Pagine fisse in evidenza

lunedì 27 maggio 2013

Inos Biffi. La Trinità e l'ut unum sint. Quando l'ecumenismo si avvera

Leggiamo questo edificante testo, da L'Osservatore Romano di oggi. Combinazione, nel cercare la fonte, scopro che il testo on-line ne fornisce una versione "monca" anche in questa edizione, mentre da qui ho preso quella integrale che, in fondo, contiene la parte più significativa e in evidente contrasto col "falso ecumenismo" post-conciliare. [Per chi volesse approfondire
Chi è che decide l'epurazione dei testi? Ormai è del tutto evidente la mala fede dei manovratori persino dell'informazione vaticana.

Abitualmente, quando si parla di ecumenismo, si cita l'espressione del vangelo di Giovanni: «Che siano una cosa sola» -- ut unum sint (17, 21) -- tuttavia quasi sempre trascurandone il contesto e lasciando, così, sfuggire il senso e l'intenzione precisi di questa domanda che Gesù rivolge al Padre. «Padre santo», egli dice, «io non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Non prego poi solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, perché tutti siano uno come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano uno come noi siamo uno. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me». Come si vede, si tratta di un testo dalla trama accuratamente costrutta ed elaborata, dove il tema emergente è quello dell'unità: dell'unità originaria, quella cioè che risulta dall'“inclusione” del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre, e dell'unità dei discepoli nei quali quell'unità divina è destinata a trapassare.

In altre parole, lo stesso unum, in atto dell'intima comunione tra il Padre e Gesù, è chiamato a trasfondersi e a prolungarsi nei discepoli e quindi a diventare visibile nella loro fraternità. «L'unità divina -- commenta il biblista Rudolf Schnackenburg -- è calata nei discepoli di Gesù in quanto “Gesù è in loro” e “il Padre in Gesù”. Poiché Gesù è nei discepoli e il Padre è in Gesù, la comunità dei discepoli è ripiena di essenza divina e quindi unita e compatta. Essa diventa una perfetta unità e a un tempo è chiamata a rendere visibile nell'amore fraterno il mistero dell'unità divina. In ciò il mondo può e deve riconoscere che Gesù, che fa della comunità cristiana la manifestazione dell'essenza divina, è l'Inviato di Dio. Una comunità che è unita e trova la forza di amare è in ultima analisi un mysterium dell'amore divino. Attraverso Gesù Dio ha accolto nel suo amore i credenti nel Figlio suo e li ha colmati della forza del suo amore».

I credenti «porteranno [nel mondo] la testimonianza della loro unità e della loro unione con Padre e col Figlio» (Ignace de la Potterie), e così creeranno la condizione perché lo stesso mondo creda in Gesù, riconoscendolo come Colui che è stato mandato dal Padre.

È come dire che la Chiesa, formata dai discepoli, deve apparire come la comunità partecipe dell'unità che annoda il Padre e il Figlio; come il segno visibile o il sacramento di tale unità. La carità reciproca dei credenti deve quindi riflettere e rappresentare quell'“uno”, che costituisce e definisce la relazione tra Gesù e il Padre.

A questo punto ci si può domandare se sia veramente questa visione dell'unità che evochiamo quando citiamo l'ut unum sint o vi ricorriamo nell'ottica dell'ecumenismo. Questo viene per lo più inteso come la riunione, per così dire paritetica od “orizzontale”, tra i cristiani. Ma in questo caso non siamo esattamente nella prospettiva della preghiera di Gesù, il quale chiedeva non che dei “fratelli separati”, come li chiamiamo, si riunissero, ma che l'unità “divina” dimorasse in quelli che il Padre gli aveva dato, che non sono affatto visti in uno stato di separazione e che, anzi, neppure sarebbero suoi discepoli, se mancasse la presenza in loro dell'unum del Padre e del Figlio. La genesi e la forma del loro essere congiunti si innestano sulla vita intima della santissima Trinità.

Non per questo, tuttavia, l'“unità”, che Gesù implora dal Padre per i “suoi”, va considerata estranea all'“ecumenismo” nel quale come discepoli del Signore ci dobbiamo sentire tutti impegnati. Al contrario: è proprio quella preghiera a illustrare sia la gravità della separazione sia il significato e l'intento della ricomposizione. Anzitutto, la gravità della separazione, che, alla luce della preghiera di Gesù, si configura come un'attenuazione o una perdita della comunione con l'unum del Padre e del Figlio e perciò con l'unica Chiesa, Corpo di Cristo, generata e stabilita da quest'unum, per cui diciamo: «Credo la Chiesa “una”». È poi illustrato il significato e l'intento della ricomposizione, la quale non mira a costituire questa Chiesa “una”, quasi fosse scomparsa, e risultasse come frutto e come sintesi delle varie comunità ecclesiali, che si rimettono insieme. L'ecumenismo si avvera se si ritorna [il reditus scomparso - ndr] e ci si reinserisce nell'unico Corpo di Cristo, cioè nella Tradizione dell'“unica” Chiesa, che, pur con i suoi membri peccatori e con una storia non sempre ineccepibile, non ha mai cessato di esserci, «una, santa, cattolica e apostolica», quale opera di Dio, fondata da Cristo, animata dal suo Spirito e da lui istituita sull'insfaldabile roccia che è Pietro.

Se l'ecumenismo non è concepito e avvertito a questo livello di finalità e di profondità, determinate dall'ut unum sint di Cristo, le iniziative di dialogo e di confronto in sé proficue e persino necessarie finirebbero col confondere e l'esito sarebbe un pacifismo teologico invece che la ripresa di una vera comunione.
___________________________________
(©L'Osservatore Romano 26 maggio 2013)

16 commenti:

  1. E' un esempio estremo, ma se al mondo restasse una sola persona a conservare integra la fede cattolica, quella sola persona sarebbe - per fede - la Chiesa cattolica tutta. In una situazione di drammatica emergenza, ma senza alcuna diminuzione soprannaturale.

    Nel Credo, infatti, non proclamiamo di credere "alla Chiesa" ma "la Chiesa".

    RispondiElimina
  2. Che ne dici, Louis, dell'immagine dell'"esilio" per la Tradizione?

    RispondiElimina
  3. Come cantare i canti di Sion in terra straniera?
    Ricordi quel che dicevamo a proposito del Gregoriano, che risulta 'estraneo' al NO, ma che custodisce e trasmette ricchezze spirituali eccelse e trasporta in alto lo spirito?
    E che dire dell'Arte sacra?
    Di quanti tesori siamo stati derubati!
    Non permettiamo che siano sempre più sepolti, nella cecità spirituale purtroppo imperante perfino nei pastori.

    RispondiElimina
  4. Non avevo pensato all'esilio ma a qualcosa di simile: alla cattività.

    Ci penso sempre all'ora nona, ora del salmo 125.

    "Convérte, Dómine, captivitátem nostram, sicut torrens in Austro."

    Ma quando rileggo questo salmo, capisco che in fondo sono i novatori ad essersi cercarti una volontaria cattività. Noi siamo saldi nelle ali della Chiesa nostra madre.

    RispondiElimina
  5. Perfino..... Soprattutto nei pastori, direi. Confidiamo nelle prossime leve di preti giovani! Felice

    RispondiElimina
  6. Ma quando rileggo questo salmo, capisco che in fondo sono i novatori ad essersi cercati una volontaria cattività. Noi siamo saldi nelle ali della Chiesa nostra madre.

    Forse è una cattività di cui non sono consapevoli.
    Sull'immagine, rispetto all'esilio, credo che tu abbia colto meglio nel segno.

    RispondiElimina

  7. Credo anche io che molti non siano consapevoli della loro cattività.

    E' proprio questo il senso del salmo:

    "Riconduci, o Signore, i nostri dalla cattività, quasi torrente al soffio dell'Austro "

    RispondiElimina
  8. "scopro che il testo on-line ne fornisce una versione "monca" anche in questa edizione"


    Censura delle affermazioni scomode e secondo tradizione. Danno decisamente fastidio, ma soprattutto vanno oscurate!

    RispondiElimina
  9. mic, qui un articolo che può interessarti, forse:

    http://it.radiovaticana.va/news/2013/05/27/la_preghiera_dei_bambini_della_prima_comunione_per_papa_francesco:_l/it1-695903

    RispondiElimina
  10. Da Radio Vaticana.
    Il discorso di Penna mi pare confusionario:

    1. Questa è una cosa:
    Dice Penna: R. – All’origine c’è una prassi ebraica, non greca, non romana, ma proprio ebraica, dove la benedizione viene data da Dio e anche a Dio. Nel primo caso, è tipico il testo del Libro dei Numeri, al capitolo 6, una formula che credo sia anche nota, dove si dice: “Così benedirete gli israeliti, direte loro: ‘Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il Suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il Suo volto e ti conceda pace’. Questo è un testo bellissimo.

    2. E questa è un'altra: continua Poi, però, nell’ebraismo, in particolare nel culto sinagogale, c’è la benedizione a Dio, non nel senso che gli si voglia fare un favore o augurargli del bene, ma nel senso di riconoscere la sua diversità, la sua superiorità, il suo dinamismo salvifico. Dio viene benedetto perché Lui è mio amico - diciamo in termini molto semplici - dove la benedizione equivale quasi ad un ringraziamento.

    Ed è alla 1. che si riallaccia il discorso della benedizione dei bambini:
    D. – Ma quanta fiducia ci dà Papa Francesco, chiedendo la nostra benedizione? E poi è anche una responsabilizzazione al “bene dire”, anche al "bene parlare", piuttosto che al “male dire”, che troppo spesso facciamo contro qualcuno o contro qualcosa, anche per futili motivi...

    dice Penna: R. – Beh, è un segno di con-unione, proprio di comunione. Ed è un gesto di responsabilizzazione e anche di valorizzazione del mio interlocutore, perché gli auguro ogni bene, non in termini generici, neutrali, filantropici, ma proprio il bene di Dio stesso.

    e continua, riallacciandosi a 2. che non c'entra niente con questa su che è il gesto richiesto dal papa ai bambini:
    C’è anche il famoso “benedictus” che Zaccaria pronuncia nel Vangelo di Luca: benedice Dio. Ci sono alcune lettere di Paolo in cui si comincia - nella Lettera agli Efesini – “Benedetto Dio Signore, Padre, Signore nostro Gesù Cristo”, e viene cioè benedetto Dio stesso, ma come fonte di benedizione, perché il testo degli Efesini dice: “il quale ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale in Cristo”. E’ vero che nelle lettere di Paolo non c’è una benedizione data ai destinatari. Questa è prassi che si è poi istituita e consolidata e di cui il gesto di Papa Francesco è una bella dimostrazione.

    La frase paolina dice esattamente: "Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo".

    E dunque che legame si può trovare col chiedere la benedizione dei bambini? E ci piacerebbe capire qualcosa di più sulla "prassi consolidata" di cui parla. Penso che ognuno di noi possa invocare la benedizione celeste su qualcuno. Ma, secondo me, che un "papa" la chieda a dei bambini, più che responsabilizzarli (visto che non una è una prassi consolidata nell'uso comune e non si spiega loro nulla) banalizza la sua funzione sacerdotale, che è quella di colui che impartisce la benedizione celeste come mediatore in quanto "alter Christus": è questa la prassi consolidata che conosco io, diversa dagli usi carismatici, ad esempio...

    RispondiElimina
  11. E' il "sacro" che viene distrutto con la banalizzazione. E questo è uno dei tanti modi.

    RispondiElimina
  12. Da notare che in Numeri 6, 22-23, le parole che precedono la formula di benedizione, sono riferite alla funzione sacerdotale di Aronne e non ad un israelita qualunque. Funzione del sacerdozio di Aronne che per noi è superata da quella di Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote (e del sacerdote come "alter Christus") e da "ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo"...

    22 Il Signore aggiunse a Mosè: 23 «Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro:
    ...

    RispondiElimina
  13. E' possibile per chiunque chiedere la benedizione del Signore per qualcun'altro.
    Ma la benedizione data dal sacerdote stricto sensu intesa è, a rigore, un sacramentale.
    Il caso di papa Francesco credo sia semplicemente un omaggio alla retorica conciliare del "popolo sacerdotale di Dio": un modo per confondere, nella prassi, la distinzione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale.
    E' questo la vera carta che Bergoglio sta giocando: non più quella teorica (che può spingersi solo fino ad un certo punto, come il pontificato di BXVI ha mostrato) ma quella pratica (che può spingersi ben oltre).

    Quanto alla benedizione rivolta a Dio, credo non c'entri proprio nulla con il caso in questione: è solo un modo per esprimere la lode e il ringraziamento al Signore.

    A quest'ora si recita compieta, e i salmi si concludono con il meraviglioso salmo 133:

    "Ecce nunc benedícite Dóminum, omnes servi Dómini:
    Qui statis in domo Dómini, in átriis domus Dei nostri.
    In nóctibus extóllite manus vestras in sancta, et benedícite Dóminum.
    Benedícat te Dóminus ex Sion, qui fecit cælum et terram."

    RispondiElimina
  14. Ma la benedizione data dal sacerdote stricto sensu intesa è, a rigore, un sacramentale.
    Il caso di papa Francesco credo sia semplicemente un omaggio alla retorica conciliare del "popolo sacerdotale di Dio"


    E' più che evidente e francamente siamo oltre che sconcertati anche addolorati di veder consolidata proprio dalla prassi questa diminutio molto seria del sacerdozio ministeriale.

    RispondiElimina
  15. Gentile Mic., riferendomi ai primi tre commenti, di Louis Martin, ed i tuoi due successivi, mi ricordo che varie volte su questo blogg ho scritto, che noi siamo, dal 1962, data funerea, un po' come i primi Cristiani, nascosti dentro le catacombe altrimenti venivano portati al colosseo per essere sbranati dai leoni dei pagani. Infatti oggi siamo, come tradizione, in esilio (siano gli appestati, ma siamo anche i monatti, i guariti e con coraggio possiamo girare a portare via quelli che stanno morendo senza piu' paura di infettarci) perche' quando moltissimi anni fa' frequentavo la mia parrocchia, venivo visto con disprezzo in quanto non ero d'accordo col nuovo.
    Avevo capito che prima o poi, - un poi non molto lontano - dovevamo allontanarci da quei bellimbusti che avevano preso in mano e trasmettevano la nuova dottrina conciliare, e noi dovevamo essere zittiti. I piu' feroci erano proprio i pastori, guai a contrastarli anche con buone idee. - L'Ut Unum Sint quando lo vuole Dio. Ora e' in arrivo solo il nuovo ecumenismo conciliare, la confusione. Mi trovavo con due preti conciliari e due persone semplici di animo, quando una di queste ha detto che Dio e' Padre buono e alla fine salva tutti anche i peccatori; allora io ho risposto per quale motivo Dio avrebbe creato il paradiso, il purgatorio e l'inferno, cercavo una piccola risposta, ma non e' arrivata da nessuno; anzi il commento e' stato che sono un presuntuoso.

    RispondiElimina
  16. Mi trovavo con due preti conciliari e due persone semplici di animo, quando una di queste ha detto che Dio e' Padre buono e alla fine salva tutti anche i peccatori; allora io ho risposto per quale motivo Dio avrebbe creato il paradiso, il purgatorio e l'inferno, cercavo una piccola risposta, ma non e' arrivata da nessuno; anzi il commento e' stato che sono un presuntuoso.

    Dobbiamo pregare, e molto, perché il Signore e la nostra cara Madre illuminino i Sacerdoti, ai quali sono affidate molte anime...

    RispondiElimina

I commenti vengono pubblicati solo dopo l'approvazione di uno dei moderatori del blog.