Ringrazio per la segnalazione don Claude Barthe. Il suo articolo apparso su Res Novae – Perspectives romaines nell'agosto scorso, alimenta le prospettive sulla liturgia tradizionale, di grande attualità e da noi particolarmente sentite. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone.
La libertà della liturgia tradizionale appartiene alla libertà della Chiesa
La settimana scorsa era quella del 14 luglio[1], dove tra le fanfare dei garden-party macroniani è stata celebrata la «libertà» conquistata con la presa della Bastiglia. Noi che rivendichiamo la libertà della liturgia tradizionale, affermiamo che tale libertà non ha niente a che spartire con la libertà del 14 luglio. Sì, perché secondo alcuni – in particolare i sociologi della religione, come Danièle Hervieu-Léger – i difensori della liturgia tradizionale sarebbero in realtà anch’essi dei «moderni»: nemici di quell’autorità che a parole ossequiano, agiscono sempre e solo di proprio arbitrio. Le cose, in realtà, non stanno così. È vero che nella nostra situazione paradossale questa tentazione può esistere, tanto la modernità è pervasiva. Per non soccombervi, o per non dare l’impressione di farlo generando con ciò stesso scandalo, è importante possedere idee chiare e princìpi saldi.
Vi sono due punti da considerare:
E, d’altra parte, la falsa libertà moderna, oggettivamente diabolica, che pretende che ognuno risponda solo a se stesso e che possa in tutta «libertà» pensare e credere ciò che vuole, agendo in funzione di ciò che gli piace. La sovranità di Dio è rimpiazzata da quella dell’uomo, sia individualmente che socialmente (la «volontà generale»).
Senza pretendere che il cattolicesimo liberale che ci governa abbia puramente e semplicemente intronizzato il 14 luglio nella Chiesa, non c’è dubbio che esso scenda a patti in misura maggiore o minore con esso. Allo stesso modo in cui le dottrine oggi alla moda (ecumenismo, nuova morale, sinodalità) aggirano la norma dogmatica, così la liturgia riformata è una liturgia indebolita nel suo messaggio e più inventiva e liberamente interpretabile, che trattiene o scarta a piacere dal «rubricismo» protettore della fede in vigore nella liturgia tradizionale. La liturgia nuova è una liturgia più «libera» della liturgia antica, ma non in senso positivo.
Noi difendiamo, al contrario, la vera libertà liturgica, che appartiene alla libertà della Chiesa. Affermiamo che non è permesso a nessuno di ostacolare la Chiesa nel predicare la verità secondo il Credo, come non è permesso a nessuno di ostacolarla nel rendere culto a Dio e di amministrare i sacramenti in modo che questo culto, lex orandi, sia l’espressione senza macchia della lex credendi.
Non è dunque per gusto estetico, foss’anche pio, spirituale, mistico, che difendiamo i diritti della liturgia tradizionale, ma semplicemente perché essa esprime, senza indebolimenti né compiacenze nei confronti del mondo, la messa come sacrificio sacramentale, l’ordine sacro come mandato affidato ad alcuni uomini di cooperare al sacrificio di Cristo per i vivi e per i morti, il battesimo come liberazione dalle catene diaboliche del peccato originale, eccetera.
Christian MarquantVi sono due punti da considerare:
- Quello dell’azione concreta, dove ci troviamo a dire: dal momento che la riforma liturgica permette mille cose in diecimila varianti, per quale ragione non dovrebbe permettere anche di celebrare secondo la liturgia precedente? Dal punto di vista liturgico, e non solo liturgico (vedi la difficoltà di insegnare il catechismo tradizionale), siamo infatti in qualche modo in uno stato di «occupazione». La liturgia nuova, difettosa nella sua espressione del dogma, spadroneggia. La liturgia tridentina, espressione limpida della fede cattolica, è tutt’al più tollerata.
- L’altro punto è quello dei princìpi generali. Esistono infatti due accezioni della parola libertà, come è stato ricordato in particolare da Leone XIII nelle encicliche Immortale Dei (1885) e Libertas (1888):
E, d’altra parte, la falsa libertà moderna, oggettivamente diabolica, che pretende che ognuno risponda solo a se stesso e che possa in tutta «libertà» pensare e credere ciò che vuole, agendo in funzione di ciò che gli piace. La sovranità di Dio è rimpiazzata da quella dell’uomo, sia individualmente che socialmente (la «volontà generale»).
Senza pretendere che il cattolicesimo liberale che ci governa abbia puramente e semplicemente intronizzato il 14 luglio nella Chiesa, non c’è dubbio che esso scenda a patti in misura maggiore o minore con esso. Allo stesso modo in cui le dottrine oggi alla moda (ecumenismo, nuova morale, sinodalità) aggirano la norma dogmatica, così la liturgia riformata è una liturgia indebolita nel suo messaggio e più inventiva e liberamente interpretabile, che trattiene o scarta a piacere dal «rubricismo» protettore della fede in vigore nella liturgia tradizionale. La liturgia nuova è una liturgia più «libera» della liturgia antica, ma non in senso positivo.
Noi difendiamo, al contrario, la vera libertà liturgica, che appartiene alla libertà della Chiesa. Affermiamo che non è permesso a nessuno di ostacolare la Chiesa nel predicare la verità secondo il Credo, come non è permesso a nessuno di ostacolarla nel rendere culto a Dio e di amministrare i sacramenti in modo che questo culto, lex orandi, sia l’espressione senza macchia della lex credendi.
Non è dunque per gusto estetico, foss’anche pio, spirituale, mistico, che difendiamo i diritti della liturgia tradizionale, ma semplicemente perché essa esprime, senza indebolimenti né compiacenze nei confronti del mondo, la messa come sacrificio sacramentale, l’ordine sacro come mandato affidato ad alcuni uomini di cooperare al sacrificio di Cristo per i vivi e per i morti, il battesimo come liberazione dalle catene diaboliche del peccato originale, eccetera.
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[1] Riproduciamo qui, con la gentile autorizzazione della direzione della rivista, una Lettera di Paix liturgique del 24 luglio 2026.
[2] «Pas de liberté pour les ennemis de la liberté», celebre slogan rivoluzionario attribuito a Louis Antoine de Saint-Just (1767-1794) [N.d.T.].

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