Bellissima testimonianza di una mia amica cristiana pakistana, di cui dal motore interno potete trovare molti precedenti interessanti.
Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica.
Da giorni leggo discussioni sul burqa, sul niqab, sul velo islamico, sul velo cristiano, sul velo delle suore. C’è chi li paragona, chi spiega le differenze, chi invoca la libertà religiosa, chi parla di identità
E più leggo, più mi viene da pensare che forse stiamo discutendo la domanda sbagliata.
Non voglio aggiungere l’ennesima voce al coro del “burqa sì” o “burqa no”. Vorrei fare un passo indietro e porre una domanda diversa: che valore ha il dialogo tra culture e religioni se la reciprocità rimane sempre fuori dalla porta?
Supponiamo pure che l’Europa scelga, nei limiti delle proprie leggi, di permettere burqa e niqab in nome della libertà religiosa. Bene. Ma allora vorrei chiedere: quella stessa libertà che pretendiamo dall’Europa, abbiamo il coraggio di chiederla anche ai Paesi a maggioranza musulmana per le loro minoranze?
Il Pakistan non è per me un argomento da osservare da lontano. È il luogo nel quale si sono formati il mio sguardo e la mia conoscenza dei rapporti tra maggioranza e minoranze religiose. Conosco quel linguaggio non scritto che ti insegna molto presto ciò che una donna può fare, come può vestirsi e fin dove può spingersi senza scontrarsi con determinate norme sociali e culturali.
E voglio essere precisa: in Pakistan non esiste semplicemente una legge federale che dica “minigonna vietata” o “pantaloncini vietati”. Molto dipende da norme sociali, religiose e culturali profondamente radicate. In altri Paesi a maggioranza musulmana esistono anche regole più esplicite sul decoro pubblico.
Ma quando entriamo in quelle società, cosa facciamo?
Ci informiamo. Ci adattiamo. Rispettiamo le leggi e teniamo conto della cultura del luogo. Non arriviamo pretendendo che un intero Paese cambi perché siamo arrivati noi.
Perché allora chiedere a chi arriva in Europa di rispettare la cultura, le leggi e i principi della società che lo accoglie dovrebbe essere considerato intollerante?
Ed è qui che torno a quella parola che sentiamo pronunciare continuamente: dialogo.
Credo nel dialogo. Ma il dialogo autentico non può essere una porta che si apre da un solo lato.
Se l’Europa crea spazio perché le comunità musulmane possano professare pubblicamente la propria fede, costruire moschee nei limiti delle leggi, educare i propri figli nella propria religione e vivere senza discriminazioni, allora quello stesso dialogo deve avere il coraggio di attraversare anche il Mediterraneo e domandare:
Quanto spazio concedete alle vostre minoranze? Quanto è libera una comunità cristiana? Quanto è semplice costruire o restaurare una chiesa? Quanto è protetto chi appartiene a un’altra religione? Quanto può manifestare pubblicamente la propria fede senza paura o discriminazione?
Questo è dialogo.
Se invece il dialogo significa chiedere continuamente all’Europa di aprire porte senza avere il coraggio di chiedere che altre porte vengano aperte altrove, allora quella parola è stata svuotata del suo significato.
Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica.
E c’è una domanda ancora più personale che negli ultimi anni mi ritorna spesso dentro.
Molti di noi provenienti da Paesi a maggioranza musulmana hanno guardato all’Europa come a un luogo nel quale respirare una libertà diversa: libertà di coscienza, libertà religiosa, libertà di espressione, libertà di essere minoranza senza dover continuamente misurare quanto spazio sia concesso alla propria identità. E allora qualche volta mi domando, quasi amaramente: ma perché siamo partiti?
Perché cercare una società più libera, se poi quella stessa società comincia ad avere paura persino di discutere determinate pratiche o di difendere ciò che la rende diversa?
A volte mi sorprendo davvero a pensare: se un giorno dovessi ritrovare qui le stesse dinamiche dalle quali tanti cercavano maggiore libertà, che senso avrebbe avuto partire? E attenzione: non sto dicendo che la presenza di una donna con l’hijab, di una famiglia musulmana o di una moschea trasformi l’Europa nel Pakistan. Sarebbe assurdo.
Sto parlando di qualcosa di molto più profondo: della paura di discutere, della rinuncia a porre domande, dell’idea che l’integrazione debba comportare soltanto concessioni da parte della società che accoglie e mai anche un adattamento da parte di chi viene accolto.
Non sono venuta in Europa perché l’Europa diventasse il luogo dal quale provenivo. Sono venuta anche perché qui ho trovato libertà che altrove, soprattutto come appartenente a una minoranza religiosa, non potevo dare per scontate.
E quelle libertà meritano di essere custodite.
Custodirle non significa essere ostili ai musulmani. Significa poter dire serenamente a chiunque arrivi: qui sei libero di credere, pregare e vivere la tua fede; ma sei entrato anche in una società con una propria storia, una propria cultura, le proprie leggi e le proprie libertà. Come noi rispettiamo la tua dignità, tu sei chiamato a rispettare tutto questo.
Non voglio rispondere a un’intolleranza con un’altra intolleranza. Voglio qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: coerenza.
Se chiediamo all’Europa di rispettare il musulmano, dobbiamo avere il coraggio di chiedere ai Paesi a maggioranza musulmana di rispettare con la stessa fermezza il cristiano, l’hindu, il sikh, l’ateo e ogni altra minoranza.
Se difendiamo la libertà religiosa qui, difendiamola anche là.
Se ci indigniamo per una libertà negata qui, non voltiamoci dall’altra parte quando quella stessa libertà viene negata altrove.
Non perché i diritti siano uno scambio — io concedo a te se tu concedi a me — ma per una ragione molto più seria: se li chiamiamo universali, devono valere universalmente.
Forse, allora, il vero dibattito non riguarda neppure il burqa.
Riguarda noi.
Riguarda quanto crediamo davvero nelle parole che ripetiamo continuamente: libertà, rispetto, integrazione, dialogo.
Accogliere non significa smettere di pensare. Rispettare non significa rinunciare al discernimento. Dialogare non significa che uno chiede e l’altro concede continuamente.
Usiamo la mente. Ma soprattutto usiamo la coscienza.
Perché un diritto che difendiamo soltanto quando deve essere garantito dall’Europa non è davvero universale. E una libertà che cambia valore appena attraversiamo una frontiera non è libertà: è un doppio standard.
zarish Imelda Neno europea.
E più leggo, più mi viene da pensare che forse stiamo discutendo la domanda sbagliata.
Non voglio aggiungere l’ennesima voce al coro del “burqa sì” o “burqa no”. Vorrei fare un passo indietro e porre una domanda diversa: che valore ha il dialogo tra culture e religioni se la reciprocità rimane sempre fuori dalla porta?
Supponiamo pure che l’Europa scelga, nei limiti delle proprie leggi, di permettere burqa e niqab in nome della libertà religiosa. Bene. Ma allora vorrei chiedere: quella stessa libertà che pretendiamo dall’Europa, abbiamo il coraggio di chiederla anche ai Paesi a maggioranza musulmana per le loro minoranze?
Il Pakistan non è per me un argomento da osservare da lontano. È il luogo nel quale si sono formati il mio sguardo e la mia conoscenza dei rapporti tra maggioranza e minoranze religiose. Conosco quel linguaggio non scritto che ti insegna molto presto ciò che una donna può fare, come può vestirsi e fin dove può spingersi senza scontrarsi con determinate norme sociali e culturali.
E voglio essere precisa: in Pakistan non esiste semplicemente una legge federale che dica “minigonna vietata” o “pantaloncini vietati”. Molto dipende da norme sociali, religiose e culturali profondamente radicate. In altri Paesi a maggioranza musulmana esistono anche regole più esplicite sul decoro pubblico.
Ma quando entriamo in quelle società, cosa facciamo?
Ci informiamo. Ci adattiamo. Rispettiamo le leggi e teniamo conto della cultura del luogo. Non arriviamo pretendendo che un intero Paese cambi perché siamo arrivati noi.
Perché allora chiedere a chi arriva in Europa di rispettare la cultura, le leggi e i principi della società che lo accoglie dovrebbe essere considerato intollerante?
Ed è qui che torno a quella parola che sentiamo pronunciare continuamente: dialogo.
Credo nel dialogo. Ma il dialogo autentico non può essere una porta che si apre da un solo lato.
Se l’Europa crea spazio perché le comunità musulmane possano professare pubblicamente la propria fede, costruire moschee nei limiti delle leggi, educare i propri figli nella propria religione e vivere senza discriminazioni, allora quello stesso dialogo deve avere il coraggio di attraversare anche il Mediterraneo e domandare:
Quanto spazio concedete alle vostre minoranze? Quanto è libera una comunità cristiana? Quanto è semplice costruire o restaurare una chiesa? Quanto è protetto chi appartiene a un’altra religione? Quanto può manifestare pubblicamente la propria fede senza paura o discriminazione?
Questo è dialogo.
Se invece il dialogo significa chiedere continuamente all’Europa di aprire porte senza avere il coraggio di chiedere che altre porte vengano aperte altrove, allora quella parola è stata svuotata del suo significato.
Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica.
E c’è una domanda ancora più personale che negli ultimi anni mi ritorna spesso dentro.
Molti di noi provenienti da Paesi a maggioranza musulmana hanno guardato all’Europa come a un luogo nel quale respirare una libertà diversa: libertà di coscienza, libertà religiosa, libertà di espressione, libertà di essere minoranza senza dover continuamente misurare quanto spazio sia concesso alla propria identità. E allora qualche volta mi domando, quasi amaramente: ma perché siamo partiti?
Perché cercare una società più libera, se poi quella stessa società comincia ad avere paura persino di discutere determinate pratiche o di difendere ciò che la rende diversa?
A volte mi sorprendo davvero a pensare: se un giorno dovessi ritrovare qui le stesse dinamiche dalle quali tanti cercavano maggiore libertà, che senso avrebbe avuto partire? E attenzione: non sto dicendo che la presenza di una donna con l’hijab, di una famiglia musulmana o di una moschea trasformi l’Europa nel Pakistan. Sarebbe assurdo.
Sto parlando di qualcosa di molto più profondo: della paura di discutere, della rinuncia a porre domande, dell’idea che l’integrazione debba comportare soltanto concessioni da parte della società che accoglie e mai anche un adattamento da parte di chi viene accolto.
Non sono venuta in Europa perché l’Europa diventasse il luogo dal quale provenivo. Sono venuta anche perché qui ho trovato libertà che altrove, soprattutto come appartenente a una minoranza religiosa, non potevo dare per scontate.
E quelle libertà meritano di essere custodite.
Custodirle non significa essere ostili ai musulmani. Significa poter dire serenamente a chiunque arrivi: qui sei libero di credere, pregare e vivere la tua fede; ma sei entrato anche in una società con una propria storia, una propria cultura, le proprie leggi e le proprie libertà. Come noi rispettiamo la tua dignità, tu sei chiamato a rispettare tutto questo.
Non voglio rispondere a un’intolleranza con un’altra intolleranza. Voglio qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: coerenza.
Se chiediamo all’Europa di rispettare il musulmano, dobbiamo avere il coraggio di chiedere ai Paesi a maggioranza musulmana di rispettare con la stessa fermezza il cristiano, l’hindu, il sikh, l’ateo e ogni altra minoranza.
Se difendiamo la libertà religiosa qui, difendiamola anche là.
Se ci indigniamo per una libertà negata qui, non voltiamoci dall’altra parte quando quella stessa libertà viene negata altrove.
Non perché i diritti siano uno scambio — io concedo a te se tu concedi a me — ma per una ragione molto più seria: se li chiamiamo universali, devono valere universalmente.
Forse, allora, il vero dibattito non riguarda neppure il burqa.
Riguarda noi.
Riguarda quanto crediamo davvero nelle parole che ripetiamo continuamente: libertà, rispetto, integrazione, dialogo.
Accogliere non significa smettere di pensare. Rispettare non significa rinunciare al discernimento. Dialogare non significa che uno chiede e l’altro concede continuamente.
Usiamo la mente. Ma soprattutto usiamo la coscienza.
Perché un diritto che difendiamo soltanto quando deve essere garantito dall’Europa non è davvero universale. E una libertà che cambia valore appena attraversiamo una frontiera non è libertà: è un doppio standard.
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