Pagine fisse in evidenza

mercoledì 10 settembre 2014

A. Gnocchi. Loreto. “Qui non confessioni ma dialogo e ascolto”

Grazie ad Alessandro Gnocchi per questo suo articolo uscito oggi su Il Foglio. Invito a leggere con attenzione la sua sapiente argomentazione. Vi basti questo accenno alla problematica che affronta: «...Lascia intendere che lì, sotto lo sguardo dei Santi Cirillo e Metodio che convertirono l’Europa orientale alla fede in Cristo, si possa trovare nella comprensione di un essere umano qualcosa in più del perdono di Figlio di Dio. Eloquente esibizione della voglia matta di resa al mondo di una chiesa riottosa al dogma che trasmette la Verità e ai sacramenti attraverso cui scorre la Grazia».

Se un giorno di fine estate un pellegrino si avventurasse nel santuario di Loreto in cerca un confessore, si guardi bene dall’aggirarsi i confessionali posti attorno alla Santa Casa. Tenti invece in qualche cappella minore, prima o poi vedrà un frate accomodato su una sedia, un fedele non sempre in ginocchio e un piccolo gruppo in frettolosa attesa: vorrà dire che è arrivato.

Ma, soprattutto, il pellegrino si astenga dal frugare con lo sguardo nella Cappella degli slavi, dove un laconico cartello ammonisce a caratteri di scatola “Qui non confessioni ma dialogo e ascolto” e un’opportuna locandina spiega che il “Punto d’ascolto” è attivo ogni giorno dalle 10,00 alle 12,00 e dalle 16,00 alle 18,00.

Lì, a due passi dalla casa in cui Maria disse il suo “Sì” all’angelo che le annunciava l’incarnazione del Verbo, le anime non trovano balsamo celeste che curi le loro ferite, ma il pane raffermo della chiacchiera mondana. Un tavolino con un drappo rosso gettato sopra, due sediole e, dalle 10,00 alle 12,00 e dalle 16,00 alle 18,00, talvolta un frate, talvolta una suora, talvolta forse un esperto: per parlare laddove bisognerebbe tacere, per sistemarsi a proprio agio laddove bisognerebbe stare in ginocchio, per sospirare e divagare laddove bisognerebbe contemplare. Infine, per lasciare che ognuno se ne vada così com’era arrivato, senza che un sacerdote, per conto di Cristo, ne abbia curato con misericordiosa durezza le piaghe che altrove non possono trovare lenimento.

Eppure, il malinconico avviso posto sulla balaustra della Cappella degli slavi vorrebbe dare a credere che nel cambio ci si possa guadagnare. Il “Qui non confessioni” seguito da un “ma” avversativo promette di offrire ben altro con “dialogo e ascolto”. Lascia intendere che lì, sotto lo sguardo dei Santi Cirillo e Metodio che convertirono l’Europa orientale alla fede in Cristo, si possa trovare nella comprensione di un essere umano qualcosa in più del perdono di Figlio di Dio. Eloquente esibizione della voglia matta di resa al mondo di una chiesa riottosa al dogma che trasmette la Verità e ai sacramenti attraverso cui scorre la Grazia.

Ma laddove il dogma si oscura e il sacramento si eclissa, rimane la nuda tecnica e la chiacchiera usurpa il ruolo della confessione. Fin dentro gloriosi santuari visitati da migliaia di pellegrini si manifestano l’oscuramento dell’essere e il dominio tecnocratico paventati da Heidegger quando il sentore di una giovinezza cattolica tornava a carezzare le sue narici intellettuali. “Il tempo è povero non soltanto perché Dio è morto, ma perché (...) la morte si ritrae nell’enigmatico” lamentava il filosofo di Messkirch in “Perché i poeti?”. “Il mistero del dolore resta velato. Non s’impara ad amare (...). Povera è questa povertà stessa perché dilegua la regione essenziale in cui dolore, morte e amore si raccolgono”.

Fedeli senza più fede, atei senza più ateismo che scorrono dentro e attorno alla Santa Casa di Nazaret portano nel cuore lo stesso dolore del filosofo tedesco. E, insieme, hanno la speranza nascosta di rendere meno povera la povertà di un mondo in cui faticano a vedere le tracce di Dio. Non cercano qualcosa o qualcuno che funzionino perfettamente in orari d’ufficio poiché ne hanno fino alla nausea nella vita feriale. Almeno dentro il recinto sacro vorrebbero potersi liberare dalla tirannia della tecnica che reclama la spoliazione dell’uomo. Come l’Heidegger di “Ormai soltanto un Dio ci può salvare” sono atterriti dal fatto che “Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra (...). Non c’è bisogno della bomba atomica: lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui oggi l’uomo vive”.

Ma poi, giunti in cerca di radici vive nei pressi della Casa in cui il Verbo si fece carne, questi cercatori dolenti si trovano al cospetto delle povere chiacchiere di un tecnico poste in mostra sul bancone in nome di una mercantile pluralità dell’offerta.

Quando Charles de Foucauld si convertì al cattolicesimo, nell’ottobre del 1886, lo fece per mezzo di un sacerdote che non concesse alcuno spazio al dialogo e all’ascolto. Lo narra lui stesso nei suoi ricordi, parlando con il Signore ricordandogli le quattro grazie che gli concesse in quei momenti: “La terza grazia fu di suggerirmi: poniamoci a studiare, dunque questa religione; assumiamo un professore di religione cattolica, un prete istruito, e vediamo cosa ne scappa fuori e se sarà il caso di credere a quello che dice. La quarta fu la grande grazia incomparabile di indirizzarmi, per queste lezioni di religione, a M. Huvelin. Facendomi entrare nel suo confessionale, uno degli ultimi giorni di ottobre, tra il 27 e il 30, penso, Tu, mio Dio, mi hai davvero colmato di ogni bene (... ). Io chiedevo lezioni di religione: lui mi fece mettere ginocchioni e mi fece confessare, e mi spedì a comunicarmi, seduta stante...”.

L’abbé Henry Huvelin, vicario parrocchiale Saint Augustin a Parigi, intuì che il momento era arrivato e non bisognava cedere oltre ai desideri di ricerca intellettuale di quel giovane inquieto. Bisognava solo indurlo con decisione a un atto di umile confessione e di richiesta di perdono a Dio. “Vorrei che mi istruiste nella fede”, chiese il giovane Charles. “Inginocchiatevi. Confessatevi a Dio e crederete”: e il giovane Charles si inginocchiò, si confessò, credette e si comunicò. Accogliere la fede dentro la propria intelligenza dopo un atto di assenso della volontà, come fece de Foucauld è ciò che San Giovanni, nel Vangelo, descrive dicendo in un meraviglioso rigo “Chi fa la verità, viene alla luce”. Non fu altrettanto fruttuoso il destino di Simone Weil, morta nel 1943 a 34 anni, al termine di una vita fatta di austerità, di dedizione al prossimo, di studio, di dolorosa contiguità con la mistica, di attenzione per la Chiesa cattolica senza decidersi al passo definitivo. Cristina Campo, nella splendida introduzione alla sua “Attesa di Dio”, vede all’origine del mancato abbraccio con il Corpo Mistico di Cristo l’indecisione del domenicano padre Joseph Marie Perrin, “la timidezza apostolica, la carità molto più sentimentale che spirituale del religioso che tentò di istruirla. (…) La rivelazione di una Chiesa pura perché tremenda, pietosa perché inflessibile, in totale contraddizione con il mondo, tetragona e bruciante, non era certo per atterrire Simone Weil”.

Ciò che aveva ben presente l’abbé Huvelin, e invece sfuggiva a padre Perrin, è narrato con fare quasi didascalico da Manzoni nella conversione dell’Innominato. Paride Zaiotti, astioso letterato ottocentesco, lamentava che nei “Promessi sposi” la nascita a nuova vita dell’inquieto signorotto non fosse riconosciuta al giusto tramite. “Se l’Innominato” diceva Zaiotti “come racconta il Rivola suo primo biografo, si convertì dopo il colloquio col Cardinal Borromeo, perché togliere il merito al Cardinale per darlo a Lucia, ai suoi occhi, alla sua voce soave, alle sue parole, al voto?”. Ma, a ben guardare, l’Innominato non è “stato convertito” ma “si è convertito” prima di arrivare alla presenza del Borromeo. Il cardinale lo sostiene nel riconoscere il mutamento nel suo cuore e nella sua intelligenza: “Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?”, “E chi più di voi l’ha vicino? Non lo sentite in cuore che vi agita?”. E pare di leggere Pascal: “Tu non mi cercheresti, se già non mi avessi trovato”. Il sacerdote è colui che rivela la conversione, come alter Christus è lì per sancire ciò che Dio ha operato. “E’ lì” commenta monsignor Cesare Angelini “per ricevere la legittimità di quanto è avvenuto, e a guarire un passato”.

L’Innominato non chiede “solo dialogo e ascolto”, ma che l’Unico in grado di farlo guarisca il suo passato. Chiede la giustizia e carezza che Sant’Agostino descrive nel sermone sull’adultera salvata dalla lapidazione: “E tutti uscirono di scena. Soli restarono Lui e lei; restò il Creatore e la creatura; restò la miseria e la misericordia; restò lei consapevole del suo reato e Lui che ne rimetteva il peccato. (…) Ella si accusò. Gli altri non avevano potuto portar le prove e se ne erano fuggiti. Essa invece confessò; il suo Signore non ignorava la colpevolezza, ma ne ricercava la fede e la confessione”.

Ma per imitare il Maestro, per prestargli la propria persona nel sacramento, serve un profondo e perfetto senso del peccato che, nella chiesa di oggi, è moneta sempre più rara. “Come mai” chiedeva Cristina Campo in una lettere a Marìa Zambrano nella III domenica d’Avvento del 1965 “si celebra ancora la festa dogmatica dell’Unica Immacolata, mentre implicitamente si nega, in mille modi, la maculazione di tutti gli altri? In un mondo dove non è più riconosciuto non dico il sacrilegio, l’eresia, la blasfemia, la predestinazione al male - ma il puro e semplice concetto di peccato?”. Privata di questo concetto, la confessione può solo diventare chiacchiera, “ascolto e dialogo” che occuperanno un altare dopo l’altro, una cappella dopo l’altra, una chiesa dopo l’altra. Non è un caso se i confessionali sono ormai caduti in disuso. Reperti di una religione in cui molti si confessavano e pochi osavano presentarsi alla comunione, sono incomprensibili là dove si pratica una religione in cui quasi nessuno si confessa e tutti corrono a comunicarsi. Al cospetto di tale mutazione, bisogna vere il coraggio di chiedersi se si tratta sempre della stessa religione. E sorge più di un dubbio, a non voler parlare di certezza, se si pensa che, dove ora si trova con difficoltà un prete in stola viola su uno strapuntino, una volta si ergevano grandiose opere d’arte erette alla misericordia e alla giustizia divine. Occorre solo pensare allo splendore dei confessionali di Andrea Fantoni, nati nel severo e stringato cattolicesimo bergamasco a cavallo tra Seicento e Settecento, per provare nostalgia di una fede ormai in ritirata anche nelle vallate delle ex cattolicissime Orobie.

Oggi non più, ma fino a una cinquantina d’anni or sono, persino le paolotte e silenti anime bergamasche trovavano la favella nella confessione che, secondo San Tommaso, come parte del sacramento, ha il suo determinato atto che è quello di manifestare le proprie colpe dicendole con la propria bocca. Una confessione fatta a perfezione, dice ancora il dottore di Aquino, esige molte condizioni: che sia integra, semplice, umile, discreta, fedele, vocale, mesta, pura e pronta all’obbedienza. Tutta merce che poco o nulla ha a che fare con la tecnica “ascolto e dialogo”. Certe confessioni, certe chiacchierate di oggigiorno sembrano fatte apposta per dar ragione al Machiavelli della “Mandragola” che ne mette in scena la parodia ad opera di fra Timoteo e Madonna Lucrezia. Pura tecnica burlesca che serve al tremendo fiorentino per presentare il sacramento come subdolo strumento di controllo sociale ad uso del clero.

Ma è un altro il fiorentino a cui attingere per capire che cosa sia davvero e dove conduca la confessione. Nel IX canto del Purgatorio, Dante descrive tale sacramento con amorevole e paziente minuziosità tenendo quale fonte rituali e manuali come gli “Ordo reconciliationis poenitentium” e gli “Ordo ad dandam poenitentiam”.

Giunto al cospetto di un angelo guardiano armato di spada, che rappresenta il confessore, il viaggiatore penitente scorge tre gradini. Il primo, “bianco marmo era sì pulito e terso” rappresenta l’accusa sincera del peccato commesso. Il secondo, “tinto più che perso/ d’una petrina ruvida e arsiccia,/ crepata per lo lungo e per traverso”, come spiega L’Anonimo fiorentino chiosatore di Dante, simboleggia la vergogna nel dire il proprio peccato a voce alta. Il terzo, che “porfido mi parea sì fiammeggiante/ come sangue che fuor di vena spiccia” designa l’ardore di carità verso Dio che spinge a espiare il peccato anche a costo del martirio, morale o materiale.
L’angelo, i cui piedi poggiano sul terzo gradino, siede su una soglia “che mi sembiava pietra di diamante”, allegoria della forza con cui il penitente deve mantenere i suoi propositi.
“Divoto mi gittai a’ santi piedi/ misericordia chiesi e ch’el m’aprisse/ ma tre volte nel petto pria mi diedi”. “Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa” recita ancora oggi battendosi il petto nel “Confiteor” chi voglia professare anche nella confessione la stessa fede di Dante, con le stesse parole. Poi l’angelo traccia con la punta della spada sette “P” sulla fronte del penitente a ricordargli i sette vizi capitali e l’inclinazione al peccato contro cui dovrà combattere, cominciando dalla pratica della penitenza imposta dal confessore.

La misericordia di Dio non si concretizza in “ascolto e dialogo”, nello spianare i gradini che il penitente deve salire nella confessione. Piuttosto, si trova nell’insegnamento ricevuto dall’angelo guardiano direttamente da San Pietro: che si sbaglierebbe più facilmente negando che non concedendo l'assoluzione, ma patto che sia chiesta con sincera umiltà, “pur che la gente a’ piedi mi s’atterri”.
Che non vuol dire, come suonerebbe a orecchie moderne, umiliare la creatura umana, ma amarla fin nel suo intimo, desiderando la salvezza di cui però ciascun uomo decide in proprio con pensieri, parole e opere. “Quia peccavi nimis cogitazione, verbo et opere, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”. E spesso sono sempre gli stessi pensieri, parole e opere a far cadere in tentazione. Per questo l’angelo si rivolge a Dante e alla sua guida dopo l’assoluzione ammonendo “Intrate; ma facciovi accorti/ che di fuor torna chi ‘n dietro si guata”, chi commette di nuovo lo stesso peccato ritorna di nuovo allo stato di inimicizia con Dio.

Un ammonimento che ricorda il nono capitolo del Vangelo di San Luca: “Nemo mittens manun ad aratrum et respiciens retro aptus est regno Dei”, nessuno tra chi mette mano all’aratro e guarda indietro è fatto per il Regno di Dio. Ma, dopo una seduta di “ascolto e dialogo”, in cui nulla viene dato e nulla viene chiesto, non si capisce proprio dove il pellegrino che un giorno di fine estate si sia avventurato in certe chiese possa trovare la forza di guardare avanti.
Alessandro Gnocchi

53 commenti:

  1. E si conferma cosi' che nella chiesa postconciliare essere sacerdoti significa essere assistenti sociali. Occuparsi delle periferie, dei probbblemi, dialogare, ascoltare, volemose bbene ecc. ecc. La cura delle anime non conta piu' nulla. Ma, poi, questa gente crede ancora nell'anima? Hanno mai sentito parlare dei Novissimi??

    RispondiElimina
  2. Qui un articolo sul blog di Andrea Carradori di circa un anno fa su segnalazione di un fedele lauretano, dopo che lo stesso blog si era occupato più volte della questione del Santuario:


    http://traditiocatholica.blogspot.it/2013/09/loreto-il-santuario-della-santa-casa-un.html

    RispondiElimina
  3. alcune argomentazioni sono interessanti, ma forse l'ha messa giù un po' troppo dura per un cartello di un punto d'ascolto.
    anche ascoltare chi ne ha bisogno è un atto di carità.
    immagino che in altri luoghi della santa casa sia possibile confessarsi

    RispondiElimina
  4. Gnocchi dal gusto amaro...
    Le "patate" sono andate a male: a La Salette la Madonna aveva avvertito...
    Ma vuoi mettere?!

    Che cosa ci si potrebbe aspettare poi?

    Meglio i miracoli, le apparizioni, le rivelazioni, le profezie, i sacramenti; oppure meglio un po' d'ascolto per lisciare il pelo a psiche e sentimenti?

    Se carezziamo la psiche, perchè lo "spirito" non sappiamo più bene che cosa sia (l'ignoranza è la prima arma del demonio)...

    Se ci interessa la "terra" perchè parlare di "cielo" ci porta a fare gli scongiuri o ad accusare chi ne parla di "astrattezza"....

    ... la risposta (della maggioranza) è scontata e la maggioranza è "la voce di dio". Siamo in democrazia! E non è più la DC: adesso gli "ex" sono nel PD!

    L'adulto (o meglio l'anziano, dato che oggi il cattolico "che ha vissuto la novità del Concilio" ha raggiunto almeno i settanta) non crede "alle favole", crede al dialogo.
    Crede con tutta l'anima alle riunioni, ma non crede al diavolo che spesso le organizza.

    Gnocchi dal gusto amaro. Ma cottura da manuale.

    RispondiElimina
  5. Alessandro Mirabelli10 settembre, 2014 19:28

    come i modernisti stanno cercando di trasformare il matrimonio da indissolubile a dissolubile, così nella loro logica perversa e pervertitrice stanno cercando di trasformare il sacramento della Confessione in un dialogo, in un colloquio, a mo' di psicoterapia o giù di li.

    RispondiElimina
  6. c'è gente che si confessa e c'è gente che scambia la confessione per seduta psicologica o l'occasione di parlare dei suoi problemi. Proprio per evitare questo fatto è stato creato il centro di ascolto. Chi si vuole confessare lo può fare in diversi punti del santuario, chi vuol parlare con un prete va la.
    Mauro

    RispondiElimina
  7. Beh, Mauro, a parte il fatto che si poteva benissimo creare un punto di "ascolto" fuori dal Santuario stesso, vista l'abbondanza di spazi presenti in quella sede, ma comunque a proposito di confessioni (e quindi di confessionali) all'interno del Santuario stesso riporto un punto di critica espresso da quel fedele lauretano nel sito di Carradori cui ho fornito più sopra il link:

    " I confessionali, che sono tanti, antichi e bellissimi, dovrebbero essere assolutamente recuperati per consentire ai fedeli di accostarsi al Sacramento della Riconciliazione, e non vederli ridotti a semplice residuo del passato, a oggetto museale.
    Non tutte le persone infatti sono felici di andarsi a confessare fuori dal confessionale, guardando in faccia il confessore e facendosi guardare a loro volta.
    E un nostro diritto tutelato dalla Chiesa che consiglia di accostare i penitenti al Sacramento della misericordia di Dio avvalendosi dei confessionali antichi e moderni."

    SEnza parlare poi di quest'altro punto, altrettanto importante, che cito solo ad esempio: il tutto lo segnalo per far capire che le zone d'ombra (usando un eufemismo) sono molte anche in quel contesto, e sicuramente Gnocchi lo avrà senz'altro notato, essendocisi recato di persona, pur incentrando poi l'articolo essenzialmente sul problema testé trattato:

    "- I banchi dotati di inginocchiatoi dovrebbero gradualmente prendere il posto delle sedie anche e soprattutto nella navata centrale. E’ impossibile infatti inginocchiarsi quando si ha davanti un’altra sedia (e spesso con un’altra persona) a distanza di pochi centimetri. Dobbiamo rassegnarci a seguire la celebrazione eucaristica sempre in piedi o seduti ? Se fossimo ad un concerto potrebbe anche andar bene ma nelle celebrazioni eucaristiche no …"

    RispondiElimina
  8. La gente ha bisogno di parlare ed essere ascoltata, lo constato ogni giorno, visitando i miei pazienti. Ma un conto e' dialogare ed ascoltare, cosa che può fare benissimo un medico, un psicologo, ma anche un amico, un aprente, un' insegnante, ...un conto e' confessarsi e ricevere l' assoluzione. Quello lo può fare solo un sacerdote. Quindi o li in quella cappella c'e' uno psicologo, un assistente sociale, uno psicoterapeuta, e non si capisce perché deve stare in chiesa, o c'e' un prete che usurpa l' altrui professione, e non esercita la sua missione. Grave errore nell'uno come nell' altro caso.
    Poi si meravigliano dei matrimoni che si sfasciano, dei mariti che ammazzano mogli e figli, o viceversa, di ragazzi drogati , di ragazze " perdute"... Da quando si fa ricorso a psicologi, assistenti sociali, psicoterapeuti, andiamo sempre peggio.
    In un film americano di anni fa, una madre ebrea diceva al figlio che aveva problemi con le donne: " I cattolici han il prete che li confessa, noi lo psichiatra". Era una battuta, ma fa capire l' equivoco tra Confessione e " dialogo ed ascolto".
    Come al solito concludo con la mia domanda ormai retorica: ma perché non si fanno pastori protestanti ?
    Rr
    PS: non c'e' psicologo/a che abbia conosciuto che non avesse bisogno lui/lei di " dialogo ed ascolto". Immagino che anche un sacerdote- psicologo non faccia eccezione.

    RispondiElimina
  9. L'argomento non era nuovo neppure per noi. Ne avevamo parlato qui già nel 2012

    http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2012/05/niente-confessione-loreto-ce-lo.html

    Ma la trattazione di Gnocchi, val ben la pena di approfondirla!

    RispondiElimina
  10. Alessandro mirabelli10 settembre, 2014 21:08

    @ Luisa. Tutto è bene ciò che finisce bene. Se dalla convivenza si passa al matrimonio cristiano indissolubile, fedele e fecondo ciò non può che essere un bene. Ben diverso purtroppo fu il comportamento di Bergoglio l'anno scorso quando battezzo' il figlio di una coppia non sposata e che, per quanto se ne sa, non aveva alcun impedimento per celebrare le nozze cristiane. Quale messaggio ha fatto passare Bergoglio? Che va bene tutto ed il contrario di tutto. Errare humanum est ... b........num perseverare

    RispondiElimina
  11. Alessandro mirabelli10 settembre, 2014 21:10

    Mi rifiuto di credere che Cristo possa abbandonare la sua Chiesa in mano a degli sfascia carrozze. In un modo ed in un tempo che solo la Provvidenza conosce sarà fatta piazza pulita di codesti devastatori, che saranno bruciati nell'aia come la pula.

    RispondiElimina
  12. Questi sciagurati, hanno in mente di eliminare piano piano tutti i Sacramenti, come hanno fatto i protestanti; infatti ricordiamoci sempre che la nuova liturgia del NO fu fatta da brugnini e C. unitamente ad alcuni protestanti (vedi riforma liturgica di A. Bugnini). Secondo la mia opinione, e guardando in faccia i fatti all'oggi, il Vat.II è nato con un peccato di origine che nessuno ha avuto il coraggio di proclamare pubblicamente, e cioè, di accantonare e sostituire la Chiesa Cattolica, la Una Santa con la chiesa due di tipo protestante. La prima di tutte le cose fu l'accantonamento della Messa Gregoriana o Apostolica o Tridentina per sostituirla con la Cena protestante, poi via via siamo arrivati a tutto ciò che abbiamo visto in questi ultimi 50 anni fino ad oggi.
    Mi sembra che tutto questo era stato predetto abbondantemente a Fatima ed alla Salette dalla Vergine Immacolata.
    Questi sciagurati hanno voluto gettare nel fango la Sposa di Cristo per unirsi ad un'entità materialistica che poi chiamiamo più generalmente massoneria/ebraismo/islamismo ecc.ecc.
    Ma per noi Cattolici per pochi che siamo, resta sempre e solo una Chiesa cattolica, Una Santa ed Immacolata. Noi sapevamo già che l'attacco sarebbe venuto dall'interno e questo si è rivelato e lo fanno senza paura ne vergogna.Prima di loro l'ha fatto sia Lutero che Calvino che col loro pretestantesimo hanno imbastardito la nuova gerarchia fin dagli anni 60.
    Il prossimo capitolo della negazione, sarà il sinodo che si apre ad ottobre con all'ordine del giorno "questione del Sacramento del matrimonio e comunione ai divorziati e risposati"". La questione di Loreto sarà quasi certamte l'inizio dei lavori per eliminare la Confessione, così come si è preso aprestito a togliere con certe scuse certe processioni, (probabilmente) per eliminarle poi tutte (sono cose del passato); (dite un pò ci sono più le rogazioni?) piano piano un pò alla volta.
    Basta fare un esame e si vede tutta la rivoluzione che si è compiuta in 50 anni. E' o no una chiesa due?

    RispondiElimina
  13. @ Alessando Mirabelli -

    No Alessandro, Cristo non abbandonerà mai la Sua Sposa, (non prevalebunt), di certo non ha mai avuto come sposa la chiesa due (questa è solo eretica e protestante).
    Caro Alessandro, il mio pensare e credere lo conosci già da questo blog.

    RispondiElimina
  14. Continuo a pensare che vedere coppie conviventi accompagnate dai loro figli, la sposa immagino con l`abito bianco, avanzare lungo la navata di San Pietro per essere sposate dal Papa, è un messaggio banalizzante e "normalizzatore" di situazioni che non mi sembra la Chiesa approvi.
    Sarò old school.

    RispondiElimina
  15. Quel che mi colpisce in quel cartello è sopratutto, se non solo, il luogo dove è stato posto.
    È vero c`è un gran bisogno-domanda di ascolto, personalmente non mi pone problema che ci sia in parrocchia chi è stato formato all`ascolto ma quell`info dovrebbe essere data all`entrata della chiesa e il luogo previsto dovrebbe essere fuori dalla chiesa e non una cappella nella chiesa.
    Certo che se si finisce per accontentarsi di un momento di condivisione, ascolto e empatia, dal quale si esce con l`impressione di essere capito, accolto, riconosciuto, rispettato e forse anche amato e ricaricato per ripartire, tutto ciò per positivo possa essere, è e resta un conforto umano se non porta alla dimensione spirituale, al bisogno del vero conforto spirituale in Cristo, resta solo un momento in cui mi sfogo, in cui svuoto il sacco che mi porto sulle spalle per poi ripartire e riempirlo di nuovo.
    Ma quel momento di ascolto può anche essere,e spero lo sia, come un inizio, un primo passo, un ritorno, l`importante è NON confondere ascolto e confessione, mi sembra.

    RispondiElimina
  16. Luisa,
    Sono old school anch'io. Avrebbero dovuto essere solo coppie di fidanzati, non conviventi, e senza figli. Ma allora dove sarebbe stata la novità, la meraviglia, il richiamo per i media ? Se non ricordo male, anche GPII celebro' nozze. Ma allora erano sicuramente solo coppie di fidanzati.
    Per me può fare cio che vuole. Non avevo fiducia il 13 marzo, e men che meno ne ho oggi. Prima finisce, meglio e': " quel che devi fare, fallo presto".
    Rr

    RispondiElimina
  17. Il dialogo, come è fatto oggi, trova una perfetta spiegazione nella filosofia di Martin Bubber (della quale Papa Franceso è un predicaro), vede:

    « Ciascuno deve custodire e santificare la propria anima nel modo e nel luogo a lui propri, senza invidiare il modo e il luogo degli altri. »(M. Buber, Il cammino dell'uomo)



    Branno della biografia di Martin Bubber (giudaismo chassidico) sul Wikipedia

    La sua filosofiaModifica

    "Ogni vita vera è incontro"

    L'essere umano, secondo Buber, è per essenza dialogo, e non si realizza senza comunicare con l'umanità, la creazione e il Creatore. L'uomo è anche, necessariamente, homo religiosus, perché l'amore dell'umanità conduce all'amore di Dio e viceversa. È quindi impensabile parlare agli uomini senza parlare a Dio, e questo avviene secondo un rapporto di reciprocità. La Presenza divina partecipa dunque a ogni incontro autentico tra gli esseri umani e abita in quelli che realizzano il vero dialogo.

    Il dialogo riposa sulla reciprocità e sulla responsabilità, che esiste unicamente là dove vi è una vera risposta alla voce umana. Dialogare con l'altro significa affrontare la sua realtà e farsene carico nella vita vissuta. Il dialogo con Dio non avviene differentemente: la Sua "parola" è una presenza reale, alla quale occorre rispondere. Per Buber, la Bibbia testimonia questo dialogo tra il Creatore e le sue creature, e Dio ascolta l'uomo che addita coloro sui quali la collera divina deve abbattersi o supplica il suo Creatore di manifestare la Sua provvidenza.

    Io e Tu (Ich und Du)

    Nella sua opera più celebre, Martin Buber sottolinea la propensione duplice verso il mondo: la relazione Io-Tu e la relazione Io-esso.

    Né l'Io, né il Tu vivono separatamente, ma essi esistono nel contesto Io-Tu, antecedente la sfera dell'Io e la sfera del Tu. Così, né l'Io né l'esso esistono separatamente, ma esistono unicamente nel contesto Io-esso. La relazione Io-Tu è assoluta solo rispetto a Dio - il Tu eterno - e non può essere pienamente realizzato negli altri domini dell'esistenza, comprese le relazioni umane, dove sovente Io-Tu fa posto all'Io-esso (Io-Tu o Io-esso non dipendono dalla natura dell'oggetto, ma dal rapporto che il soggetto istituisce con l'oggetto). L'essere umano non può trasfigurarsi e accedere a una dimensione di vita autentica senza entrare nella relazione Io-Tu, confermando così l'alterità dell'altro, che comporta un impegno totale: “La prima parola Io-Tu non può essere detta se non dall'essere tutto intero, invece la parola Io-esso non può mai essere detta con tutto l'essere”. Io e Tu sono due esseri sovrani, l'uno non cerca di condizionare l'altro né di utilizzarlo.

    Secondo Buber l'uomo può vivere senza dialogo, ma chi non ha mai incontrato un Tu non è pienamente un essere umano. Tuttavia, chi si addentra nell'universo del dialogo assume un rischio considerevole dal momento che la relazione Io-Tu esige un'apertura totale dell'Io, esponendosi quindi anche al rischio del rifiuto e al rigetto totale.

    La realtà soggettiva dell'Io-Tu si radica nel dialogo, mentre il rapporto strumentale Io-esso si realizza nel monologo, che trasforma il mondo e l'essere umano stesso in oggetto. Nel piano del monologo l'altro è reificato - è percepito e utilizzato - diversamente dal piano del dialogo, dove è incontrato, riconosciuto e nominato come essere singolare. Per qualificare il monologo Buber parla di Erfahrung (una esperienza “superficiale” degli attributi esteriori dell'altro) o di Erlebnis (una esperienza interiore significativa) che si oppone a Beziehung - la relazione autentica che interviene tra due esseri umani.

    RispondiElimina
  18. Lo "stretto spartiacque"

    Queste convinzioni si oppongono tanto all'individualismo, dove l'altro non è percepito che in rapporto a se stessi, quanto alla prospettiva collettivista, dove l'individuo è occultato a vantaggio della società.
    Vi è chi ha utilizzato questa idea per spiegare il passo biblico della “dispersione delle lingue”: nessun individuo è nominato, perché la lingua unica conosce una voce unica. Babele vive intera sotto lo stivale di un dirigente che ha una sola idea: uguagliare Dio. Ma è Questi dunque a intervenire facendo nascere il sentimento dell'essere intero, non reificato.

    Per Buber una persona non può vivere nel senso pieno della parola se non si trova nella sfera interumana: “Sullo stretto spartiacque dove l'Io e il Tu si incontrano, nella zona intermediaria”, che è una realtà esistenziale - un evento ontico che avviene realmente tra due esseri umani.

    Il volto dell'Altro e il volto di Dio

    Il pensiero in Buber con la sua concezione che afferma l'essenza della vita come relazione per cui non si dà una soggettività che non sia simultaneamente intersoggettività sembra muoversi verso una concezione unitaria dell'essere, tuttavia questa direzione del suo pensiero si ferma proprio là quando si tratta di affrontare le due realtà, quella umana e quella divina trattate sino a oggi come appartenenti a due ordini differenti. Egli infatti nel ribadire come nell'unità dialogica, la "coppia Io-Tu", il volto dell'Altro rimanda sì al volto di Dio ma non è comunque il volto di Dio, mantiene l'insanabile frattura tra la realtà mondana e la realtà divina come separazione insuperabile. In questa maniera ancora una volta nel ribadire l'ormai conquistata consustanzialità dell'umano con il divino ci si ferma di fronte alla prospettiva futura della identicità totale tra l'uomo e Dio che dissolverebbe ogni schizofrenia tra mondo trascendente e mondo immanente. Questo ovviamente non si può imputare all'uomo Buber che in quanto filosofo si limita a registrare le conquiste della specie sul piano del pensiero ma va imputato all'evoluzione stessa della relazione, vale a dire che i tempi dell'evoluzione della relazione non erano ancora maturi per un simile passo. Le conseguenze di questa sua visione sul piano pratico sono state il suo impegno nella nuova entità statale di Israele verso un modello di socialismo altro da quello realizzato dal marxismo nella Russia sovietica.

    http://it.m.wikipedia.org/wiki/Martin_Buber

    RispondiElimina
  19. "La relazione Io-Tu è assoluta solo rispetto a Dio - il Tu eterno - e non può essere pienamente realizzato negli altri domini dell'esistenza, comprese le relazioni umane, dove sovente Io-Tu fa posto all'Io-esso (Io-Tu o Io-esso non dipendono dalla natura dell'oggetto, ma dal rapporto che il soggetto istituisce con l'oggetto)."

    Mic,

    Questo non può essere una spiegazione per il problema della continuità, del soggeto Chiesa popolo di Dio in cammino?

    RispondiElimina
  20. Che sia Buber o che sia per effetto del soggettivismo storicista, certo è che il cardine della rivoluzione attuata dal concilio sta nel nuovo concetto di tradizione riferito alla riforma nella continuità del soggetto-chiesa anziché nell'inveramento nel tempo dell'oggetto-Rivelazione in forme nuove ma immutato nella sostanza.
    La mutevolezza, propria del tempo e del divenire ma non delle verità eterne, è stata quindi trasferita su queste, che eterne restano, perché nessuno potrà mai modificare le essenze. Quel che viene però tragicamente modificato - partendo non più dalla pienezza di umanità per effetto dell'azione umano-divina di Cristo Signore - è l'uomo nuovo che si avventura per lande sconosciute, abbandonando la Via Verità e Vita e con essa il Progetto del Padre di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra.

    RispondiElimina
  21. È questo uomo-nuovo da NWO, ma non Cristico, che noi non accettiamo, che rifiutiamo, a cui stiamo "resistendo" con l'aiuto della grazia che il Signore non cessa di dispensare ai Suoi nella Sua Chiesa.

    RispondiElimina
  22. Le intenzioni possono anche essere buone (di quelle che lastricano la strada dell'inferno), ma la dissacrazione, che sia voluta o meno, è evidente. Immaginiamo che in chiesa ci sia un signore che distribuisce ostie e un cartello avverta: non sono consacrate, servono solo per uno spuntino. Nobile causa, diranno gli organizzatori: chi viene in chiesa spesso ha un languorino, ha voglia di fare merenda e noi lo accontentiamo, dandogli un po' di pane e un bicchierino di vino che per comodità conserviamo in un tabernacolo... Bene, qui è la stessa cosa. All'interno di uno spazio sacro ci sono persone che ascoltano, bocca all'orecchio, altre persone che raccontano i fatti loro, chiedono consigli eccetera. E' la parodia della confessione, c'è poco da fare. Si trasmette l'idea che la confessione sia una cosa normale che chiunque con un po' di buona volontà può fare.

    RispondiElimina
  23. Talvolta noi frequentatori del web ( io per primo) abbiamo bisogno di notizie forti ... e qualche volta prendiamo delle cantonate ... Basta recarsi a Loreto per verificare l'esattezza o no dell'articolo in questione. La Delegazione del Santuario per meglio facilitare il flusso dei penitenti che desiderano confessarsi ha creato infatti SOTTO IL COLONNATO delle cappelline per le confessioni che assieme a quelle presenti in Basilica aumentano il numero dei confessori. E' vero che ci sono i cossiddetti centri d'ascolto per meglio esplicare il concetto bergogliano di " Chiesa in uscita " ma le confessioni rimangono il principale motivo per cui migliaia di fedeli si recano puntualmente a Loreto.
    http://traditiocatholica.blogspot.it/2014/09/nella-basilica-della-santa-casa-di.html

    RispondiElimina
  24. Rosa , io continuo a sperare in una conversione , ma forse , a questo punto , non sarà così . ti ringrazio quindi per aver illuminato questa tristissima eventualità con la luce della Parola divina "Quel che devi fare , fallo presto "

    RispondiElimina
  25. La Delegazione del Santuario per meglio facilitare il flusso dei penitenti che desiderano confessarsi ha creato infatti SOTTO IL COLONNATO delle cappelline per le confessioni che assieme a quelle presenti in Basilica aumentano il numero dei confessori.

    Sarebbe stato più opportuno e anche logico (secondo il logos) organizzare il centro di ascolto sotto il colonnato e preservare dall'ambiguità, che sfocia nell'errore e nella dissacrazione, un sacramento così fondamentale e così equivocato, lasciando la Cappella interna all'uso cui è liturgicamente destinata.

    RispondiElimina
  26. Già, mic. Quello che ho scritto ieri. E poi si è ancora in attesa di risposta a quei punti di cui sopra, specie quello riguardante il "non-uso" degli innumerevoli, bellissimi confessionali che sono là ormai all'interno del Santuario come tanti pezzi da museo. E se si fa presente a chi di dovere ci si può sentir rispondere tipo refrain: "Eh, questa è una questione da risolvere". Ovviamente senza poi veder niente in quel senso. E chi vorrebbe usufruirne, di quei confessionali, come è lecito, anzi, come è sacrosanto?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bisogna avere il coraggio di chiedersi se si tratta della stessa religione, dice giustamente gnocchi. La domanda e' retorica. Chi oserebbe sostenere che quanto bergoglio afferma un giorno si e l'altro pure non sarebbe stato condannato dalla chiesa preconciliare. Bisogna avere un'ulteriore quota di coraggio: dopoessersi fatti la domanda ed essersi dati la risposta, evitare di restar tra color che son sospesi, traendo lw conseguenze del caso.

      Elimina
  27. lasciare la Chiesa per un articolo pubblicato da Ilfoglio?

    RispondiElimina
  28. Chi ha parlato di "lasciare la Chiesa"?
    Non si può assolutizzare l'affermazione personale di un lettore, che è anche uno sfogo che ha diritto di essere espresso.
    E neppure è il caso di sottovalutare "un articolo pubblicato da il foglio", denso com'è di temi scottanti e riflessioni conseguenti.

    RispondiElimina
  29. A volte mi chiedo dove oggi sia visibile la S.Chiesa cattolica apostolica romana. E' visibile nel Papa? mi pare di no, nei vari vescovi? Mah! La Chiesa è sempre stata nelle tempeste, ma ora mi pare che sia scesa proprio la nebbia fitta. Oggi più che mai bisogna avere una grande fede e una grande speranza, stiamo viaggiando immersi nella nebbia. Forse si sentivano così gli apostoli difronte alla tomba chiusa dove era sepellito Gesù. Lo ripeto, grazie al cielo il buon Dio ci ha dato mons Lefebvre e la sua opera, altrimenti mi chiedo: dove saremo? Da chi andremo?

    RispondiElimina
  30. Anonimo che ha scritto : " Quello che ho scritto ieri. E poi si è ancora in attesa di risposta a quei punti di cui sopra, specie quello riguardante il "non-uso" degli innumerevoli, bellissimi confessionali che sono là ormai all'interno del Santuario come tanti pezzi da museo."
    Alcuni di quei confessionali sono usati regolarmente ma sono i Confessori stessi, molti dei quali anziani, a preferire la sedia con il penitente inginocchiato davanti per motivi assai pratici ... non è salutare stare per ore in un antico confessionale nel quale non si può mettere neppure l'aria condizionata.
    Cerchiamo di comprendere anche le legittime esigenze degli anziani !

    RispondiElimina
  31. Andrea, posso anche essere d'accordo con le questioni logistiche che, comunque, non venivano fatte valere nei tempi che furono.
    Ma ti chiedi perché i sacerdoti giovani non li usano?
    A me personalmente non fa differenza. Ma ci può anche essere chi non si accosta alla confessione per un senso di vergogna e "quella" autentica privacy forse poteva -e potrebbe tuttora- essere d'aiuto.

    RispondiElimina
  32. Mic scusa, tu sai quanto stimo ogni tua parola ma conosco pure molti confessori, per lo più amziani : farli stare per ore dentro quel tipo di confessionale significa condannarli ad ogni sorta di malanno respiratorio ed influenzale.
    Il Signore ama l'uomo vivente ...
    Comunque, e fra poco mi debbo recare nel Santuario lauretano ( e ti chiamerò in diretta ) ti assicuro che le Confessioni sono assicurate sia dentro la Basilica e nelle feste più importanti anche nelle nuove cappelle sotto il colonnato.
    Andrea

    RispondiElimina
  33. Che le confessioni siano assicurate non lo metto in dubbio.
    Ma quell'accenno ai sacerdoti anziani non cambia di un'acca il problema di fondo circa la svalutazione della penitenza.

    RispondiElimina
  34. E neppure è il caso di sottovalutare "un articolo pubblicato da il foglio"


    Il pulpito spesso è significativo.

    RispondiElimina
  35. Andrea,
    Ho letto il tuo articolo su MiL.
    Col trasferimento di padre Grioni, chi celebra, ora, a Campocavallo?

    RispondiElimina
  36. Lasciare la chiesa. Lo dico con la massima umilta'. Chi garantisce che questa sia la chiesa? A me pare che tutto dimostri il contrario. Magari mi sbsglio, ma non credo che Cristo ci voglia sottilissimi ermeneuti contro l'evidenza. Passare all'ortodossia significa lasciare la chiesa? Io penso che invece significhi tornarci.

    RispondiElimina
  37. Sui malanni respiratori e influenzali basta chiedersi come si stava nel '600 o solo ai tempi del Curato d'Ars o di san Pio da Pietrelcina, o di san Leopoldo Mandic, tutti autentici santi del confessionale, come pure san Giovanni Bosco e che non lo avrebbero mai abbandonato probabilmente neanche sotto tortura per andare su una più comoda poltroncina o sedia che sia...non scherziamo per favore! E poi ricordiamo che lì si salvano le anime e giustamente l'osservazione sia di colui che poneva la questione nel sito di Carradori, sia di mic, cioè che in molti non se la sentono di andare a confessarsi vis-a-vis, è più che pertinente, visto che il confessionale è stato inventato proprio per quello.
    Direi perciò di non provare a difendere l'indifendibile, l'improbabile, il contro-senso (oserei dire)...

    RispondiElimina
  38. dicevo: "E neppure è il caso di sottovalutare "un articolo pubblicato da il foglio", virgolettato...

    Mi risponde: Il pulpito spesso è significativo.

    Non solo ovvio, ma anche esplicitato che la mia sottolineatura riguardava non il pulpito ma il contenuto, di rimando ad una battuta superficiale.

    Stop, comunque, alle trollerie...

    RispondiElimina
  39. Angelo,
    ce lo siamo detto più volte che quella "ortodossa" è comunque una chiesa scismatica, che nega alcuni dogmi fondamentali (compreso il discorso del filioque che non è per niente insignificante). E, per quanto possa esser più lontana dal protestantesimo della Roma attuale, non può cambiare la nostra fedeltà a La Catholica, che non è morta, perché non può morire, ma il suo fuoco è sotto la cenere e tornerà a risplendere...

    RispondiElimina
  40. Riprendo un commento letto su Riscossa cristiana:

    Riccardo Paniz scrive:

    "A quel tale che Gli chiedeva che cosa dovesse fare per meritare la vita eterna, chiamandolo “maestro buono”, (Mc 10, 17-19), Cristo fece notare che non chiamandolo maestro sbagliava, ma definendolo buono. Gesù implicitamente, da un lato rivendicava per Sé il titolo di Maestro (nomen agentis) e dall’altro tagliava in radice qualsiasi tentativo di edulcorare il suo insegnamento ribaltando in bonaria proposta ciò che era e che è RICHIESTA ESIGENTE. Egli voleva e vuole insegnare l’obbedienza come ricorda S.Paolo in Filippesi 2, 5-8: Cristo, Logos fatto carne, poneva Se Stesso, né più né meno, come MAESTRO D’OBBEDIENZA, fino alla Sua e nostra radicale UMILIAZIONE (nomen rei actae). Quanti oggi nella Chiesa, ad ogni livello, insegnano a ritrovare la favella nella confessione in modo tale che questa “sia integra, semplice, UMILE, discreta, fedele, vocale, mesta, pura e pronta all’OBBEDIENZA.”?

    RispondiElimina
  41. avevo risposto ad Andrea Carradori sui confessionali per i preti anziani, un lungo commento, ricordando le giornate passate da Padre Pio dentro i confessionali, e parlavo anche del sacrificio dei preti anziani in missione in Africa con la talare bianca ecc.ecc - ma il mio computer è andato in tilt e non vi è arrivato niente. scusatemi.

    RispondiElimina
  42. Io sono tra quelle persone che preferirebbero il vecchio confessionale, anche se probabilmente stare un po' inginocchiata, dato il mio peso, sarebbe molto faticoso. Ma offrirei la fatica ed anche il dolore per l' espiazione dei miei peccati.
    Sui preti anziani ha già commentato un' altro lettore. Ma quando le chiese non erano ne' riscaldate, ne' condizionate, non si celebrava alcun Sacramento ?
    Da quando in qua essere preti e' sinonimo di vita comoda ?
    Rr

    RispondiElimina
  43. Io penso che chi si reca in un Santuario che rappresenta la Santa casa di Maria sia cattolico e creda in Dio, o quanto meno sia in cerca di questo Dio altrimenti che ci va a fare, una gita ? se così è non capisco il senso di istituire centri di ascolto all’interno del Santuario, all’interno di esso, si prega, ci si confessa, si va in pellegrinaggio e si partecipa ai sacramenti punto e basta!!! Tutto il resto se lo vogliono lo possono intraprendere come cammino spirituale all’interno delle loro parrocchie, anche quei centri di ascolto che penso abbiano senso solo se poi portano alla confessione, che rimane ( almeno per il momento ) l’unico posto dove riconoscere i nostri peccati e chiedere perdono al Signore.
    Un Santuario, in special modo quello della Santa casa, deve rappresentare la fonte e la roccia della nostra fede, un posto dove incontro Dio in modo particolare e a Lui mi rivolgo con fede ed umilmente e non un luogo dove posso trovare psicologi siano essi preti, suore o altro beh lo trovo inadeguato. Vighi

    RispondiElimina
  44. Rosa, considera poi che i cappuccini sono nati nel '500 e proprio nella regione dove si trova Loreto, cioè la Marche, per riaffermare e riportare ai massimi splendori lo stile di vita propugnato dal fondatore, San Francesco. In quell'ordine sono nati fiori santi, come San Serafino da Montegranaro (sempre nelle Marche) ad esempio, umilissimo cappuccino questuante che aveva già durante la sua vita fama di santità, guarendo miracolosamente (attraverso il dono concessogli dal buon Dio) molti infermi, tra l'alro.
    Erano in molti tra di loro a girare per le campagne in condizioni difficili di clima (l'Europa si trovava in piena PEG, piccola era glaciale), di economia, di salute. Bussavano alle porte di molti del contado di allora, ma anche di signori più altolocati del tempo, e a tutti molti di questi cappuccini davano una parola, un conforto, portavano il Signore...e in cambio ricevevano un po' di sostentamento per il loro convento. Capitava persino che girando tutto il giorno in quelle condizioni avverse per bussare di casa in casa, si macerassero a tal punto i loro poveri piedi chiusi in artigianali sandali, che erano costretti talvolta a ricucirseli da soli (i piedi, naturalmente, non i sandali...) eppure continuavano in mezzo anche a terribili tormenti che oggi farebbero star fermo anche il più asceta tra loro!
    Erano in molti ad essere amati e stimati dal popolo, veri uomini di Dio che rinunciavano completamente a se stessi.

    Quanto tempo è passato, ahimé!

    RispondiElimina
  45. Rettifico Mic : a celebrare la Messa Tridentina sarà Padre Pio, africano, ordinato con il VO da tempo a Campocavallo.
    Canta molto bene.
    Ieri sera i ragazzi del gruppo hanno avuto l'assicurazione che la Messa continuerà.

    RispondiElimina
  46. P. Pio (non da Pietrelcina, si intende), è un ottimo, veramente ottimo sacerdote. Dal confessionale (perchè là, a differenza del Santuario di Loreto, ancora grazie a Dio si usa...) si esce sempre edificati, ha sempre una parola buona, consolante, ma sa anche darti, al momento opportuno, quella che fa riflettere, quella che fa raddrizzare i sentieri distorti...La sua spiritualità, il suo stile, il suo atteggiamento sono quelli tipici del vero, buon sacerdote tradizionale.E' una vera grazia che ci sia lui a celebrare la Messa in Rito Antico. Preghiamo però per lui, perchè ne avrà bisogno.
    Grazie Andrea Carradori per questa bella notizia.

    RispondiElimina
  47. Il vescovo di Loreto contesta Gnocchi con una lettera, vedere su MiL

    RispondiElimina
  48. Comunicazione del vescovo fatta pervenire attraverso la Delegazione Pontificia Lauretana. (su MiL)

    Gentile Direttore,
    letto il lungo articolo di Alessandro Gnocchi intitolato “Loreto sconfessata” da Lei pubblicato su IL FOGLIO di questa mattina ho capito che l’autore ha inteso parlare, o meglio prendere spunto, da una realtà che non ha visto e non conosce.
    In realtà dare ad intendere che la presenza di un “punto di ascolto” all’interno della Basilica della Santa Casa di Loreto indichi la volontà di rinunciare a quel sacramento della confessione per cui tanti pellegrini vengono a Loreto è certamente sbagliato e non tiene conto del servizio che decine di frati Cappuccini prestano quotidianamente come confessori in Basilica.
    Mi sento dunque di assicurare Gnocchi e chi gli ha fornito notizie distorte ricordando che da anni ormai il numero delle persone che si confessano a Loreto è in continua crescita e che proprio per venire incontro a questa grande domanda la Delegazione Pontificia inaugurerà a breve una nuova, più accogliente e più grande penitenzieria.
    Grato per l’attenzione,
    Mons. Giovanni Tonucci , Arcivescovo Delegato Pontificio per il Santuario della Santa Casa di Loreto

    RispondiElimina
  49. Il problema e' , caro Vescovo, che in una chiesa e a maggior ragione un Santuario NON deve esserci NESSUN Centro d' ascolto e dialogo. Quello, se proprio necessario( non ci sono psicologi cattolici che esercitino in citta?), può stare in sagrestia. A quando un' infermeria in chiesa, cosi la gente non spende soldi dal medico ?
    Rr

    RispondiElimina
  50. Eh, Rosa, andrebbe pure detto al Vescovo che sarebbe anche l'ora di togliere la quantità industriale di sedie presenti ad esempio nella navata centrale (e nella cappella o "sala" del Pomarancio), e sostituirle una buona volta con i banchi con inginocchiatoio. Difficile per chiunque inginocchiarsi per adorare e ringraziare il Signore nel Santuario mariano che ospita tali sacre mura quando le sedie occupano da anni così tanto spazio. Il dott. Gnocchi non ne parlato, evidentemente per ragioni di spazio o per scelta specifica, ma sarebbe anch'essa una situazione da sanare perché talvolta pare di trovarsi in mezzo ad un'assemblea di altre confessioni...

    E poi gli andrebbe pure detto che di solito i vescovi forse non dovrebbero festeggiare in questo modo i vari capodanno, così come certi frati, tanto meno a Loreto. Guardare i due video sotto:

    http://www.youtube.com/watch?v=GoO9Mausv6M


    http://www.youtube.com/watch?v=p_2JGi1PU8k

    (quest'ultimo specie dal minuto 4.30 in poi)

    RispondiElimina
  51. Risposta a Mons. Giovanni Tonucci Arc. delegato pontif. Santuario S. Casa di Loreto - per precisazioni articolo su MIL.-Messainlatino -

    Egregio Sig. Tonucci Vescovo, rispondo alla Sua su MIL. - possibile che c'era così bisogno di un centro di ascolto dentro la Basilica, con tanto di cartelli, avendo a disposizione un complesso edilizio di così vaste proporzioni? posibile non avete trovato di meglio che la Basilica anzichè una o più stanze attigue , per effettuare un centro che può effettuare per mezzo di psicologi (siano essi frati o laici - perchè un centro di ascolto serve per chi ha difficoltà di qualsiasi genere a livello materiale) questo servizio.
    Non vi viene proprio in mente che la Chiesa serve per la celebrazione delle SS. Messe, per le confessioni, per tutti i sacramenti, mentre i centri di ascolto possono essere messi a disposizione in altri modi e luoghi, anche perchè nulla hanno a che vedere con la Casa di Dio? Oppure vi siete dimenticati che la Chiesa è la casa di Dio?
    I centri di ascolto li usano i servizi sociali, i sindacati, i comuni per i vari bisogni dei cittadini; mentre la Chiesa serve per le Divine Liturgie.
    Una volta tanto siamo seri - è vero che vogliamo fare, e lo state facendo il lavaggio del cervello un pò a tutti ed anche con l'aiuto compiacente dei mass media, per trasmettere solo i frutti avvelenati dell'albero del peccato di adamo ed Eva (il conc. Vat.II), ma che credete, che pensate, Dio dove potrà farvi arrivare? davvero pensate proprio di aver superato Dio? la nuova Babele?
    Fate pure, continuate su questa strada, attenzione però che le pecore possono riconoscere prima o poi l'odore del vero Pastore; e dopo con voi come si mette?

    RispondiElimina

I commenti vengono pubblicati solo dopo l'approvazione di uno dei moderatori del blog.