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sabato 27 giugno 2026

In Illo Tempore: IV Domenica dopo Pentecoste

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta circostanziata e profonda meditazione di P. John Zuhlsdorf, che ogni settimana ci consente di mantenere il cuore aperto ai tesori di grazia ricevuti nella celebrazione domenicale precedente qui. Mi spiace che sia uno degli articoli meno letti e commentati. Ma continuo a proporlo; personalmente ne traggo un grande giovamento spirituale...

In Illo Tempore: IV Domenica dopo Pentecoste

Proseguiamo il nostro progetto di approfondimento dei testi della Santa Messa della IV Domenica dopo Pentecoste nel Vetus Ordo del Rito Romano, in cui l’Apostolo delle genti ci offre una visione dell’intera creazione che geme anelando alla libertà, mentre l’Evangelista ci mostra Pietro che cade in ginocchio davanti a Cristo.

Le letture della Messa hanno certamente una finalità didattica, volta all’istruzione spirituale e morale; tuttavia esse sono anche offerte sacrificali innalzate al Padre attraverso la voce dell’alter Christus, l’altro Cristo, presso l’altare del Sacrificio. Per questo motivo, nel rito romano più antico, le letture vengono proclamate dal sacerdote all’altare, anche quando sono poi ripetute solennemente dal suddiacono e dal diacono oppure lette successivamente nella lingua del popolo.

Nelle celebrazioni solenni le letture vengono anche cantate. Nei secoli in cui non esistevano i microfoni, la parola cantata arrivava più lontano. Ma, soprattutto, esse vengono cantate perché sono la Parola di Dio: ogni sillaba risuona della Parola, del Logos divino. La Parola viene proclamata attraverso il sacrificio, il canto, la forma rituale, il luogo e il gesto.

Marshall McLuhan sostenne, nel saggio Liturgy and the Microphone (The Critic, 33/1, 1974), che i microfoni modificano i riti sacri. Quando la voce liturgica naturale viene mediata dalla tecnologia, cambia l’impatto stesso del rito e, di conseguenza, ne risultano toccate anche la nostra partecipazione e la nostra identità. Inoltre, il predicatore è costretto a investire molta più energia e riflessione nella proclamazione e nel canto della Parola, e questo produce inevitabilmente effetti anche su coloro che sono presenti.

L’Epistola è tratta da Romani 8,18-23. Il capitolo si apre con il contrasto che Paolo istituisce tra la vita secondo la carne e la vita secondo lo Spirito. La legge di Cristo e dello Spirito Santo ci libera dalla legge del peccato e della morte. Coloro che vivono nello Spirito possiedono la vita e la pace. Coloro che sono nello Spirito sono i “figli di Dio”. Segue quindi il brano che oggi ci interessa, nel quale la sofferenza presente viene posta accanto alla gloria futura, e “l’ardente aspettativa della creazione attende la manifestazione dei figli di Dio”, perché anche la creazione stessa “sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio” (Rm 8,19.21).

Come sarebbe a dire?

Cerchiamo di capire. Paolo riconosce l’esistenza della sofferenza. Essa deriva dal peccato originale, dal Nemico e dai suoi emissari. Ferisce il corpo, la memoria, la famiglia, la città, la Chiesa, il mondo intero. Eppure la gloria futura è così immensamente superiore che le sofferenze presenti non meritano nemmeno di essere messe a confronto con essa. È questo un motivo profondissimo di speranza. La frase successiva, nel testo greco, comincia con γάρ (gar), una particella che introduce la ragione di quanto è stato appena affermato. Compare poi il termine ἀποκαραδοκία (apokaradokía), che significa “attesa ardente”, “desiderio impaziente”: l’immagine è quella di qualcuno che tende il collo in avanti per scorgere ciò che sta arrivando.

Ma le aspettative non esistono da sole. Sono gli esseri senzienti ad aspettare qualcosa. Chi è dunque il soggetto di questa tensione così intensa? Paolo usa il termine greco κτίσις (ktísis), “la creazione”, parola che abbiamo incontrato anche la settimana scorsa. In questa costruzione la creazione viene quasi personificata: è presentata come un essere vivente che desidera ardentemente l’ἀποκάλυψις (apokálypsis), cioè la manifestazione, la rivelazione dei figli di Dio. Perché? Perché anche questa κτίσις, così tesa e protesa in avanti nell’attesa, sarà liberata dalla schiavitù del peccato e della morte, la stessa liberazione che sperimenteranno i figli di Dio. La κτίσις “geme insieme” — συστενάζει (systenázei) — e “soffre insieme le doglie del parto” — συνωδίνει (synodínei). Quel prefisso συν- (syn-), “insieme”, presente in entrambi i verbi, unisce la creazione e i redenti in un’unica, dolorosa attesa. La creazione geme insieme con noi. Noi gemiamo insieme con la creazione. Questo gemito è doloroso, ma è orientato verso una nascita.

Alla fine del mondo, i figli di Dio saranno manifestati e liberati dalla schiavitù. I cristiani dovrebbero desiderare questo momento e anelarlo con tutto il cuore. Lo speriamo, anche se ora vale ancora ciò che dice San Paolo: “Videmus nunc per speculum in aenigmate: tunc autem facie ad faciem … Adesso vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; allora invece vedremo faccia a faccia…” (1 Cor 13,12). Paolo sta dicendo che anche tutta la creazione è protesa verso quel giorno.

Ricordiamo ciò che Cristo afferma riguardo a questo mondo: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (Gv 12,31). Paolo parla del “principe della potestà dell’aria” (Ef 2,2), mentre San Giovanni aggiunge: “Tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno” (1 Gv 5,19).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica descrive così le conseguenze del peccato dei nostri Progenitori:
L’armonia nella quale essi vivevano, grazie alla giustizia originale, è distrutta; il dominio delle facoltà spirituali dell’anima sul corpo è infranto; l’unione dell’uomo e della donna è sottoposta a tensioni; i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza al dominio. L’armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è divenuta estranea e ostile all’uomo. A causa dell’uomo, la creazione è stata assoggettata alla schiavitù della corruzione. Infine si realizza la conseguenza esplicitamente annunciata per la disobbedienza: l’uomo “ritornerà alla terra, perché da essa è stato tratto”. La morte entra nella storia dell’umanità. (CCC 400)
Per questo tutta la κτίσις, gemendo come una donna nelle doglie del parto, attende con ansia la manifestazione dei figli di Dio. Cristo ha aperto la via affinché noi potessimo ricevere l’adozione filiale. Paolo scrive: “Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il Suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, affinché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). Nella nuova creazione avremo la Gerusalemme celeste, dove “Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi” (Ap 21,4).

Lo stato finale sarà ancora più glorioso dello stato originario precedente alla Caduta. Il Catechismo insegna:
Anche l’universo visibile è destinato ad essere trasformato, affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, senza più alcun ostacolo, sia al servizio dei giusti, partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto. (CCC 1047)
Per questo, nella Veglia pasquale, cantiamo nell’Exsultet qui: “O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem … O felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore.”

Sant’Agostino scrisse: “Dio giudicò migliore il trarre il bene dai mali piuttosto che non permettere l’esistenza di alcun male” (Enchiridion, 8, 27). San Tommaso d’Aquino aggiunge: “Dio permette che i mali accadano affinché da essi possa trarre un bene ancora maggiore” (Summa Theologiae, III, q. 1, a. 3, ad 3).

A margine, parlando dell’ordine della creazione, è stata avanzata la teoria secondo cui tutto ciò che si muove avrebbe un angelo incaricato di guidarlo. Tutto ciò che si muove? La terra, l’acqua, l’aria, ogni forma di materia organica; fino alle molecole, agli atomi, ai quark, ai leptoni, ai bosoni, agli spinoni. E poi, allargando lo sguardo, il cosmo intero: galassie costituite dagli stessi elementi e perfino ammassi di galassie. Esisterebbero dunque angeli incaricati di guidare tutto ciò che è in movimento? Questo significa una quantità immensa di angeli. E un terzo di essi è caduto. Il che significa anche una quantità immensa di nemici. Perciò non invocate gli spiriti di questo o di quello. Potreste ottenere molto più di quanto avevate previsto. Mi vengono in mente Francesco e la Pachamama, e anche quella cerimonia in Canada nella quale, insieme a uno sciamano, furono invocati degli spiriti — cioè dei demòni.

State attenti a ciò che chiedete. Perché, una volta che si presentano, essendo dei rigorosi “legalisti”, rivendicano il diritto di restarvi attaccati.

La visione paolina della creazione prepara il terreno al Vangelo: Luca 5, la pesca miracolosa e la chiamata di Pietro. Un tempo, nella Chiesa romana, una delle grandi ricorrenze dell’anno liturgico era il “dies natalis” degli Apostoli Pietro e Paolo, cioè il giorno del loro martirio e della loro nascita alla vita eterna, il 29 giugno. Per questa festa folle di pellegrini affluivano a Roma. La vicinanza di questa domenica alla festa dei santi Pietro e Paolo ha probabilmente influenzato la scelta del Vangelo.

Molti di noi si riconoscono nel grido di Pietro: quel momento di improvvisa conoscenza di sé, di presa di coscienza della propria indegnità e dei propri peccati. Più e più volte Dio compie meraviglie partendo dal nulla. Creò il cosmo e gli angeli quando ancora non esisteva nulla. Prese della polvere e ne fece l’uomo. Prese quell’uomo tratto dalla polvere e ne fece la donna. Prese la nostra Caduta e ne fece una Felix Culpa, una “felice colpa”.

Nei sacramenti possediamo già un’anticipazione della futura liberazione della creazione. Istituendoli, Cristo ha elevato la materia a una dignità nuova, in vista della nostra santificazione. Acqua, olio, pane, vino, mani, parole, respiro, gesti, tempo: tutto viene assunto nell’economia della salvezza.

Nel Vangelo, Cristo prende gli sforzi vani di uomini che hanno faticato inutilmente nella notte e riempie le loro reti di un’abbondanza sovrabbondante.

Tutto questo avviene per la sola parola di Cristo: “Ma sulla Tua parola getterò le reti.” (Lc 5,5) Quella stessa parola conduce immediatamente a un’altra “discesa”: quella di Pietro. “Si gettò alle ginocchia di Gesù.” (v. 8) Il verbo greco è προσπίπτω (prospíptō), che significa “cadere in avanti”, “prostrarsi”, “gettarsi ai piedi di qualcuno”. Pietro si lasciò cadere davanti al Signore, curvandosi fino alle Sue ginocchia, e disse: “Allontànati da me, Signore, perché sono un peccatore” (v. 8).

Questo è il vero inizio della libertà. L’uomo che ha appena pescato tutto si scopre improvvisamente come un nulla.

Talvolta Dio ci priva delle Sue grazie sensibili e delle Sue consolazioni per metterci alla prova, fortificarci, correggerci. Sapremo perseverare? Se Pietro e i suoi compagni non avessero perseverato durante quella lunga notte di frustrazione, avrebbero mancato l’incontro con il Signore. Se gli Apostoli non avessero perseverato dopo la Pentecoste, non sarebbe mai esistita la Chiesa, lo strumento scelto da Dio per liberarci dal peccato e condurci al Cielo.

Anche gli Apostoli, però, ricevettero un aiuto. Comprendere che, da soli, non siamo sufficienti ci rende liberi di chiedere aiuto, offrendo così agli altri l’occasione di compiere il bene. Nel racconto di Luca, il peso dei pesci era tanto grande che “fecero cenno ai compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli” (v. 7). Di norma le persone accorrono quando c’è una buona causa. È qualcosa che, almeno nella parte migliore di noi stessi, è inscritto nella nostra natura.

Tirare a bordo quelle reti richiese una fatica enorme. Alcuni degli aiutanti saranno stati contenti. Altri, forse, avranno provato invidia. Tutti lavorarono con lo stesso impegno fisico, ma con cuori diversi. Ecco un insegnamento importante. Le opere buone possono certamente giovare a chi le riceve, mentre le stesse opere possono rimanere spiritualmente sterili per chi le compie, se sono state fatte in stato di peccato mortale oppure per vanagloria. La sequenza Lauda Sion qui afferma:
Sumunt boni, sumunt mali:
sorte tamen inaequali,
vitae vel interitus.
Ne mangiano i buoni, ne mangiano i malvagi;
ma con esiti completamente diversi:
per gli uni è vita,
per gli altri è rovina.
L’atto esteriore appare identico. L’esito, invece, è radicalmente diverso.

Benedetto XVI sviluppò un pensiero analogo nell’enciclica Deus caritas est. La Chiesa avrà sempre il dovere di esercitare la carità concreta; tuttavia la sua preoccupazione più profonda resta la salvezza delle anime e l’amore di Dio riversato nei cuori degli uomini. Quando la salvezza delle anime viene oscurata, quando l’amore di Dio è assente oppure tiepido — e dunque “da vomitare”, secondo le parole dell’Apocalisse: “Sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3,16) — la Chiesa degrada progressivamente fino a diventare una semplice ONG, e probabilmente nemmeno una delle migliori. Le opere compiute senza la grazia possono aiutare gli altri sul piano temporale. Le opere compiute nella carità, invece, diventano meritorie, ecclesiali, sacrificali, ordinate al Cielo.

La Colletta riassume questi temi nella preghiera:
Da nobis, quaesumus, Domine, 
ut et mundi cursus pacifico nobis Tuo ordine dirigatur: et Ecclesia Tua tranquilla devotione laetetur.
Donaci, ti preghiamo, Signore, che il corso del mondo sia guidato per noi dal Tuo ordine pacifico, e che la Tua Chiesa si rallegri in una devota tranquillità.
Cursus significa “corso”, “via”, “percorso”, “cammino”. Dirigo significa “dare una direzione precisa”, “raddrizzare”, “guidare”. Ordo indica ordine, disposizione, un disegno metodico. Pacificus unisce pax e facere: fare pace, produrre pace. Letteralmente: concedici, Signore, che il cammino del mondo sia orientato dal tuo ordine che produce pace, e che la tua Chiesa gioisca in una devota tranquillità.

La preghiera suggerisce l’immagine di una nave sul mare guidata dal suo Capitano: una rotta stabilita, una flotta ordinata, il tumulto placato. La Chiesa è la nave nella tempesta della storia. La devotio è il vento nelle vele e la fermezza al timone.

San Tommaso d’Aquino spiega la devozione (devotio): “La devozione non è altro che una certa volontà pronta a dedicarsi a ciò che riguarda il servizio di Dio” (STh II-II, q. 82, a. 1). E aggiunge riguardo alla sua causa interiore: “La causa estrinseca e principale della devozione è Dio… ma la causa intrinseca da parte nostra è la meditazione o la contemplazione” (STh II-II, q. 82, a. 3). La devozione è un sentimento purificato che diventa offerta pronta di sé. È la volontà, mossa dal bene conosciuto, che si dona concretamente al servizio di Dio, qui e ora.

Dom Prosper Guéranger, commentando questa domenica ne L’Anno Liturgico, interpreta il gemito della creazione come una predicazione anti-materialista pronunciata dalla materia stessa:
Gli uomini che non riconoscono altra legge che quella della carne possono essere sordi e indifferenti quanto vogliono agli insegnamenti della rivelazione positiva; ma la stessa materia continuerà a condannare il loro materialismo.
La natura, dice Guéranger, “continuerà a predicare il soprannaturale con le sue mille voci”. Egli, riecheggiando Virgilio (lacrimae rerum, “le lacrime delle cose”, Eneide I, 462), percepisce nelle sofferenze delle creature la musica dell’attesa di questo mondo di prova. Lo Spirito Santo interpreta il linguaggio misterioso della natura, le sue aspirazioni veementi, tutte poste in essa da Lui stesso. Tutta la creazione vibra di attesa, impaziente del giorno dell’incoronazione dei figli di Dio. Insieme a loro ha sofferto. Insieme a loro sarà liberata.
Le opere compiute senza la grazia possono aiutare gli altri sul piano temporale. Le opere compiute nella carità, invece, diventano meritorie, ecclesiali, sacrificali, ordinate al Cielo. ci offre una visione unitaria. L’Epistola mostra la creazione che geme tendendo alla liberazione. Il Vangelo mostra Pietro che geme interiormente ai piedi di Gesù, scoprendo nello stesso istante la propria colpa e la propria vocazione. La Colletta insegna alla Chiesa a chiedere che il corso del mondo sia guidato dall’ordine pacificante di Dio e che essa stessa si rallegri in una devota serenità. Dalle tenebre alla sovrabbondanza. Dalla futilità alla vocazione. Dalla schiavitù alla libertà. Dalla fatica dispersa alla carità ordinata. Dal gemito inquieto alle prime note della gloria.

Pietro nacque in questo mondo, figlio di Giona. Nacque al Cielo, sospeso su una croce capovolta, in vista dell’obelisco oggi visibile davanti alla basilica che porta il suo nome. E nacque di nuovo, presso il mare di Galilea, piegato alle ginocchia del Signore, confessando la propria indegnità. Questo è un buon punto di partenza per tutto ciò che intraprendiamo. È anche un buon punto d’arrivo per tutto ciò che facciamo, nel bene e nel male.

Le nostre perdite e i nostri guadagni, i fallimenti e le vittorie, le reti vuote e le reti che si spezzano sotto il peso del pescato, devono essere tutti ricondotti a un atto di meraviglia inginocchiata, radicata ai piedi di Cristo, davanti al suo amore che non viene mai meno.
E ’n la Sua volontade è nostra pace … (Dante, Paradiso III, 85)
P. John Zuhlsdorf – 21 giugno 2026 

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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