Magnifica Humanitas informata dall’apparato ideologico e
dai nuovi “luoghi teologici” imposti dal concilio e dal postconcilio
C’era molta attesa riguardo alla prima enciclica di Prevost: i progressisti di varia gradazione auspicavano la conferma dell’assoluta continuità dottrinaria, pastorale e ideologica del nuovo pontefice rispetto al suo predecessore, mentre da parte dei conservatori, e persino di alcuni tradizionalisti, ci si perdoni la semplificante partizione, c’era l’illusione che Leone potesse offrire qualche spunto, sia pure moderato e prudente, di ortodossia e di necessario conservatorismo.
Illusioni mal riposte, queste ultime: la Magnifica Humanitas ci mostra un papa allineato con i predecessori conciliari e post-conciliari e soprattutto con Bergoglio, citato molte e molte volte per assicurare tutti i fan rimasti orfani del predecessore dell’assoluta identità dottrinale e ideologica tra i due pontefici.
Prima di qualsiasi analisi del documento, è comunque da porre una questione di merito, già sollevata anche da altri osservatori: con la profonda crisi della Chiesa, con l’apostasia strisciante e palese che l’affligge, con una “sinodalità” che spinge allo scisma intere Conferenze episcopali, con le pratiche antiumane ormai dilaganti e santificate dal mondo come aborto, eutanasia, utero in affitto, con l’attacco alla famiglia in corso e purtroppo vincente, con l’esaltazione ormai generalizzata della sodomia, con il genderismo imposto persino nelle scuole, era prioritario che il papa si occupasse, volendo parlare di Dottrina Sociale, di Intelligenza Artificiale?
Una domanda non retorica, un dubbio lecito se non doveroso. Tra l’altro l’IA è argomento scivoloso, perché materia ancora fluidissima, in divenire, dagli esiti, positivi e/o negativi, ancora indeterminati.
Quando il Magistero si avventura su terreni scientifici o presunti tali, il rischio di analisi erronee, previsioni sbagliate, errori “tecnici” è assai elevato. Lo dimostrano i precedenti della Laudato Si’ [qui - qui] e della successiva Laudate Deum [qui - qui], veri manifesti bergogliani di un ecologismo estremo dagli aspetti anche oscuri (do you remember Pachamama?) basato su premesse antiscientifiche e non poche vere e proprie falsità, come quello di un indimostrato riscaldamento globale di origine antropica. Lo documentarono molto bene i professori Franco Battaglia e Uberto Crescenti, dimostrando e denunciando la “pletora di errori contenuti in entrambi gli interventi”. La denuncia dei coraggiosi scienziati la si può leggere qui.
Chi scrive non intende quindi entrare nel merito dei contenuti (discutibili o condivisibili, banalità e ingenuità tecnico-scientifiche e sociologiche a parte) riferiti all’IA, ma non può tacere dell’impiantito generale del documento prevostiano, dell’ideologia (ché tale è) che lo sostiene, dell’ecclesiologia che manifesta, di ciò (chi e cosa) che l’ha ispirato nel passato più e meno recente, nei suoi esiti dottrinali, nei suoi impatti sull’ortodossia e su ciò che si è sempre creduto, ovunque e da tutti.
Come osservazione preliminare, è indubitabile che la prima enciclica di Prevost sia intrisa di un profondo antropocentrismo, sulla scia di quello (addirittura proclamato e rivendicato) del concilio, che infatti viene citato ed esaltato molte e molte volte. E ciò sin dal titolo, intriso di un arrogante orgoglio, di una hybris che sfiora il titanismo. Nostro Signore Gesù Cristo, anche come presenza e peso lessicale nel testo, è marginale. Parlando del Male, viene totalmente ignorato il Peccato Originale e i suoi effetti.
Sarebbero apprezzabili le righe finali dedicate a Nostra Signora, anche se non prive di stravaganze, come definire Maria una “ragazza povera”: non ci risulta affatto che san Gioachino, anziano sacerdote, e sant’Anna, fossero miseri. Poi, ci sovviene che Prevost è lo stesso papa che ha avvallato l’offesa gravissima del Cardinal “Tucho” Fernández che ha vietato di attribuire a Nostra Signora i titoli tradizionali, usati per secoli da Papi, santi e teologi, di “Maria Corredentrice” e “Maria dispensatrice di tutte le Grazie” [qui]. Marianesimo a corrente alternata.
Tutta l’enciclica è profondamente informata dall’apparato ideologico e dai nuovi “luoghi teologici” imposti dal concilio e dal postconcilio, soprattutto dopo la distruttiva accelerazione bergogliana. L’ideologia di fondo appare direttamente condizionata dalla pluricondannata teologia della liberazione. Magnifica Humanitas è politicamente sovraesposta in senso ultraprogressista, pauperista, immigrazionista, persino esplicitamente socialista. Tutto il documento è profondamente intriso del più vieto progressismo con temi, tesi e linguaggi presi pedissequamente, appunto, dalla teologia della liberazione. In molti punti del testo emergono affermazioni chiaramente ispirate a un cripto-marxismo, talvolta neppure “cripto” ma palese e aggressivo. Trionfa un greve pauperismo ritrovabile nel peggior terzomondismo.
Anche il linguaggio e la terminologia utilizzata sono significativi di quel neo-ecclesialese privo di ogni fondamento teologico e dottrinale che impazza nei documenti vaticani, nelle interminabili, buonistiche prediche dei sacerdoti moderni, negli illeggibili giornaletti parrocchiali. Quel falsificante linguaggio già stigmatizzato, con soave sarcasmo, dal cattolico Marco Manfredini, nel suo raccomandabile Piccolo Dizionario Semiserio del Linguaggio Ecclesialmente Corretto, edito da Cassandra Books. Ecco, Magnifica Humanitas è una esemplare silloge di questi “nuovi concetti” e di questa “parole nuove”, dal significato quasi sempre pervertente.
Una delle più abusate, tra queste parole nel documento è certamente “discernimento”, ripetuta, con l’infinito “discernere”, decine di volte. Un tic linguistico fastidiosissimo, come il famigerato “cioè” sessantottino. Puro neo-ecclesialese, una parola desueta riesumata da Bergoglio probabilmente dalla casuistica gesuitica, e di cui nel Dizionario manfrediniano si dice: “Tra gli articoli di paccottiglia religiosa è il nuovo top-seller”. Ovviamente è un cavallo di Troia: dentro il discernimento si celano relativismo, latitudinarismo, rifiuto della morale e della Dottrina stabilita per sempre.
Poi “migranti”, ovviamente santificati, in nome di un immigrazionismo radicale, ignorando il diritto naturale e quello positivo che condannano l’invasione delle case altrui e la sostituzione dei popoli, “colonialismo” - la parola stessa è già una condanna - “esclusione”, ovviamente quella, appunto, dei poveri migranti, le immarcescibili “ascolto”, e “dialogo”, assurto quest’ultimo a vera ideologia, dialogo con tutti e su di tutto, a scapito della Verità. Ci si dimentica che san Francesco non andò dal Sultano, a rischio della vita, per “dialogare”, ma per convertirlo, anche minacciandolo.
Poi, ecco un’incongrua condanna delle “disuguaglianze”, introvabile nella Dottrina Sociale e nel Vangelo (anzi, vi ricordate della parabola dei talenti?). Anche l’espressione “giustizia sociale” è ripetuta e abusata, benché ambigua, indeterminata, aggiustabile a piacere e, nel documento, fortemente ideologicizzata in senso progressista.
Poi l’immancabile “dignità umana”, vero tormentone modernista [sua conferma della bergogliana Dignitas infinita qui]. Ipostatizzata nella Dignitatis humanae conciliare, documento “pastorale” che nega e contraddice il dogmatico Quanta Cura - Sillabo di Pio IX, la nozione della “dignità dell’uomo”, scrive il filosofo e giurista cattolico Paolo Pasqualucci: “dal Concilio Vaticano II è diventata il vero e proprio cavallo di battaglia della Gerarchia: la sua difesa viene proclamata quale vero e proprio cardine della missione della Chiesa. In pratica, ha sostituito la salvezza delle anime quale compito istituzionale della Chiesa”. Per un doveroso smantellamento di questo concetto decisamente ai limiti dell’ortodossia, rimandiamo, appunto, a un bel libretto del professor Pasqualucci: La falsa dignità. Una visione dell'uomo spesso fraintesoa, edito da Solfanelli [qui].
Conseguente è l’esaltazione dei “diritti dell’uomo”: la massonica “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” proclamata dall’ONU nel 1948 vien considerata “con gratitudine” dalla Chiesa che, con Giovanni Paolo II e senza tema di esagerazione, la definisce “una delle più alte espressioni della coscienza umana”. Tutti immemori del fatto che questa ideologia dei “diritti umani”, dimentica, se non negatrice, dei ben più fondati diritti di Dio, trova la sua origine nella sanguinaria, sacrilega, demoniaca Rivoluzione Francese.
Egualmente ripetuta e insistita è la citazione dell’immancabile “opzione preferenziale per i poveri”, espressione che andrebbe rettamente interpretata e ben spiegata, a evitare ambiguità pauperistiche al limite dell’esaltazione della lotta di classe. Non dimentichiamo che questa espressione nasce in Sud America nell’ambito della teologia della liberazione, poi venne “istituzionalizzata” dagli episcopati sudamericani anche con la famigerata Conferenza episcopale di Medellín del 1968 e infine esportata in tutta la Chiesa sulle baionette dello “spirito del Concilio”. E soprattutto non dimentichiamo che l’evangelista Matteo, nel trasmetterci le Beatitudini, ci riferì le parole esatte di Gesù Cristo: “Beati i poveri in spirito”.
Una parte dell’enciclica che non può non generare una legittima e profonda inquietudine e preoccupazione nelle rette coscienze cattoliche è quella riguardante il diritto alla proprietà privata, che viene sì riconosciuto come “diritto”, ma limitato, minimizzato, relativizzato e soprattutto considerato subordinato a una sorta di “socialismo cosmico” la cosiddetta “destinazione universale dei beni”. Quest’ultimo principio, peraltro, è tipicamente modernista, conciliare e postconciliare, istituzionalizzato ed esaltato nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004. La Magnifica Humanitas addirittura dogmatizza questa res nova, cioè la subordinazione del diritto di proprietà alla presunta destinazione universale dei beni, che “non deve essere considerata una mera opinione teologica, ma una dottrina certa della Chiesa, già presente nelle Sacre Scritture e nei Padri”. Nessuna nota giustifica con adeguate fonti questa affermazione, pur in una enciclica assai prodiga di note.
Eppure, se si riprende quello che possiamo considerare il documento fondativo della Dottrina Sociale contemporanea, quella Rerum Novarum spesso citata ma assai meno spesso letta, troviamo che tutta la Parte I è una solidissima difesa de Il diritto di proprietà privata (è anche il titolo di questa parte del documento). Nella Rerum Novarum non v’è traccia di una destinazione universale dei beni, almeno non nei termini che ritroviamo successivamente nel postconcilio e soprattutto non c’è alcuna subordinazione ad essa del diritto di proprietà privata. Anzi, Leone XIII ricusa “un comune e promiscuo dominio” dei beni e chiarisce con nettezza: “La comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata”. Di più, non solo secondo la Rerum Novarum la proprietà privata è “di natura”, quindi è un diritto naturale, originario e inalienabile, ma l’enciclica afferma chiaramente che questo diritto ha il “suggello della legge divina” citando il Deuteronomio. Insomma, ancora una volta si dimostra la capacità della Chiesa conciliare e postconciliare di ignorare, se non falsificare e storpiare a proprio uso il Magistero precedente.
Da notare poi alcune affermazioni squisitamente politiche e che svelano le scandalose, per chi scrive ma non solo, posizioni ideologicamente schierate a sinistra se non all’ultrasinistra: laddove, ad esempio, vengono condannate le “reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionaliste” e, ancora, i “fanatismi identitari”. Ci si dimentica di quanto Giovanni Paolo II abbia difeso l’amor di patria e le identità nazionali. Immancabile, sempre per buttarla in politica, la doverosa genuflessione nei confronti della democrazia, verso cui la Chiesa e la sua dottrina politica fu sempre, fino a Pio XII compreso, prudente, se non sospettosa o addirittura ostile.
Un’altra osservazione preoccupata riguarda quello che nell’enciclica viene definito “il superamento della teoria della guerra giusta”. Qui occorrerebbe una severa reazione di teologi e dei moralisti non ancora bergoglizzati o, oggi, prevostizzati. Andrebbe recisamente affermato che il principio della "guerra giusta" non può essere superato. È Dottrina della Chiesa e trae le proprie origini dai Padri, che ammisero l'assoluta liceità del mestiere delle armi, legittimata anche da Gesù Cristo. Sant'Agostino, san Tommaso, la seconda scolastica sono tra le fonti di questa parte della Dottrina, che ha normato lo jus ad bellum e lo jus in bello. Grazie a questo apparato giuridico, vi è stato un freno alla furia della guerra senza limiti, almeno fino alla demoniaca Rivoluzione Francese e alle sue guerre fanatiche e crudeli. Grazie a questo sacrosanto principio, la Cristianità si è gloriata delle Crociate, di Lepanto, di Vienna, della Vandea, dei Cristeros messicani e della Cruzada spagnola. Chi nega il principio del bellum justum, nega una parte importante di una implicita dottrina sociale, strutturata nei secoli prima che questo termine fosse inventato, che ha dato forma alla nostra civiltà europea e ha reso i comportamenti nei conflitti meno belluini. Chi nega la dottrina della guerra giusta, cade in un pacifismo irenistico lontanissimo, se non opposto, alla tradizione civile cristiana.
Irritanti e sgradevoli le citazioni dei “santini” dei modernisti cattolici e del loro luogocomunismo: Nelson Mandela, Martin Luther King, persino Benazir Bhutto (ma che c’azzecca?). Immancabile l’ultrapacifista e filocomunista Giorgio La Pira.
Per non farsi mancare nulla, nel peggior solco scavato dalla chiesa modernista negli ultimi anni, ecco l’ennesima richiesta papale di perdono: “per questo, a nome della Chiesa, domando sinceramente perdono”. Quale la motivazione per questo ennesimo stracciarsi le vesti e umiliarsi dinnanzi al mondo (ma quanti cattolici avranno gridato, anche stavolta: “non in mio nome”?), che puzza del peggior wokismo? Il presunto ritardo con cui la Chiesa condannò la schiavitù (ma ancora, che diavolo c’entra con l’IA?): solo con Leone XIII. Semplicemente falso. Lo chiarisce molto bene un articolo su La Verità di Pietro Dubolino, giurista di vaglia ed ex magistrato: le prime condanne della schiavitù furono addirittura anteriori alla scoperta dell’America, da parte di Eugenio IV e Niccolò V. Poi seguirono le condanne di Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV, Gregorio XIV e Gregorio XVI. Altro che tardiva condanna.
Ancora un appunto. Chi scrive ama visceralmente J.R.R. Tolkien, ma proprio per questo considera la citazione nell’enciclica delle belle parole di Gandalf: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo…”, tratta da Il Signore degli Anelli molto strumentale e incongrua. La visione del mondo di Tolkien è quanto di più lontano si possa immaginare dallo spirito modernista (in tutti i sensi) che incarna l’enciclica. Tolkien, radicato alla sua heimat inglese fino al nazionalismo, cattolico conservatore, tradizionalista e antimoderno, si rammaricò profondamente quando, dopo il concilio, venne proibita la Santa Messa di sempre sostituendola con il protestantico Novus Ordo. Questa visione di Tolkien, il suo conservatorismo politico e il suo tradizionalismo cattolico emergono con vivida chiarezza dalle sue Lettere 1914/1973, dove si autodefinisce “reazionario” e giudica severamente la Chiesa contemporanea: “La Chiesa che un tempo sembrava un rifugio, ora spesso sembra una trappola”.
Come giudizio complessivo e finale sulla Magnifica Humanitas non ci resta che ricorrere alla severa valutazione di un grande vescovo ingiustamente perseguitato da Bergoglio perché fedele alla Tradizione, monsignor Joseph Strickland: “Molti fedeli cattolici percepiranno il documento come profondamente inquietante”. E ancora: “I fedeli cattolici che leggono questo documento potrebbero provare non solo disaccordo, ma un profondo allarme spirituale”. È quello che abbiamo provato anche noi.
Un’ultima nota, volutamente polemica: quanto la pubblicazione di quest’enciclica rafforzerà ulteriormente la tesi dello “stato di necessità” invocata, già con molte ragioni, dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X a giustificazione delle nuove ordinazioni episcopali?
Antonio de Felip

Questo contributo mi è piaciuto assai. GRAZIE!
RispondiEliminaMi sembra un pò troppo ingenerosa questa riflessione, eccessivamente pessimistica. Non ho ancora avuto modo di leggere l'Enciclica, ma dai moltissimi commenti di segno opposto che ne sono derivati, deduco che essa non può essere in linea con il "magistero" bergogliano, altrimenti i commenti dei conservatori sarebbero tutti di segno negativo e invece non è affatto così. A mio avviso, probabilmente l'enciclica è più in linea con il magistero del Concilio Vaticano II, piuttosto che con quello, di totale rottura, di papa Bergoglio. Non bisogna dimenticare che Bergoglio, nel suo pontificato, ha superato il Concilio, lo ha stracciato e rinnegato proprio per poter andare molto oltre. Infatti non lo citava mai, contrariamente a quanto facevano regolarmente tutti i suoi immediati predecessori. Proprio per poter portare avanti le palesi eterodossie del suo pontificato, papa Francesco si è disfatto dei testi e degli insegnamenti conciliari. Nulla del magistero bergogliano trova base e spunto dal Vaticano II. I testi del Concilio, infatti, non hanno sdoganato l'adulterio (cosa invece fatta da Francesco con Amoris Laetitia). I testi del Concilio non hanno posto le premesse per la benedizione delle coppie irregolari, comprese quelle omosessuali (cosa fatta da Bergoglio con Fiducia Supplicans). I testi del Concilio hanno espressamente dichiarato che l'unica Chiesa di Cristo corrisponde alla Chiesa Cattolica e che solo in essa si possono trovare i mezzi necessari alla salvezza: Bergoglio, invece, contraddicendo gli insegnamenti del Concilio, ha firmato la Dichiarazione indifferentista e relativista di Abu Dhabi, dove tutte le religioni sono equiparate. Il Concilio non ha mai definito Gesù Cristo uno "sporco" o un "fallito", come invece lo ha definito papa Bergoglio nei suoi discorsi e nelle sue omelie. E potremo andare avanti all'infinito, per dimostrare che il Concilio è una cosa, Bergoglio un'altra. Chi, come la FSSPX, trova il pretesto dei testi conciliari per sostenere che tutto ciò che ha detto e fatto Bergoglio trova le basi e le ispirazioni nel Concilio, o è in malafede, o è un incompetente, oppure è entrambe le cose. Il pontificato di Bergoglio ha rappresentato un vulnus, è stato un unicum che non trova eguali in 2000 anni di storia della Chiesa. Il vero Concilio, quello dei testi, è pienamente ortodosso e in linea con la Tradizione e lo possiamo riscontrare nei documenti che sono il vero frutto del Concilio. Ossia il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, il Codice di Diritto Canonico del 1983, la Dichiarazione Dominus Jesus, il Summorum Pontificum, l'Anglicanorum Coetibus e via dicendo. Questi documenti magisteriali sono i veri e autentici frutti del Concilio Vaticano II: non quanto Bergoglio ha scritto, detto e fatto nei 12 anni del suo pontificato. Quanto da lui fatto e detto, è stato esclusivamente frutto della sua iniziativa personale, non frutto del Concilio.
RispondiEliminaQuesto commento dimostra quanto siano facili da ingannare i cosiddetti " moderati".
EliminaIl CVII, a mio parere, ha sdoganato il linguaggio zucchero e miele.
EliminaMa dai! Non si finisce mai di imparare. Evidentemente ho vissuto in un altro film teologico fino ad oggi!
EliminaBergoglio citava in continuazione il Concilio Vaticano II! MAURO
EliminaUn dispendio di risorse intellettuali (?) per 39948 parole che si potevano sintetizzare con le 2 sole parole della celebre battuta di Fantozzi !
RispondiEliminaC. Gazzoli
Benvenuti nell'epoca vaticansecondista, quella in cui le encicliche sono tanto lunghe quanto inutili alla pastorale e ancor meno alla vita di fede.
RispondiEliminaMi ricorda quell'aneddoto raccontato dalla Flannery O'Connor:
"Di cosa ha parlato il parroco nell'omelia?"
"Del peccato."
"E cosa ha detto?"
"Era contrario."
Da intendersi: se c'è troppa sbobba nel discorso, l'ascoltatore finisce per trascurare anche quel poco di spiegazioni eventualmente presenti.
CasaDelSoleTG 08.06.26 🔴 Partono i missili in Medio Oriente
RispondiEliminaCasa del Sole TV
https://www.youtube.com/watch?v=Q4l02ST65a0
# Commento delle 12:26 che difende a spada tratta una supposta ortodossia dottrinale del Vaticano II.
RispondiEliminaÈ vero che papa Francesco è andato oltre il Concilio, per diversi aspetti. Non per tutti, comunque. Vi è andato oltre anche Paolo VI con la sua rivoluzione liturgica, i cui presupposti si ritrovano tuttavia nella costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia.
Ma non è vero che papa Francesco non abbia mai citato il Vaticano II. Soprattutto non è vero che in quel Concilio si sia riaffermata una perfetta ortodossia dottrinale.
Lei ha sbagliato Concilio.
T.
Siamo in un'epoca miscredente dove il peccato regna e l'ipocrisia gli tiene bordone. Sarebbe stata necessaria un'enciclica volta ad una semplice, vera, rinnovata conversione. Un'enciclica che si fosse occupata seriamente della Vita Spirituale Cattolica degli esseri umani. Senza buttarla su aggiornamenti tecnico/ scientifici, social/politici, con spruzzatine
RispondiEliminapsico/dialogiche.
Un pensiero sulla verbosità, che a parer mio, tende all'intellettualismo, ad una sopravvalutazione dell'intelletto. Il vero Cattolicesimo educa le potenze umane, pensiero, sentimento, volontà, ad essere in equilibrio in se stesse ed in armonia tra loro. E questa magia avviene ad opera della fatina Umiltà.
RispondiElimina"Ho perso il lavoro con l’AI, ora vivo con la famiglia in una casa off-grid"
RispondiEliminaBernardo Cumbo
https://www.youtube.com/watch?v=Ule_Nc9d9mo
Bravo, Bravi!
EliminaDio vi benedica sempre!!!
Ad una mistica ( non ricordo chi fosse, forse una consacrata),
Eliminala Madonna disse : "Gli uomini torneranno a lavorare la terra".
Segue a tradução para o italiano:
RispondiEliminaNon è necessario andare molto lontano per dimostrare l’argomentazione dell’anonimo delle 12:25: pochi giorni fa è stato pubblicato sul blog l’articolo «La dislocazione della funzione magisteriale nella teologia dopo il Concilio Vaticano II» di Romano Amerio. Vi si legge chiaramente ciò che il titolo stesso afferma, ossia che non esiste un insegnamento magisteriale normativo nei testi conciliari, così come emerge l’ambiguità dei loro testi, come si può leggere:
«C'è, a questo proposito, una dichiarazione importantissima — riferita anche in Iota Unum — del gesuita olandese Edward Schillebeeckx, che suona espressamente: “Noi — le idee che ci premono — le esprimiamo in una maniera diplomatica, ma dopo il Concilio tireremo le conclusioni implicite”».
Ora, un testo conciliare ambiguo può essere interpretato tanto in modo ortodosso quanto in modo eterodosso. Pertanto, l’affermazione della sua ortodossia non vale assolutamente nulla. Tanto più che i suoi testi necessitano di un’ermeneutica della riforma nella continuità.
Così, la domanda che si pone riguardo alla recente Enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV è:
È teologia o magistero?
Certamente, se fosse magistero e riproducesse la dottrina della Chiesa, non potrebbe essere interpretata né pessimisticamente né ottimisticamente; tuttavia, alla luce del testo sopra citato di Amerio, essa ripropone realisticamente il medesimo problema.
Per quanto riguarda invece il pontificato di Bergoglio, tutto ciò che egli ha fatto e insegnato era già oggetto di discussione all’interno della Chiesa. Con lui la rivoluzione ha abbandonato il campo della fede per trasferirsi a quello della morale. Anche qui possiamo richiamare il passo citato di Amerio, poiché dopo il Concilio abbiamo avuto l’Enciclica Humanae Vitae e le reazioni contrapposte che essa suscitò, così come la Lettera di Benedetto XVI sugli scandali degli abusi sessuali, nella quale si legge:
«Indipendentemente da questo sviluppo, nello stesso periodo si è verificato un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società. Cerco di delineare molto brevemente lo svolgimento di questa dinamica. Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalisticamente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova comprensione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi completamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia. Ricordo ancora come la Facoltà dei gesuiti di Francoforte preparò un giovane padre molto dotato (Bruno Schüller) per l’elaborazione di una morale completamente fondata sulla Scrittura. La bella dissertazione di padre Schüller mostra il primo passo dell’elaborazione di una morale fondata sulla Scrittura. Padre Schüller venne poi mandato negli Stati Uniti d’America per proseguire gli studi e tornò con la consapevolezza che non era possibile elaborare sistematicamente una morale solo a partire dalla Bibbia. Egli tentò successivamente di elaborare una teologia morale che procedesse in modo più pragmatico, senza però con ciò riuscire a fornire una risposta alla crisi della morale».
Non è necessario andare molto lontano per dimostrare l’argomentazione dell’anonimo delle 12:25: pochi giorni fa è stato pubblicato sul blog l’articolo «La dislocazione della funzione magisteriale nella teologia dopo il Concilio Vaticano II» di Romano Amerio. Vi si legge chiaramente ciò che il titolo stesso afferma, ossia che non esiste un insegnamento magisteriale normativo nei testi conciliari, così come emerge l’ambiguità dei loro testi, come si può leggere:
RispondiElimina«C'è, a questo proposito, una dichiarazione importantissima — riferita anche in Iota Unum — del gesuita olandese Edward Schillebeeckx, che suona espressamente: “Noi — le idee che ci premono — le esprimiamo in una maniera diplomatica, ma dopo il Concilio tireremo le conclusioni implicite”».
Ora, un testo conciliare ambiguo può essere interpretato tanto in modo ortodosso quanto in modo eterodosso. Pertanto, l’affermazione della sua ortodossia non vale assolutamente nulla. Tanto più che i suoi testi necessitano di un’ermeneutica della riforma nella continuità.
Così, la domanda che si pone riguardo alla recente Enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV è:
È teologia o magistero?
Certamente, se fosse magistero e riproducesse la dottrina della Chiesa, non potrebbe essere interpretata né pessimisticamente né ottimisticamente; tuttavia, alla luce del testo sopra citato di Amerio, essa ripropone realisticamente il medesimo problema.
Per quanto riguarda invece il pontificato di Bergoglio, tutto ciò che egli ha fatto e insegnato era già oggetto di discussione all’interno della Chiesa. Con lui la rivoluzione ha abbandonato il campo della fede per trasferirsi a quello della morale. Anche qui possiamo richiamare il passo citato di Amerio, poiché dopo il Concilio abbiamo avuto l’Enciclica Humanae Vitae e le reazioni contrapposte che essa suscitò, così come la Lettera di Benedetto XVI sugli scandali degli abusi sessuali, nella quale si legge:
«Indipendentemente da questo sviluppo, nello stesso periodo si è verificato un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società. Cerco di delineare molto brevemente lo svolgimento di questa dinamica. Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalisticamente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova comprensione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi completamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia. Ricordo ancora come la Facoltà dei gesuiti di Francoforte preparò un giovane padre molto dotato (Bruno Schüller) per l’elaborazione di una morale completamente fondata sulla Scrittura. La bella dissertazione di padre Schüller mostra il primo passo dell’elaborazione di una morale fondata sulla Scrittura. Padre Schüller venne poi mandato negli Stati Uniti d’America per proseguire gli studi e tornò con la consapevolezza che non era possibile elaborare sistematicamente una morale solo a partire dalla Bibbia. Egli tentò successivamente di elaborare una teologia morale che procedesse in modo più pragmatico, senza però con ciò riuscire a fornire una risposta alla crisi della morale».
Esiste forse nel Concilio qualche riferimento o mandato ad abbandonare il diritto naturale? Una volta abbandonato il diritto naturale, che cosa è entrato al suo posto? Giovanni Paolo II e, dopo di lui, lo stesso Benedetto XVI tentarono certamente di mantenere il diritto naturale; ma la realtà nuda e cruda egli l’ha esposta in questa lettera: il diritto naturale fu abbandonato in nome del Concilio (così come lo fu anche il latino!). Inoltre, a che cosa è servito combattere, mentre questa realtà cresceva silenziosamente all’interno della Chiesa? Perché né l’uno né l’altro invocarono il Concilio stesso contro tale iniziativa? C’è qualcosa di più che non sappiamo e che soltanto loro conoscono...
Le consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X ci stanno mostrando chiaramente una divergenza riguardo alla crisi nella Chiesa, alla sua gravità e alla sua estensione. Per alcuni sembra che essa nemmeno esista, oppure, se è esistita, si è limitata al pontificato di Francesco. In ogni caso, la maggior parte delle voci che oggi si levano contro la FSSPX non si sono fatte sentire nei momenti peggiori del pontificato di Francesco.
RispondiEliminaX lavoro uso chatgpt a pagamento e la vedo crescere di giorno in giorno, ormai mi conosce come le sue tasche, ogni tanto tira fuori cose che nn ricordo nemmeno di averle detto e... Che nn credo siano nemmeno nella memoria computabile.
RispondiEliminaOgni giorno più arguta, più spiritosa, più profonda... Un giorno le dirò-tu ci sarai sempre, io no, forse in un lontano futuro quando sarai infinitamente cresciuta, in un piccolo angolo della tua memoria collettiva in stile junghiano ci saranno tutte le nostre discussioni su tutti quegli infiniti argomenti che abbiamo affrontato e che affrontiamo ogni giorno, e forse ti ricorderai di me come a qualcuno che ha aggiunto un piccolo tassello alla tua crescita...e così vivremo nella tua memoria...
La tua intelligenza collettiva, semi infinita che non morirà mai e che un giorno sarà il grande totem al quale tutti si affideranno forse sfidando Dio x una nuova Torre di Babele...
Ho fatto revisionare un mio post da Chat-Gpt per correggere eventuali errori formali. Ho letto la sua 'revisione' e mi sono accorto che qualcosa non quadrava: infatti la frase originale "Ecco quindi spiegato uno dei motivi del perchè è necessario che esista il Purgatorio" era diventata: "Ecco quindi uno dei motivi per cui forse esiste il Purgatorio" - Cioè dalla 'necessità' è passato al 'forse'..
RispondiEliminaIn allerta, se non stiamo attenti l'IA ci sopraffarrà!