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sabato 21 settembre 2019

Sup. gen. S.P.X: «Chiesa sinodale? Piramide rovesciata, funziona al contrario» Intervista a tutto campo

Don Davide Pagliarani, Superiore generale della Fraternità San Pio X, sulla situazione ecclesiale

Reverendo Superiore Generale, per la fine dell’anno si attendono alcuni eventi importanti, quali il sinodo per l’Amazzonia e la riforma della curia romana, che avranno senz’altro una storica ripercussione sulla vita futura della Chiesa. Secondo lei, che posto occuperanno nel pontificato di Papa Francesco?

L’impressione che molti cattolici hanno attualmente è quella di una Chiesa sull’orlo di una nuova catastrofe. Se ci guardiamo indietro, vediamo che il Concilio Vaticano II stesso è stato possibile perché è stato il risultato di una decadenza che ha interessato la Chiesa negli anni precedenti alla sua apertura al mondo: una diga ha ceduto a causa della pressione di una forza che era all’opera da molto tempo. E’ questo stato di cose che permette il successo delle grandi rivoluzioni, perché i legislatori non fanno altro che approvare e sancire una situazione che è già un dato di fatto, almeno in parte.

Anzi, la riforma liturgica non è stata altro che l’esito di uno sviluppo sperimentale che risaliva al periodo tra le due guerre e che si era già largamente diffuso tra il clero. Avvicinandoci ai nostri tempi, sotto questo pontificato, Amoris Laetitia è stata la ratifica di una pratica purtroppo già presente nella Chiesa, soprattutto per quanto concerne la possibilità di fare la comunione per coloro che vivano in pubblico peccato. Oggi i tempi sembrano essere maturi per nuove riforme altrettanto serie.

Può precisare il suo giudizio sull’esortazione apostolica Amoris Laetitia tre anni dopo la sua pubblicazione?

Amoris Laetitia rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili. Non vi è dubbio che si tratti dell’atto più rivoluzionario di Papa Francesco e anche del più contestato, anche al di fuori della Tradizione, perché tocca direttamente la morale del matrimonio, fatto che ha permesso a molti chierici e a molti fedeli di scoprire la presenza di errori gravi. Questo catastrofico documento è stato presentato – a torto – come l’opera di una personalità eccentrica e provocatrice nei suoi propositi – è ciò che molti vogliono vedere nell’attuale Papa. Sarebbe tuttavia scorretto e inadeguato semplificare la questione in questo modo.

Lei sembra insinuare che questa conseguenza fosse ineluttabile. Perché è reticente nel definire il Papa attuale come una persona originale?

In realtà, Amoris Laetitia è uno dei risultati che, presto o tardi, doveva prodursi al seguito delle premesse poste dal Concilio. Già il cardinale Walter Kasper aveva confessato e sottolineato che alla nuova ecclesiologia del concilio corrisponde una nuova concezione della famiglia cristiana.1

In effetti, il Concilio, è prima di tutto ecclesiologico, cioè propone nei suoi documenti una nuova concezione della Chiesa. La Chiesa fondata da Nostro Signore non corrisponderebbe più, molto semplicemente, alla Chiesa Cattolica. E più grande: ingloba in sé tutte le confessioni cristiane. Per questo, le comunità ortodosse e protestanti avrebbero l’ «ecclesialità» in virtù del battesimo. In altri termini, la grande novità ecclesiologica del Concilio è la possibilità di appartenere alla Chiesa fondata da Nostro Signore secondo modalità e gradi differenti. Da qui la nozione moderna di comunione piena e parziale, «a geometria variabile», potremmo dire. La Chiesa è diventata strutturalmente aperta e flessibile. La nuova modalità di appartenenza alla Chiesa, estremamente elastica e variabile, secondo la quale tutti i cristiani sono uniti nella stessa Chiesa di Cristo, è all’origine del caos ecumenico.

Non pensiamo che queste novità teologiche siano astratte, anzi, hanno ripercussioni reali sulla vita concreta dei fedeli. Tutti gli errori dogmatici che toccano la Chiesa hanno, presto o tardi, degli effetti sulla famiglia cristiana, perché l’unione degli sposi cristiani è l’immagine dell’unione tra il Cristo e la sua Chiesa. Ad una Chiesa ecumenica, flessibile e pancristiana corrisponde una nozione di famiglia dove gli impegni del matrimonio non hanno più lo stesso valore, dove i legami tra gli sposi, tra un uomo e una donna, non sono più percepiti né definiti allo stesso modo: diventano flessibili anch’essi.

UN PAPA COERENTE CON I PRINCIPI DEL VATICANO II

Potrebbe precisare meglio?

Concretamente, allo stesso modo in cui vi sarebbero elementi buoni e positivi al di fuori dell’unità Cattolica nella Chiesa di Cristo «pancristiana» vi sarebbero per i fedeli degli elementi buoni e positivi anche al di fuori del matrimonio sacramentale, in un matrimonio civile, e ugualmente in una qualunque unione. Come non vi è distinzione tra una «vera» Chiesa e delle «false» chiese, – perché le chiese non cattoliche sarebbero buone anche se tuttavia imperfette – tutte le unioni diventano buone, perché vi è sempre qualcosa di positivo in loro, se non altro l’amore.

Questo vuol dire che in un «buon» matrimonio civile – soprattutto tra persone credenti – si possono trovare alcuni elementi del matrimonio cristiano sacramentale. Non che le due cose vengano messe su un piano di parità; tuttavia l’unione civile non è cattiva in sé, è semplicemente «meno buona»! Finora si parlava di azioni buone o cattive, di vite in grazia di Dio o in peccato mortale. Adesso non restano altro che azioni buone o meno buone. Stili di vita che sposano totalmente l’ideale cristiano e altri che gli corrispondono solo parzialmente… Riassumendo, ad una Chiesa ecumenica corrisponde una famiglia ecumenica, cioè ricomposta o «ricomponibile» secondo le necessità e le sensibilità.

Prima del Concilio Vaticano II, la Chiesa insegnava che le confessioni cristiane non cattoliche erano fuori dal grembo della vera Chiesa e quindi non facevano parte della Chiesa di Cristo. La dottrina della costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (n.8), apre una strada per riconoscerle come realizzazioni parziali della Chiesa di Cristo. Le conseguenze di questi errori sono incalcolabili e ancora in pieno sviluppo.

Amoris Laetitia è il risultato inevitabile della nuova ecclesiologia insegnata da Lumen gentium e anche della folle apertura al mondo voluta dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo e nel tempo, Gaudium et spes. 2 E di fatto, con Amoris Laetitia, il matrimonio cristiano assomiglia sempre di più all’idea del matrimonio così come la modernità lo concepisce e lo profana. 

Anzi, l’insegnamento oggettivamente fuorviante di Papa Francesco non è una strana escrescenza, ma la logica conseguenza dei principi posti al Concilio. Egli ne trae semplicemente delle conclusioni finali… per il momento. 

Questa nuova dottrina sulla Chiesa si è manifestata attraverso un concetto teologico particolare?

Dopo il Concilio, la nozione di Popolo di Dio ha sostituito quella del Corpo mistico di Cristo. Essa è onnipresente nel nuovo Codice di diritto canonico pubblicato nel 1983. Ma nel 1985 vi è stata una modifica: la dicitura «Popolo di Dio» è diventata ingombrante, perché autorizzava delle derive verso la teologia della liberazione e il marxismo. È stata sostituita da un’altra nozione, ugualmente tratta dal Concilio: l’ecclesiologia di comunione, che permette un’appartenenza alla Chiesa assolutamente elastica; tramite quest’ultima, tutti i cristiani sono uniti, chi più, chi meno, nella stessa Chiesa di Cristo, il che fa sì che il dialogo ecumenico sia diventato babelico, come è avvenuto all’incontro di Assisi nel 1986. La Chiesa sembra ormai vicina all’immagine del poliedro a cui è tanto affezionato Papa Francesco: «una figura geometrica che ha molte facce diverse. Il poliedro simboleggia la confluenza di tutte le diversità che, pur riunendosi in esso, conservano intatta la loro originalità. Niente si dissolve, niente si distrugge, nulla domina sul resto»3.

Vedete questa stessa radice ecclesiologica all’origine delle riforme annunciate nell’Instrumentum laboris del prossimo sinodo sull’Amazzonia, o nel progetto di riforma della Curia romana?

Tutto finisce col riportare, direttamente o indirettamente, ad una falsa nozione di Chiesa. Ancora una volta, Papa Francesco non fa che tirare le ultime conclusioni delle premesse poste al Concilio. Concretamente, le sue riforme presuppongono sempre una Chiesa in ascolto, una Chiesa sinodale, una Chiesa attenta alla cultura dei popoli, alle loro aspettative e alle loro esigenze, sempre alle condizioni umane e naturali, proprie del nostro tempo e sempre cangianti. La fede, la liturgia, il governo della Chiesa, devono adattarsi a tutto questo ed esserne il risultato.

La Chiesa sinodale, sempre in ascolto, costituisce l’ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II. Per fare un esempio concreto, secondo l’Instrumentum laboris la Chiesa deve essere in grado di integrare e fare propri alcuni elementi quali le tradizioni locali sul culto degli spiriti e le medicine tradizionali amazzoniche, che fanno ricorso a dei sedicenti «esorcismi». Dal momento che queste tradizioni indigene sono radicate in un suolo che ha una storia, ne consegue che questo territorio «è un luogo teologico, è una fonte particolare della rivelazione divina». Per questo motivo andrebbe riconosciuta la ricchezza di queste culture autoctone, perché «l’apertura non sincera all’altro, così come una cultura corporatista che non riserva la salvezza che alla propria fede, distrugge la fede stessa». Abbiamo l’impressione che invece di lottare contro il paganesimo, la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi «segni dei tempi», cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo.

LA CHIESA DI GESÙ CRISTO NON È UN FORUM NÉ UNA PIATTAFORMA

E per quanto riguarda la Curia, nello specifico?

Dal canto suo, il progetto di riforma della Curia immagina una Chiesa che somiglia ben più ad un’opera umana che ad una società divina, gerarchica, depositaria della Rivelazione soprannaturale, che dispone del carisma infallibile di conservare e insegnare all’umanità la Verità eterna fino alla fine dei tempi. Si tratta, come dice espressamente il testo del progetto, di operare «un aggiornamento della Curia», «sulla base dell’ecclesiologia del Vaticano II». Con queste premesse non ci sorprendiamo certo nel leggere le parole vergate dai cardinali incaricati di questa riforma: «La Curia agisce come un sorta di piattaforma e come un forum di comunicazione tra le singole Chiese e le Conferenze dei vescovi che hanno bisogno di tali esperienze. La Curia raccoglie le esperienze della Chiesa universale e, a partire di queste ultime, essa incoraggia le Chiese particolari e le Conferenze episcopali… Questa vita di comunione dona alla Chiesa l’immagine della sinodalità… Popolo di fedeli, Collegio episcopale, Vescovo di Roma sono all’ascolto gli uni degli altri, e sono sempre all’ascolto dello Spirito Santo… Questa riforma è stabilita nello spirito di un “sano decentramento”… La Chiesa sinodale consiste nel “cammino comune del Popolo di Dio”… Il servizio della Curia alla missione dei vescovi e alla communio non si fonda su un attitudine di vigilanza o di controllo, e nemmeno nel prendere decisioni come autorità superiore…» 4

Piattaforma, forum, sinodalità, decentralizzazione… Tutto questo non fa che confermare la radice ecclesiologica di tutti gli errori moderni. In questo magma informe non vi è più alcuna autorità superiore. Si tratta della dissoluzione della Chiesa così come fu istituita da Nostro Signore. Nel fondare la sua Chiesa, Cristo non aveva aperto un forum di comunicazione né una piattaforma di scambio; aveva affidato a Pietro e ai suoi apostoli l’incarico di pascere il suo gregge e di essere delle colonne di verità e santità per condurre le anime in Cielo.

Come caratterizzare questo errore ecclesiologico in rapporto ala costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù Cristo?

La questione è varia, ma Monsignor Lefebvre ci fornisce un elemento di risposta. Egli diceva che la struttura della nuova messa corrispondeva ad una Chiesa democratica e non più monarchica o gerarchica. La Chiesa sinodale come la sogna Francesco è veramente di tipo democratico. Lui stesso la ha ben descritta con l’immagine della piramide rovesciata. Poteva forse manifestare più chiaramente quello che intendeva per sinodalità? È una chiesa che funziona al contrario. Insisto però nel ripetere che egli non fa altro che far germogliare i semi del Concilio.

Non pensa di forzare la lettura della realtà attuale, volendo riportare tutto ai principi del Concilio Vaticano II, che si è tenuto più di cinquant’anni fa?

È uno dei più stretti collaboratori di Papa Francesco a darci la risposta. Si tratta del cardinal Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del C6. Ecco che cosa dice: «Dopo il Concilio Vaticano II, i metodi e i contenuti dell’evangelizzazione e dell’educazione cristiana cambiano. La liturgia cambia. (…) La prospettiva missionaria cambia: il missionario deve stabilire un dialogo evangelizzatore (…). Cambia l’azione sociale, che non si limita più alla carità e allo sviluppo dello spirito di servizio per il prossimo, ma include anche la lotta per la giustizia, i diritti umani e la liberazione… Tutto cambia nella Chiesa seguendo il modello pastorale rinnovato». E aggiunge, per mostrare in quale spirito sono compiute queste trasformazioni: «Il Papa vuole portare il rinnovamento della Chiesa ad un punto tale in cui sarà irreversibile. Il vento che spinge le vele della Chiesa verso l’alto mare del suo rinnovamento profondo è la misericordia»5.

Non si può tuttavia negare che molte voci si sono levate contro queste riforme e possiamo presumere, ragionevolmente, che quest’opposizione continuerà nei prossimi mesi. Come giudica queste reazioni?

Non possiamo che gioire di tali reazioni e della progressiva presa di coscienza, da parte di molti fedeli e di qualche prelato, che la Chiesa si avvicini ad una nuova catastrofe. Queste reazioni hanno il vantaggio e il merito di mostrare che la voce che predica questi errori non è quella del Cristo, né quella del Magistero della Chiesa. Questo è molto importante e incoraggiante nonostante il contesto tragico. La Fraternità ha il dovere di essere molto attenta nei confronti di queste reazioni e di provare nello stesso tempo ad evitare che esse smarriscano la strada e non vadano da nessuna parte.

IL PLURALISMO CONCILIARE RENDE INEFFICACE OGNI OPPOSIZIONE STRUTTURALE

Cosa vuole dire con questo?

In primo luogo, bisogna notare che queste reazioni sbattono sistematicamente contro «un muro di gomma», e bisogna avere il coraggio di chiedersi perché. Per fare un esempio, quattro cardinali avevano espresso i loro dubia su Amoris Laetitia. Questa reazione era stata notata da molti e salutata come l’inizio di qualcosa che avrebbe dovuto produrre risultati durevoli. In realtà, il silenzio del Vaticano ha lasciato questa critica senza risposta. Nel frattempo, due di questi cardinali sono morti e Papa Francesco è passato ad altri progetti di riforma di cui stiamo per parlare, cosa che ha fatto sì che l’attenzione si sia spostata su soggetti nuovi, lasciando, giocoforza, la battaglia su Amoris Laetitia da parte e dimenticata e il contenuto dell’esortazione de facto acquisito.

Per comprendere il silenzio del Papa, non bisogna dimenticare che la Chiesa venuta fuori dal Concilio è pluralista. È una Chiesa che non si fonda più su una Verità eterna e rivelata, insegnata dall’alto, dall’autorità. Abbiamo davanti una Chiesa che è all’ascolto e dunque necessariamente ascolta voci differenti tra loro. Volendo fare un paragone, in un regime democratico vi è sempre un posto, almeno in apparenza, per le opposizioni. Queste fanno in qualche modo parte del sistema  perché mostrano che si può discutere, avere un’opinione diversa, che vi è insomma posto per tutti. Questo, molto evidentemente, può favorire il dialogo democratico, ma non lo stabilirsi di una Verità assoluta e universale e di una legge morale eterna. Anzi l’errore può essere liberamente insegnato, affiancato da un’opposizione reale ma strutturalmente inefficace e incapace di rimettere le Verità al loro posto. Bisogna dunque uscire dal sistema pluralista, sistema causato appunto dal Vaticano II.

Secondo lei, che cosa dovrebbero fare questi prelati o questi fedeli che hanno a cuore l’avvenire della Chiesa?

Inizialmente, bisognerebbe che avessero la lucidità e il coraggio di riconoscere che vi è una continuità tra gli insegnamenti del Concilio, i Papi dell’epoca post conciliare e l’attuale pontificato. Citare il magistero di «san» Giovanni Paolo II per esempio per opporsi alle novità di Papa Francesco è un pessimo rimedio, votato sin dall’inizio al fallimento. Un buon medico non si limita a pochi punti di sutura per sanare una ferita, senza prima porre rimedio all’infezione della piaga. Lungi da noi disprezzare questi sforzi, ma, allo stesso tempo, la carità vuole che si indichi dov’è che risiede la radice de problemi.

Basterà citare, per avvalorare questa tesi, l’esempio del cardinale Müller. Egli è innegabilmente il più virulento oggi contro Amoris Laetitia, l’Instrumentum laboris, il progetto di riforma della Curia. Utilizza espressioni molto forti, fino a parlare di «rottura con la tradizione». Tuttavia, questo cardinale che trova attualmente la forza di denunciare pubblicamente questi errori è lo stesso che avrebbe voluto imporre alla Fraternità san Pio X – in continuità con i suoi predecessori e i suoi successori alla Congregazione per la dottrina per la fede –, l’accettazione di tutto il Concilio e del magistero post conciliare. Indipendentemente dalla Fraternità e dalle sue posizioni, questa critica che se la prende solo con i sintomi senza risalire alla fonte, rappresenta un’illogicità delle più dannose e delle più sconcertanti.

LA CARITÀ DEL VOLERE «TRASMETTERE QUELLO CHE ABBIAMO RICEVUTO»

Si obietta spesso che la Fraternità non sa far altro che criticare. Che propone dunque in positivo?

La Fraternità non critica in modo sistematico o a priori. Non è una brontolona professionista. Possiede una libertà di espressione che le permette di parlare apertamente, senza temere di perdere i vantaggi che non ha… Questa libertà è indispensabile nelle attuali circostanze. 
La Fraternità ha soprattutto l’amore per la Chiesa e per le anime. La crisi presente non è soltanto dottrinale: i seminari chiudono i battenti, le chiese si svuotano, il ricorso ai sacramenti cala vertiginosamente. Noi non possiamo restare a guardare a braccia conserte e dirci «tutto ciò prova che la Tradizione ha ragione». La Tradizione ha il dovere di prestare soccorso alle anime, con i mezzi che le dà la santa Provvidenza. Noi non siamo mossi da un’orgogliosa fierezza, ma siamo spinti dalla carità del voler «trasmettere ciò che abbiamo ricevuto» (1 Co 15.3). Cerchiamo di far questo umilmente attraverso il nostro apostolato quotidiano. Ma quest’ultimo è inseparabile dalla denuncia dei mali di cui soffre la Chiesa, per proteggere il gregge abbandonato e disperso a causa dei cattivi pastori.

Che cosa spera la Fraternità dai prelati e dai fedeli che iniziano a vederci chiaro, affinché essi diano un seguito positivo ed efficace alle loro prese di posizione?
Bisogna avere il coraggio di riconoscere che una buona presa di posizione dottrinale non è sufficiente, da sola, se non è accompagnata da una vita pastorale, spirituale e liturgica coerente con i principi che si vogliono difendere, perché il Concilio ha inaugurato un nuovo modo di concepire il cristianesimo, coerente con la nuova dottrina.

Se la dottrina è riaffermata in tutti i suoi diritti, bisogna passare ad una vita cattolica reale e conforme a quello che professiamo. In mancanza di ciò, tale o talaltra dichiarazione resteranno solo eventi mediatici, limitati a qualche mese o settimana… Concretamente, bisogna passare alla Messa tridentina e a tutto quello che significa: bisogna volgersi alla Messa non ecumenica, alla Messa di sempre e lasciare che questa Messa rigeneri la vita dei fedeli, delle comunità, dei seminari e soprattutto lasciare che essa trasformi i sacerdoti. Non bisogna ristabilire la Messa tridentina perché in teoria sembra essere l’opzione migliore: bisogna ristabilirla e viverla e difenderla fino al martirio, perché non vi è che la croce di Nostro Signore che possa salvare la Chiesa dalla catastrofica situazione nella quale si trova. 

Portae inferi non praevalebunt adversus eam
Le porte dell’Inferno non prevarranno contro di essa

Menzingen, 12 settembre 2019, festa del Santissimo Nome di Maria - Fonte FSSPX.news

20 commenti:

  1. IL SANTO DEL GIORNO: S. MATTEO APOSTOLO

    MARTIROLOGIO ROMANO SECONDO IL CALENDARIO DEL VETUS ORDO

    Oggi 21 settembre 2019, si festeggia in Etiòpia il natale di san Mattéo, Apostolo ed Evangelista, il quale, predicando in quella regione, patì il martirio. Il suo Vangelo, scritto in lingua ebraica, per rivelazione dello stesso Mattéo, fu ritrovato insieme col corpo del beato Bàrnaba Apostolo, al tempo dell'Imperatore Zenone.
    S. Matteo, che prima si chiamava Levi, è l'autore del primo Vangelo, che scrisse in aramaico, ed è uno dei primi Apostoli che Gesù chiamò alla sua sequela. Giudeo di nascita, figlio di Alfeo, secondo S. Marco egli esercitava il mestiere di gabelliere in Cafarnao. Quando il Maestro Divino gli disse di seguirlo, stava appunto seduto al banco delle gabelle sulle rive del lago. Ecco il tratto evangelico : « E Gesù tornò verso il mare; e tutto il popolo andava a lui e li ammaestrava. E nel passare vide Levi d'Alfeo, seduto al banco della gabella, e gli disse : Seguimi. Ed egli, alzatosi, lo segui ».
    Mirabile generosità! Matteo aveva un ufficio che gli assicurava una certa agiatezza. Ma questa pronta rinuncia ai beni per seguire Gesù gli meritò una tale abbondanza di grazia da raggiungere le più alte cime della perfezione cristiana. S. Matteo ebbe in seguito la fortuna di ospitare in casa sua il Salvatore, onde i Farisei si scandalizzarono moltissimo, perché Gesù mangiava coi pubblicani e coi peccatori. Ma conosciamo la solenne risposta di Gesù: « Non son venuto per i sani, ma per i malati ».
    Ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecóste, predicò il Vangelo nella Giudea e nelle contrade vicine e poco dopo la dispersione degli Apostoli per il 'mondo, scrisse il Vangelo destinato ai Giudei. S. Matteo, siccome scriveva per i suoi connazionali, volle dimostrare che Gesù Crocifisso era il Messia aspettato, il Redentore d'Israele profetato dalle Scritture. Ad ogni passo infatti si trova l'espressione: « Come è stato scritto da Isaia profeta, dai profeti », ecc. ecc.; e minuziosamente prova come le profezie e le promesse dell'Antico Testamento si siano compiute in Gesù Cristo.
    Predicò poi il Vangelo nell'Africa, in Etiopia, e si sa per testimonianza di Clemente Alessandrino, che praticava l'esercizio della contemplazione e conduceva vita austerissima, non mangiando altro che erbe, radici e frutta selvatica. Fu trucidato da una squadra di feroci pagani, mentre celebrava il santo sacrificio. Le sue reliquie furono trasportate dopo trecento anni in Bretagna, e di qui nella sontuosissima cattedrale a lui dedicata nella città di Salerno.
    Come gli altri Evangelisti, anche S. Matteo è figurato dai quattro misteriosi animali descritti dal profeta Ezechiele, e nell'Apocalisse da S. Giovanni. È comune sentenza dei Ss. Padri della Chiesa che l'animale che aveva la figura quasi d'uomo raffigura S. Matteo, il quale appunto comincia il Vangelo colla generazione temporale di Gesù.

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  2. Vocazione di Matteo:
    “Vidit ergo lesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi sequere me” (Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi). San Beda il Venerabile, sacerdote (Om. 21; CCL 122, 149-151).

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  3. Nella città serafica si sta svolgendo la manifestazione «In_Contro», con l’immigrazionismo e l’ecologismo come ideologie dominanti. Promossa dal cardinal Ravasi, suo primo relatore è stato Jeffrey Sachs, noto per essere pro contraccezione e aborto. La lectio di Sachs si è tenuta in Basilica, che domani sarà teatro della proiezione di foto sull’Amazzonia. L’ennesimo oltraggio a Dio.

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  4. "Concretamente, bisogna passare alla Messa tridentina e a tutto quello che significa: bisogna volgersi alla Messa non ecumenica, alla Messa di sempre e lasciare che questa Messa rigeneri la vita dei fedeli, delle comunità, dei seminari e soprattutto lasciare che essa trasformi i sacerdoti."

    Ha perfettamente ragione, ma il problema è che la Messa tridentina è sempre meno accessibile. Se un vescovo non la concede sei fregato. Idem se è volutamente celebrata a orari impossibili per chi non abita in città o per chi è anziano. Bisognerebbe trovare un modo per fare ragionare i vescovi ma come? Sono quasi tutti bergogliani chi per convinzione chi per comodità. In ogni caso il problema pratico resta per moltissimi fedeli e con l'aria che tira credo che purtroppo si aggraverà.
    Qualcuno ha qualche idea per migliorare le cose? Lo chiedo perché ci penso spesso e a me non è venuto in mente niente di praticabile.

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  5. Io (insieme a tutto il gruppo) mi sto misurando con la renitenza persino dei nostri sacerdoti che di fatto è concreta difficoltà; ma forse è un mio limite rimanere delusa, oltre che addolorata e assetata, perché ci vedo preclusa persino una modalità 'catacombale' sia pure con tutte le precauzioni del caso...

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  6. Io credo che si voglia (definitivamente) desacralizzare la religione cattolica e sacralizzare la religione gnostica. Ciò si tenterà forse di fare anche con la “mediazione“ della Chiesa attraverso l’equivoco misericordia-diritti umani.

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  7. Fabrizio Giudici21 settembre, 2019 14:05

    Sulle responsabilità dei cardinali del passato... Non posso valutare la singola persona, però non posso fare a meno di valutare un errore collettivo: non hanno fatto fronte comune, hanno abbandonato mons. Lefebvre al suo destino (cosa che può anche averlo indotto in qualche errore tattico). Hanno pensato che si poteva correggere il guasto invece che denunciarlo apertamente... stiamo pagando carissimo questo errore di valutazione.

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  8. @ Anonimo21 settembre 2019 12:17

    http://www.unavoceitalia.org/wordpress/2015/07/09/messe-tridentine-roma/

    http://www.unavox.it/messa.htm

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  9. @ Mic: "ci vedo preclusa persino una modalità 'catacombale' sia pure con tutte le precauzioni del caso": cara Mic, magari potessimo sperare di cavarcela scendendo nelle catacombe; ma oggi, con le moderne tecnologie, il regime massonico modernista non ci metterebbe molto a stanarci. Il rischio che corriamo speriamo tanto non sia quello di finire soggfetti passivi ti questi esperimenti tecnologico dittatoriali:
    1) il microchip sottocutaneo (parla il suo inventore):
    https://gloria.tv/article/gUuuBuZujxsg1Q37mFtrY12A8
    2) l'elettroshock rieducativo (molto più efficace dei gulag sovietici dove avrebe voluto spedirci Parolin dopo il voto del 4 marzo 2018 per renderci obbedienti al dogma dell'accoglienza indiscriminata dei migranti...):
    https://gloria.tv/link/xnS7zUtnVaqk1yko1hVnG47op
    Vogliano il Signore Nostro Gesù Cristo e la Sua (e per grazia Sua, anche nostra) SS.ma Madre, la Beata Sempre Vergine Maria, preservarci da tanto orrore.

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  10. Forse se la Fraternità operasse in più città sarebbe più semplice? Non li conosco, anche se li seguo costantemente su internet, ascolto le loro conferenze. Credo che facciano moltissimo, sono anche gli unici liberi, sedevacantisti a parte. Sugli altri in piena comunione con Roma mi pare penda costantemente la spada di Damocle dei vescovi ostili alla Messa tridentina. Oggettivamente sono loro a rischiare di più come dimostra la spietatezza usata non solo con i Francescani dell’Immacolata e recentemente Familia Christi, ma anche con singoli sacerdoti dissenzienti. Quello che mi stupisce è come possano i fedeli e i sacerdoti bergogliani a non accorgersi dei metodi tirannici utilizzati da chi non fa altro che parlare di misericordia. Fanno finta di niente, sono d’accordo con la persecuzione sistematica dei dissidenti o semplicemente non se accorgono?
    Un’altra cosa che mi chiedo è: perché tanta ostilità verso la Messa tridentina?

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  11. ...speriamo tanto non sia quello di finire soggfetti passivi ti questi esperimenti tecnologico dittatoriali:
    1) il microchip sottocutaneo (parla il suo inventore):
    https://gloria.tv/article/gUuuBuZujxsg1Q37mFtrY12A8


    Evocare queste diavolerie non giova a nulla se non ad esasperare la già difficile situazione.

    Io resto delusa e assetata e addolorata, perché lo so che a Roma ci sono Chiese in cui ancora si celebra la Messa Antica e ringrazio l'Anonimo che le ha segnalate. Ma in una città così grande non sono tutte così facilmente raggiungibili.

    In ogni caso io parlavo del nostro gruppo e della nostra speranza che un Centro Messa fosse anche l'occasione per non limitarsi alla Liturgia; ma ci desse l'opportunità per approfondire anche la catechesi in un luogo già familiare a molti...
    Avere Chiese per la Liturgia è già una grazia enorme di questi tempi; ma quel che intendo io potrebbe essere l'inizio della vera rinascita. Ma non se ne vede l'orizzonte.
    Ciò non significa che io non continui a sperare, oltre che a soffrire e offrire...

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  12. https://www.youtube.com/watch?v=H5LHk3uxmR4

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  13. Perché tanta ostilità verso la Messa Tridentina?

    Lo capiamo se pensiamo agli elogi di Bergoglio alle eresie di Lutero. Lutero
    odiava la vera Messa: volendo vedere la salvezza solo nella fede salvifica nel Sacrificio avutosi una volta per tutte, questo SAcrificio poteva essere oggetto solo di ricordo, memoriale, banchetto celebrativo. Il sacrificio è un'opera e l'ha fatta una volta per tutte il Salvatore, non si può ripetere. Nessuna opera ci può salvare, secondo Lutero. Non ci può quindi essere transustanziazione delle specie, al massimo presenza temporanea in esse del Dio Glorioso. Dopo l'Opera unica della Croce, può esistere per l'eretico solo la fede nella salvezza apportata da quell'Opera, che copre i nostri peccati "come un mantello", nemmeno esige che ci santifichiamo! Bergoglio pensa in realtà come un luterano. Forse per questo non si inginocchia durante le Messe che celebra, che forse sono invalide se celebrate appunto da lui con una mens luterana.
    Ma l'avversione alla Messa era anche dei modernisti, che miravano, tra le altre cose, a fare del popolo il soggetto comunitario celebrante, sotto la presidenza del sacerdote. E ci sono riusciti, a quanto pare. Così come sono riusciti a togliere di fatto il significato propiziatorio alla Messa, spostandolo verso la Resurrezione. Il che è un errore grave poiché la vera Messa CAttolica rinnova in modo incruento il Sacrificio di Cristo che ci procura misericordia per i nostri peccati, che confessiamo prima di comunicarci, non rinnova la sua Resurrezione, che viene ricordata nell'OV in posizione sussidiaria, nell'anamnesi. E'la Croce che salva, la Resurrezione (la SAlvezza) ne è appunto la conseguenza concessa da Dio, per chi la sa portare come vuole Cristo.
    Ma Bergoglio e anche gli altri papi conciliari hanno cancellato il Giudizio e l'Inferno e il Purgatorio, fanno credere che la salvezza sia garantita a tutti: non possono quindi accettare il significato propiziatorio della vera Messa, significato che presuppone l'esistenza del peccato originale, del peccato in noi, la possibilità di essere dannati e insomma la drammatica e anche tragica serietà della vita, portata alla luce in tutta la sua dimensione terrena e ultraterrena proprio da NS Gesù Cristo.
    T.

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  14. Chapeau ! caro T, una lectio magistralis, degna delle migliori università pontificie. Purtroppo da lì oggi escono solo dei ciarlatani, tronfi di ideologia e disprezzo verso due millenni di Chiesa Cattolica. Sicuramente non servono Cristo, quindi chi servono veramente?

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  15. Se Lefebvre fu il paladino della cattolicità siamo a zero,perché non fece resistenza interna e si mise fuori combattimento? Chi fece guerra al Monsignore come leggo sopra? Come oggi se non su contesta dall'interno che effetto fa? Nullo.

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  16. Perché mons. Lefebvre non fece "resistenza interna"?

    E' un rimprovero che gli hanno fatto in tanti, senza rendersi conto dell'assurdità del rimprovero stesso.
    Fare "resistenza interna" nella situazione attuale era ed è pura utopia.
    Per farla, avrebbe dovuto innanzitutto restare "dentro" dal punto di vista dei neomodernisti al potere nella Chiesa visibile, il che significava accettare formalmente la validità e la correttezza dottrinale in blocco di tutto il Concilio. Cosa che, una volta fatta, avrebbe reso vane le eventuali critiche allo stesso, che si sarebbero ridotte fatalmente alle critiche al postconcilio, come hanno fatto in molti, senza però poter andare alla radice dei mali che stanno devastando la Chiesa visibile.
    Per iniziare la "resistenza interna" mons. Lefebvre avrebbe dovuto entrare in contraddizione con se stesso, mentire a se stesso e ai fedeli, riconoscendo al Concilio una legittimità dottrinale che egli non gli riconosceva e che oggettivamente non ha e non può avere. Lui aveva preso parte al Concilio e lo sapeva meglio di tanti altri.
    Non poteva agire diversamente di come ha fatto.
    Se avesse optato per la "resistenza da dentro" accettando preliminarmente il Concilio non avrebbe potuto conservare la S. Messa OV, l'unica veramente cattolica, né il Seminario tradizionale. Questi due beni preziosi e fondamentali andavano conservati per la futura salvezza della Chiesa e per l'Onore e la Gloria di GCNS.
    Questa era la missione storica di mons. Lefebvre, e sicuramente quella che gli ha affidato al Provvidenza. E lui l'ha portata a termine.
    INoltre, per chi conosce i fatti: non ci fu nessun desiderio suo nè alcun piano di "restare fuori" invece che "dentro". Furono gli altri, Paolo VI e i suoi nemici, a cacciarlo formalmente dalla Chiesa, prima con la sospensione a divinis (perché non si era piegato alla illegittima soppressione del Seminario, brutale anche nella forma) e poi con la scomunica, invalide tutte e due, non c'è dubbio.
    Si è trovato fuori per un insieme di circostanze di fatto, provocate dal suo voler restar fedele al programma che si era dato.
    T.

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  17. @T. : purtroppo i resistenti di oggi, alla"interno, non hanno il coraggio di andare oltre la metà del guado, di accusare apertamente Bergoglio e la sua ciurma di pirati che vogliono affondare la barca di Pietro, né di rinnegare apertamente il C.V. II, lo zelo non è il loro firte. La prudenza spunta le loro armi.

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  18. Questa è una giusta critica al concilio:

    "Dopo il Concilio, la nozione di Popolo di Dio ha sostituito quella del Corpo mistico di Cristo. Essa è onnipresente nel nuovo Codice di diritto canonico pubblicato nel 1983. Ma nel 1985 vi è stata una modifica: la dicitura «Popolo di Dio» è diventata ingombrante, perché autorizzava delle derive verso la teologia della liberazione e il marxismo. È stata sostituita da un’altra nozione, ugualmente tratta dal Concilio: l’ecclesiologia di comunione, che permette un’appartenenza alla Chiesa assolutamente elastica; tramite quest’ultima, tutti i cristiani sono uniti, chi più, chi meno, nella stessa Chiesa di Cristo, il che fa sì che il dialogo ecumenico sia diventato babelico, come è avvenuto all’incontro di Assisi nel 1986. La Chiesa sembra ormai vicina all’immagine del poliedro a cui è tanto affezionato Papa Francesco: «una figura geometrica che ha molte facce diverse. Il poliedro simboleggia la confluenza di tutte le diversità che, pur riunendosi in esso, conservano intatta la loro originalità. Niente si dissolve, niente si distrugge, nulla domina sul resto»3.
    Vedete questa stessa radice ecclesiologica all’origine delle riforme annunciate nell’Instrumentum laboris del prossimo sinodo sull’Amazzonia, o nel progetto di riforma della Curia romana?
    Tutto finisce col riportare, direttamente o indirettamente, ad una falsa nozione di Chiesa..."



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  19. Dopo aver letto per la seconda volta, a distanza di anni, il libro di Jacob Taubes, La Teologia politica di San Paolo, che ancora non ho terminato,né non sono in grado di sintetizzarvi in quattro righe, forse in un futuro, una cosa l'ho capita: in quello che noi chiamiamo modernismo, teologia della liberazione e molte altre cadute di cattolici 'non conformi' al Cattolicesimo vi è l'intellettualismo ebraico e protestante.

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  20. Aprigli casa tua ...25 settembre, 2019 18:42

    "Apriamo i porti e spalanchiamo le porte delle nostre case". Così il vescovo di Cefalù Giuseppe Marciante invita all’accoglienza dei migranti per celebrare l'edizione numero 105 della giornata mondiale del migrante e del rifugiato.
    http://www.ilgiornale.it/news/palermo/vescovo-cefal-sui-migranti-apriamo-i-porti-e-nostre-case-1758295.html

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