Pagine fisse in evidenza

mercoledì 30 giugno 2021

Proprietà privata diritto secondario: un assist ai regimi

Chiamare la proprietà privata un diritto “secondario” apre la strada a forme di limitazione della stessa da parte di poteri oppressivi. Dire invece che è un diritto primario, ma che bisogna bene impostare il suo uso, chiama in causa la persona, le famiglie, le società naturali. Altrimenti le richieste di limitare il diritto di proprietà favoriscono i poteri statali e sovranazionali come sta avvenendo in questo momento. Considerazioni sulle ultime parole di Francesco alla Conferenza Onu
Papa Francesco afferma spesso che quello alla proprietà privata non è un diritto assoluto e che può essere limitato. Di recente è tornato sull’argomento con il videomessaggio alla Conferenza internazionale sul lavoro dell’ONU del 17 giugno scorso con queste parole: «A volte quando si parla di proprietà privata, dimentichiamo che è un diritto secondario, che dipende da questo diritto primario, che è la destinazione universale dei beni». Anche stavolta, le sue affermazioni si sono accompagnate ad altre sulla società “dello scarto” e sulla necessità di ripensare completamente questa economia “che uccide”. Chi ascolta i discorsi del papa è spinto a collegare il richiamo alla proprietà privata come diritto “secondario”, e quindi che si può manomettere in virtù di quello primario, e la necessità di opporsi all’economia “che uccide” perché non accetterebbe manomissioni alla proprietà privata.
Innanzitutto va richiamato che nessun diritto è assoluto, perché tutti i diritti sono legittimati, e quindi limitati, da dei doveri che li precedono. Affermare quindi che quello alla proprietà privata non è un diritto assoluto è dire una cosa ovvia.

Chiamare invece quello alla proprietà privata un diritto “secondario”, come ha fatto Francesco in questa occasione, non è ovvio e può essere molto pericoloso. Se un diritto è legittimato da uno o più doveri che si radicano nella natura umana e nell’ordine finalistico della società, allora è primario. La proprietà privata ricade in questo ambito. Infatti la Rerum novarum fonda questo principio – che essa definisce “naturale” – nei doveri del lavoro, della famiglia, della vocazione della persona intelligente e libera. Se un diritto è “naturale” è senz’altro primario e non può essere secondario. Ovviamente, primario non vuol dire assoluto. Nelle parole di Francesco si coglie questa identificazione impropria tra “primario” e “assoluto”.

Dicendo che quello alla proprietà privata è un diritto “secondario”, Francesco fa intendere che, per contro, il principio della destinazione universale dei beni sarebbe un diritto “primario” da cui esso dipenderebbe. Il primo non sarebbe assoluto, il secondo sì. Non c’è dubbio, invece, che anche quello della destinazione universale dei beni non sia assoluto, anche se primario, in quanto richiede delle condizioni di esercizio che lo limitano. In particolare richiede di non contrastare il principio della proprietà privata, ma di intenderlo come il modo per realizzare la destinazione universale. Non in senso strumentale, come se la proprietà privata fosse solo un mezzo usa e getta privo di titolarità etica, ma in senso finalistico: non si può realizzare la destinazione universale dei beni senza il rispetto del diritto alla proprietà privata. In caso contrario verrebbe corrotto il bene comune. Se si afferma che quello alla proprietà privata è un diritto “secondario”, allora la stessa cosa si dovrebbe dire per quello della destinazione universale dei beni. Ambedue i principi possono essere manomessi e non solo quello della proprietà privata. Gli ecclesiastici tuonano volentieri contro la proprietà privata e mai contro la tassazione di rapina imposta dagli Stati con la scusa di realizzare la destinazione universale dei beni. Ma nella realtà, questa economia “uccide” anche per questo ultimo motivo.

due principi sono allora ugualmente primari (anche se non assoluti), frutto ambedue della creazione divina. Dio ci ha dato tutto, ha anche dato l’uomo a se stesso, ci ha dato la terra ma anche il dovere di lavorarla che fonda il diritto di possedere quanto il lavoro ci permette legittimamente di acquisire e di mettere da parte: “Dio ha dato la terra a tutto il genere umano … ora la terra non dona i suoi frutti senza una particolare risposta dell’uomo al dono di Dio, ossia senza il lavoro” (Centesimus annus, 31) dove ha origine la proprietà individuale. Il fatto che la proprietà privata non sia un diritto assoluto non deriva dal fatto che sia un diritto secondario, ma dalla distinzione che risale a Leone XIII, poi confermata dal magistero, tra possesso e uso dei beni. Il possesso è un diritto primario, ma la sua relazione con la destinazione universale ne impone un uso, diciamo così, sociale.

Chiamare la proprietà privata un diritto “secondario” apre la strada a forme di limitazione della stessa da parte di poteri oppressivi. Dire invece che è un diritto primario esso stesso ma che bisogna bene impostare il suo uso, chiama in causa la persona, le famiglie, le società naturali che sono i primi soggetti a dover intervenire per “socializzare” l’uso della proprietà, ben prima dello Stato e degli attori di un Nuovo ordine mondiale. Altrimenti le richieste di limitare il diritto di proprietà favoriscono i poteri statali e sovranazionali come sta avvenendo in questo momento. Da questi ultimi stanno arrivando infatti inquietanti segnali di una società senza proprietà privata. Dire che questa è un “diritto secondario” può essere un assist molto negativo. (Stefano Fontana - Fonte)

6 commenti:

  1. "...quello alla proprietà privata non è un diritto assoluto e che può essere limitato..."

    Nel mentre viene martellato che alcune imprese, banche, sono troppo grandi per cadere.
    Quanti giri si fanno fare alla frittata!!!

    RispondiElimina
  2. OT. Ho preparato l'esortazione a riparare le offese al Sacro Cuore di Gesù rivolteGli in questo mese, ormai concluso. Riporto la bozza del testo. Vorrei pubblicare entro la pausa pranzo; se qualcuno ha suggerimenti o emendamenti, commenti qui sotto. Grazie.


    ****

    Sta per concludersi il mese di giugno, tradizionalmente consacrato al Sacro Cuore di Gesù; ovvero l'espressione più diretta dell'amore di Dio per i suoi figli, specialmente quelli che cadono negli abissi più profondi del peccato. Come ormai accade sempre più frequentemente, proprio contro Cristo in Croce e sua Madre in questo mese si sono riversati oltraggi ed ingiurie, negli anni sempre più violenti, nel nome del satanico "orgoglio"; tra l'approvazione più o meno esplicita della politica, che vorrebbe abituarci a questo "nuovo normale", e il silenzio imbarazzante di molti uomini di Chiesa.

    Al momento non ci risultano iniziative di preghiera e riparazione pubblica da parte di gruppi di fedeli. Vi invitiamo a tenervi informati e a partecipare qualora venissero organizzate nelle prossime settimane; nel caso non si riesca ad organizzarle vi esortiamo a supplire con preghiere e penitenze personali. Facciamo nostre le parole di mons. Viganò:

    «Esorto i tanti fedeli scandalizzati e disorientati dinanzi all’apostasia dei Pastori a moltiplicare con spirito soprannaturale le preghiere e le penitenze, implorando il Signore perché si degni di convertire i mercenari, riconducendoli a Sé e alla fedeltà al Suo divino insegnamento. Preghiamo la Madre purissima, la Vergine delle vergini, di ispirare sentimenti di pentimento nei Ministri corrotti dal peccato e dall’impurità, affinché considerino l’orrore delle proprie colpe e le terribili pene che li aspettano: possano essi rifugiarsi nelle Santissime Piaghe di Cristo, ed esser purificati dal lavacro del Sangue dell’Agnello.»

    RispondiElimina
  3. Credo che il problema dei problemi sono i tiepidi. E' IL LORO NUMERO CHE FORMA E CEMENTA LO ZOCCOLO DURO DELLA DISSOLUZIONE. SONO QUELLI DEL NI. DEL VOMITO PER DIRLA CRISTIANAMENTE.

    RispondiElimina
  4. Pubblicato

    https://santorosarioperlitalia.net/2021/06/30/riparazioni-per-le-offese-al-sacro-cuore-di-gesu/

    RispondiElimina
  5. NOTE SULLO SPROFONDAMENTO NELL’ABISSO DELLA SINISTRA

    C’è una critica che spesso viene mossa alla sinistra (intesa come quell’aggregato politico e culturale riconducibile al liberal-progressismo): che questa sia troppo sbilanciata dalla parte dei diritti civili (individuali) a scapito di quelli sociali (lavoro, salario, sicurezza, servizi). Che ciò sia vero è incontestabile, basta scorrere il calendario a ritroso per vedere come negli anni i principali attacchi al sociale siano imputabili a politiche di “sinistra” (a partire dalle privatizzazioni e dallo smantellamento dell’Iri).

    Ma è una critica monca, socialdemocratica, se la parola oggi ha ancora un senso. Monca perché “dimentica” di considerare che è proprio da quella cultura socialdemocratica – praticabile solo all’interno di un ciclo espansivo – che nasce la sinistra dei diritti civili. Diritti civili che potevano sposarsi con quelli sociali solo perché questi ultimi non mettevano in discussione il quadro economico. La componente comunista della sinistra (ma ricordarsi che storicamente comunismo e sinistra sono sempre state due realtà distinte, spesso mortalmente l’un contro l’altra armata), per via del suo radicamento popolare, ha dovuto sempre agire coi piedi di piombo sul terreno dei diritti civili, considerati “borghesi” (ricordarsi delle resistenze interne al Pci all’epoca del divorzio, e di un certo moralismo “proletario” che impediva per esempio di rendere pubblica la relazione affettiva tra Nilde Iotti e Palmiro Togliatti).

    La critica allo sbilanciamento a favore dei diritti civili (individuali) è monca perché non tiene conto che questo sbilanciamento nasce proprio dalla cultura progressista di cui la sinistra è impregnata, comunisti compresi. Cultura progressista delle “magnifiche sorti e progressive” che nasce dal convincimento che comunque lo sviluppo delle forze produttive che il rivoluzionario modo di produzione capitalistico continuamente produce contiene in sé il miglioramento della scienza e della tecnica, quindi del miglioramento delle condizioni materiali di vita. Certo non si può negare un generale miglioramento delle condizioni materiali di vita, ma questa impostazione, possiamo dire meccanicistica, non mette in discussione la critica della presunta neutralità della scienza e della tecnica. La ricerca scientifica risente infatti degli interessi del campo dominante vincente, quello cioè più in grado di competere sul piano della capacità di rinnovamento. Quindi sia la scienza che la tecnica non sono terreno neutro dove competono con pari opportunità le vari opzioni e vinca il migliore. Nel settore della ricerca, per esempio, se non si hanno finanziamenti questa non solo non si sviluppa ma tende a rinsecchirsi; ma non è solo questione di finanziamenti, quando ci sono questi sono finalizzati a un “certo” tipo di ricerca. La ricerca non è neutra perché non è neutra la scienza, questa va dove vuole il padrone.

    RispondiElimina
  6. ... segue
    Se per ipotesi la sinistra tornasse a essere quella socialdemocratica, comunque questa perseguirebbe sulla strada dei diritti civili considerati come affermazione della libertà individuale di autodeterminarsi in tutti i sensi possibili. E, come accade oggi, finanche nella libertà di produrre un atto amministrativo in cui si chiede di essere registrati col genere che si dichiara. Perché al mercato (almeno dall’esaurirsi della società tradizionale, cosiddetta patriarcale) è funzionale l’individuo fluido: è proprio questo requisito che lo valorizza al massimo. Altrimenti non ci spiegheremmo la discesa in campo dei grandi poteri economico-finanziari e istituzionali a difesa delle politiche di “genere”, con tanto di inginocchiamenti che i media mainstream indicano come eticamente obbligatori (quando gli inginocchiatoi stanno scomparendo dalle chiese, dove il fedele una volta era invitato a genuflettersi nei momenti più solenni della funzione religiosa). L’obiettivo è quello di creare, come scriveva nel 1984 Ivan Ilich nel suo profetico “Gender”, individui sciolti da ogni relazione, perfino quella con il proprio corpo. Individui che devono essere precari assoluti, che non hanno più nemmeno la certezza del corpo. Perfettamente funzionali a produzione e consumo. Quello che mi serve sei…

    Il punto è proprio questo: è il mercato, coadiuvato dall’ideologia liberista che si propone come progressista, a voler prospettare una nuova antropologia umana, non a caso i grandi “pensatoi” parlano di trans-umanesimo. Senza comprendere ciò si naviga a vista, ogni volta schiacciati dai mille casi di un’attualità nella quale spesso si perde il senso di marcia del generale movimento delle cose.

    Nel dna del liberal progressismo – e di ogni forza liberista – vi è proprio l’elevazione dell’individuo a supremo termine di riferimento. Ecco perché è del tutto vano stare lì a rimproverare alla sinistra liberal progressista il fatto che ha “dimenticato” i diritti sociali. Le cose sono andate così per la forza del movimento oggettivo che ha trovato nei cultori del progresso i suoi migliori alleati.

    Non attaccare i presupposti filosofici – nichilistici e relativisti – della sinistra liberal progressista e poi criticarla per l’assenza dalle sue agende del tema dei diritti sociali è un po’ come voler travasare il mare nella buca scavata sulla spiaggia.

    La sinistra liberal progressista è in un vortice spaventoso che rischia di risucchiare dentro di sé le nostre stanche e decadenti società. Per questo urge che si lavori a un generale riorientamento di senso: filosofico e culturale, e quindi politico. Senza del quale non può assolutamente darsi una prospettiva di vera rinascita.

    RispondiElimina

I commenti vengono pubblicati solo dopo l'approvazione di uno dei moderatori del blog.