grazie particolari di cui ha bisogno per essere veramente la «fonte e il fondamento visibile dell'unità» nella Chiesa in questo momento di crisi.
Papa Leone sembrava quasi rassegnato all'inasprimento della divisione: «Stiamo valutando la possibilità di rivolgere un altro appello, dicendo: "Non fatelo. Cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa", ma la scelta è loro. Devono capire cosa significa per loro e per la Chiesa». Questo probabilmente riflette il pensiero dei consiglieri del Santo Padre: tra loro sembra esserci poca speranza di superare l'impasse. Sembrano semplicemente prepararsi freddamente a dichiarare la pena canonica della scomunica e forse uno scisma.
È comprensibile. Le comunicazioni piuttosto brusche tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, avvenute nel febbraio di quest'anno, non hanno fatto molto per aprire le porte o per dare speranza che si sarebbero aperte a breve. Da allora, entrambe le parti sembrano aver semplicemente continuato come al solito, preparandosi al 1° luglio e a tutto ciò che probabilmente ne conseguirà, con un'efficienza quasi fatalistica.
Eppure il Santo Padre ha anche affermato che «la divisione tra i cristiani è sempre una questione dolorosa». Per l'uomo la cui stessa vocazione è quella di essere «la fonte e il fondamento perpetui e visibili dell'unità sia dei vescovi sia di tutta la comunità dei fedeli» ( Catechismo della Chiesa Cattolica, 882), questo è più che un'eufemismo. Tale divisione è una catastrofe ecclesiale – niente di meno che una nuova ferita nel Corpo di Cristo, e non qualcosa da accettare semplicemente come inevitabile. Come scrisse Papa Benedetto XVI nel tentativo di sanare tale divisione:
«Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l'impressione che, nei momenti critici in cui le divisioni si manifestavano, i capi della Chiesa non abbiano fatto abbastanza per mantenere o ristabilire la riconciliazione e l'unità. Si ha l'impressione che anche le omissioni da parte della Chiesa abbiano contribuito all'inasprimento di queste divisioni. Questo sguardo al passato ci impone oggi un obbligo: fare ogni sforzo affinché tutti coloro che desiderano veramente l'unità possano rimanervi o raggiungerla nuovamente». ( Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007)Che cosa bisogna fare oggi da parte dei leader della Chiesa affinché la FSSPX e gli altri possano “vivere la comunione nella Chiesa” come desidera il Santo Padre? Qual è il “miglio in più” (cfr. Mt 5,41) richiesto oggi per raggiungere questo obiettivo?
Papa Leone ha lamentato che la Fraternità Sacerdotale San Pio X «si rifiuta di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II» – ed è proprio qui che si presenta l'impasse. Infatti, a febbraio il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sottolineato come la questione dei «diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e dalla loro interpretazione» sia cruciale per individuare «i requisiti minimi per la piena comunione con la Chiesa cattolica».
Il problema sta nel confondere “certi elementi fondamentali della Chiesa” con “vari punti del Concilio Vaticano II” e, con il massimo rispetto per il Santo Padre – la cui sincerità non è in discussione – e i suoi collaboratori, lo sforzo aggiuntivo richiesto oggi è quello di tracciare finalmente la necessaria distinzione tra i due. Vale a dire, dobbiamo essere assolutamente chiari sul fatto che gli “elementi fondamentali della Chiesa” sono quelli che un neoconvertito deve accettare quando dice “Credo e professo tutto ciò che la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama essere rivelato da Dio” – niente di più, niente di meno. Nessuno ha il diritto di pretendere di più. Nessuno può permettere di meno.
Gli “elementi fondamentali della Chiesa” si trovano negli insegnamenti della Sacra Scrittura, nelle definizioni dogmatiche dei concili ecumenici della Chiesa, nei Credi e negli insegnamenti infallibili dei Papi in materia di fede e di morale. Questi sono i requisiti minimi per essere in comunione con l'unica e vera Chiesa Cattolica fondata da Cristo. Nelle parole di San Paolo, la Sacra Liturgia ci insegna nell'epistola della Messa votiva per l'Unità della Chiesa che “vi è un solo corpo e un solo Spirito, come anche siete stati chiamati all'unica speranza della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, attraverso tutti e in tutti” (Ef 4,3-7). Questi sono gli “elementi fondamentali della Chiesa”.
Come sappiamo fin troppo bene dalla storia della Chiesa, ci sono molti altri aspetti della vita ecclesiastica, ieri come oggi, tutt'altro che fondamentali e sui quali i cattolici possono legittimamente avere opinioni diverse. Le politiche papali all'epoca delle Crociate erano corrette? La Chiesa avrebbe dovuto condannare e bruciare Giovanna d'Arco? La risposta alla Riforma protestante o alla Rivoluzione francese avrebbe dovuto essere diversa? La Santa Sede sta gestendo in modo appropriato la crisi della Chiesa in Germania? [E in Cina? -ndT]. L'elenco potrebbe continuare all'infinito.
Oggi, la questione è se le autorità ecclesiastiche possano finalmente ammettere che le politiche e gli orientamenti pastorali del Concilio Vaticano II (la politica di aggiornamento, o rinnovamento della Chiesa, come è stata chiamata) siano proprio questo: giudizi prudenziali formulati in un determinato periodo storico (ormai più di 60 anni fa) e non dottrine della fede cattolica "che la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama come rivelate da Dio". Le politiche del Vaticano II e le loro spesso mutate applicazioni non costituiscono un "super dogma" al quale si debba aderire per essere cattolici. Il Credo che cantiamo a Messa non inizia con Credo in concilium Vaticanum secundum... ma con Credo in unum Deum...
Non è una richiesta da poco, poiché tre generazioni di clero e fedeli si sono formate partendo dal presupposto che si debba credere incondizionatamente in quelle politiche pastorali e in tutto ciò che esse rappresentano. Vite sono state vissute e carriere costruite su queste fondamenta. I cosiddetti "negazionisti del Concilio Vaticano II" sono stati emarginati e ignorati per decenni.
Quando qualcuno chiede se la Fraternità Sacerdotale San Pio X o qualche altra persona o gruppo "accetta il Concilio Vaticano II", cosa sta chiedendo in realtà? Che si sia svolto? Nessun problema. Che sia stato un concilio ecumenico validamente convocato dalla Chiesa cattolica? Anche questo non è un problema. Che la persona o il gruppo ne accetti le definizioni dogmatiche? Ancora una volta, non c'è alcuna difficoltà: il Concilio Vaticano II non ha formulato definizioni dogmatiche, vale a dire che non ha insegnato né proclamato nulla di nuovo, rivelato da Dio, che tutti i cattolici debbano condividere. Se lo avesse fatto, l'accettazione di questi insegnamenti sarebbe stata una condizione minima per la piena comunione con la Chiesa cattolica. Ma non l'ha fatto.
In realtà, la domanda che ci si pone è se un gruppo o un individuo accetti o meno le politiche e gli orientamenti pastorali autorevolmente adottati dal Concilio all'inizio degli anni '60 o, più spesso, se l'attuazione post-conciliare delle politiche conciliari (che spesso differiscono significativamente dalle intenzioni dei Padri conciliari del Vaticano II) sia accettata come indiscutibilmente vincolante. Questo per dirla in modo gentile. La realtà è che da tempo qualsiasi mancanza di docilità, o qualsiasi domanda critica, sulle politiche conciliari e sulla loro attuazione è stata condannata come l'imperdonabile eresia moderna di "non accettare il Vaticano II".
Il rispetto è dovuto alle politiche e agli insegnamenti non definiti di un concilio ecumenico, certamente, ma si può liberamente mettere in discussione la saggezza dei giudizi prudenziali di qualsiasi concilio generale della Chiesa senza negare nulla di ciò che "la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama essere rivelato da Dio", siano essi giudizi sulla politica in materia di libertà religiosa, sul desiderio di riforma della liturgia, su un'ingenua e idealistica apertura al mondo moderno, sul desiderio di ecumenismo, o su qualsiasi altra cosa. In tutti questi ambiti, come in altri, si riscontrano differenze significative, se non addirittura deviazioni sostanziali, rispetto alle posizioni sfumate adottate al Concilio e alla loro successiva interpretazione e attuazione.
Con il senno di poi e l'esperienza di 60 anni, un cattolico fedele potrebbe persino suggerire che sia giunto il momento di rivedere, abbandonare o riallocare alcune di queste politiche per l'urgente bene della Chiesa e la salvezza delle anime. Ma no. Per molti ecclesiastici, in particolare i vescovi, questo è semplicemente impensabile. Tradirebbe tutto ciò in cui credono e per cui hanno lavorato per tutta la vita. Credo in concilium Vaticanum secundum... è davvero il loro credo.
Il Santo Padre è senza dubbio in grado di apprezzare questa distinzione, ma le persone che lo circondano potrebbero avergli offuscato la comprensione della sua cruciale importanza, soprattutto in questo momento. In verità, infatti, solo il Papa, in quanto Scriba del Regno dei Cieli che attinge dal suo tesoro cose nuove e vecchie a suo tempo (cfr. Mt 13,52), può chiarire una volta per tutte la natura pastorale del Concilio Vaticano II e di tutte le sue politiche e orientamenti, e permettere la loro tanto attesa e rispettosa valutazione critica, con la libertà di coscienza e di espressione che è diritto di tutti i fedeli.
Sarebbe una mossa coraggiosa. Potrebbe essere vista, per certi versi, come una capitolazione, senza però pretendere nulla dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X o da altri che, a volte, hanno contribuito a creare un clima di accusa e sfiducia con parole e azioni inopportune. La Fraternità San Pio X deve evitare di diventare un ghetto o di presentarsi come l'unico arbitro della Verità, pur avendo cercato semplicemente di preservare la vita e l'insegnamento cattolico tradizionale nella loro integrità. Non c'è posto per le sette nella comunione della Chiesa.
La netta distinzione tracciata dal Santo Padre potrebbe essere vista anche come un vero e proprio atto pastorale di un buon pastore, che cerca le pecore smarrite nella speranza di ricondurle all'unico ovile della Chiesa. Se è vero che, in passato, «nei momenti critici in cui si verificavano divisioni, i capi della Chiesa non fecero abbastanza per mantenere o ristabilire la riconciliazione e l'unità», allora abbiamo certamente «l'obbligo oggi di fare ogni sforzo affinché tutti coloro che desiderano veramente l'unità possano rimanervi o raggiungerla di nuovo».
Martedì il Santo Padre ha concluso il suo intervento dicendo: «Se [la Fraternità Sacerdotale San Pio X] farà queste scelte [di rifiutare alcuni punti del Concilio Vaticano II], mi dispiace. Ma dobbiamo andare avanti». Preghiamo, digiuniamo e lavoriamo in ogni modo possibile affinché possiamo tutti progredire in quell'unità di fede che cantiamo nel Credo, liberi da qualsiasi esagerazione sulla natura o sulle politiche del Concilio Vaticano II. E imploriamo con fervore il Cielo con le nostre preghiere affinché il Santo Padre riceva le grazie particolari di cui ha bisogno per essere veramente la «fonte e il fondamento visibile dell'unità» nella Chiesa in questo momento di crisi.
Dom Alcuin Reid è il priore del Monastère Saint-Benoît a Brignoles, in Francia. Precedenti che lo riguardano a partire da qui

Se il Vaticano Il è così essnziale e fondamentale, allora la chiesa cattolica non è più cattolica
RispondiEliminaQUANDO LA TENEBRA SI PRESENTA COME FEDELTÀ
RispondiElimina[...]
La vera necessità non è dimostrare di essere più puri degli altri. È non rompere l’unità della fede. È non stracciare la veste di Cristo. È non trasformare la Tradizione in una giustificazione della separazione.
Il fedele semplice rischia di trovarsi in mezzo a narrazioni opposte: chi dice di salvare la Tradizione, chi si proclama l’unico coerente, chi resiste “per il bene della Chiesa”. Intanto la comunione si lacera e ciascuno si presenta come custode della luce.
Forse è proprio qui che il Vangelo ci giudica.
La tenebra più pericolosa non è quella che si presenta come tenebra. È quella che parla il linguaggio della luce, usa parole buone, cita crisi reali, si veste di zelo e pretende perfino di correggere l’omelia.
La Tradizione non è una proprietà privata. È la vita della Chiesa che riceve, custodisce e trasmette la fede apostolica. Separata dalla comunione, rischia di diventare splendore esteriore senza cuore cattolico.
Per questo ho scritto una riflessione più ampia. Perché non basta dire di difendere la luce. Bisogna domandarsi se lo sguardo è ancora limpido.
https://mraprt65kxiyo.blog/2026/06/19/quando-la-tenebra-si-presenta-come-fedelta/
"La Tradizione non è una proprietà privata. È la vita della Chiesa che riceve, custodisce e trasmette la fede apostolica"
EliminaSembra ignorare che il problema è QUALE tradizione e QUALE fede...
La Tradizione non appartiene neppure Al Papa , il Vicario di Cristo è mandato a custodirla. Se questo compito è assolto allora la Fraternità San Pio X è in scisma. Quando una realtà come la Fraternità San Pietro in piena comunione si vede negata la celebrazione di una Messa allora qualcosa si è rotto e semmai sono le gerarchie ecclesiastiche che hanno smesso di essere in comunione con la Verità. Quando un Delpini annulla la processione di Corpus Domini per ragioni risibili ma poi nel giorno del Sacratissimo Cuore di Gesù celebra una Messa LGTBQ , è in comunione con la Chiesa ? La Chiesa Petrina ? Mi spiace Padre ma questa non può essere una vera unità , l ' Unità deve essere nella Verità e non nella menzogna e nel quieto vivere.
EliminaNessuno ha combattuto più dei Santi Padri per la purezza della fede e l'integrità della dottrina. Eppure, si potrebbe forse sostenere che essi agissero per apparire più puri degli altri? Una simile interpretazione sarebbe assurda. La loro testimonianza demolisce radicalmente il romanticismo conciliare che circonda il tema dell'unità, poiché la comunione autentica nasce anzitutto dalla verità: «Chi è dalla verità ascolta la mia voce» (Gv 18,37).
EliminaLe autorità conciliari, chiunque esse siano, non possiedono alcuna autorità morale per giudicare coloro che le hanno precedute. Anzitutto perché le loro posizioni sono, quanto meno, segnate da elementi di eterodossia; e non può esistere una vera unità fondata sull'eterodossia. L'unità che esse propongono appare piuttosto come un ideale utopico, sentimentale e irenistico, che come l'autentica unità cattolica insegnata dai Padri della Chiesa, fondata sull'adesione comune alla medesima fede, alla medesima dottrina e alla medesima verità rivelata.
La grande assurdità di tutto ciò sta nel fatto che affidano il giudizio della Fraternità Sacerdotale San Pio X ai costruttori della Chiesa sinodale. La cecità di queste persone è surreale.
EliminaIl conciliabolo ormai è diventato un superdogma. Secondo loro bisogna cancellare 16 secoli per essere ancora cattolici...ma..."Noi aderiamo con tutto il cuore e con tutta l'anima alla Roma cattolica custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento della stessa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità.
RispondiEliminaNoi rifiutiamo, invece, e abbiamo sempre rifiutato di seguire la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono scaturite" . (1974 dichiarazione di mons. Lefebvre). Se poi bisogna andare avanti, come proclama il papa, mi sovviene quella storiella che diceva ..." prima eravamo sull'orlo del precipizio, adesso abbiamo fatto un passo avanti!". Dio abbia pietà!
LA GRANE MACCHINA DI SEKEZIONE ECCLESIASTICA
RispondiElimina«Affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra».
— Filippesi 2:10
Le chiese cristiane occidentali sono diventate straordinariamente abili in una particolare attività. Si esita a definirla evangelizzazione. Non è proprio discepolato. E certamente non è preghiera.
No, l'attività in cui eccellono sempre di più è la classificazione.
Chi è dentro? Chi è fuori? Chi è pienamente dentro? Chi è dentro in modo irregolare? Chi è tecnicamente fuori ma in qualche modo ancora legato? Chi è separato, ma non del tutto? Chi è in comunione, ma imperfettamente? Chi è ortodosso, eterodosso, quasi ortodosso, post-ortodosso, o forse semplicemente in attesa di ulteriori chiarimenti da una commissione che dovrebbe presentare il suo rapporto la prossima primavera?
Il solo vocabolario è sufficiente a spaventare un nuovo arrivato.
Trascorrendo un pomeriggio ad ascoltare dibattiti ecclesiastici, ci si imbatte ben presto in scismi, eresie, scomuniche, invalidità, atti illeciti, censure canoniche, giurisdizioni contese e una terminologia procedurale sufficiente a formare una rispettabile facoltà di giurisprudenza.
L'ultimo capitolo riguarda le consacrazioni episcopali all'interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Sono scismatiche? Non scismatiche? Potenzialmente scismatiche? Canonicamente irregolari? Canonicamente problematiche? Le argomentazioni si moltiplicano con ammirevole diligenza.
Si può supporre che un visitatore proveniente da un altro pianeta, dopo aver letto il Nuovo Testamento e aver esaminato il dibattito contemporaneo, potrebbe ragionevolmente chiedersi se il cristianesimo si occupi principalmente di Gesù Cristo o della gestione dei controlli alle frontiere ecclesiastiche.
Tuttavia, il cattolicesimo romano non detiene il monopolio di questo fenomeno.
Oltremanica, l'anglicanesimo si ritrova periodicamente ad affrontare questioni riguardanti Canterbury, la rappresentanza, l'autorità e l'identità. Altrove, in particolare in Germania, le assemblee ecclesiastiche producono documenti, proposte, dichiarazioni, risposte, controreazioni e riflessioni strategiche a un ritmo che impressionerebbe una multinazionale della consulenza.
Ogni fazione ha le sue ansie. Ogni fazione ha i suoi cattivi. Ogni fazione ha la sua apocalisse preferita.
I tradizionalisti temono che la fede venga dissolta dall'innovazione. I progressisti temono che venga soffocata dalla resistenza. I custodi delle istituzioni temono il disordine. I riformatori temono la stagnazione.
E così le discussioni continuano.
Ciò che colpisce non è tanto l'esistenza di tali dibattiti. Il cristianesimo ha sempre avuto controversie. Lo stesso Nuovo Testamento contiene ammonimenti contro i falsi insegnamenti e le divisioni. La Chiesa primitiva si è confrontata con questioni di reale importanza.
La cosa più sorprendente è l'enorme forza di attrazione che queste dispute esercitano oggi sull'immaginario cristiano.
Si possono trascorrere settimane immersi nella lettura di commentari ecclesiastici senza imbattersi in alcuna discussione approfondita su santità, pentimento, preghiera, conversione o imitazione di Cristo. Si impara molto sullo status canonico e sorprendentemente poco sulla santità.
Il risultato è una curiosa inversione.
.
Segue
RispondiEliminaUna generazione fa, i cristiani temevano che il mondo potesse dimenticare il linguaggio del peccato e della redenzione.
Oggi a volte ci si chiede se le chiese stesse non corrano il rischio di dimenticarlo.
Certo, l'eresia è reale. Lo scisma è reale. La scomunica è reale. Le chiese non possono funzionare senza limiti, disciplina o convinzione dottrinale.
Ma c'è una differenza tra avere dei limiti e diventarne ossessionati.
Una nazione che non parla d'altro che dei propri confini è solitamente una nazione in difficoltà. Una chiesa che parla poco o nulla se non delle proprie divisioni interne potrebbe trovarsi in una situazione simile.
La visione di Paolo di Tarso era di una semplicità disarmante: al nome di Gesù ogni ginocchio si sarebbe dovuto piegare.
Non tutti i comitati.
Non tutte le fazioni.
Non tutti i gruppi di pressione ecclesiastici.
Ogni ginocchio.
Non si può fare a meno di notare che il suo orizzonte era ben più ampio del nostro.
Egli immaginava la signoria di Cristo sul cielo e sulla terra.
Noi, al contrario, sembriamo spesso preoccupati di stabilire quali ginocchia siano canonicamente autorizzate a inginocchiarsi accanto a quali altre ginocchia.
Questa potrebbe essere una domanda importante.
È difficile credere che sia la più importante
Lasciate che "vadano avanti" e recitate i salmi imprecatori!
RispondiEliminaI salmi imprecatori (o di maledizione) sono un gruppo di circa venti salmi biblici in cui l'autore invoca l'intervento punitivo, la giustizia o la vendetta di Dio contro i propri nemici. Esprimono dolore e sdegno profondo e si concentrano sulla punizione dei malvagi.
I Salmi imprecatori principali più noti e intensi per il loro linguaggio:
Salmo 109: Considerato il più estremo (spesso definito "il re degli imprecatori"); contiene una serie di anatemi molto dettagliati.
Salmo 69: Chiede a Dio di riversare il suo furore e la sua ira.
Salmo 35: Invoca l'intervento divino per difendere l'innocente e confondere gli aggressori.
Salmo 58: Un'invocazione affinché Dio spezzi la malvagità e i denti dei malvagi.
Salmo 137: Il celebre salmo dell'esilio che termina con parole durissime contro i carnefici babilonesi.
Altri salmi che contengono forti espressioni di imprecazione includono i Salmi 5, 6, 11, 37, 40, 52, 54, 79, 83, 140 e 143.
Il significato e l'uso liturgico
Questi testi hanno da sempre generato dibattito, poiché sembrano in netto contrasto con l'insegnamento cristiano dell'amore per i nemici.
Interpretazione teologica:
Nella tradizione ebraica e cristiana, non sono visti come l'espressione di un desiderio personale di vendetta, ma come un grido di dolore contro l'ingiustizia e un affidamento totale a Dio come Giudice supremo.
Liturgia:
Molti versetti considerati troppo violenti o incompatibili con la preghiera quotidiana sono stati espunti dai libri liturgici cristiani attuali (come la Liturgia delle Ore), soltanto dopo il Concilio Vaticano II.
Cor Jesu, adveniat regnum tuum. Adveniat per Mariam.
Nouveau rebondissement dans l’affaire des sacres : la Rome conciliaire veut déclarer tous les fidèles de la Tradition schismatiques !!!
RispondiEliminaQuel honneur !
Elimina"Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l'impressione che, nei momenti critici in cui le divisioni si manifestavano, i capi della Chiesa non abbiano fatto abbastanza per mantenere o ristabilire la riconciliazione e l'unità". Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007, Benedetto XVI
RispondiEliminaBenedetto XVI sembra lamentare che i pastori del passato non abbiano fatto abbastanza per evitare le divisioni. Io mi chiederei piuttosto se i pastori del presente abbiano fatto abbastanza per impedire la diffusione dell'errore all'interno della stessa Chiesa. Perché una divisione provocata dalla difesa della verità è una cosa; ben altra è la perdita della fede senza che vi sia nemmeno una rottura formale.
L'arianesimo fu combattuto da sant'Atanasio. Oggi, chi combatte efficacemente gli errori che si diffondono per decenni in intere nazioni senza sanzioni proporzionate alla loro gravità? Se il criterio è la salvezza delle anime, la questione principale non è quanti siano rimasti giuridicamente uniti, ma quanti abbiano conservato la fede cattolica per salvarsi.
La situazione della Chiesa in Germania mostra un paradosso inquietante. Per anni, posizioni incompatibili con la dottrina cattolica sono state promosse da teologi, sacerdoti e perfino vescovi, mentre gli interventi romani si sono rivelati insufficienti ad arrestare il processo. Il problema non è la mancanza di insegnamenti ortodossi sulla carta, ma la sistematica rinuncia a condannare l'errore e a correggere gli erranti. Peggio ancora, mentre la verità viene spesso lasciata senza difesa, coloro che seminano confusione dottrinale continuano a godere di prestigio, influenza e promozioni all'interno della stessa struttura ecclesiastica. Una simile situazione non può che favorire la diffusione dell'errore e il disorientamento delle anime.
Lo stesso vale per gli orientamenti che hanno caratterizzato l'epoca postconciliare. I loro sostenitori affermano che la libertà religiosa, l'ecumenismo e la collegialità siano stati concepiti per favorire l'evangelizzazione e la salvezza delle anime. Tuttavia, la questione decisiva non è l'intenzione dichiarata, bensì i frutti prodotti. Se, dopo decenni di applicazione, ci troviamo di fronte a confusione dottrinale, crollo della pratica religiosa, relativizzazione della necessità della fede e indebolimento dello spirito missionario, è legittimo domandarsi se la salvezza delle anime sia rimasta davvero la preoccupazione suprema della vita ecclesiale.
Chi è veramente preoccupato per la salvezza delle anime deve essere preoccupato, prima di tutto, per l'integrità della fede. E chi non dimostra una sufficiente preoccupazione per l'integrità della fede difficilmente potrà convincere di avere una reale preoccupazione per l'unità della Chiesa. L'unità cattolica, infatti, non è un fine autonomo: nasce dalla verità, sussiste nella verità ed esiste per condurre le anime alla salvezza.
Se i pastori si mostrano più preoccupati delle divisioni che della perdita della fede, allora l'ordine dei beni è stato invertito. Una divisione causata dalla difesa della verità può essere una tragedia storica; ma la perdita della fede è una tragedia eterna. Per questo motivo, il criterio fondamentale per giudicare l'azione delle autorità ecclesiastiche non è il successo nel preservare strutture di unità esterna, bensì la loro fedeltà nel custodire il deposito della fede e nel condurre le anime alla salvezza. Solo da questa fedeltà nasce la vera unità della Chiesa.
"...L'unità cattolica, infatti, non è un fine autonomo: nasce dalla verità, sussiste nella verità ed esiste per condurre le anime alla salvezza..."
EliminaSacrosanto!
Chi ragiona diversamente è fratello gemello di quel vescovo che non esce in processione causa traffico e turisti.
Per eliminare le divisioni tra cristiani, basterebbe che Roma tornasse alla fede di sempre.
RispondiEliminaMons. Staglianò evangelizzerà il suo gregge con il Vangelo secondo San John Lennon:
RispondiElimina"Mons. Staglianò non si dà per vinto. Dopo aver ricevuto diverse critiche e obiezioni a quanto da lui dichiarato in un suo reel (come si dice) dedicato alla canzone Imagine di J. Lennon, ha pensato bene di ritornare sul tema, tentando di giustificarsi. E così cerca di convincerci che non è lui che si è spiegato male – non sia mai – o che ha attribuito al testo di Lennon cose che non vi sono scritte oppure che l’accostamento fra Imagine e il Vangelo è stato quanto meno infelice o fuori luogo.
No, assolutamente no! Sono stati piuttosto i suoi critici ad averlo capito male o a non essere abbastanza convinti che il Dio rivelatoci da Gesù è del tutto compatibile col messaggio di pace della canzone di Lennon. Così insiste nell’affermare che «persino un ateo [come Lennon], quando canta “niente per cui uccidere o morire”, tocca una verità che il cristianesimo custodisce da duemila anni». Ma pensa un po’!"
— Mons. Staglianò e le caricature, Il Moschettiere, https://www.sabinopaciolla.com/mons-stagliano-e-le-caricature/
Il vescovo Schneider sostiene che il vero problema tra Roma e la SSPX non è la Messa Tradizionale in latino, ma questioni dottrinali irrisolte derivanti dal Vaticano II. Egli sostiene che poiché il Consiglio era prevalentemente pastorale piuttosto che dogmatico, alcuni insegnamenti specialmente sulla libertà religiosa, l'ecumenismo e la collegialità possono essere esaminati e chiariti rispettosamente. Schneider chiede un dialogo teologico onesto su questi temi e suggerisce che la Chiesa affronti direttamente le preoccupazioni dottrinali della Società piuttosto che trattare la questione come una mera obbedienza o preferenza liturgica.
RispondiEliminahttps://mukwonago.wi.sspx.org/en/news/bishop-schneider-vatican-ii-59750
Da Cattolica a caotica...
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