Lettera n.1402 del 10 agosto di Paix Liturgique [originale qui]. Non è la prima volta che parliamo del tema proposto [qui - qui - qui]; ma teniamo desta l'attenzione in questo momento così confuso... Qui addirittura siamo all'assurdo: si evidenzia l'ammissibilità di una diversità aperta invece di una diversità chiusa (!?) come sarebbe la Messa antica.
Messa Azteca, Sì! /Ma Messa tridentina, No.
È fondamentale comprendere che la riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II, sviluppatasi a partire dal 1964, non è in alcun modo paragonabile alle varie riforme, modifiche, evoluzioni e adattamenti che le liturgie cattoliche hanno subito nel corso dei secoli. La riforma di Paolo VI è unica. Fu una riforma globale: modificò l'intero culto: la Messa, i sacramenti e i sacramentali; fu una riforma radicale: i cambiamenti influenzarono profondamente tutti i suoi aspetti. Inoltre, come ogni processo paragonabile a una rivoluzione, questa riforma non è mai veramente conclusa. Cerca costantemente qualcosa di "più" o di "meglio".
Paolo VI, al momento della pubblicazione dei suoi nuovi libri, potrebbe anche aver creduto di aver completato l'opera di trasformazione, ma avrebbe dimenticato che l'intrinseca malleabilità della sua riforma trascendeva tutti i suoi decreti. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI immaginarono di poter frenare la macchina impazzita e iniettare una dose di classicismo nelle innovazioni, ma nulla di tutto ciò è possibile perché questo processo di riforma, come il cattolicesimo liberale da cui è scaturito, cerca di adattarsi all'era presente, l'era della modernità. E la modernità è in costante movimento. E così anche la riforma.
Una delle parole chiave di questa riforma è inculturazione: la liturgia deve essere indiana in India, africana in Africa, ispirata alla Pachamama in Amazzonia, e così via. Tuttavia, la modernità è globalizzante e unificante, e la diversità vi diventa marginale, semplicemente come un modo per relativizzare l'eredità del passato. Un esempio paradigmatico di questo adattamento marginale, che mira a dimostrare che la lex orandi è fondamentalmente una legge modificabile, è l'inculturazione della liturgia romana nella cultura azteca.
Il 27 giugno, a Los Angeles, dove gran parte della popolazione cattolica è latina di origine o messicana, è stata celebrata una Messa azteca nella Cattedrale di Nostra Signora degli Angeli. Questa Messa combinava testi liturgici, danze, poesie e simboli ispirati alle tradizioni azteche. Ballerini liturgici – sembrava quasi che, accanto ai ministeri di lettore (lettrice) e accolito (accolitessa), si potesse creare un ministero di ballerino (ballerina) – adornati di piume, avanzavano in processione al ritmo di tamburi che suonavano melodie suppostamente indigene accompagnate da testi tratti dalla liturgia. Il bollettino ufficiale dell'Arcidiocesi di Los Angeles descriveva questa celebrazione inculturata come "un'esperienza di culto". E tanto meglio se si fossero limitati a piume e danze, senza ripristinare anche i sacrifici umani offerti alle divinità, che rappresentavano la pratica più eclatante di quella liturgia azteca fortunatamente abolita con l'arrivo dei missionari spagnoli che portarono il Vangelo. Per quanto riguarda la scatola di idee dei nostri liturgisti, vorrei citare anche quella di un frate domenicano, professore di teologia dogmatica, il quale credeva che le liturgie germaniche potessero ispirarsi a certe opere wagneriane.
In realtà, la "cultura azteca" odierna non è altro che una ricostruzione folcloristica. E, proprio come il dialogo interreligioso è spesso semplicemente un dialogo con se stessi, condotto attraverso interlocutori che si suppone rappresentino il buddismo, l'induismo, lo shintoismo o l'animismo, come se ciascuna di queste entità, con le sue innumerevoli ramificazioni, fosse un vero insieme religioso distinto, dotato di una sorta di struttura ecclesiastica. In realtà, ripeto, questa inculturazione permette una relativizzazione diversificante. Inoltre, ci viene detto che la diversità deve essere "aperta" e non "chiusa". "La diversità diventa un problema quando si chiude su se stessa", ha affermato Monsignor Filippo Iannone, Prefetto della Congregazione per i Vescovi e uno dei consiglieri più fidati di Papa Leone XIV, in una recente intervista a Zagabria ([Document] "La diversité devient un mal lorsqu'elle se referme sur elle-même" : Monseigneur Filippo Iannone espone le priorità di Leone XIV - Tribune Chrétienne).
Pertanto, questa promozione della diversità non si azzarda a estendersi fino all'ammissione della liturgia tridentina. Questo, ovviamente, significherebbe praticare una "diversità chiusa". Al contrario, l'inculturazione avvenuta il 4 ottobre 2019 nei Giardini Vaticani, in occasione del Sinodo sull'Amazzonia [qui - qui - qui - qui indice], è stata un esempio paradigmatico di "diversità aperta". Si è trattato di un momento di preghiera tra Papa Francesco e membri della Curia con rappresentanti indigeni, presunti seguaci di un culto amazzonico più o meno ecologico. Questo momento di preghiera ha incluso canti e processioni attorno a statuette raffiguranti donne incinte del cosiddetto culto di Pachamama, simbolo di vita, fertilità e Madre Terra.
Care sentinelle parigine che chiedete non la Messa azteca, ma la Messa tridentina, voi lo fate invece con zelanti e vigili preghiere recitando il rosario al numero 10 di rue du Cloître-Notre-Dame, dal lunedì al venerdì, dalle 13:00 alle 13:30, e a Saint-Georges de La Villette, al numero 114 di avenue Simon Bolivar, Mercoledì e venerdì alle 17:00, di fronte a Notre-Dame du Travail, domenica alle 18:15.
Paolo VI, al momento della pubblicazione dei suoi nuovi libri, potrebbe anche aver creduto di aver completato l'opera di trasformazione, ma avrebbe dimenticato che l'intrinseca malleabilità della sua riforma trascendeva tutti i suoi decreti. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI immaginarono di poter frenare la macchina impazzita e iniettare una dose di classicismo nelle innovazioni, ma nulla di tutto ciò è possibile perché questo processo di riforma, come il cattolicesimo liberale da cui è scaturito, cerca di adattarsi all'era presente, l'era della modernità. E la modernità è in costante movimento. E così anche la riforma.
Una delle parole chiave di questa riforma è inculturazione: la liturgia deve essere indiana in India, africana in Africa, ispirata alla Pachamama in Amazzonia, e così via. Tuttavia, la modernità è globalizzante e unificante, e la diversità vi diventa marginale, semplicemente come un modo per relativizzare l'eredità del passato. Un esempio paradigmatico di questo adattamento marginale, che mira a dimostrare che la lex orandi è fondamentalmente una legge modificabile, è l'inculturazione della liturgia romana nella cultura azteca.
Il 27 giugno, a Los Angeles, dove gran parte della popolazione cattolica è latina di origine o messicana, è stata celebrata una Messa azteca nella Cattedrale di Nostra Signora degli Angeli. Questa Messa combinava testi liturgici, danze, poesie e simboli ispirati alle tradizioni azteche. Ballerini liturgici – sembrava quasi che, accanto ai ministeri di lettore (lettrice) e accolito (accolitessa), si potesse creare un ministero di ballerino (ballerina) – adornati di piume, avanzavano in processione al ritmo di tamburi che suonavano melodie suppostamente indigene accompagnate da testi tratti dalla liturgia. Il bollettino ufficiale dell'Arcidiocesi di Los Angeles descriveva questa celebrazione inculturata come "un'esperienza di culto". E tanto meglio se si fossero limitati a piume e danze, senza ripristinare anche i sacrifici umani offerti alle divinità, che rappresentavano la pratica più eclatante di quella liturgia azteca fortunatamente abolita con l'arrivo dei missionari spagnoli che portarono il Vangelo. Per quanto riguarda la scatola di idee dei nostri liturgisti, vorrei citare anche quella di un frate domenicano, professore di teologia dogmatica, il quale credeva che le liturgie germaniche potessero ispirarsi a certe opere wagneriane.
In realtà, la "cultura azteca" odierna non è altro che una ricostruzione folcloristica. E, proprio come il dialogo interreligioso è spesso semplicemente un dialogo con se stessi, condotto attraverso interlocutori che si suppone rappresentino il buddismo, l'induismo, lo shintoismo o l'animismo, come se ciascuna di queste entità, con le sue innumerevoli ramificazioni, fosse un vero insieme religioso distinto, dotato di una sorta di struttura ecclesiastica. In realtà, ripeto, questa inculturazione permette una relativizzazione diversificante. Inoltre, ci viene detto che la diversità deve essere "aperta" e non "chiusa". "La diversità diventa un problema quando si chiude su se stessa", ha affermato Monsignor Filippo Iannone, Prefetto della Congregazione per i Vescovi e uno dei consiglieri più fidati di Papa Leone XIV, in una recente intervista a Zagabria ([Document] "La diversité devient un mal lorsqu'elle se referme sur elle-même" : Monseigneur Filippo Iannone espone le priorità di Leone XIV - Tribune Chrétienne).
Pertanto, questa promozione della diversità non si azzarda a estendersi fino all'ammissione della liturgia tridentina. Questo, ovviamente, significherebbe praticare una "diversità chiusa". Al contrario, l'inculturazione avvenuta il 4 ottobre 2019 nei Giardini Vaticani, in occasione del Sinodo sull'Amazzonia [qui - qui - qui - qui indice], è stata un esempio paradigmatico di "diversità aperta". Si è trattato di un momento di preghiera tra Papa Francesco e membri della Curia con rappresentanti indigeni, presunti seguaci di un culto amazzonico più o meno ecologico. Questo momento di preghiera ha incluso canti e processioni attorno a statuette raffiguranti donne incinte del cosiddetto culto di Pachamama, simbolo di vita, fertilità e Madre Terra.
Care sentinelle parigine che chiedete non la Messa azteca, ma la Messa tridentina, voi lo fate invece con zelanti e vigili preghiere recitando il rosario al numero 10 di rue du Cloître-Notre-Dame, dal lunedì al venerdì, dalle 13:00 alle 13:30, e a Saint-Georges de La Villette, al numero 114 di avenue Simon Bolivar, Mercoledì e venerdì alle 17:00, di fronte a Notre-Dame du Travail, domenica alle 18:15.
in unione di preghiera e di amicizia
Cristian Marquant
Cristian Marquant



-Se l'anima non canta il Magnificat dell'umiltà, non canta quello dell'amore-
RispondiEliminaIl complesso lavoro della Grazia in un cuore che vuole amare si riduce in questa sola parola: "Misericordia ejus". La corrispondenza nostra a questo lavoro si riduce a questa sola espressione: "Riconoscimento della propria bassezza e timore riverenziale di Dio".
La vittoria della Grazia in noi sta nella dispersione dei pensieri della nostra superbia, nello svalutamento delle nostre povere forze, e nell'apprezzamento del dono dell'umiltà. La potenza dei nostri slanci è proporzionata al convincimento profondo della nostra insipienza e della nostra povertà. Chi si crede già su di una sede di santità ne cade: "Depose i potenti dal trono"; chi è contento della propria virtù e non ha fame e sete della giustizia rimane a mani vuote: "Ha ricolmato di beni i famelici; ha rimandato i ricchi senza nulla".
O amore, o amore, come cresci nel terreno dell'umiltà e nei raggi della misericordia di Dio! Chi si lamenta di non possederti, deve pensare che ha in sé tanta dose di superbia da inaridirne le radici, e tanti effluvi di vanità da oscurare i raggi della Misericordia. Se l'anima non canta il Magnificat dell'umiltà, non canta quello dell'amore. I grandi e sommi contemplativi sono stati grandi umili, poiché con gli umili Dio ragiona e conversa.
(Dal commento al Vangelo di San Luca del Sacerdote Dolindo Ruotolo)
Che la messa di Paolo VI continui il suo incessante mutamento verso forme idolatriche e assurde è una benedizione. Deve sparire definitivamente dalla faccia della terra! Come sacerdote vi confesso che non riesco più a celebrarla con devozione. Anzi, la messa stessa me l'ha prosciugata del tutto! E se fino all'anno scorso cercavo di celebrarla tridentinizzandola al massimo, ora ho capito che in questo modo stavo solo rallentando il processo di restaurazione della Messa Tradizionale. Il semplice fatto di continuare a guardare a occidente, mi sta distruggendo. Anche solo a forza di guardare simbolicamente verso le tenebre, come potremo santificarci noi preti! È un'utopia pensare che questa messa sia tutto sommato buona. Io non lo credo più. Il rito paolosestino si autodistruggerà e se avrò contribuito a distruggerlo vi assicuro che non mi sentirò in colpa néin peccato. Quando nel segreto celebro la Messa di sempre rinasco e mi sento rivestito di vigore.
RispondiEliminaFinalmente un prete che pensa da prete, malgrado l'inquinamento pistconciliare che certamente egli ha patito! Sicuramente vestirà anche da prete, dando una testimonianza visiva di cui il mondo ha tanto bisogno!!
EliminaMedesimi sentimenti, è bene celebrare il rito nuovo - almeno senza il nuovo offertorio - il meno possibile e solo se necessario, consapevoli che comunque viene offerto un vero sacrificio, anche se "ad occidentem" e spogliato di tutto il rivestimento che ne garantiva e conserva l'essenza.
EliminaPersonalmente faccio così, mi capita un paio di volte al mese
Utile leggere "La Messa di Sempre" ed Piane, di Mons. Lefebvre.
Rev.do Padre,
EliminaSan Massimiliano Maria Kolbe ha insegnato questo concetto nei suoi scritti sull'obbedienza, affermando : «È vero che il superiore può errare, ma chi
obbedisce non sbaglia». Carissimo Padre (se mi e' consentita tale familiarita'),
ho una eta' tale che mi ha permesso di arrivare fino alla adolescenza seguendo
il V.O.; successivamente, con l'avvento del N.O. ho sempre conservato e
seguìto la S.Messa mediante il libretto Messa del 1965 in cui 1)e' preservato il latino in vari punti, 2) si invita all'inginocchiamento/adorazione durante il Credo al punto:
"e per opera dello Spirito santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo," 3)e' scritto in bell' evidenza che la S.Comunione la da' soltanto il Sacerdote che
celebra la Messa e * solo in caso di molti fedeli subentra un altro Sacerdote*.
Personalmente non uso mai fogliettini volanti della Messa. Ora, visto che nelle varie parrocchie ognuno porta i suoi aggiornamenti penso che Lei (per tornare al suggerimento di S.Kolbe), per soffrire di meno, quando celebra in pubblico, potrebbe pian piano adottare/ insegnare/ invitare i suoi parrocchiani a quelle piccole correzioni adottate in quel Messalino del 1965. Certo occorrera' tanta pazienza e tanta carita' ma forse sara' sufficiente dire "per onorare sempre meglio Il Signore" faremo...così, e così..
Se mettera' un nick name nei giorni a seguire, potremo accompagnarLa con il Santo Rosario pomeridiano. Coraggio, e grazie per la Sua Vocazione!
Elle
Non è una critica ma constatazione del fatti:
RispondiEliminahttps://youtu.be/oSPATltYjKI?is=iJ0mvxHm8Ah7P4Qj
Il cardinale Burke celebra la Messa (nuova) con le chierichette, comunione nelle mani e suore che danno la comunione....
E poi mette le code rosse altrove ......e pontifica e sostiene il vetus ordi.
Qualcosa non mi torna
È il classico atteggiamento di chi vorrebbe salvare capra e cavolo!
EliminaMons. Stagliano' e le amicizie massoniche, articolo di Cascioli sulla NBQ di oggi, dopo i due funerali annullati pochi giorni fa agli illustri massoni.
RispondiEliminaDiversità aperta al paganesimo con riciclo del satanismo " gli dei delle nazioni sono. demoni", chiuse al Cristianesimo.
RispondiEliminaSAN PIETRO DIVENTA MOSCHEA: ISLAMICI PREGANO DENTRO LA BASILICA – VIDEO
RispondiEliminahttps://voxnews.org/?p=481366
Un passetto alla volta?
Dicette 'o pappice vicino 'a noce, : damme 'o tiempo ca te spertose".