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lunedì 3 agosto 2026

Benedetto XVI e il Concilio Vaticano II condannano la rivoluzione sinodale di Leone XIV

Nella nostra traduzione da Remnantnewspaper. Le stesse parole di Benedetto XVI smontano le argomentazioni del Vaticano contro la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Leggete le sue dichiarazioni alla luce dell'attuale posizione di Leone XIV sulla Tradizione, il Concilio Vaticano II e la Sinodalità, e noterete che le critiche di Benedetto si applicano più al Vaticano di oggi che all'arcivescovo Lefebvre.
Richiamo l'attenzione sulla mia nota riguardante la ratzingeriana ermeneutica della continuità.

Benedetto XVI e il Concilio Vaticano II
condannano la rivoluzione sinodale di Leone XIV


Come affermato da Leone XIV prima che la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) procedesse con le consacrazioni episcopali senza la sua approvazione, egli ritiene che il vero problema della FSSPX sia la sua mancata accettazione di alcuni insegnamenti del Concilio Vaticano II:
«Certamente, la divisione tra i cristiani è sempre una questione dolorosa. Ma essi si rifiutano di accettare alcuni elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II. E se fanno queste scelte, mi dispiace. Ma dobbiamo andare avanti.»
L'analisi che segue valuta tre autorevoli dichiarazioni di Benedetto XVI sul Concilio Vaticano II per dimostrare che la sua opposizione a coloro che promuovono l'“ermeneutica della rottura” si applica direttamente a Leone XIV e al Vaticano odierno. Prendendo in esame queste tre dichiarazioni in sequenza, possiamo anche constatare che la posizione della Fraternità Sacerdotale San Pio X è molto più coerente con l'approccio di Benedetto XVI che con quello dei suoi oppositori.

Conferenza del cardinale Ratzinger ai vescovi del Cile del 13 luglio 1988 [qui].
Come discusso in un precedente articolo, la conferenza del cardinale Ratzinger ai vescovi del Cile dopo le consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 1988 fu molto più favorevole all'arcivescovo Marcel Lefebvre che ai progressisti che si opponevano con veemenza alla Fraternità. In questa conferenza, il cardinale Ratzinger rivolse la sua ben nota critica a coloro che attribuiscono troppa importanza al Concilio Vaticano II:
«Il Concilio Vaticano II non è stato considerato parte integrante dell'intera Tradizione vivente della Chiesa, ma piuttosto la fine della Tradizione, un nuovo inizio da zero. La verità è che questo Concilio in particolare non ha definito alcun dogma, scegliendo deliberatamente di rimanere su un piano modesto, come un concilio meramente pastorale; eppure molti lo trattano come se si fosse trasformato in una sorta di superdogma, sminuendo l'importanza di tutti gli altri. Questa idea è rafforzata dagli eventi attuali. Ciò che prima era considerato sacro – la forma in cui la liturgia veniva tramandata – appare improvvisamente come la cosa più proibita di tutte, l'unica cosa che si può tranquillamente vietare.»
Queste parole non sono complicate, ma è facile fraintenderne il significato. Quando il cardinale Ratzinger ha affermato che alcuni trattano il Concilio come se fosse un “superdogma che sminuisce l’importanza di tutto il resto”, intendeva chiaramente dire che i progressisti estrapolano dal Concilio alcuni elementi che non sono ben rappresentati (o non lo sono affatto) nell’insegnamento precedente della Chiesa. Sappiamo che questo è il suo intento perché non ci sarebbe alcun conflitto se i progressisti si limitassero a enfatizzare parti del Vaticano II che erano già parte di ciò che Ratzinger ha definito “tutto il resto”.

Inoltre, è importante ricordare che queste parole furono pronunciate nel contesto di una sua spiegazione della validità di molte delle preoccupazioni dell'arcivescovo Lefebvre. Egli ravvisava una reale tensione tra ciò che la Chiesa aveva sempre insegnato (come difeso dall'arcivescovo Lefebvre) e le interpretazioni liberali del Concilio Vaticano II. A questo proposito, sembrava certamente schierarsi dalla parte dell'approccio dell'arcivescovo Lefebvre, che insisteva sul fatto che non si potesse abbandonare ciò che la Chiesa aveva sempre insegnato. Come sappiamo, queste parole del cardinale Ratzinger caddero nel vuoto, e la Fraternità Sacerdotale San Pio X è ancora oggi condannata – anche dalle parole di Leone XIV citate sopra – per non aver accettato i "nuovi insegnamenti" del Concilio Vaticano II.

Auguri di Natale di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005
Nel suo messaggio di auguri natalizi alla Curia romana del 22 dicembre 2005, Benedetto XVI ha offerto la sua celebre distinzione tra ermeneutica della rottura ed ermeneutica della continuità:
«Sorge spontanea la domanda: perché l'attuazione del Concilio, in gran parte della Chiesa, si è finora rivelata così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla corretta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua ermeneutica appropriata, dalla chiave corretta per la sua interpretazione e applicazione. I problemi nella sua attuazione sono sorti dal fatto che due ermeneutiche contrastanti si sono scontrate e hanno litigato tra loro. Una ha generato confusione, l'altra, silenziosamente ma in modo sempre più evidente, ha portato e continua a portare frutto. Da un lato, c'è un'interpretazione che definirei "ermeneutica della discontinuità e della rottura"; essa si è spesso avvalsa delle simpatie dei mass media e anche di una corrente della teologia moderna. Dall'altro, c'è l'"ermeneutica della riforma", del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto – la Chiesa – che il Signore ci ha donato (1). Essa è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, pur rimanendo sempre lo stesso, l'unico soggetto del Popolo di Dio in cammino».
I cattolici sono stati indotti a opporsi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X in parte perché è stato loro detto che la Fraternità promuove illegittimamente l'ermeneutica della rottura anziché quella della continuità. Se leggiamo più attentamente, tuttavia, possiamo vedere che la critica di Benedetto XVI all'ermeneutica della rottura era specificamente rivolta ai progressisti che si concentrano solo sugli "impulsi verso il nuovo contenuti nei testi":
«L'ermeneutica della discontinuità rischia di sfociare in una scissione tra la Chiesa preconciliare e quella postconciliare. Essa afferma che i testi del Concilio in quanto tali non esprimono ancora il vero spirito del Concilio. Sostiene che siano il risultato di compromessi in cui, per raggiungere l'unanimità, si è ritenuto necessario conservare e riconfermare molte cose vecchie ormai prive di senso. Tuttavia, il vero spirito del Concilio non si trova in questi compromessi, bensì negli impulsi verso il nuovo contenuti nei testi. Solo queste innovazioni avrebbero dovuto rappresentare il vero spirito del Concilio e, partendo da esse e in conformità ad esse, sarebbe stato possibile progredire. Proprio perché i testi rifletterebbero solo imperfettamente il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente oltre i testi e fare spazio alla novità in cui si esprimerebbe la più profonda intenzione del Concilio, anche se ancora vaga. In una parola: sarebbe necessario non seguire i testi del Concilio, ma il suo spirito.» In questo modo, ovviamente, si è lasciato un ampio margine aperto alla questione di come questo spirito dovesse essere successivamente definito, e di conseguenza si è creato spazio per ogni capriccio."
Chi ha cercato di promuovere gli “impulsi verso il nuovo” emersi dai documenti del Concilio Vaticano II: la Fraternità Sacerdotale San Pio X o i progressisti? Ovviamente i progressisti, che rifiutavano le “vecchie cose” che l’arcivescovo Lefebvre e gli altri padri conciliari conservatori erano riusciti a far includere nei documenti conciliari. Pertanto, Benedetto XVI, di fatto, ha avallato la parte più importante delle preoccupazioni dell’arcivescovo Lefebvre riguardo ai testi conciliari.

Benedetto XVI ha poi descritto quello che a suo avviso era il giusto mezzo di interpretazione, noto come ermeneutica della continuità. Sebbene la Fraternità Sacerdotale San Pio X respinga l'idea di poter semplicemente accettare tutti i testi del Concilio Vaticano II sulla base di questa ermeneutica della continuità – poiché le ambiguità e gli errori presenti nei documenti sono problematici a prescindere da come li si interpreti – l'approccio di Benedetto XVI si allinea certamente più a quello della Fraternità San Pio X che a quello dei suoi oppositori.
«Qui citerò soltanto le ben note parole di Giovanni XXIII, che esprimono inequivocabilmente questa ermeneutica quando afferma che il Concilio desidera "trasmettere la dottrina, pura e integrale, senza alcuna attenuazione o distorsione". E continua: "Il nostro dovere non è solo quello di custodire questo prezioso tesoro, come se ci interessasse solo l'antichità, ma di dedicarci con fervore e senza timore a quell'opera che la nostra epoca ci richiede... È necessario che "l'adesione a tutto l'insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione..." sia presentata in "fedele e perfetta conformità all'autentica dottrina, che tuttavia deve essere studiata ed esposta attraverso i metodi della ricerca e attraverso le forme letterarie del pensiero moderno. La sostanza dell'antica dottrina del deposito della fede è una cosa, e il modo in cui viene presentata è un'altra...", conservando lo stesso significato e lo stesso messaggio.»
Queste parole contrastano nettamente con quanto abbiamo sentito da Francesco e abbiamo sentito da Leone e dall'attuale Vaticano. Tuttavia, si allineano strettamente con la seguente affermazione:
«83. Rifiuto dunque ogni concezione evoluzionistica del dogma, secondo la quale le verità rivelate cambierebbero significato nel corso della storia. All'interno della Chiesa può esserci un progresso omogeneo nella comprensione, che percepisca meglio, in modo più distinto ed esplicito, il significato della verità rivelata, ma mai una mutazione nel significato di tale verità. Ciò che è già stato insegnato dal Magistero vivente della Chiesa Insegnante, e creduto nella professione di fede della Chiesa Insegnata, non può diventare falso; ciò che è stato condannato come contrario alla fede non può diventare legittimo; ciò che appartiene alla costituzione divina della Chiesa non può essere rimodellato secondo le categorie del mondo moderno o del contesto storico-culturale».
Questo brano è tratto dalla Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X (24 giugno 2026) ed è certamente una rappresentazione migliore di quanto auspicato da Benedetto XVI rispetto a quanto richiesto oggi da Leone XIV.

Per contestualizzare la questione in termini pratici e illustrare le implicazioni per il conflitto odierno, possiamo immaginare come questi concetti si svilupperebbero in una progressione analoga in cui l'oggetto di studio fossero i "colori delle pareti" anziché la dottrina (come ad esempio "nessuna salvezza fuori dalla Chiesa"):
  • Insegnamento della Chiesa del XIX secolo: Il muro è blu.
  • Insegnamento della Chiesa del 1900: Il muro è blu scuro.
  • Documenti del Concilio Vaticano II: Il muro è blu scuro, ma alcune persone lo percepiscono come rosso.
  • Arcivescovo Lefebvre: Il muro è blu e il Concilio Vaticano II sbaglia a dire che è rosso.
  • Progressisti (compreso oggi il Vaticano): Non si può più dire che il muro rosso sia blu.
  • Cardinale Ratzinger/Benedetto XVI: La Chiesa ha sempre insegnato che il muro è blu, e dovremmo dare meno importanza all'affermazione del Concilio secondo cui alcune persone lo percepiscono come rosso.
Questa semplice illustrazione ci aiuta a capire che la critica di Benedetto XVI alla Fraternità Sacerdotale San Pio X riguardava principalmente il fatto che essa individuasse e contestasse i problemi presenti nei testi del Concilio Vaticano II. Anche Benedetto XVI era a conoscenza di tali problemi, ma non poteva condannarli direttamente.

Discorso di commiato di Benedetto XVI al clero di Roma del 14 febbraio 2013
Come spesso discusso dai cattolici tradizionalisti, il discorso di addio di Benedetto XVI al clero di Roma includeva un passaggio sorprendente in cui affermava che il "Consiglio dei media" aveva causato moltissimi problemi:
«Vorrei ora aggiungere un terzo punto: c'era il Concilio dei Padri – il vero Concilio – ma c'era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a parte, e il mondo percepiva il Concilio attraverso quest'ultimo, attraverso i media. Così, il Concilio che raggiungeva il popolo con effetto immediato era quello dei media, non quello dei Padri. . . . Era ovvio che i media si sarebbero schierati dalla parte di coloro che sembravano loro più vicini al loro mondo. C'erano coloro che cercavano il decentramento della Chiesa, il potere per i vescovi e poi, attraverso l'espressione 'Popolo di Dio', il potere per il popolo, i laici. C'era questa triplice questione: il potere del Papa, che veniva poi trasferito al potere dei vescovi e al potere di tutti – la sovranità popolare. Naturalmente, per loro, questa era la parte da approvare, da promulgare, da favorire. Così anche per la liturgia: non c'era interesse per la liturgia come atto di fede, ma come qualcosa in cui sono comprensibili le cose.» fatto, una questione di attività comunitaria, qualcosa di profano. E sappiamo che c'era una tendenza, non senza un certo fondamento storico, a dire: la sacralità è una cosa pagana, forse anche una cosa dell'Antico Testamento... Sappiamo che questo Concilio dei media era accessibile a tutti. Perciò, questo era quello dominante, quello più efficace, e ha creato tanti disastri, tanti problemi, tanta sofferenza: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banale... e il vero Concilio ha avuto difficoltà ad affermarsi e a prendere forma; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la vera forza del Concilio era presente e, lentamente ma inesorabilmente, si è affermata sempre di più ed è diventata la vera forza che è anche la vera riforma, il vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo che questo Concilio virtuale si è spezzato, si è perso, e ora appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale.
Alcuni spunti tratti da questo passaggio meritano di essere sottolineati. In primo luogo, il concetto di "Consiglio dei media" non può riferirsi unicamente al modo in cui i media hanno riportato gli eventi del Concilio. Dopotutto, Benedetto XVI ha anche parlato dei problemi che il Consiglio dei media ha causato alla liturgia, ma ciò sarebbe stato impossibile se con "Consiglio dei media" si intendesse semplicemente il modo in cui i giornalisti hanno riportato le notizie sul Concilio. Il significato più logico è che il "Consiglio dei media" corrispondesse all'enfasi posta dai media su quelle parti specifiche dei documenti e dei lavori conciliari che ritenevano più opportune. Questa interpretazione è in linea con le dichiarazioni di Ratzinger/Benedetto del 1988 e del 2005 citate in precedenza.

In questo brano si trovano anche alcune idee che risulteranno familiari a coloro che hanno studiato il Sinodo sulla sinodalità:
«C'era chi auspicava il decentramento della Chiesa, il potere ai vescovi e, poi, attraverso l'espressione "Popolo di Dio", il potere al popolo, ai laici. Si poneva quindi questa triplice questione: il potere del Papa, che veniva poi trasferito al potere dei vescovi, e il potere di tutti – la sovranità popolare.»
Mancavano ancora diversi anni all'annuncio del Sinodo sulla Sinodalità da parte di Francesco, ma Benedetto XVI aveva già criticato i concetti fondanti della Chiesa sinodale con questo passaggio. Undici anni dopo, il Documento Finale della Sessione Sinodale del 2024 ha rivelato questi concetti come un elemento chiave del funzionamento della Chiesa sinodale:
127. Nelle assemblee ecclesiali (regionali, nazionali, continentali) partecipano al discernimento i membri che esprimono e rappresentano la diversità del Popolo di Dio (compresi i vescovi) che permetteranno ai vescovi, collegialmente, di prendere decisioni che è loro opportuno prendere in ragione del loro ministero. Questa esperienza dimostra come la sinodalità permetta concretamente il coinvolgimento di tutti (il santo Popolo di Dio) e il ministero di alcuni (il Collegio dei Vescovi) nel processo decisionale riguardante la missione della Chiesa. . . . 129. Per realizzare un ‘sano decentramento’ (EG 16) e un’efficace inculturazione della fede, è necessario non solo riconoscere il ruolo delle Conferenze Episcopali, ma anche rivalutare l’istituzione dei concili particolari, sia provinciali che plenari. . . . 134. Occorre intraprendere una riflessione sinodale sull’esercizio del ministero petrino nella prospettiva del ‘sano decentramento’ (EG 16) auspicato da Papa Francesco e da molti Conferenze Episcopali. Secondo la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, questo decentramento significa «lasciare alla competenza dei Vescovi l'autorità di risolvere, nell'esercizio del loro 'compito proprio di maestri' e pastori, le questioni a loro familiari e che non pregiudicano l'unità di dottrina, disciplina e comunione della Chiesa, agendo sempre con quello spirito di corresponsabilità che è frutto ed espressione dello specifico mysterium communis che è la Chiesa (PE II, 2)».
Sembra che questo sia proprio ciò che Benedetto XVI aveva rimproverato come i progetti del “Concilio dei media”. Quest’opera di Francesco è oggi continuata da Leone XIV e costituisce l’esempio più eclatante di “ermeneutica della rottura”. La Fraternità Sacerdotale San Pio X appoggia l'ermeneutica sinodale della rottura del Vaticano? No, ecco come la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X affronta questo decentramento sinodale:
«79. Rifiuto altresì le concezioni sinodali che tendono a trasformare la Chiesa gerarchica in una struttura consultiva, parlamentare o democratica, soggetta alle mutevoli opinioni del popolo cristiano o alle pressioni del mondo. La coscienza collettiva dei fedeli, le indagini pastorali, le sensibilità culturali e le aspettative del mondo non sono fonti di Rivelazione. Il legittimo ascolto delle anime non può mai trasformarsi in un continuo adattamento della vita della Chiesa, della sua dottrina e della sua costituzione divina allo spirito del mondo, con il pretesto di interpretare il "sensus fidei" del popolo di Dio.»
Come già detto, la Fraternità Sacerdotale San Pio X condanna ciò che Benedetto XVI ha condannato, mentre le idee sostenute da Francesco e Leone XIV promuovono l'ermeneutica della rottura e il Concilio dei media.

Pertanto, se vogliamo esaminare la questione razionalmente, dovrebbe essere ovvio che Benedetto XVI e il suo “vero Concilio” condannano l’ermeneutica sinodale della rottura di Leone XIV, non la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Di conseguenza, coloro che si fissano sulle polemiche anti-FSSPX, ormai obsolete rispetto alla realtà di Roma, potrebbero pensare di essere allineati con Benedetto XVI su questo punto, ma in realtà sono allineati con coloro che hanno cercato di distruggerlo. Per coloro che sono disposti a stravolgere la propria fede a ogni capriccio di Roma, questo potrebbe non importare. Ma per coloro che amano Dio e la Sua Chiesa, sembra non sia più legittimo fingere che la fedeltà consista nell’obbedienza cieca al Vaticano di oggi. Cuore Immacolato di Maria, prega per noi!
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Nota di Chiesa e post-concilio 
Qui c'è l'inganno di Ratzinger, in virtù del nuovo paradigma di 'tradizione vivente' in senso storicista che assegna la facoltà di riformare la Chiesa alla Chiesa del presente secondo la ratzingeriana ermeneutica della riforma intesa come rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa (vedi citazione) che cambia ad ogni epoca, commisurata alla cultura del tempo e realizza la lettura del Vangelo sulla base di quest'ultima, anziché viceversa. Finché non si metteranno d'accordo sulla giusta collocazione del soggetto-Chiesa rispetto all'oggetto-tradizione, la confusione continuerà a regnare sovrana con gravi conseguenze per la salus animarum. Finché non si prenderà atto che questa eredità conciliare ribaltante è il vero nodo da sciogliere, il nostro impegno di riaffermazione della verità secondo il Magistero perenne sarà utile per le anime libere, potrà continuare a defluire come una vena aurea cui attinge chi la trova o come un canale carsico che potrà riaffiorare al termine di questa notte oscura, ma non può avere alcuna efficacia su una realtà così deformata e deformante. E la stessa grave solennità di una possibile correzione canonica, - rischia di non ottenere i risultati voluti e sperati. A meno che non intervengano fattori o si destino altre rette volontà al momento impensabili.

13 commenti:

  1. Ok, siamo ai soliti discorsi che vanno bene, per carità, ma non ammettono che sono i documenti del CVII stessi ad essere ambigui e suscettibili dí interpretazioni di rottura.

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    1. Consulti meglio il blog. È pieno ad nauseam di articoli sul concilio e gli a elementi di rottura.
      Questo articolo dimostra un fatto concreto con una chiosa ineludibile, posta la citazione. Punto

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  2. Joseph Ratzinger, anche con la grazia di stato del munus petrino, resta sempre una creatura fallibile.
    Lui stesso si è presentato da Papa come umile operaio della vigna, una vigna assediata da lupi che si sbranano tra loro.

    Purtroppo una certa (in)comprensione cattolica ha trasformato il Papà in una sorta di divinità aggiuntiva, attribuendogli indebitamente una giurisdizione che un penitente e un debitore non possono avere.

    Benedetto XVI è stato osteggiato dal mondo e da tutti quelli che nella Chiesa hanno introdotto criteri mondanizzanti. Ha letto lucidamente il tempo in cui ha vissuto e ha retto responsabilmente e coraggiosamente le responsabilità che ha ricevuto.

    Non si è dimesso, ribadiamolo. La sua declaratio è a voce, lo scritto successivo -non suo- la modifica, le traduzioni (clamorosamente in quella in tedesco) manipolano clamorosamente il senso. Ha affidato se stesso a Dio, senza separare grano buono e zizzania, accettando dal Signore che non gli compete. Il

    Però ha salvato il seme, perché se fosse morto (magari ammazzato) gli sarebbe subentrato un Papà valido e non un Bergoglio clamorosamente invalido per quanto da considerarsi un papa (quello vero è sempre stato uno anche quando erano due).

    Benedetto XVI aveva riabilitato mons. Lefebvre e ridato spazio alla Messa di sempre. Aveva riaccolto gli anglicani perché convertiti e non semplicemente dialoganti. Ha detto chiaramente che Gesù e’ l’unico che salva.

    Però gli hanno chiuso il conto corrente, circondandolo di prelati infidi e collusi col nemico. E di laici ipocriti e falsi. Non ha inveito deludo: ha rimesso tutto in mano al Signore che ama e ha salvato il seme del Papato, che oggi si rivela inadeguato ad essere il katechon, con tutto ciò che ne segue.

    Certo, Joseph Ratzinger ha avuto passaggi a vuoto, anche lui si è convertito: a conoscenza del terzo segreto di Fatima e’ passato dal leggere quello che voleva Sodano nel 2000 a dire lui che cosa ne pensava, da Papa, da Papa nel mirino, nel 2010.

    Bergoglio ha usurpato, d’accordo troppi cardinali. La patata è bollente, il Papa è morto nell’ultimo giorno del 2022. Chi ama la Chiesa sa che il momento è terribile, ma anticipato, scritto nel catechismo, guarda caso scritto e supervisionato da Joseph Ratzinger.

    Chi si affida non si oppone alla croce, ma cerca di dare un senso alla prova, al temptamen. Anche là Universi Dominici Gregis e successive modifiche e’ una sapiente lettura di che cosa sarebbe avvenuto e sta accadendo.

    Ma chi ama la verità ha scavato la terra sotto i piedi dell’apparenza.

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  3. L’ermeneutica della continuità di Ratzinger può essere letta in due modi: con o senza la prevalenza della carità. Nel primo caso è un tentativo (magari maldestro) di non separare grano e zizzania anzitempo, cercando di far convivere una polarizzazione evidente. Nel secondo caso è la stura per le dita puntate, di entrambe le mani, ognuno inorridito della zizzania altrui, sentendosi grano buono e solo quello.
    Il Concilo Vaticano II è naufragato sui suoi frutti, che sono davanti agli occhi: voleva riproporre il cristianesimo in un modo più adatto al mondo e si ritrova con il mondo che ha proposto se stesso dentro la cristianita’ travolgendo le vocazioni, il matrimonio, la famiglia e trasformando le chiese in musei e sale da concerto.
    Questo è il segno dei tempi più evidente in Occidente. Poi c’è la Grazia più nascosta, che fruttifica in tante vite rivolte al Signore, rimaste fedeli nel deserto, germogli della primavera quando l’ubriachezza molesta sarà smaltita, con o senza disastri epocali, pregando Dio di avere pietà di tanta infedeltà e dell’apostasia di troppi.

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    1. Bellissimi questi due interventi. Com-passione anche per papa Benedetto XVI, che ha riaperto per poco e anche se con motivi troppo timidi la Messa di sempre. Si sarà salvato nel Giudizio divino, anche solo per questo, riparando alle strade teologiche errate degli anni Sessanta.

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  4. Cit. Guido Villa03 agosto, 2026 08:04

    Noto che Papa Leone XIV lo scorso anno aveva scritto ai giovani del Mladifest di Medjugorje un messaggio in prima persona di 4.189 caratteri.
    Quest'anno ai giovani del Mladifest non è stato inviato un messaggio del Papa, ma del cardinal Parolin, Segretario di Stato a nome del Papa, di 1.190 caratteri.
    Il messaggio di papa Francesco del 2024 era invece di 3676 caratteri, nel 2023 era stato di 4.386 caratteri.
    Quindi, i messaggi degli anni precedenti, inviati direttamente dal Papa (non considero il fatto dei ghost writer della Segreteria di Stato, questa è una prassi normale, ma il messaggio era comunque del Papa) hanno avuto da 4.386 a 3676 caratteri, quest'anno solo 1.190, e soprattutto non risulta inviato direttamente dal Papa.
    Un downgrade, nella forma e nella lunghezza, mica da ridere.
    Anche perché lo scorso anno era appena arrivato, e non è da escludere che il messaggio fosse stato scritto ancora con papa Francesco vivo, o comunque ha lasciato che le cose andassero come erano sempre andate, e questo è il primo messaggio completamente suo, e ha le differenze cui ho accennato in precedenza.
    Gatta ci cova.

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  5. Perché è errato paragonare il concetto di “chiesa sinodale” con quello tradizionale di “sensus fidelium”?

    Non si possono paragonare il concetto di chiesa sinodale e quello di sensus fidelium.

    Il sensus fidelium è un dono soprannaturale e non una sorta di metodo di governo, come di fatto pretende essere la chiesa sinodale.

    Il sensus fidelium è la capacità soprannaturale del Popolo di Dio di aderire quasi istintivamente alla verità rivelata. Esso deriva dall’azione dello Spirito Santo e presuppone la fede autentica, la vita di grazia e la comunione con la Chiesa. Non è un meccanismo per prendere decisioni.

    Il sensus fidelium, inoltre, riguarda la fede ricevuta e non la produzione di nuove dottrine. La tradizione cattolica insegna che il sensus fidelium riconosce e custodisce il deposito della fede trasmesso dagli Apostoli. Esso non serve a stabilire ciò che la Chiesa debba credere in futuro, ma a testimoniare ciò che ha sempre creduto.

    Invece, la sinodalità è una modalità di consultazione e di cammino ecclesiale. Si tratta di una sorta di metodo pastorale di governo dove vivere la comunione ecclesiale attraverso l’ascolto, il dialogo er il discernimento.

    Il sensus fidelium non coincide con l’opinione della maggioranza. Infatti, il sensus fidei non va confuso con i sondaggi di opinione o con il consenso sociologico dei battezzati. Nella storia della Chiesa vi sono stati periodi in cui la maggiorazna dei fedeli e persino molti vescovi hanno errato, mentre la vera fede è stata custodita da una minoranza fedele alla Tradizione….si pensi alla crisi ariana e all’impegno di sant’Atanasio.

    Secondo la dottrina cattolica, il sensus fidelium e il Magistero non sono in concorrenza: il sensus fidelium autentico è sempre in armonia con il Magistero e con la Tradizione apostolica. Se un presunto “sentire del popolo” contraddicesse un insegnamento definitivo della Chiesa, non potrebbe essere considerato autentico sensus fidelium.

    Dunque, mentre il sensus fidelium è una realtà teologica legata all’infallibilità in credendo del Popolo di Dio, la sinodalità è una forma di partecipazione e discernimento della vita della Chiesa.
    https://itresentieri.it/sosta-perche-e-errato-paragonare-il-concetto-di-chiesa-sinodale-con-quello-tradizionale-di-sensus-fidelium/

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  6. Questo il paradosso della neochiesa: si possono impunemente rifiutare tutti i dogmi, ma guai a mettere in discussione quel Concilio non dogmatico, elevato ad unico superdogma!! E il caso dei lefebvriani è la prova evidente! Loro scomunicati, mentre a quelli che inneggiano all'omosessualità impenitente nemmeno un rimprovero!!

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  7. Cari autori di Chiesa e post‑concilio, una contraddizione vi attraversa, spesso emerge anche nei vostri commenti, nelle analisi e nei thread che pubblicate. Da un lato temete che la sinodalità indebolisca l’autorità del Papa e della gerarchia; dall’altro, proprio quella stessa autorità viene da voi ignorata, contestata o relativizzata quando non conferma ciò che si ritiene essere la “vera Tradizione”. È una tensione che non nasce da un’analisi teologica, ma da un meccanismo selettivo: si difende l’autorità solo finché dice ciò che si vuole sentire, e la si accusa di tradimento quando non coincide con le proprie convinzioni. Così la Tradizione non è più ciò che la Chiesa custodisce e interpreta, ma ciò che ciascuno ritiene personalmente essere la fede autentica, trasformando il Magistero vivente in un optional da accettare o respingere a seconda delle preferenze. Questa contraddizione diventa ancora più evidente quando si osservano casi concreti che voi stessi citate spesso. La Comunione sulla mano, ad esempio, è autorizzata dalle autorità ecclesiastiche, regolata da norme precise, approvata dai papi, praticata nei primi secoli della Chiesa. Eppure molti tradizionalisti la rifiutano, la considerano un uso protestante, modernista, una profanazione, la giudicano un abuso, e la ignorano anche quando il Magistero ne conferma la piena legittimità. È un caso emblematico: si difende la gerarchia contro la sinodalità, ma si disobbedisce alla gerarchia quando autorizza qualcosa che non piace. Lo stesso accade con la riforma liturgica: promulgata da un Concilio ecumenico, attuata da Paolo VI, confermata da Giovanni Paolo II, difesa da Benedetto XVI, ribadita da Francesco. Eppure una parte del tradizionalismo non la accetta, la considera illegittima, la descrive come una rottura, e la sostituisce con prassi parallele che finiscono per creare una sorta di Chiesa autonoma, dove l’autorità non è quella della Chiesa universale, ma quella di un gruppo, di un blog, di un sacerdote sospeso, di un teologo marginale. È curioso: temete che la sinodalità crei una “Chiesa parallela”, ma spesso la Chiesa parallela è già stata costruita da voi che la criticate. La sinodalità viene accusata di indebolire l’autorità, ma quale autorità è più indebolita di quella sistematicamente contestata? Chi rifiuta il Vaticano II, chi ignora i pronunciamenti dei papi contemporanei, chi giustifica atti di rottura come le consacrazioni senza mandato, vive già una forma di autonomia dottrinale che nessun Sinodo ha mai autorizzato. La Tradizione diventa un criterio superiore al Magistero vivente, e quando il Magistero non coincide con quel criterio, allora “non è più fedele”. È un ribaltamento dell’ordine ecclesiale: non è più la Tradizione a essere letta attraverso il Magistero, ma il Magistero a essere giudicato attraverso una Tradizione idealizzata. La contraddizione è evidente: si teme che la sinodalità indebolisca l’autorità del Papa, ma si indebolisce l’autorità del Papa ogni volta che si ignora il Magistero. La sinodalità può essere criticata, certo, ma non da chi, nei fatti, vive già una forma di disobbedienza selettiva che rende impossibile qualsiasi coerenza ecclesiale. Difendere l’autorità solo quando conferma le proprie idee non significa difendere l’autorità: significa difendere se stessi.

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    1. Il bello è che ci ha perso del tempo a scrivere questa filippica che mpstrs di non conoscere o di non cspire gli argomenti teologici di cui il blog è portatore da vent'anni. Inoltre
      Non cerchiamo conferma alle nostre idee né giudichiamo la gerarchia in base ad esse Vedo che non sa riconoscere neppure gli argomenti del magistero perenne.
      E non vedo contraddizione nel riconoscere l'autorità ma nel contestarla, motivando adeguatamente, allo scopo di ripareggiare la verità quando viene palesenente tradita.

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    2. Cara Mic, non devi giustificarti con questo moralizzatore de noantri.

      Piuttosto sarebbe preferibile riconoscere convintamente la statura cattolica di Benedetto XVI al di sopra dei pregiudizi tradizionalisti che l’hanno lasciato solo a combattere e gli hanno pure dato del traditore, mentre ha sconfitto il nemico su tutta la linea.

      Lui si che ha “discontinuato” la deriva postconciliare. Ha minato la polveriera e li ha lasciati con il cerino acceso. Sarà un botto? O c’è anche il Signore che ha detto non praevalebunt? Penso la seconda, non senza la croce.

      Bisogna avere però gli occhi che non osservano la scena da terra.

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    3. Ma lei pretende che dobbiamo fare tutto ciò che uno che si dice papa decide ?... anche se contraddice il Vangelo? Guardi che la risposta gliela dà san Pietro con san Giovanni una prima volta, e poi san Pietro una,seconda volta , di fronte a sinedrio e pontefice ( attuali cardinali e pontefice) : dobbiamo obbedire a,Dio prima che agli uomini. Si legga gli Atti degli Apostoli. Il Vangelo, i Papi di XX secoli col Magistero e la Tradizione , che hanno già superato il test di antipapi ( circa 40) e di eresie varie ( di cui oggi vediamo la riesumazione ) condannano anche i papi attuali nelle loro eresie e apostasie pubbliche e pertinaci. Dio vince in fine. Se ne faccia una ragione, le conviene.

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  8. "Difendere l'autorità solo quando confermale prorie idee", questo sarebbe il grave errore della Fsspx?
    Le "proprie idee" da essa difese sono quelle espresse dal magistero costante della Chiesa nei secoli sino a Pio XII incluso e al VAticano II per forza di cose escluso.
    Come si fa a non capirlo? A essere così ignoranti dei fatti, dei documenti specifici.
    Se l'anonimo conformista ha letto la Professione di fede della Fsspx (cosa della quale dubito fortemente) non si è accorto che tale Professione in pratica condensa l'insegnamento secolare della Chiesa, sino appunto a Pio XII, servendosene giustamente per confutare gli errori diffusisi a partire dal Vaticano II?
    I commenti di questi avversari della vera dottrina non entrano mai nel merito e ripetono sempre gli stessi concetti. Sembrano scritti su modelli preparati dall'IA.
    T.

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