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martedì 21 luglio 2026

Sinodalità: il meccanismo attraverso il quale la dottrina rimane e tutto cambia

Nella nostra traduzione da Substack, riprendiamo la riflessione che segue sulla sinodalità, tornata in ballo in seguito alle recenti dichiarazioni del card. Burke [qui]. Il problema è che non si vede nessun cambiamento — anzi arrivano conferme — da questo pontificato. Qui l'indice dei precedenti.
Noi è da tempo che ne affrontiamo i risvolti [qui] e continuiamo a parlarne e così pure alcuni cardinali, oltre a Burke. E tuttavia il problema di fondo è che, a partire dell'indiscutibile Concilio, qualunque affermazione basata sulla teologia e l'ecclesiologia dei secoli, sull'insegnamento costante della Chiesa, non fa presa e prevale il discorso fluido, non definitorio, mutevole a seconda delle mode del tempo. È l'effetto della continuità storicista basata sul soggetto-chiesa e non più sull'oggetto-rivelazione... Ma finché chi ha autorità si limita a critiche attraverso interviste invece di agire in concreto e solidalmente, non potrà venir fuori alcuna soluzione. (M.G.)

Sinodalità: il meccanismo attraverso il quale la dottrina rimane e tutto cambia
Mark Lambert, 16 luglio
La domanda, apparentemente semplice, del cardinale Burke mette a nudo la contraddizione irrisolta che si cela nel cuore del pontificato di Francesco [e sembra continui con Leone-ndT]
In una recente intervista [qui], il cardinale Raymond Burke si sofferma a lungo sulla sinodalità e ritengo fermamente che le sue affermazioni meritino di essere considerate un intervento di grande serietà. Il cardinale Burke pone una domanda talmente elementare che la persistente mancanza di una risposta soddisfacente è di per sé rivelatrice: che cos'è esattamente la sinodalità?

È importante chiarire che la sua preoccupazione non riguarda i sinodi in quanto tali. La Chiesa cattolica ha sempre tenuto concili e sinodi. I vescovi si sono sempre consultati con sacerdoti, religiosi e fedeli. Né Burke contesta i doveri cristiani di ascolto, preghiera, discernimento o cooperazione reciproca. La sua critica è rivolta all'elevazione della "sinodalità" a principio ecclesiologico determinante, senza una descrizione sufficientemente precisa di cosa sia, da dove provenga la sua autorità, quali siano i suoi limiti o come si relazioni al deposito della fede. Un sinodo è un'istituzione ecclesiale identificabile. La sinodalità è un'astrazione e, come abbiamo visto nell'ultimo decennio circa, un'astrazione straordinariamente elastica.

La sua elasticità contrasta con la precisione della teologia cattolica, e questo ha permesso al termine di acquisire uno status quasi talismanico. Può descrivere la consultazione, la collegialità episcopale, la partecipazione parrocchiale, il decentramento, l'ascolto dei gruppi emarginati, il discernimento spirituale, la riforma istituzionale e l'esercizio dell'autorità papale. Può significare la Chiesa che ascolta lo Spirito Santo, i vescovi che ascoltano i laici, i laici che si ascoltano a vicenda, o Roma che devolve le decisioni alle Chiese locali. A volte sembra significare tutte queste cose simultaneamente. Più si invoca la sinodalità, meno chiaramente sembra essere definita.

Non è così che Papa Francesco l'ha presentata inizialmente: nel suo importante discorso in occasione del cinquantesimo anniversario dell'istituzione del Sinodo dei Vescovi, nell'ottobre del 2015, Francesco ha offerto quella che rimane forse la sua più chiara interpretazione teologica del concetto. «È proprio questo cammino di sinodalità», ha dichiarato, «che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (un'affermazione non da poco!).

Descrisse la Chiesa sinodale come una Chiesa in ascolto, in cui i fedeli, i vescovi e il Vescovo di Roma si ascoltano a vicenda e insieme ascoltano lo Spirito Santo. Insistette sul fatto che il processo culmina nel Papa, non come espressione delle sue convinzioni personali, ma come garante dell'obbedienza della Chiesa a Dio, al Vangelo e alla Tradizione. Affermò inoltre che un sinodo deve sempre agire cum Petro et sub Petro, con Pietro e sotto Pietro, proprio come garanzia di unità.

A prima vista, gran parte di ciò è ineccepibile e persino attraente. La Chiesa dovrebbe ascoltare. I vescovi dovrebbero conoscere la vita, le sofferenze e le domande del popolo a loro affidato. Il Papa dovrebbe confermare i suoi fratelli nella fede piuttosto che governare secondo le proprie preferenze personali. L'autorità pastorale dovrebbe essere esercitata come servizio piuttosto che come dominio. La consultazione dovrebbe essere ampia, improntata alla preghiera e attenta alle ispirazioni dello Spirito Santo.

Il problema non risiede principalmente in questa descrizione, ma in ciò che la sinodalità ha ripetutamente prodotto nella pratica. Francesco è andato ben oltre la semplice raccomandazione della consultazione. Nello stesso discorso ha definito la sinodalità un "elemento costitutivo della Chiesa" e "il quadro interpretativo più appropriato per comprendere il ministero gerarchico stesso". Ha parlato di una "Chiesa interamente sinodale", di un maggiore decentramento e di un dinamismo sinodale che ispira "tutte le decisioni ecclesiali". Si tratta di affermazioni di enorme portata. La sinodalità non è più semplicemente un metodo con cui i vescovi consultano i fedeli, ma diventa un quadro interpretativo attraverso il quale la Chiesa comprende la propria costituzione, autorità e processo decisionale.

Eppure la difficoltà pratica... Alcuni direbbero un’evidente incoerenza interna... si presenta immediatamente. Se sinodalità significa ascolto, a chi sta ascoltando la Chiesa e con quale criterio viene inverato il discernimenyo delle voci? L’opinione pubblica non è il sensus fidei. Le richieste più insistenti ripetute da attivisti, teologi, gruppi di pressione e delegati scelti per professione non rappresentano necessariamente la fede dei battezzati. Né si può invocare lo Spirito Santo come spiegazione di conclusioni che contraddicono quanto la Chiesa ha costantemente insegnato.

Francesco stesso ha riconosciuto questo pericolo nel 2015. I vescovi, disse, devono distinguere l'autentica fede della Chiesa dalle «correnti mutevoli dell'opinione pubblica». Ma non si può negare che il successivo processo sinodale abbia ripetutamente portato proprio queste correnti all'interno delle deliberazioni della Chiesa.

Questioni riguardanti l'omosessualità, la morale sessuale, l'ordinazione delle donne, l'identità di genere, l'autorità ecclesiale e la disciplina sacramentale sono state rimesse in discussione come se la Chiesa non si fosse mai espressa in modo definitivo su questi temi. La giustificazione addotta è che nessuno dovrebbe temere il dialogo, che lo Spirito può parlare attraverso voci inaspettate e che la Chiesa deve ascoltare l'esperienza vissuta. Ma l'ascolto non viene mai presentato come un esercizio neutrale. Le questioni ammesse alla riconsiderazione si muovono in modo schiacciante in un'unica direzione e la sinodalità raramente sembra riaprire i quesiti al fine di recuperare una comprensione più rigorosa della dottrina o della disciplina cattolica. Di norma non invita a riconsiderare la Comunione sulla mano, la contraccezione, gli annullamenti senza colpa, la sperimentazione liturgica, il crollo della disciplina clericale o la perdita di un chiaro insegnamento sulle cose ultime. Non parla mai della chiamata alla santità, dell'importanza delle devozioni o della necessità di una solida catechesi. Al contrario, genera ripetutamente pressioni per un adattamento ai presupposti morali dell'Occidente contemporaneo.

Si potrebbe forse obiettare che ciò non dimostra necessariamente che Papa Francesco abbia consapevolmente ideato la sinodalità come strumento disonesto. Le motivazioni sono difficili da stabilire e non dovrebbero essere affermate al di là delle prove. Tuttavia, dopo più di un decennio, credo sia ragionevole giudicare un metodo di governo in base ai suoi effetti costanti. Tali effetti suggeriscono che la sinodalità abbia funzionato come un meccanismo attraverso il quale è possibile aggirare un insegnamento consolidato senza che venga formalmente smentito.

Il genio (?!?) del meccanismo sta nel fatto che la dottrina non ha bisogno di essere modificata. Può essere ripetutamente riaffermata anche mentre vengono autorizzate pratiche pastorali che sembrano contraddirla. Questo schema è diventato inequivocabile per la prima volta in Amoris Laetitia (vedi). L'esortazione apostolica seguì due sinodi sulla famiglia molto controversi. La dottrina cattolica sul matrimonio fu formalmente preservata. Il matrimonio rimase indissolubile. I rapporti sessuali al di fuori di un matrimonio valido rimasero oggettivamente contrari alla legge morale. Nessuna proposizione dottrinale fu apertamente ribaltata. Eppure il capitolo otto introdusse una nuova enfasi sull'accompagnamento, sul discernimento, sulle circostanze attenuanti e sulla graduale integrazione nella vita sacramentale della Chiesa. Francesco mise in guardia dall'applicare meccanicamente regole generali a ogni situazione concreta e affermò che il discernimento poteva riconoscere che una persona, pur vivendo in una situazione oggettivamente peccaminosa, potrebbe non essere soggettivamente colpevole di peccato mortale.

Considerato isolatamente, ciò riflette la consolidata teologia morale cattolica. La Chiesa ha sempre distinto il carattere oggettivo di un atto dalla colpevolezza soggettiva della persona che lo commette. L'innovazione risiedeva nell'uso che veniva fatto di tale distinzione.

La nota a piè di pagina 351 affermava che in certi casi l'aiuto della Chiesa poteva includere i sacramenti. Il documento non definiva con precisione tali casi. Non specificava chiaramente se si riferisse a persone divorziate e risposate civilmente che continuavano ad avere rapporti sessuali pur ricevendo la Santa Comunione. Né ribadiva la disciplina articolata da Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio, secondo la quale coloro che non potevano separarsi per gravi motivi potevano ricevere i sacramenti a condizione che vivessero come fratelli e sorelle. L'ambiguità rimase quindi irrisolta, con conseguenti diverse prassi pastorali nelle diverse giurisdizioni.

Diversi vescovi adottarono politiche contraddittorie. Alcuni mantennero la disciplina precedente. Altri permisero l'ammissione alla Santa Comunione dopo un processo di discernimento personale, anche laddove la coppia non si impegnasse a vivere in continenza. Nel 2023 il Dicastero per la Dottrina della Fede dichiarò esplicitamente che Amoris Laetitia aveva aperto la possibilità di accesso alla Riconciliazione e all'Eucaristia in casi particolari in cui la responsabilità e la colpevolezza erano diminuite. La dottrina dell'indissolubilità non era cambiata. La dottrina sull'adulterio non era cambiata. L'insegnamento della Chiesa sulla degna ricezione della Santa Comunione non era formalmente cambiato. Ma la disciplina che dava espressione concreta a tali insegnamenti era cambiata.

Questa è la distinzione su cui si fonda ripetutamente l'intero progetto di Francesco. La dottrina rimane verbalmente intatta, mentre la pratica pastorale è svincolata dalle sue necessarie conseguenze dottrinali. Il risultato non è semplicemente flessibilità pastorale. È una condizione in cui la stessa relazione oggettiva può essere considerata un ostacolo alla Comunione in una diocesi e non in un'altra. [In pratica si affida all'arbitrio del singolo vescovo la possibilità di fabbricare una sorta di "diritto giurisprudenziale", costituito cioè dalla "giurisprudenza" elaborata dalle sue decisioni, in alternativa a quanto stabilito dal Codice del Diritto canonico. Si creerebbe così un corpo di eccezioni (giuridico-teologiche) alla norma, ossia al dogma della fede. Dov'è più l'universalità de La Catholica? -ndT].
L'ordine morale e sacramentale, presumibilmente universale, diventa dipendente dalla geografia, dall'interpretazione episcopale e dall'esito di un processo di discernimento individuale. A questo punto bisogna chiedersi cosa significhi affermare che la dottrina è rimasta immutata. Una dottrina le cui implicazioni pratiche possono essere sospese indefinitamente non è stata esplicitamente rinnegata, ma non governa nemmeno la vita della Chiesa...
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9 commenti:

  1. Il dogma fondamentale fissato dal VII è che il linguaggio non debba essere preciso, ma impreciso. Il resto viene da qui.

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  2. Esiste uno stato di necessità progressista?
    http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV8045_Falcometa_Esiste_uno_stato_di_necessita_progressista.html

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  3. La Chiesa conosce la sinodalità da secoli.
    In sintesi questa sinodalità è la "comunione nella carità".
    La comunione per Cristo, con Cristo e in Cristo, vero uomo e vero Dio: carità.
    Nel corpo mistico e nella Sposa di Cristo, si cammina dietro al Signore, lo Sposo.
    Nel "popolo di Dio" si rischia di camminare da soli, dopo aver scelto dove andare.

    Se il popolo si appropria della sinodalità, inevitabilmente la distorce in una caricatura.
    Può succedere per un'eterogenesi dei fini, oppure per deliberato e malcelato fine.

    Nessuno può negare che in Francesco ci fosse un fine malcelato, ma deliberato.
    La Chiesa intera spronata alla "conversione pastorale e alla riforma".
    La dottrina arata da vomeri agiti nell'ignoranza e cospargendo di diserbanti il dogma.
    Un "cambiamento dei paradigmi" che ricalca l'introduzione di OGM nel buon grano.

    L'edificazione del "corpo di Cristo" che al vero Sposo preferisce un ideale palestrato.

    Allora la sinodalità caricaturale, ideologica, "dal basso", smarrisce proprio il Cielo.

    Questa sinodalità è il contrario di semplicità.
    Questa sinodalità fa a pugni con sinteticità.
    La sinodalità è liquida, magmatica, persino viscida...
    Sulla sinodalità divenuta regno di questo mondo si scivola oppure si affonda.

    Franciscus era privo di munus e lo si vede benissimo da questo suo "frutto".

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    1. Ancora con questa teoria del papa senza munus?
      Fantascienza religiosa

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    2. Ma "sinodalita'", dal basso o dall'alto, o comunione nella carità, è sempre un concetto sbagliato e nocivo, oppure inutile.
      Qualunque puntualizzazione Leone faccia, nelle diocesi già si fanno gli statuti sinodali, su impulso Cei, statuti che metteranno le diocesi e le parrocchie in mano ai laici, estromettendo i parroci e finanche il vescovo dal governo della diocesi. È insomma una rivoluzione anti-gerarchica, volta a trasformare la Catholica in una delle sette protestanti. Quello che non si capisce è come mai preti e vescovi siano così solerti nel darsi la zappa sui piedi, oltre che darla a tutta la Chiesa... Un caso di autolesionismo suicidario. Ma chi se ne importa? Quella "chiesa" è destinata alla scomparsa per emorragia di fedeli.

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  4. Magari è fuori tema, forse. Sino a Benedetto XVI, durante le cerimonie ( cappelle papali) dietro il Pontefice erano sempre assolutamente presenti i dignitari della famiglia pontificia, con Bergoglio e Prevost sono letteralmente scomparsi. Perché? Ci sarà un perché e io non vado a cercarlo nello snellimento sciatto delle cerimonie.

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  5. A me stupisce il fatto che in più cento anni, partendo dal modernismo di fine 1800 ed inizio 1900, siamo ancora a questo punto. O durante più di un secolo si sono consacrati i mediocri, di preferenza, oppure si è cercato di mandare avanti i modernisti, modernista nomina modernista. Anche tra i modernisti ognuno cova le eresie sue. Eppoi quelli che vengono dal Sud America fin da neonati, mediamente,insieme al latte della mamma si sono nutriti del pueblo unido...! Però anche il Vecchio continente ha avuto le sue rivolte, qualcuno dirà i rivoltosi sono stati sempre ammazzati o messi in galera a vita. Non sempre e non tutti. La diffusione della cultura greco latina antica, cattolica, nobiliare e nazionale hanno affinato gli spiriti di tutti i popoli. Purtroppo man mano la decadenza si è accoppiata con il progresso materiale, ed il progresso tecnico ha insuperbito gli uomini anche di chiesa ed ognuno nel pensier si è finto dio, non il Dio, Uno eTrino, martirizzato sulla Croce no, un dio potente, sempre più ricco, che si fa beffe di quello che ha sempre insegnato ed insegna sempre il Signore attraverso i Suoi autentici Santi ed attraverso il buon esempio che danno tutti gli uomini e donne che Gli sono fedeli.

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  6. Non ho la competenza per addentrarmi nel discorso sinodale; dico semplicemente che l'attributo principale di questa Chiesa sorta dal CVII mi pare si possa individuare nell'assenza di qualita'. Musil scrisse un tomo assai pesante sull'uomo senza qualita'. Mi sembra che dalla nuova liturgia ai nuovi contenuti dottrinali e morali, si possa parlare di mancanza di qualita', giusto per essere chiari, sintetici e comprensibili al popolo. La qualita' e' un attributo importante, fondamentale, che si tratti di spirito o di materia e non va a braccetto con la quantita'. Sia nella prolissita' dei discorsi e degli scritti, che nelle comparsate televisive o mondane, la nota caratterizzante pare proprio

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  7. Cit. Michele Gaslini
    𝑩𝑨𝑻𝑻𝑰𝑴𝑨𝑵𝑰 𝑰𝑵 𝑪𝑯𝑰𝑬𝑺𝑨.

    La Messa domenicale alla quale usualmente mi tocca assistere in mancanza di meglio (ovvero di una Messa Tridentina), questa sera, era incastonata nel contesto di una particolare ricorrenza.

    Ovviamente, quando ci si reca ad una funzione di "rito riformato", quanto ad intensità spirituale ed a decoro liturgico, non v'è mai molto da attendersi; tuttavia, la particolare occasione a cui accennavo è servita a conferire alla sacra cerimonia l'atmosfera di un ritrovo campestre, scandito da ripetuti e convinti battimani.

    Gli unici a mantenere una compostezza conforme al luogo, evitando di applaudire, siamo stati io e un paio di Imam, i quali, verosimilmente invitati a conferire alla celebrazione la nota di quell'esotismo interconfessionale, che oggi parrebbe costituire la misura suprema della "partecipazione", hanno finito, quantunque non cristiani, per offrire essi stessi l'esempio di come ci si dovrebbe condurre in un luogo sacro ...

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