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mercoledì 13 luglio 2022

La Chiesa Madre e Maestra

Un sacerdote che scrive sotto lo pseudonimo di P. Tommaso di Giovanni ci offre una lettura teologica sulla situazione che stiamo vivendo. Uno studio molto interessante, che esplicita anche molti nostri pensieri e perplessità, che non osano arrivare a conclusioni nette e definitive anche per non averne l'autorità. Solo una piccola notazione in attesa di meditar meglio il denso contenuto. C'è una citazione,  che non avevo mai notato nel Trattato del Monfort che mi colpisce e mi lascia perplessa e penso concepibile solo in un discorso iperbolico: l'odio attribuito sia alla Vergine che a Dio nei confronti del Nemico. Non mi riesce di pensare che in Dio possa esistere odio, pur quando è stata provocata l'estrema Giustizia che ha segnato un distacco definitivo. L'odio lo penso appartenente a colui che si è staccato e non al Dio della vita e alla Madre del Figlio diletto e nostra... Quanto alla corredenzione della Vergine, voglio ricordare la bellissima distinzione di mons. Gherardini tra mediazione e corredenzione. La corredenzione è la singolare unione di Maria con Cristo sulla terra e termina con la missione terrena di Maria: indica consociazione, unione sponsale. La mediazione, invece, è il collegamento tra due estremi, il cielo e la terra, il Figlio e gli uomini. Essa non termina con il pellegrinaggio terreno, ma si prolunga anche in cielo, con la sua intercessione celeste. Il fondamento dell’Assunzione è la Corredenzione di Maria, in quanto corredenzione consociativa, che richiama la consors, la consociata, la socia del Redentore. In questa linea si collocano Pio IX, Leone XIII e Pio XII. Quanto alla corredenzione del corpo mistico penso sia più immediato vederla nella sofferenza vicaria. Nella normalità dei casi la sofferenza è motivo di espiazione. Ma effettivamente ognuno di noi, se davvero è 'pietra viva', ha un suo piccolo ruolo nella storia della salvezza.

La Chiesa Madre e Maestra
«Alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli» (Lc 7,35)

Nel capitolo 12 del libro dell’Apocalisse possiamo leggere dello stolto tentativo del drago rosso per impedire niente di meno che la missione salvifica divina andando a colpire il Verbo che ha assunto la natura umana:
«Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato» (Ap 12,4).
Non potendo però nulla contro di lui, perché come dice Gesù:
«il principe del mondo […] non ha nessun potere su di me» (Gv 14,30),
pensa allora male di provare con colei che ha partorito il bimbo. Ma anche contro di lei nulla può per la speciale protezione di cui la madre gode:
«il drago […] si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente» (2 Ap 12,13-14).
Incapace di comprendere subito con chi ha a che fare, il drago rosso attacca di nuovo:
«Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque» (Ap 12,15).
Così facendo, però, subisce un’altra cocente umiliazione:
«la terra [infatti] venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca» (Ap 12,16).
Nulla potendo contro il bambino e contro la donna, infuriato contro quest’ultima «se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù» (Ap 12,17). A proposito del perché così tanta furia del drago contro la donna e anche tanto timore di lei, ricordiamo qui quanto afferma san Luigi M. Grignion da Montfort nel suo famoso Trattato della vera devozione alla Santa Vergine:
«La più terribile nemica del diavolo, creata da Dio, è Maria, la sua santa Madre. Egli le donò […] tanto odio contro questo maledetto nemico di Dio, tanta abilità per scoprire la malizia di questo antico serpente, tanta forza per vincere, atterrare, umiliare quest’empio orgoglioso, che egli la teme non solamente più degli angeli e degli uomini, ma, in certo qual senso, più di Dio stesso. Non già che l’ira e l’odio e la potenza di Dio non siano infinitamente più grandi di quelli della santissima Vergine, poiché le perfezioni di Maria sono limitate; ma prima di tutto perché Satana essendo orgoglioso soffre infinitamente di più d’essere vinto e punito da una piccola e umile serva di Dio: l’umiltà di lei lo umilia più che la potenza di Dio.
In secondo luogo perché Dio diede a Maria un potere così grande contro i diavoli che essi temono di più, come essi stessi furono obbligati a confessare loro malgrado per bocca degli ossessi, uno solo dei suoi sospiri per qualche anima, che le preghiere di tutti i santi; una sola delle sue minacce contro di essi che tutti gli altri tormenti.
Ciò che Lucifero perdette per orgoglio, Maria lo acquistò per umiltà; ciò che Eva rovinò e perdette per disobbedienza, Maria lo salvò per obbedienza. Eva, obbedendo al serpente, perdette con sé tutti i suoi figli e li consegnò a lui; Maria, rimanendo perfettamente fedele a Dio, salvò con sé tutti i suoi figli e i suoi servi e li consacrò alla Maestà di Dio».(1)
La guerra attualmente in corso da parte del drago rosso è dunque quella contro i figli della donna che, in quanto tali, fanno parte del corpo mistico del Figlio.
Anche la “donna” fa parte del corpo mistico del Figlio, cioè della Chiesa una santa cattolica e apostolica, ma, a differenza di tutte le altre membra, lei di quel corpo è madre.
Pertanto, mentre noi per essere “figli nel Figlio” dobbiamo nascere dalla Chiesa ed essere perciò anche figli della Chiesa, lei fa invece parte del corpo mistico di Cristo perché direttamente figlia del suo Figlio.(2)
Per noi vale perciò quanto ben dice san Cipriano di Cartagine:
«Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre»;(3)
Maria, invece, soprannaturalmente non ha una madre ma è lei stessa la madre. Una madre che, nel momento stesso in cui diventa tale grazie al fiat pronunciato all’Annunciazione, in qualche modo “partorisce” se stessa. Con il suo sì, infatti, diviene nello stesso tempo madre della Chiesa e suo primo membro.
Ciò la rende, per usare ancora le parole del “sommo poeta”,
«umile e alta più che creatura».(4)
Ciò che esprime poeticamente l’Alighieri è espresso con forza anche dal massimo teologo della Chiesa Cattolica, il quale non esita ad attribuirle una certa dignità infinita:
«L'umanità di Cristo in quanto unita alla Divinità, la beatitudine creata in quanto godimento di Dio e la beata Vergine Maria in quanto Madre di Dio hanno una certa dignità infinita, derivante dal bene infinito che è Dio. E sotto questo aspetto non può essere creato nulla di migliore, come non vi può essere nulla che sia migliore di Dio».(5)
Così pure non manca di fare la devozione popolare che la invoca quale
«Onnipotente per grazia».(6)
Non meraviglia, pertanto, sapere che durante il Concilio Ecumenico Vaticano II l’assemblea si sia praticamente spaccata in due a riguardo del trattare la mariologia all’interno del discorso ecclesiologico oppure in un documento distinto. La votazione del 29 ottobre 1963 vide 1114 padri optare per la prima alternativa e 1074 per la seconda. Sorvoliamo ora sulle motivazioni che fecero pendere la bilancia in favore della prima e rimarchiamo invece il fatto che sono entrambe legittime perché tutte e due suffragate da buone ragioni. Se è infatti vero, come insegna il grande sant’Agostino, che la Chiesa è più grande di Maria perché quest’ultima non ne è che un membro:
«Santa è Maria, beata è Maria, ma è migliore la Chiesa che la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa: un membro santo, un membro eccellente, un membro che tutti sorpassa in dignità, ma tuttavia è sempre un membro rispetto all’intero corpo. Se è membro di tutto il corpo, allora certo vale più il corpo che un suo membro. Il Signore è capo, e il Cristo totale è capo e corpo. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo per capo Dio».(7)
d’altra parte, è però anche vero che senza la Madre di Dio la Chiesa non ci sarebbe. Come poeticamente scrive san Bernardo:
«Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito Santo. L’angelo aspetta la risposta: deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione.
Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti alla morte: per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita.
Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo, esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e Davide; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch’essi nella regione tenebrosa della morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano.
O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola: di’ la tua parola umana e concepisci la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna. […]
Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti batte fuori alla porta. Non sia che, mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Lèvati su, corri, apri! Lèvati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso.
“Eccomi”, dice, “sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38)».(8)
Nell’Annunciazione, infatti, Maria dà il consenso a Dio
«a nome di tutta la natura umana».(9)
È perciò chiaro che il suo ruolo nell’economia salvifica, con i correlati numerosi privilegi di cui rifulge (Immacolata sempre Vergine Madre di Dio assunta in cielo in anima e corpo), la rende assolutamente speciale e unica e ne giustifica una trattazione a parte. In ogni caso, la nostra salvezza, che è la Chiesa, la dobbiamo a Maria, al suo sì (10) incondizionato al Padre, perché è dal suo sì che il Figlio di Dio, capo e membra, viene concepito. Infatti,
«Capo e membra sono – come afferma san Tommaso – per così dire, una sola persona mistica»(11)
e
«Maria diventa la “Donna”, nuova Eva, “Madre dei viventi”, Madre del “Cristo totale”».(12)
Se dunque noi possiamo essere innestati in Cristo, possiamo cioè essere redenti/salvati, lo dobbiamo a lei. Ecco perché possiamo chiamarla giustamente corredentrice. Mentre per Maria la salvezza viene direttamente da Dio, che la redime in modo speciale (Immacolata), per noi la salvezza viene sempre da Dio ma attraverso la mediazione del “binomio” Maria/Chiesa.
In altre parole, la differenza tra la Madonna e noi è che Maria non abbisogna di Maria.(13) Per qualcuno, attribuire a Maria il titolo di corredentrice significherebbe negare la verità di Gesù Cristo unico redentore. Ma per quale motivo tale titolo ne sarebbe la negazione? In base a quanto abbiamo detto è infatti evidente che Gesù Cristo è l’unico redentore, cioè il redentore di tutti. Sia per Maria che per tutti noi la redenzione viene da Gesù Cristo. Come chiaramente attesta la Scrittura:
«In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12).
Non è, e non può essere, in discussione la verità di fede secondo cui senza Gesù Cristo non c’è redenzione.
La differenza tra noi e Maria è data “soltanto” dal fatto che il Redentore raggiunge noi per la di lei speciale mediazione. Questo, chiaramente, non fa di Maria la Redentrice ma, per singolare grazia e privilegio, la corredentrice.
Ora, però, avendo giustamente parlato del binomio Maria/Chiesa in ordine alla nostra salvezza, qualcuno potrebbe domandarsi: ma allora anche la Chiesa è corredentrice nel senso in (14) cui lo intendiamo per Maria?
La risposta è no. Come abbiamo detto, la Chiesa è in qualche modo la redenzione, la salvezza, vale a dire il frutto dello “sposalizio” tra Dio ed una tanto umile quanto grande creatura umana.
Tuttavia, per l’intimo legame esistente tra Maria e la Chiesa, si dà un ulteriore livello di collaborazione/partecipazione nella redenzione che coinvolge tutte le membra del corpo mistico. Di questa partecipazione parla l’Apostolo delle Genti quando scrive:
«sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).
Riportiamo a tal proposito un bel testo esplicativo del card. Biffi:
«Il tema della “maternità ecclesiale” è svolto con pienezza di particolari nel capitolo 12 dell’Apocalisse, che descrive la Chiesa nella figura della “Nuova Eva” […]
Gli antichi scrittori maturano e sviluppano […] l’affermazione di una compartecipazione della Chiesa all’azione salvatrice e santificatrice del Figlio di Dio, che è espressa appunto dall’idea di “maternità”. […]
[Si dà] una vera azione della Chiesa nei sacramenti […]. Cristo stesso è per me vivo e operante – e non soltanto un defunto personaggio della storia, conoscibile solo attraverso indagini libresche e ricerche erudite – in quanto è presente e attivo nella realtà della comunione ecclesiale; una realtà che mi precede, alla quale io sono invitato ad aprirmi perché anche in me si accenda la vita nuova.
Nessun uomo trova la norma della propria fede e del proprio essere cristiano dentro di sé, ma nella fede e nella vitalità della Chiesa. Questo vale per tutti, dal papa al più oscuro dei credenti: nessuno è iniziatore del cristianesimo, ma ognuno è “erede”: “erede” perché “figlio”, generato dalla ricchezza spirituale della Chiesa. […]
Benché vada riconosciuta una diversità di grado e di intensità in questa condivisione, non possiamo negare che ogni credente, per quel che gli compete, debba dirsi soggetto e titolare della facoltà generativa della “Nuova Eva”. […]
[Da Cristo redenti], diventiamo, a misura che siamo autenticamente redenti, “corredentori”. Nessuno, che sia così rinnovato, è estraneo all’opera di rinnovamento dei suoi fratelli e dell’intero universo. […] La mia purificazione si avvale della sofferenza e della penitenza degli altri, così come “io completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). […]
La funzione materna è esercitata dai singoli nella vita ecclesiale in maniera diversa e con diversa intensità.
Chi nella Chiesa riceve la missione di essere maestro, pastore, ministro della riconciliazione e della presidenza eucaristica, assolve in forma privilegiata e incomunicabile a questo compito. […] Ciascuno di noi però – nel suo pellegrinaggio terreno – si è imbattuto per sua fortuna in qualche uomo e in qualche donna che, senza essere investiti di particolare autorità nella comunità dei battezzati, […] sono stati in modo decisivo interpreti e attuatori della maternità della Chiesa nei nostri confronti, secondo un sapiente progetto di Dio che ha disposto per il nostro bene tali incontri provvidenziali.
Infine crediamo si possa fondatamente supporre che, indipendentemente dai rapporti esteriori e “storici”, l’intera ricchezza spirituale e la comunione col Signore Gesù crocifisso e risorto, che già impreziosiscono il cuore dei credenti, influiscano in modo misterioso ma reale sulla nuova nascita e la crescita soprannaturale di tutti i nuovi figli di Dio. Qui il mistero della maternità della Chiesa arriva al massimo del suo valore, restando ovviamente un mistero: una meraviglia che solo in cielo ci sarà dato di capire e lodare adeguatamente».(15)
In questa riflessione si sarà notata la mancanza di un cenno a riguardo della collaborazione speciale di Maria, ma il card. Biffi “rimedia” immediatamente proseguendo la riflessione con un paragrafo su La maternità ecclesiale di Maria:
«Sul Calvario la Vergine Maria, primo mirabile risultato del sacrificio redentore, sta come perfetta immagine e prima attuazione della Chiesa “madre”. In quel momento solo in lei – che desume il suo valore integralmente dal “Nuovo Adamo” – è rimasta intatta e splendente la vita di fede, di speranza, di carità, che si è offuscata in tutti gli altri. Soltanto lei perciò può unirsi in quel momento a Cristo nel farsi comprincipio della espansione dell’esistenza riscattata: la pienezza della sua grazia – frutto dell’obbedienza redentrice del suo Figlio e Signore – entra a partecipare alla rinascita spirituale degli apostoli. Perciò all’apostolo è detto: “Ecco la tua madre” (Gv 19,27). Alla fede di Maria si congiunge poi la fede rianimata degli apostoli e dei primi discepoli nel contribuire ad avvivare la fede di tutta la prima comunità cristiana, in virtù dell’effusione del Paraclito. A Gerusalemme difatti, nel giorno di Pentecoste, […] inizia la collaborazione umana all’attività generativa dello Spirito; è dunque il primo nucleo della Chiesa “madre” che con la sua fecondità invaderà la terra (cf. At 1,14). Maria, come si vede, in questa trama di influssi materni è un caso assolutamente singolare. Nessuno collabora ad accendere in lei la vita soprannaturale: tutto in lei proviene solo dal Figlio suo che manda anche su di lei lo Spirito Santo. Invece la sovrabbondanza della sua vita soprannaturale impreziosisce del suo affetto materno la nuova esistenza di tutti i credenti in ogni età della storia».(16)
Ora, dopo aver accennato all’unicità del ruolo di Maria nell’economia salvifica, continuiamo la nostra riflessione.
Se dunque la Chiesa è il corpo di Cristo, cioè è lo stesso Cristo nel suo corpo, allora è (17) evidente che, assolutamente parlando, anche contro la Chiesa nulla può il drago rosso. Di conseguenza, non gli rimane che prendersela con i singoli membri della Chiesa per strapparli dal corpo di Cristo, cioè dalla salvezza.(18)
Contro di loro, cioè noi, il drago è scatenato. Questo perché noi possiamo essere attaccati e indotti a rinnegare il Signore, possiamo cioè morire spiritualmente perdendo con il peccato la vita soprannaturale.
Mentre la Chiesa è santa e non può venire meno, la nostra “santità” può invece essere persa a causa del “peccato mortale” (si chiama così proprio per indicare che procura la morte soprannaturale).
Eppure, quanti “cattolici” oggi parlano male della Chiesa? Ne parlano male perché, magari senza rendersene conto, non pensano più da cattolici. In passato si è sempre detto: un conto sono gli uomini di chiesa, un altro la Chiesa. I primi sono fallibili, possono venire meno, ma la Chiesa no perché è fondata sulla roccia. La Chiesa è santa, la Chiesa è stabile e non può essere sopraffatta. Contro di essa, lo assicura Gesù stesso,
«le porte degli inferi non prevarranno» (Mt 16,18).
Nel mondo rovesciato in cui ormai siamo, invece, molti “fedeli” pensano che sia la Chiesa che deve aggiornarsi, che deve convertirsi al loro verbo; sembra che siano loro ad essere santificanti e la Chiesa da santificare. Praticamente, sembrano dire: Guarda, o Signore, la mia fede e non i peccati della tua Chiesa; vale a dire l’esatto contrario di quanto limpidamente esprime la liturgia eucaristica: Dómine Iesu Christe, qui dixísti Apóstolis tuis: Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis: ne respícias peccáta mea, sed fidem Ecclésiae tuae; eámque secúndum voluntátem tuam pacificáre et coadunáre dignéris. Verità che, in qualche modo, ritroviamo anche nel Novus Ordo Missae: Signore Gesù Cristo (…): non guardare ai nostri (nostri perché qui è l'Assemblea che parla, non la singola persona con la sua personale responsabilità davanti a Dio -ndr) peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. Il grande card. Biffi, nell’arguto volumetto del 1998 già citato, si domanda:
«Che cosa dobbiamo dire della Chiesa? È qualcosa di bello o qualcosa di brutto? Ce ne dobbiamo vantare – noi che vi apparteniamo – o ce ne dobbiamo soprattutto vergognare? Possiamo parlarne agli altri con fierezza e con gioia, come si ricorda volentieri, discorrendo, un congiunto o un amico che si è fatto onore; o è consigliabile evitare l’argomento, perché i legami ecclesiali ci imbarazzano come una parentela o una frequentazione poco decorosa?».(19)
La domanda sorge spontanea perché
«negli articoli divulgativi dei giornali e delle riviste […] c’è spesso l’impegno – quasi un programma – a mettere in cattiva luce la realtà cattolica, ad assimilarla alle altre aggregazioni cristiane e persino alle altre forme di religione, o addirittura a giudicarla perdente in questi confronti. [E perciò, retoricamente, si chiede se] dobbiamo aderire a chi con insistenza e intrepida sicurezza parla dei “peccati della Chiesa” e delle sue storiche malefatte».(20)
Da notare che per il card. Biffi non sono un problema i non cattolici, ma i cattolici stessi in quanto essi dovrebbero muoversi sulla base della Rivelazione:
«Qui ci preoccupa dunque non tanto l’errore e la cecità del non credente, quanto lo scombussolamento mentale, le ambiguità, le allucinazioni dottrinali dei nostri fratelli di fede».(21)
Vediamo, in effetti, che
«la “santa madre Chiesa” è locuzione che si va facendo sempre più rara. L’avversione a ritenere “santa” la Sposa del Signore approda logicamente a una specie di allergia a riconoscerla “madre”. […] Nel linguaggio contestatorio di alcuni cristiani la Chiesa acquista la figura, più che di madre, di una figlia riottosa da educare, quando non addirittura di una peccatrice da castigare. La parola di Dio e il modo tradizionale di esprimersi non sono però su questa linea. Nella lettera ai Galati (4,22-26) san Paolo raffronta la Gerusalemme storica […] alla Gerusalemme messianica […]. In questa “Gerusalemme dall’alto” egli vede […] la Chiesa; e di essa dice: “È la nostra madre” (Gal 4,26)».(22)
Il cattolico, infatti, è e non può non essere fiero, orgoglioso della Chiesa e infinitamente grato a Dio di farne parte; nello stesso tempo non può non essere timoroso di poter venire meno nel cammino e ritrovarsi fuori dalla salvezza.
La grandezza della Chiesa risiede nel fatto che non è soltanto una realtà umana ma, come abbiamo già avuto modo di ricordare e ben ricorda anche la Lumen Gentium del Concilio Ecumenico Vaticano II, è una realtà teandrica, cioè umano-divina. Come il Capo è umano-divino, (23) così lo è pure il suo Corpo. Nel Vangelo leggiamo che Gesù, una volta risorto, manda i discepoli in missione dicendo:
«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21).
Possiamo interpretare questo passo notando che il Padre non ha semplicemente mandato un messaggero, come faceva quando mandava i profeti, ma il Figlio. E così anche il Figlio non manda una realtà semplicemente umana, ma come lui umano-divina. I discepoli, cioè la Comunità strutturata secondo la volontà del Signore, è una realtà teandrica ed è per questo suo statuto ontologico che siamo autorizzati a porla accanto alla Santissima Trinità. Nella professione di fede che recitiamo a Messa, infatti, è lei l’unica realtà che nominiamo dopo Dio: Credo Ecclesiam. Con la differenza che mentre proclamiamo di credere nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, non proclamiamo di credere “nella” Chiesa ma “la” Chiesa, per distinguere la creatura dal Creatore.(24)

La Chiesa è dunque una realtà teandrica concepita al momento dell’Annunciazione grazie all’azione dello Spirito Santo e al sì di Maria; una realtà la cui gestazione giunge a maturazione il Giovedì Santo nel Cenacolo con l’istituzione del Sacerdozio e dell’Eucaristia. Ormai completamente formata, manca “solo” il travaglio del parto e il suo venire alla luce il giorno di Pentecoste. E non è un caso che anche a Pentecoste la figura centrale, come ci ricorda opportunamente il terzo mistero glorioso del santo Rosario, sia la Madonna. È lei, la corredentrice, che in modo analogo al giorno dell’Annunciazione, riceve lo Spirito Santo e da lei si riverbera immediatamente sui Dodici riuniti nel Cenacolo. Colei che ha concepito la Chiesa è anche colei che soprannaturalmente la partorisce.(25)
Il corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, inizia così con la Pentecoste il suo percorso nel mondo e subito conosce la persecuzione. Cosa che, come insegna l’apostolo Pietro, non dovrebbe sorprenderci:
«Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi» (1Pt 4,12-14).
D’altronde, Gesù stesso è chiaro al riguardo:
«Ricordatevi della parola che vi ho detto: un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra» (Gv 15,20).
Il discepolo deve dunque necessariamente ricalcare in qualche modo le orme del maestro, perché «tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati» (2Tm 3,12). E perciò, come insegna il CCC ai numeri 675 677 di seguito riportati, anche la conclusione dell’avventura terrena della compagine ecclesiale si svolgerà in analogia a quella del suo Capo, cioè anche la Chiesa sarà chiamata a subire la passione, morte e risurrezione e con essa si concluderà la storia.
L’ultima prova della Chiesa
675 Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti (cf. Lc 18,8; Mt 24,12). La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra (cf. Lc 21,12; Gv 15,19-20) svelerà il «mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne (cf. 2Ts 2,4-12; 1Ts 5,2-3; 2Gv 7; 1Gv 2,18.22).
677 La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione (cf. Ap 19,1-9). Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa (cf. Ap 13,8) secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male (cf. Ap 20,7-10) che farà discendere dal cielo la sua Sposa (cf. Ap 21,2-4). Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudizio (cf. Ap 20,12) dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa (cf. 2Pt 3,12-13).
Stando così le cose, non dobbiamo aspettarci per la Chiesa “magnifiche sorti e progressive”, ma uno «scatenarsi ultimo del male» contro di essa. Il drago rosso, infatti, cercherà di sbarazzarsene in modo analogo a quanto già operato contro il suo Capo. Essendo la Chiesa la salvezza, il demonio farà di tutto per sfigurarla e allontanare da essa quante più persone possibile. Lo straordinario scatenamento del male nei giorni della passione del Signore si ripeterà dunque prima della parusìa, ossia prima del ritorno del Signore nella gloria per giudicare i vivi e i morti.
Al demonio sarà permesso di infiltrarsi nel tempio di Dio e, dall’interno, di poter mettere in piedi una impostura religiosa che inganni, se fosse possibile, anche gli eletti. Ma, per grazia di (26) Dio, non sarà possibile al demonio ingannarli perché questi «hanno accolto l’amore della verità per essere salvi» (2Ts 2,10), «hanno creduto alla verità» (2Ts 2,12), sono rimasti saldi e hanno mantenuto le tradizioni apprese (cf. 2Ts 2,15).
Come dice il Signore stesso nel Vangelo:
«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (Gv 10,27).
Gli eletti, dunque, non si lasceranno ingannare e non seguiranno la falsa voce del falso Pastore.
Ora, se alla luce della fede guardiamo con attenzione i tempi che stiamo vivendo non può sfuggirci il fatto che essi sembrano riconducibili a quelli descritti dall’Apocalisse di san Giovanni e che preludono al ritorno di Cristo nella gloria.
È vero che nessuno può sapere con esattezza quando ci sarà la parusìa (cf. Mt 24,36; Mc 13,32), ma il Signore stesso ci esorta a discernere:
«Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte» (Mc 13,28-29).
E allora, per chi può e vuol vedere, non siamo forse oggi in presenza di un’evidente “impostura religiosa” con relativa “apostasia dalla verità”? Al centro non si è forse messo l’uomo “al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”?
Solo a titolo di esempio, ricordiamo che Gesù stesso ha insegnato come pregare e oggi, nel centro stesso della cristianità, si è arrivati alla presunzione di correggerne l’insegnamento. Pertanto, parlando in generale, non è più l’uomo che deve riverentemente ascoltare Dio e convertirsi a lui, ma è Dio che deve adattarsi all’uomo e mettersi al passo col mondo che evolve.
Siamo perciò praticamente arrivati alla sostituzione dei principi cattolici con i principi di quella corrente che è stata giustamente definita «sintesi di tutte le eresie».(27) Se volessimo riportare tutte le “storture” accumulate negli ultimi anni ci sarebbe da scrivere pagine e pagine sulla rivoluzione religiosa in corso che coinvolge il dogma, la morale, la liturgia e la stessa struttura della Chiesa. Oggi, però, grazie anche alla notevole accelerazione del processo rivoluzionario a partire dall’inedita compresenza di “due papi”, non pochi sono arrivati a riconoscere da dove è iniziato l’attacco massiccio alla Chiesa cattolica, vale a dire a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Certamente preparato negli anni precedenti, l’attacco è stato sferrato in quell’Assise dai collaboratori di fatto del nemico al fine di demolire dall’interno l’edificio cattolico. Negli anni seguenti, potendosi appoggiare su quelle fessure abilmente introdotte all’interno degli stessi documenti conciliari, le forze disgregatrici hanno potuto proseguire con ulteriore e sempre crescente forza l’opera di devastazione. I papi del post-concilio sono stati travolti da questa furia e hanno fatto quel che hanno potuto per mantenere a galla l’imbarcazione ecclesiale. E così, accanto ad errori più o meno gravi, hanno prodotto buoni documenti magisteriali che hanno contrastato e rallentato la spinta modernista. Ricordiamo a titolo esemplificativo la Dichiarazione Inter insigniores (1976) e la Lettera Enciclica Humanae vitae (1968) di Paolo VI, la Lettera Enciclica Veritatis splendor (1993) di Giovanni Paolo II, il Motu Proprio Summorum Pontificum (2007) di Benedetto XVI. Con Benedetto XVI il vertice della Chiesa sembra aver capito, anche per un percorso personale in tal senso piuttosto evidente, la necessità di riallacciare con più forza i fili col passato. Il Summorum Pontificum è soltanto il punto magisteriale più alto di questa presa di coscienza.
Per non pochi è dunque ormai chiaro che il tentativo di leggere i documenti dell’ultimo Concilio in continuità con la tradizione precedente, la nota ermeneutica della continuità, non può essere fatta senza doverne necessariamente correggere alcuni passaggi.
Come lucidamente scrive mons. Viganò il 9 giugno 2020, c’è un:
«legame causale tra i principi enunciati o implicati dal Vaticano II e il loro conseguente e logico effetto nelle deviazioni dottrinali, morali, liturgiche e disciplinari sorte e progressivamente sviluppatesi fino ad oggi. Il monstrum generato nei circoli dei modernisti poteva all’inizio trarre in inganno, ma crescendo e rafforzandosi, oggi si mostra per quel che veramente è, nella sua indole eversiva e ribelle. La creatura, allora concepita, è sempre la medesima e sarebbe ingenuo pensare che la sua natura perversa potesse mutare. I tentativi di correzione degli eccessi conciliari – invocando l’ermeneutica della continuità – si sono rivelati fallimentari: Naturam expellas furca, tamen usque recurret (Orazio Epist. I,10,24). La Dichiarazione di Abu Dhabi e, come mons. Schneider giustamente osserva, i suoi prodromi del pantheon di Assisi, “è stata concepita nello spirito del Concilio Vaticano II” come conferma fieramente Bergoglio. Questo “spirito del Concilio” è la patente di legittimità che i novatori oppongono ai critici, senza accorgersi che è proprio confessando quell’eredità che si conferma non solo l’erroneità delle dichiarazioni attuali, ma anche la matrice ereticale che dovrebbe giustificarli. A ben vedere, mai nella vita della Chiesa si è avuto un Concilio che rappresentasse un tale evento storico da renderlo diverso rispetto agli altri: non si è mai dato uno “spirito del Concilio di Nicea”, né lo “spirito del Concilio di Ferrara-Firenze”, e men che meno lo “spirito del Concilio di Trento”, così come non abbiamo mai avuto un “postconcilio” dopo il Lateranense IV o il Vaticano I. Il motivo è evidente: quei Concili erano tutti, indistintamente, l’espressione della voce unisona di Santa Madre Chiesa, e per ciò stesso di Nostro Signore Gesù Cristo. Significativamente quanti sostengono la novità del Vaticano II aderiscono anche alla dottrina ereticale che vede contrapposto il Dio dell’Antico Testamento al Dio del Nuovo, quasi si potesse dare una contraddizione tra le Divine Persone della Santissima Trinità. Evidentemente questa contrapposizione quasi gnostica o cabalistica è funzionale alla legittimazione di un nuovo soggetto volutamente diverso e opposto rispetto alla Chiesa Cattolica».(28)
Tuttavia, benché ferocemente attaccata e ferita, sino al 2013 rimaneva chiaro quale fosse visibilmente la Chiesa cattolica.
Dal 2013, invece, è iniziato un tale rapidissimo oscuramento che rende ogni giorno più difficile individuarla con facilità perché l’impostura religiosa è ormai prossima a completa realizzazione.
Per usare ancora le parole di mons. Viganò:
«A rendere tangibile la separazione innaturale, anzi, direi perversa, tra Gerarchia e Chiesa, tra obbedienza e fedeltà è stato certamente quest’ultimo Pontificato. […] il 13 Marzo 2013 cadeva la maschera dei congiurati, finalmente liberi della scomoda presenza di Benedetto XVI e sfrontatamente orgogliosi di esser finalmente riusciti ad promuovere un Cardinale che incarnasse i loro ideali, il loro modo di rivoluzionare la Chiesa, di renderne preteribile la dottrina, adattabile la morale, adulterabile la liturgia, abrogabile la disciplina. E tutto questo è stato considerato, dagli stessi protagonisti della congiura, la logica conseguenza e la ovvia applicazione del Vaticano II, secondo loro indebolito proprio dalle criticità espresse dallo stesso Benedetto XVI. Massimo affronto di quel Pontificato fu la liberalizzazione della veneranda Liturgia tridentina, alla quale veniva finalmente riconosciuta legittimità, smentendo cinquant’anni di illegittimo ostracismo. Non a caso i sostenitori di Bergoglio sono gli stessi che vedono nel Concilio il primo evento di una nuova chiesa, prima della quale c’era una vecchia religione con una vecchia liturgia. Non a caso, appunto: quello che essi affermano impunemente, suscitando lo scandalo dei moderati, è quello che credono anche i Cattolici, ossia che nonostante tutti i tentativi di ermeneutica della continuità miseramente naufragati al primo confronto con la realtà della crisi presente, è innegabile che dal Vaticano II in poi si sia costituita una chiesa parallela, sovrapposta e contrapposta alla vera Chiesa di Cristo. Essa ha progressivamente oscurato la divina istituzione fondata da Nostro Signore per sostituirla con un’entità spuria, corrispondente all’auspicata religione universale di cui fu prima teorizzatrice la Massoneria. Espressioni come nuovo umanesimo, fratellanza universale, dignità dell’uomo sono parole d’ordine dell’umanitarismo filantropico negatore del vero Dio, del solidarismo orizzontale di vaga ispirazione spiritualista e dell’irenismo ecumenico che la Chiesa condanna senza appello. “Nam et loquela tua manifestum te facit” (Mt 26,73): questo ricorso frequentissimo, quasi ossessivo, allo stesso vocabolario del nemico tradisce l’adesione all’ideologia cui esso si ispira; viceversa, la rinuncia sistematica al linguaggio chiaro, inequivocabile e cristallino proprio della Chiesa conferma la volontà di distaccarsi non solo dalla forma cattolica, ma anche dalla sua sostanza».(29)
In altre parole, chi ha un minimo di consapevolezza di cosa sia il cattolicesimo e la dottrina cattolica non può più non vedere che la Chiesa di Cristo è da un’altra parte rispetto a dove eravamo abituati a trovarla.
«Se fino a Benedetto XVI potevamo ancora immaginare che il colpo di stato del Vaticano II (che il cardinale Suenens definì il 1789 della Chiesa) avesse conosciuto un rallentamento, in questi ultimi anni anche i più ingenui tra noi hanno compreso che il silenzio, per timore di suscitare uno scisma, il tentativo di aggiustare i documenti papali in senso cattolico per rimediare alla loro voluta equivocità, gli appelli e i dubia a Francesco rimasti eloquentemente senza risposta, sono una conferma della situazione di gravissima apostasia cui sono esposti i vertici della Gerarchia, mentre il popolo cristiano e il clero si sentono irrimediabilmente allontanati e considerati quasi con fastidio dall’Episcopato».(30)
Purtroppo, però, e questa è probabilmente la nota più dolente, non pochi che pure si rendono conto della “mutazione genetica” in atto continuano a difendere l’indifendibile venendosi così a schierare di fatto con la chiesa di nuovo conio.
Mons. Schneider, per fare un esempio, nel suo bel volume dal titolo Christus vincit offre ottime riflessioni teologiche ed analisi della situazione ma, ad un certo punto, a proposito del cambiamento del catechismo a riguardo della pena di morte afferma che
«non c’è dubbio che un futuro successore di papa Francesco o un futuro Concilio Ecumenico correggeranno questo drastico cambiamento dell’insegnamento costante della Chiesa».(31)
Tuttavia, mettendo da parte il fatto che sarebbero oramai parecchie le cose da correggere, ci sarebbe da chiedersi se una tale soluzione al problema non nasconda di fatto un modo di pensare relativista. In questa prospettiva, infatti, la verità insegnata dalla Chiesa cambierebbe a seconda di chi sia il Papa. E allora perché un domani un altro Papa o Concilio Ecumenico non potrebbe legittimamente cambiarla di nuovo?
In altre parole, chi potrebbe assicurare il fedele su quale sia la verità da credere? D’altra parte, lo stesso “papa” Francesco nel 2019 ha invitato a riflettere sulle parole del card. Martini secondo il quale la Chiesa è indietro di duecento anni e dovrebbe scuotersi. Pertanto, (32) il cambio del catechismo sulla pena capitale non può che essere un inizio.
Come noto, quella che il “Pontefice” considera una delle figure più grandi dell’Italia di oggi parla da anni di Chiesa crudele per varie questioni e, grazie a Francesco, soltanto ora le viene (33) riconosciuto che aveva ragione. Francesco ha finalmente ammesso che la chiesa ha insegnato, tra l’altro alla luce del Vangelo, la liceità a determinate condizioni di poter ricorrere alla pena capitale, attentando così
«all’inviolabilità e dignità della persona».(34)
Ovviamente, la “profetessa” Bonino si aspetta altri ravvedimenti da parte della chiesa su (35) quei numerosi punti in cui l’arretratezza del magistero ecclesiale stona e imbarazza nel confronto con la comprensione che della verità e dello stesso vangelo il mondo ha già oggi brillantemente raggiunto. Ma oramai è solo questione di poco tempo, perché c’è tutta la volontà di recuperare quanto prima il colpevole ritardo. È notizia di oggi una prossima revisione sul tema della contraccezione e su quello della fecondazione omologa.(36)
Tornando seri, la domanda che mi viene da formulare ai vescovi che in qualche modo si battono ancora per la difesa della dottrina cattolica è la seguente: Se già ci sono eufemisticamente concreti dubbi sulla reale dimissione di Benedetto XVI (questione munus/ministerium, ecc.) e (37) questo dubbio viene confermato dal suo comportamento successivo (continua a chiamarsi Papa, veste da Papa, impartisce la benedizione propria del Papa, mantiene lo stemma papale, ecc.) e da dichiarazioni sibilline come quella secondo la quale la sua modalità di dimissione non è avvenuta negli ultimi mille anni, non dovrebbe il chiaro magistero eversivo di Bergoglio essere letto come una conferma della mancanza in lui del munus petrino?
Se pure si nutrissero dei dubbi sul fatto che Benedetto XVI sia ancora il vero Papa (nonostante abbia detto chiaramente che «il “sempre” è anche un “per sempre”» ; e poi l’inedita (38) teoria del ministero allargato con un membro attivo e un membro contemplativo con il relativo passo solo di lato, … ), rimarrebbe comunque la prova decisiva a posteriori, vale a dire l’operato di (39) colui che non si attribuisce il “folcloristico” titolo di Vicario di Cristo perché una volta scritto “Jorge Mario Bergoglio” ha praticamente scritto tutto.(40)
E allora io mi chiedo: come possono i vescovi per primi stare in silenzio, quando non addirittura in accordo, con un sovvertitore sistematico del cattolicesimo?
Di fronte a così tanti chiari, inequivocabili e continui segni di modernismo, eresia, apostasia, idolatria, illogicità non soltanto come “teologo” privato, ma anche in quanto “Papa”, cosa dovrebbe fare ancora perché i vescovi arrivino ad opporsi a lui a viso aperto perché evidentemente ha torto? (cf. Gal 2,11). Il grande san Paolo lo ha fatto con Pietro su una questione che è una quisquilia al confronto, mentre oggi i successori degli Apostoli sono proni ad uno di cui è quanto meno dubbia la stessa legittimità.
Di fatto, accettare Bergoglio con la sua nuova chiesa significa accettare quel relativismo verso il quale il Papa Benedetto XVI con tanta insistenza e forza ci ha messo in guardia e che gli costa la persecuzione del mondo con i suoi media che, guarda caso, ora osannano Francesco.
Ci sono sacerdoti che aspettano da anni una presa di posizione dei vescovi contro l’insegnamento di Francesco dopo la non risposta ai cinque dubia di quattro cardinali. Non solo non ne è seguita nessuna azione, ma Francesco anziché rallentare il suo avviare processi ha continuato tranquillamente e inesorabilmente la sua opera demolitrice con raffiche di Motu proprio, cambiando il catechismo, rinnegando di fatto Cristo e la sua Chiesa con la dichiarazione di Abu Dhabi, introducendo in Vaticano la Pachamama, … e poi è venuta Fratelli tutti (3 ottobre 2020), Traditionis custodes (16 luglio 2021), Praedicate evengelium (19 marzo 2022), Desiderio desideravi (29 giugno 2022)…
Pur essendo un sacerdote, e quindi un ministro di Dio che a Dio deve rendere conto, non presumo certo di poter dichiarare autorevolmente che Papa Benedetto XVI è il vero Papa, ma a livello personale non posso che muovermi in questa direzione a motivo della fede cattolica che mi impedisce in coscienza di dichiararmi in comunione con un eretico/apostata manifesto. D’altra parte, se mons. Bergoglio fosse veramente il Papa, la Chiesa non sarebbe forse venuta meno almeno come maestra e perciò non sarebbe indefettibile potendo ingannarci? Non essendo questo possibile, Francesco non può essere il Papa.
D’altronde, anche l’ultima Assise conciliare ricorda che «Gesù Cristo prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione». Ora, quale unità di fede si professa in comunione con Francesco? E allora (41) se tutti i cattolici fossero in comunione con lui, accettandone implicitamente la “fede”, ne seguirebbe che sarebbe falso affermare che la Chiesa «nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà ma permanga degna sposa del suo Signore».(42)
Ma allora come spiegare il pressoché totale silenzio dei vescovi sull’impostura in corso?
Una possibile lettura è la seguente: Noi sappiamo, e il CCC lo ricorda al n. 677, che la Chiesa «entrerà nella gloria del Regno» seguendo «il suo Signore nella sua morte e Risurrezione». Del resto, se la Chiesa è il corpo mistico di Cristo non può non seguire il Capo. Anche la Chiesa dovrà dunque morire.
Ma cos’è la morte?
La morte è la separazione dell’anima, che è il principio di unità, dal corpo. Ora, in Gesù di (43) Nazareth, in quanto uomo, mai la Persona divina del Figlio si è separata dall’uno e dall’altro e (44) così anche la Chiesa non sarà mai priva dello Spirito Santo, che è «come l'anima del corpo mistico, principio della sua vita, dell'unità». Ma come in Gesù di Nazareth l’anima si è separata dal corpo (45) facendogli perdere la visibile unità, in modo analogo anche la Chiesa sarà chiamata a perdere per qualche tempo l’unità visibile.
Ma chi è nella Chiesa principio visibile di unità?
Principio visibile di unità è appunto il Papa. Egli «vescovo di Roma e successore di san Pietro, “è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (LG, n. 22)».(46)
La morte della Chiesa potrebbe dunque essere data proprio dal ritrovarsi costituita per “breve” tempo da membra (piccoli gruppi) sparse e in qualche modo scollegate tra loro, isolate, seppellite in vari “sepolcri”, ma non prive della linfa divina e perciò invisibilmente unite nel loro rimanere fedeli al vero Magistero della Chiesa di cui i Papi sono sempre stati baluardi. Tale situazione catacombale terminerà nel momento in cui, in modo analogo al Capo, ci sarà per esse la risurrezione e l’ingresso nella gloria di Dio.(47)
Se veramente, come sembra, questa è la fase della storia che stiamo vivendo, allora non c’è da attendersi ormai molto su questa terra per un cambio di rotta. Al contrario, c’è da aspettarsi un calare progressivo delle tenebre che renderà sempre più difficile il retto pensare e il ben operare. Di conseguenza, sarà bene prepararsi al peggio e confidare nell’intervento diretto di Dio. Che il Signore ci custodisca e affretti la sua venuta:
Marana tha! (1 Cor 16,22)
P. Tommaso di Giovanni
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1. SAN LUIGI M. GRIGNION DA MONTFORT, Trattato della vera devozione alla Santa Vergine e il Segreto di Maria, EP 1989, nn. 52-53.
2. Cf. DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia, Paradiso c. XXXIII, 1. 2
3. CCC, n. 181. 3
4. DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia, Paradiso c. XXXIII, 2. 4
5. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae I, q. 25, a. 6, ad 4 (trad. it. a cura dei Frati Domenicani, ESD, 5 Bologna 2014).
6. Supplica alla Madonna di Pompei.
7. SANT’AGOSTINO, in Liturgia delle Ore vol. IV, seconda lettura ufficio del 21 novembre (Presentazione della 7 Beata Vergine Maria).
8. SAN BERNARDO, in Liturgia delle Ore vol. I, seconda lettura ufficio del 20 dicembre. 8
9. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae III, q. 30, a. 1.
10. CCC, n. 760: «Come la volontà di Dio è un atto, e questo atto si chiama mondo, così la sua intenzione è la 10 salvezza dell'uomo, ed essa si chiama Chiesa» (Clemente d’Alessandria).
11. CCC, n. 795: «Caput et membra, quasi una persona mystica». 11
12. CCC, n. 726. 12
13. Possiamo ricordare a questo proposito la bella riflessione di santa Teresa di Gesù Bambino che troviamo 13 nella lettera del 19 ottobre 1892 alla sorella Celina: «A proposito della santa Vergine, bisogna che ti confidi uno dei modi semplici che uso con lei. Qualche volta mi sorprendo a dirle: “Devo riconoscere, mia santa Vergine, di essere più fortunata di voi, perché io ho voi per Madre, mentre voi non avete una Madonna da amare... È vero che siete la Madre di Gesù, ma questo Gesù l'avete dato a me interamente.. e lui, sulla croce, vi ha dato a noi per Madre. Così noi siamo più ricchi di voi: possediamo Gesù e anche voi ci appartenete! Un tempo, nella vostra umiltà, vi auguravate di essere un giorno la piccola serva della vergine fortunata che avrebbe avuto l'onore di essere la Madre di Dio, ed ecco che io ora, non solo sono la vostra serva, ma la vostra figlia. Voi siete la Madre di Gesù e al tempo stesso la mia Madre!”. Senza dubbio, la santa Vergine deve sorridere della mia ingenuità, e tuttavia ciò che le dico è tanto vero!» (S. TERESA DI GESÙ BAMBINO, Gli Scritti, OCD, Roma 19904, pp. 569-570).
14. A proposito del perché sia Maria sia la Chiesa possono essere indicate come la donna di Ap 13 riportiamo 14 il bel testo del beato Isacco: «Il Cristo è unico, perché Capo e Corpo formano un tutt’uno. Il Cristo è unico, perché è figlio di un unico Dio in cielo e di un’unica madre in terra. Si hanno insieme molti figli e un solo figlio. Come infatti Capo e membra sono insieme un solo figlio e molti figli, così Maria e la Chiesa sono una sola e molte madri, una sola e molte vergini. Ambedue madri, ambedue vergini, ambedue concepiscono per opera dello Spirito Santo senza concupiscenza, ambedue danno al Padre figli senza peccato. Maria senza alcun peccato ha generato al corpo il Capo, la Chiesa nella remissione di tutti i peccati ha partorito al Capo il corpo. Tutt’e due sono madri di Cristo, ma nessuna delle due genera il tutto senza l’altra. Perciò giustamente nelle Scritture divinamente ispirate quel ch’è detto in generale della vergine madre Chiesa, s’intende singolarmente della vergine madre Maria; e quel che si dice in modo speciale della vergine madre Maria, va riferito in generale alla vergine madre Chiesa; e quanto si dice d’una delle due può essere inteso indifferentemente dell’una e dell’altra» (BEATO ISACCO DELLA STELLA, in Liturgia delle Ore vol. I, seconda lettura ufficio del sabato della seconda settimana di Avvento).
15. G. BIFFI, La sposa chiacchierata, Jaca Book, Milano 1998, pp. 103-108. 15
16. Ibid., p. 108.
17. San Paolo «cadendo a terra udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Rispose: 17 “Chi sei, o Signore?”. E la voce: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!”» (At 9,4-5). Dunque, perseguitare i membri della Chiesa significa perseguitare il Signore stesso.
Sant’Agostino scrive: «Ecco il Cristo totale, capo e corpo, uno solo formato da molti» (CCC, n. 796).
E ancora: «Gesù Cristo è un solo uomo con il suo capo e il suo corpo. Salvatore del corpo e membra del corpo sono due in una carne sola, in un’unica voce, in un’unica sofferenza e, quando sarà passata l’iniquità, in un’unica pace. Perciò le sofferenze di Cristo non si limitano al solo Cristo, o per meglio dire, le sofferenze di Cristo non si trovano se non in Cristo.
Se infatti intendi Cristo come capo e corpo, le sofferenze di Cristo non si trovano se non in Cristo. Se invece intendi Cristo solo come capo, le sofferenze di Cristo non si trovano solamente nel Cristo. Se le sofferenze di Cristo si limitassero al solo Cristo, o meglio al solo capo, come potrebbe dire l’apostolo Paolo a riguardo di un suo membro: Per completare nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo? (cf. Col 1,24)» (SANT’AGOSTINO, in Liturgia delle Ore vol. III, seconda lettura ufficio del 12 maggio).
18. «Il Signore Gesù, unico Salvatore, non stabilì una semplice comunità di discepoli, ma costituì la Chiesa 18 come mistero salvifico: Egli stesso è nella Chiesa e la Chiesa è in Lui (cf. Gv 15,1ss.; Gal 3,28; Ef 4,15-16; At 9,5); perciò, la pienezza del mistero salvifico di Cristo appartiene anche alla Chiesa, inseparabilmente unita al suo Signore. Gesù Cristo, infatti, continua la sua presenza e la sua opera di salvezza nella Chiesa ed attraverso la Chiesa (cf. Col 1,24-27),[47] che è suo Corpo (cf. 1Cor 12,12-13.27; Col 1,18).[48] E così come il capo e le membra di un corpo vivo pur non identificandosi sono inseparabili, Cristo e la Chiesa non possono essere confusi ma neanche separati, e costituiscono un unico «Cristo totale».[49] Questa stessa inseparabilità viene espressa nel Nuovo Testamento anche mediante l'analogia della Chiesa come Sposa di Cristo (cf. 2Cor 11,2; Ef 5,25-29; Ap 21,2.9).[50]
Perciò, in connessione con l’unicità e l’universalità della mediazione salvifica di Gesù Cristo, deve essere fermamente creduta come verità di fede cattolica l’unicità della Chiesa da lui fondata. Così come c’è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola sua Sposa: «una sola Chiesa cattolica e apostolica».[51] Inoltre, le promesse del Signore di non abbandonare mai la sua Chiesa (cf. Mt 16,18; 28,20) e di guidarla con il suo Spirito (cf. Gv 16,13) comportano che, secondo la fede cattolica, l’unicità e l’unità, come tutto quanto appartiene all’integrità della Chiesa, non verranno mai a mancare.[52]
I fedeli sono tenuti a professare che esiste una continuità storica — radicata nella successione apostolica[53] — tra la Chiesa fondata da Cristo e la Chiesa Cattolica: «È questa l’unica Chiesa di Cristo [...] che il Salvatore nostro, dopo la risurrezione (cf. Gv 21,17), diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e la guida (cf. Mt 28,18ss.); egli l’ha eretta per sempre come colonna e fondamento della verità (cf. 1Tm 3,15)» (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione Dominus Jesus (6 agosto 2000), n. 16.
19. G. BIFFI, La sposa chiacchierata, Jaca Book, Milano 1998, p. 23. 19
20. Ibid., p. 25. 20
21. Ibid., p. 26. 21
22. Ibid., p. 102.
23. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione Sacrosanctum concilium (4 dicembre 1963), n. 2: La 23 Chiesa ha «la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina; tutto questo in modo tale, però, che ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati [2]»; Ibid., Costituzione dogmatica Lumen Gentium (21 novembre 1964), n. 8: «Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra e incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza e di carità [9], quale organismo visibile, attraverso il quale diffonde per tutti la verità e la grazia. Ma la società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l’assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino [10]. Per una analogia che non è senza valore, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo (cf. Ef 4,16) [11].
Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica [12] e che il Salvatore nostro, dopo la sua resurrezione, diede da pascere a Pietro (cf. Gv 21,17), affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e la guida (cf. Mt 28,18ss), e costituì per sempre colonna e sostegno della verità (cf. 1 Tm 3,15)».
24. Cf. CCC, n. 750.
25. Su questo punto credo che meriti di essere segnalata, per quanto sia solo una rivelazione privata, 25 l’edificante visione riportata da Maria Valtorta:
http://www.valtortamaria.com/operamaggiore/volume/10/ dcxl-la-discesa-dello-spirito-santo-fine-del-ciclo-messianico
26. Cf. 2Ts 2,1.3-4: «Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui (…) 26 Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio».
Mc 13,22-23: «sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti. Voi però state attenti! Io vi ho predetto tutto».
Mt 24,4-5.11-13.15.21-25: «Guardate che nessuno vi inganni; molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno. […] Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato. […] Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo - chi legge comprenda -, […] vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati. Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: È là, non ci credete. Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l’ho predetto».
27. PIO X, Lettera enciclica Pascendi Dominici Gregis (8 settembre 1907), parte II. Per i modernisti è «lor 27 principio generale che in una religione vivente tutto debba essere mutevole e mutarsi di fatto. Di qui fanno passo a quella che è delle principali fra le loro dottrine, vogliam dire all’evoluzione. Dogma dunque, Chiesa, culto, Libri sacri, anzi la fede stessa, se non devon esser cose morte, fa mestieri che sottostiano alle leggi dell’evoluzione. […] Per detto adunque e per fatto dei modernisti nulla, o Venerabili Fratelli, vi deve essere di stabile, nulla di immutabile nella Chiesa. […] Dicono che i dogmi e la loro evoluzione debbano accordarsi colla scienza e la storia».
28. C.M. VIGANÒ, Siamo al ’redde rationem’: excursus sul Vaticano II e conseguenze, in Chiesa e post concilio, https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2020/06/arcivescovo-carlo-maria-vigano-siamo-al.html
29. Ivi.
30. Ivi. 31. A. SCHNEIDER, Christus vincit, Fede e Cultura, Verona 2020, p. 230.
32. https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/december/documents/papa- francesco_20191221_curia-romana.html
33. https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Papa-Napolitano-e-Bonino-tra-i-grandi-Italia-di- 33 oggi-56d91db9-c2b4-4fa8-9514-553e55249297.html
34. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Rescritto Nuova redazione del n. 2267 del Catechismo 34 della Chiesa Cattolica sulla pena di morte (1° agosto 2018). Già l’11 ottobre 2017, nel discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Francesco afferma che la Chiesa ha dichiarato possibile e lecita per secoli e secoli una «pena che lede pesantemente la dignità umana (…) una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale». La Chiesa, continua colui che siede sulla Cattedra di Pietro, ha dunque insegnato un qualcosa che è «in sé stessa contraria al Vangelo». Non soltanto l’ha insegnata, ma nello stesso «Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia». La Chiesa del passato, spiega sempre l’umile inquilino di S. Marta, aveva «una mentalità più legalistica che cristiana» ed era incapace «di andare in profondità nella comprensione del Vangelo». E conclude tranquillamente affermando che oggi abbiamo una «nuova comprensione della verità cristiana».
35 https://www.facebook.com/EmmaBoninoOfficial/photos/a.10155000080618226/10157758198773226/? type=3
36. https://lanuovabq.it/it/la-pontificia-accademia-per-la-vita-vuole-il-si-alla-contraccezione 37. Cf. per una introduzione alla questione: A. CIONCI, Codice Ratzinger, Byoblu edizioni, Milano 2022. 38. https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2013/documents/hf_ben-xvi_aud_20130227.html
39. https://www.agensir.it/quotidiano/2016/5/21/monsignor-ganswein-non-ci-sono-due-papi-ma-un-ministero- allargato-con-un-membro-attivo-e-uno-contemplativo/
40. Cf. Annuario Pontificio a partire dal 2020.
ppellite in vari “sepolcri”, ma non prive della linfa divina e perciò invisibilmente unite nel loro 41. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n. 18.
42. Ibid., n. 9.
43. Cf. CCC, n. 366. 
44. Cf. CCC, n. 626. 
45. CCC, n. 809. 
46. CCC, n. 882. 
47. Cf. CCC, n. 656.

13 commenti:

  1. Confido nel fatto che il Signore non abbandonerà a lungo la sua vera Chiesa e agirà presto nel separare il grano dal loglio, e che anzi lo sta già facendo, in quanto il suo segno distintivo, il Logos, la Verità, sta venendo fuori. Ma alla fine per quelli che avranno scelto in maniera colposa la parte sbagliata e non torneranno indietro nei loro passi, pentendosi e confidando nella misericordia divina, saranno veramente dolori.

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  2. Gesù Cristo ha riscattato, in ultima analisi, SOLO gli uomini che lo riconoscono e lo scelgono, non il mondo. Il mondo resta completamente sotto inganno satanico... e guai a chi si beve le menzogne del mondo, scienza compresa.

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  3. Inserisco la comunicazione de nostro sacerdote

    Innanzitutto grazie per l’accoglienza della riflessione.

    Per quanto riguarda il suo incipit, invece, direi che se il Montfort parla di odio di Maria nei confronti del diavolo è perché anche Gesù stesso nel Vangelo lo richiede in certi casi: «Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). Il senso, chiaramente, è che «devono essere odiati in quanto ci sono di ostacolo al raggiungimento della perfezione soprannaturale» (ST II-II, q. 34, a. 3, ad 1); «noi dobbiamo odiare in essi il fatto che sono nostri nemici» (Ibid., ad 3). E in effetti, nel testo citato il Montfort parla del diavolo come nemico: le donò «tanto odio contro questo maledetto nemico di Dio». Infatti, come insegna con chiarezza l’Aquinate, «è lecito odiare [...] il peccato e tutto ciò che è una mancanza di rispetto verso la grazia divina, mentre uno non può odiare in essi senza peccato la natura e la grazia» (ST II-II, q. 34, a. 3).

    D’altro lato, potremmo anche aggiungere che è normale per Maria avere uno speciale odio per il demonio perché l’odio è in qualche modo causato dall’amore. «L’amore per una cosa è causa dell’odio per il suo contrario» (ST I-II, q. 29, a. 2, ad 2). La grande vicinanza/affinità di Maria con l’Eterno le rende somma la ripugnanza/dissonanza col Maligno (cf. ST I-II, q. 29, a. 2). Cf. anche ST I-II, q. 25, a. 11.

    Sul secondo argomento, direi che così come c’è un unico Redentore/Salvatore, c’è anche un solo «mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1Tm 2,5-6. Cf. anche Eb 9,15 e soprattutto Eb 12,21-28). E così come Maria (Nuova Eva) partecipa per privilegio speciale e unico alla redenzione, così partecipa in modo speciale e unico anche alla mediazione. Ai miei occhi, il possibile dogma di Maria corredentrice si armonizza perfettamente con gli altri quattro e chiude il cerchio.

    Per quanto riguarda il termine “corredentrice”, esso andrebbe spiegato non più di quanto occorra spiegare quello di “Immacolata”. Come quest’ultimo non significa che Maria non ha avuto bisogno di essere redenta, ma che la sua redenzione è stata speciale (preservata dal peccato), così l’essere corredentrice non significa che Maria è sullo stesso piano del Figlio in ordine alla redenzione, ma spiega fino in fondo cosa significa nell’economia salvifica il suo essere Immacolata e Sempre Vergine Madre di Dio (Nuova Eva appunto).

    Nel Signore
    P. Tommaso di Giovanni

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  4. “La Madonna era così. Come lei, lasciamoci immergere anche noi nel grande mistero della Sua presenza, della Grazia. Più semplice, più pura di lei una fattezza umana è inconcepibile: tutta protesa in un’attesa cui si offre senza sapere nulla, eccetto che deve accadere, che accadrà, perché Dio è fedele alla sua parola, una parola che viene su dal passato, dai primordi, dall’origine e passa attraverso la carne di tutti”.
    (L. Giussani, da “Tutta la terra desidera il Tuo volto”)

    Così lontani noi (parlo per me, scusate)
    da quella semplicità cristallina e trasparente.

    Così inviluppati nelle nostre sensibilità, azioni e reazioni.

    Noi, che vorremmo sapere tutto,
    per poterci fidare
    di una promessa amica.
    Mentre distribuiamo promesse
    senza garanzia alcuna.

    Stanchi di attendere, quel che abbiamo immaginato,
    e che non accade mai.

    A noi è dato tutto quel passato, come un pegno.
    E ci pare solo antiquariato.

    Buono per intellettuali che non hanno altro.

    Nell’ansia del presente, che sta diventando una retorica nuova,
    e per questo davvero “passata”.

    Abbiamo dimenticato il “già e non ancora”.
    L’esercizio della memoria, in cui riconoscere le tracce di ciò che è stato.

    In ciò che è.

    Così scoprire che don Giussani, chiama Presenza,
    quel che i secoli cristiani hanno chiamato Grazia.

    E non rigetta niente, ma ridesta e ricrea.

    Il nuovo nell’antico.
    L’antico nell’adesso.

    Attraverso la carne di tutti.

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  5. Che negli annali della Storia ogni Papa abbia avuto i suoi nemici, è risaputo. Ma vedere come il Gruppo di San Gallo, progressista per natura, si stia pian piano disgregado; è una vittoria. Nei secoli ci sono stati papi, cardinali, Arcivescovi, Vescovi e preti che sono stati perseguitati e uccisi. Ma è deprecabile, il comportamento
    avuto con Benedetto. Se nella vita ci sono martiri da ricordare, non si possono tralasciare le azioni di dubbio gusto del Gruppo di San gallo.

    Viene in mente perché è deceduto un altro membro della cosiddetta "Mafia San Gallo"
    Mons. Ivo Fürer, vesvovo emerito di San Gallo (Svizzera)

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  6. Non mi convince l'idea, pur interessante, espressa nel finale, per cui la "morte della Chiesa" (come parte della passione del corpo mistico) si possa mai realizzare mediante il venir meno, foss'anche temporaneo, dell'Unità, cioè del suo principio nel romano pontefice, dal momento che l'Unità è uno dei quattro marchi della vera Chiesa; il cui venir meno, fosse anche temporaneo – ma comunque non meramente contingente (come nel caso della Sede Vacante: sicché l'eventuale paragone non regge) – non può che cozzare con l'indefettibilità che pure è promessa alla Chiesa dal suo Fondatore; e anche con la visibilità che sempre deve contraddistinguere il corpo mistico (dato che a quel punto la "vera" Chiesa dovrebbe essere non la società visibile che si riconosce unità nel sedicente pontefice, ma la comunità sparsa e nascosta).

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  7. "Il prossimo conflitto avverrà tra Religione di Dio e Religione di Stato, tra Cristo e Anticristo"

    Mai prima d'ora nella storia umana il potere spirituale è stato così indifeso contro il potere politico; mai prima d'ora il potere politico ha usurpato in tanta misura il potere spirituale. Fu Gesù Cristo a patire sotto Ponzio Pilato; non fu Ponzio Pilato a patire sotto Gesù Cristo. Oggi, il vero pericolo non è la religione nella politica, ma la politica nella religione.

    Per la prima volta nella storia del Cristianesimo, la politica, che iniziò con il dividersi dalla morale e dalla religione, ha capito che l'uomo non può vivere di solo pane, così ha tentato di catturare l'anima, attraverso ciascuna delle parole uscite dalla bocca di un Dittatore.

    Per la prima volta nella civiltà occidentale Cristiana il regno dell'Anticristo ha acquistato forma politica e sostanza sociale, sovrastando e combattendo il Cristianesimo nella propria essenza di Anti-chiesa: con i propri dogmi, le proprie scritture, la propria infallibilità, la propria gerarchia, il proprio capo visibile, i propri missionari, e il proprio capo invisibile, troppo terribile perché se ne pronunci il nome.

    Ai nostri giorni, in certe nazioni la religione esiste soltanto in quanto tollerata da un dittatore politico. Senza perseguitare attivamente la Chiesa, ne usurpa le funzioni, concede le tessere del pane solo a quelli che cospirano contro la religione, tenta di creare un'uniformità ideologica sopprimendo chiunque si opponga a questa ideologia, e, con il solo peso della propaganda di Stato, intende effettuare l'organizzazione sociale delle masse su una base meramente secolare e anti-religiosa.

    L'istruzione, oggigiorno, si va politicizzando. Lo Stato moderno estende il proprio dominio su zone estranee alla propria giurisdizione: sulla famiglia, sull'educazione, sull'anima. Specialmente pericolosa diventa la concentrazione dell'opinione pubblica in un numero sempre più ristretto di persone, data la meccanicità con cui si può disseminare la propaganda. I contorni acquistano una crudezza particolare.

    Il prossimo conflitto avverrà tra Religione di Dio e Religione di Stato, tra Cristo e Anticristo: quest'ultimo travestito da capo politico.

    (Fulton J. Sheen, da "Personaggi della Passione" 1947)

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  8. e anche con la visibilità che sempre deve contraddistinguere il corpo mistico

    E' di Sant'Ambrogio l'immagine della Chiesa visibile come "un falcetto di luna"

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  9. Piuttosto non concluderei l'analisi del testo molto interessante, specialmente nell'ultima parte su cui mi riprometto di tornare. Non bisogna lasciar cadere le sollecitazioni agli approfondimenti della realtà per meglio identificare le cause ma anche i rimedi (e soprattutto gli aiuti spirituali per poi sfociare nella concretezza) in questa temperie così oscura.

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  10. Il Transfige di san Bonaventura, tra le preci di ringraziamento post Missam

    Transfige, dulcissime Domine Iesu, medullas et viscera animæ meæ suavissimo ac saluberrimo amoris tui vulnere, vera serenaque et apostolica sanctissima caritate, ut langueat et liquefiat anima mea solo semper amore et desiderio tui; te concupiscat et deficiat in atria tua, cupiat dissolvi et esse tecum.
    Da, ut anima mea te esuriat, panem Angelorum, refectionem animarum sanctarum, panem nostrum cotidianum, supersubstantialem, habentem omnem dulcedinem et saporem et omne delectamentum suavitatis.
    Te, in quem desiderant Angeli prospicere, semper esuriat et comedat cor meum, et dulcedine saporis tui repleantur viscera animæ meæ; te semper siti at fontem vitæ, fontem sapientiæ et scientiæ, fonema eterni luminis, torrentem voluptatis, ubertatem domus Dei.
    Te semper ambiat, te quærat, te inveniat, ad te tendat, ad te perveniat, te meditetur, te loquatur, et omnia operetur in laudem et gloriam nominis tui,cum humilitate et discretione, cum dilectione et delectatione, cum facilitate et affectu, cum perseverantia usque in finem.
    Ut tu sis solus semper spes mea, tota fiducia mea, divitiæ meæ, delectatio mea, iucunditas mea, gaudium meum, quies et tranquillitas mea, pax mea, suavitas mea, odor meus, dulcedo mea, cibus meus, refectio mea, refugium meum, auxilium meum, sapientia mea, portio mea, possessio mea, thesaurus meus, in quo fixa et firma et immobiliter semper sit radicata mens mea et cor meum. Amen.

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  11. Trafiggi, o dolcissimo Gesù, le profondità della mia anima con la soavissima e salutare ferita del tuo amore, infondendovi un'autentica, serena, apostolica carità, di modo che arda e si sciolga solo e sempre per amore e desiderio di Te;

    Te desideri e quasi muoia nelle tue dimore, non cerchi altro che dissolversi ed essere con Te. Concedi che la mia anima sia assetata di Te, del pane degli angeli, della refezione dei santi, del nostro pane quotidiano, soprasostanziale, che ha in se ogni dolcezza;

    che il mio cuore abbia sempre sete e si nutra di Te, dove gli angeli desiderano fissare lo sguardo, e i reconditi della mia anima siano ricolmati dalla dolcezza della tua percezione; sia il mio cuore sempre assetato di Te, fonte della vita, fonte della sapienza e della scienza, fonte della eterna luce, rigoglio della casa di Dio.

    Te sempre ambisca, Te cerchi, Te trovi, a Te protenda, a Te sopraggiunga, Te mediti, di Te parli, e tutto operi a lode e gloria del tuo nome, con umiltà e discrezione, con amore e consolazione, con facilità e affetto, con perseveranza sino alla fine;

    perché Tu solo sia sempre la mia speranza, la mia fiducia, la mia ricchezza, il mio diletto, la mia allegrezza, la mia gioia, il mio riposo e la mia tranquillità, la mia pace, la mia soavità, la mia dolcezza, il mio cibo, la mia refezione, il mio rifugio, il mio aiuto, la mia sapienza, la mia parte di eredità, il mio possesso, il mio tesoro, a cui siano sempre fissati, saldi ed inamovibili, la mai anima e il mio cuore.

    Amen.

    Padre Nostro, Ave Maria, Gloria

    San Bonaventura da Bagnoregio

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  12. Un silenzio per giungere a Dio.
    Nel suo progresso interiore, Charbel sentiva l'importanza del silenzio e della solitudine.
    Il silenzio, praticato prima del suo ritiro nell'eremo, gli diede una certa pace interiore, rendendolo così più consapevole dell'opera di Dio nel suo cuore e nella sua mente, come richiedeva la Regola: "Il monaco deve praticare continuamente il silenzio con discernimento".
    Padre Charbel ricevette Dio nel silenzio sull'esempio di Maria, la Madre di Dio.
    Il silenzio era indispensabile per lui non solo per pensare a Dio, ma anche per poter vivere in Lui.
    Padre Charbel indirizzava tutta la sua interiorità verso Dio, attraverso il silenzio, per comprendere l'opera di Dio nella sua vita.
    Per Padre Charbel ogni situazione che gli si poneva davanti era da interpretare come volontà di Dio.
    Dove poteva cercare questa volontà se non nella profondità del suo animo dove c'è Dio?
    Ma padre Charbel ci è riuscito anche trovando nel creato l'anello di congiunzione.
    Per trovare Dio non basta pensarlo in noi e con noi, ma è necessario cercarlo nella profondità della nostra anima.
    Padre Charbel evitava ogni incontro che potesse distogliere la sua attenzione da Dio.
    Ciò che non aveva senso senza Dio non era degno di considerazione.
    Sapeva bene padre Charbel che la voce del mondo può ostacolare la voce di Dio nelle profondità dell'anima.
    Per tale motivo, la ricerca di Dio rappresentò la sua meta, il fine ultimo cui tendere, l'obiettivo da raggiungere.
    Il desiderio di cercarlo continuamente lo ha portato a una purificazione che cresceva esponenzialmente.
    Così il suo silenzio fu accompagnato da una rigida vigilanza su sé stesso.
    Per raggiungere l'unione con Dio. padre Charbel ha vissuto ponderando sempre attentamente ciò che diceva.
    Il suo silenzio non era fine a sé stesso ma una forma di meditazione che gli permetteva di usare le parole al momento giusto e nella maniera più corretta, quando era interpellato, senza per questo eliminare la sua spontaneità nel parlare e nel comportarsi.
    Tale atteggiamento non gli impediva di amare il suo prossimo e di manifestarlo con le sue parole e i suoi gesti, evitando ogni banale colloquio.
    Come evidenzia Boutros Moussa di Ehmej: " Dopo aver finito le sue preghiere, padre Charbel andava nei campi a lavorare con i monaci e gli operai.
    Egli parlava poco e non sentivamo mai la sua voce, se non per leggere il Vangelo durante la Santa Messa e per pronunciare parole di santificazione.
    Quando gli veniva chiesto qualcosa, egli rispondeva dolcemente e umilmente".
    Il silenzio gli permetteva di dedicare la vita a Dio incontrando gli altri fratelli, stando insieme alle persone.
    Solo con il silenzio padre Charbel ha capito quanto valore potesse avere la parola.
    Non si tirava mai indietro quando era invitato a partecipare a qualche discorso ma lo faceva solo quando era necessario in modo da non interrompere il suo dialogo permanente con la parola di Dio.
    (Tratto da: San Charbel, itinerario nelle profondità)

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  13. PREGHIERA DI SAN BONAVENTURA ALLA BEATA VERGINE MARIA ADDOLORATA

    Per quei singulti e sospiri e indicibili lamenti, indizi dell'afflizione in cui era il vostro interno, o Vergine gloriosissima, quando vedeste tolto dal vostro seno e chiuso nel sepolcro il Vostro Unigenito, delizia del vostro cuore, rivolgete, ve ne preghiamo, quei vostri occhi pietosissimi a noi miseri figli di Eva, che nel nostro esilio, e in questa misera valle di pianto a Voi innalziamo calde suppliche e sospiri. Voi dopo questo lagrimevole esilio fateci vedere Gesù, frutto benedetto delle vostre caste viscere. Voi con gli eccelsi vostri meriti impetratreci di potere in punto di nostra morte esser muniti dei Santi Sacramenti della Chiesa, per terminare i nostri giorni con una morte felice, ed essere finalmente presentati al divin Giudice, sicuri di essere misericordiosamente assolti. Per grazia dello stesso Signor nostro Gesù Cristo, Vostro Figliuolo, il quale con il Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli.
    Così sia.

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