Ogni cedimento strappato per sfinimento
diventa il precedente del successivo
Pakistano con passaporto italiano ripudia la moglie secondo la sharia e pretende che il Comune lo registri. È il "talaq", l'atto con cui la si sbologna con tre parole. Letteralmente.
Funziona così: il marito pronuncia "talaq, talaq, talaq" e il matrimonio è sciolto.
Non deve motivare, non deve ottenere il consenso di lei, in molte scuole giuridiche la donna non deve nemmeno essere presente.
Femministe italiane, avete nulla da dire?
A Monfalcone gli hanno risposto picche. Lui, abituato ad andare per le spicce, si è infuriato: "Altri lo fanno".
Ecco la notizia. Più della pretesa, più della prepotenza: la sicurezza. Perché un uomo perde le staffe per un rifiuto soltanto quando è abituato ai sì.
La legge è chiara, il Viminale considera il ripudio contrario all'ordine pubblico, la Cassazione nel 2020 ha sbarrato la porta: nessuna decisione del genere può avere effetto in Italia, perché discrimina la donna e le nega ogni difesa.
E allora come mai ad Ancona un talaq pronunciato in Bangladesh nel 2023 è finito nei registri del Comune?
È stato cancellato nel 2025, certo. Ma solo perché la ripudiata ha trovato un avvocato, i soldi e il coraggio di andare davanti a un giudice.
Le altre? Quelle rimaste a Lahore o a Dacca, che di un registro italiano intestato a loro ignorano perfino l'esistenza?
Il punto è questo. La sharia in Italia non passa dai tribunali, dove perde. Passa dagli sportelli dei Comuni, dove nessuno combatte.
Non c'è un complotto e neanche una resa ideologica.Spesso c'è un impiegato solo. Davanti ha un foglio pieno di bolli, una traduzione giurata, un tizio che alza la voce.
Dietro non ha nessuno: un corso di formazione mai fatto, una circolare mai letta, un dirigente irreperibile, un sindaco che non vuole titoli sui giornali.
Poi c'è il conto, che ogni dipendente pubblico sa fare a mente. Dire sì non costa nulla: nessun controllo, nessuna protesta, nessuna vittima in sala d'attesa.
Dire no costa una scenata, un ricorso, una causa, magari l'accusa di razzismo sulla cronaca locale.
Un sistema che punisce chi rifiuta e ignora chi cede non produce eroi. Produce timbri.
È la più italiana delle storie.
"Il coraggio, uno non se lo può dare", diceva don Abbondio, vaso di coccio tra vasi di ferro, che davanti ai bravi non si domandava chi avesse ragione, ma chi facesse più paura.
Da allora non ci siamo mossi, con una differenza. Il curato sapeva di tremare. Noi alla tremarella abbiamo dato un nome elegante: la chiamiamo inclusione, dialogo, rispetto delle culture.
Chi chiede lo ha capito benissimo. La pretesa non cresce dove trova accoglienza, cresce dove non trova resistenza.
Ogni cedimento strappato per sfinimento diventa il precedente del successivo.
Si comincia dal certificato, si prosegue con la seconda sposa da far arrivare, come il nostro protagonista ha già annunciato uscendo dal municipio, si finisce con un diritto parallelo che nessun Parlamento ha votato.
Resta la domanda che brucia di vergogna.
Come è diventato italiano uno convinto che una moglie si possa licenziare a voce?
Nel modo più semplice: nessuno glielo ha mai chiesto.
Bastano 10 anni di residenza, un reddito, la fedina pulita, un attestato di lingua livello B1.
La legge lascerebbe allo Stato il potere di valutare se concedere o no. Lo Stato lo esercita contando le buste paga.
Alla fine c'è il giuramento: fedeltà alla Repubblica, osservanza della Costituzione.
Una riga, letta in piedi davanti a una fascia tricolore, senza che alcuno verifichi se il nuovo cittadino sappia cosa dice l'articolo 29 sull'eguaglianza dei coniugi.
Pretendiamo il B1 di italiano. Il B1 di Costituzione no.
E dopo è per sempre.
La revoca esiste soltanto per i condannati per terrorismo: tutto il resto di quella promessa si può tradire il giorno seguente, allo stesso bancone dove la si è pronunciata.
Altrove non funziona così.
In Francia il governo può negare la cittadinanza per "difetto di assimilazione". Tra i molti motivi possibili il codice cita espressamente la poligamia.
Non è carta morta. Il Consiglio di Stato francese ha confermato il rifiuto a un uomo che nei colloqui in prefettura non accettava la parità tra i sessi, a porte chiuse, senza aver commesso alcun reato.
Ha fatto lo stesso con una signora che non volle stringere la mano a un funzionario.
A Parigi per una stretta di mano negata si resta stranieri. A Monfalcone con un ripudio in tasca si è italiani da anni e ci si offende pure.
Va detto fino in fondo: quell'uomo non ha imbrogliato. Nessuno gli ha spiegato che tra le condizioni c'era lasciare il talaq a Lahore.
Glielo diciamo adesso, a cose fatte, con l'aria sorpresa di chi scopre di aver venduto casa senza leggere il contratto.
Ha giurato su un testo che nessuno gli ha illustrato, davanti a uno Stato che non ci credeva abbastanza da pretenderlo.
Eppure sarebbe bastato fermarsi sulla parola. Ripudio: è abietta, lo è sempre stata.
L'ultima volta che in questa penisola un marito ha potuto cacciare la consorte con una formula comandavano gli imperatori.
I Romani ripudiavano per motivi che oggi suonano familiari: bastava che lei fosse uscita in strada senza il velo.
Poi venne il cristianesimo a togliere al maschio quel potere. Ci sono voluti secoli. Nell'Italia unita non è stato legale nemmeno per un giorno.
La Costituzione quel verbo lo adopera una volta sola, per la guerra. I costituenti scartarono "rinunzia", scartarono "condanna". Vollero il più energico, quello del rigetto senza appello: ripudia.
Per i padri della Repubblica era ciò che si fa con l'orrore. Oggi c'è chi pretende di farlo con la madre dei propri figli, in marca da bollo.
Non occorrono leggi speciali. Occorrono ufficiali di stato civile formati e coperti, con un ministero che si costituisca al loro fianco in ogni causa.
Ci vuole un colloquio vero prima del giuramento, non lo sgomento dopo il danno.
Bisogna soprattutto smettere di considerare un no una scortesia.Perché la sottomissione non ce la impone nessuno. La offriamo noi, un timbro alla volta, per non discutere.
E quel timbro ha un prezzo, solo che non lo paga chi lo mette.
Lo paga una donna che non saprà mai di essere stata ripudiata due volte: la prima dal marito, la seconda dalla Repubblica italiana.
Autore: Roberto Riccardi

Sto leggendo molti post sull’hijab, sulla sua presenza sempre più visibile in Europa e, soprattutto, sul fatto che una parte del femminismo occidentale sembri ormai pronta a difenderlo quasi automaticamente come simbolo di libertà ed emancipazione.
RispondiEliminaE ogni volta mi viene da chiedermi: ma sappiamo davvero di cosa stiamo parlando?
Lo chiedo da donna che ha vissuto in uno Stato islamico. Lo chiedo da immigrata. E lo chiedo da persona che, quando arrivò in Europa, credeva profondamente nella cultura europea, nella sua storia e nella sua capacità di accogliere senza rinunciare a se stessa.
Qualche giorno fa Bea ha iniziato la prima elementare. Nella sua classe c’è una bambina della sua stessa età, di origine africana, che porta l’hijab. Ha cinque o sei anni.
Vederlo mi ha fatto uno strano effetto.
Non perché quella bambina abbia meno diritto di stare in quella scuola, né perché la sua famiglia meriti meno rispetto. Ma perché mi sono chiesta: quando una bambina di cinque o sei anni porta un simbolo religioso legato anche al concetto di modestia femminile, possiamo davvero parlare semplicemente di una sua “scelta”?
Chi ha vissuto in società islamiche sa che il velo non ha ovunque lo stesso significato. Ci sono donne adulte che lo scelgono liberamente e quella libertà va rispettata. Ma esistono anche Paesi, famiglie e ambienti nei quali la pressione religiosa, familiare e sociale sul modo in cui una donna deve vestirsi è fortissima. Fingere che questa realtà non esista per paura di apparire “intolleranti” non aiuta le donne.
E trovo paradossale che proprio una parte del femminismo occidentale sembri avere tanta difficoltà a dirlo.
Ma la questione dell’hijab è soltanto una parte di qualcosa di molto più grande.
L’Europa sta attraversando una trasformazione demografica e culturale enorme e continuare a comportarsi come se fosse vietato parlarne non fermerà quella trasformazione.
Bisogna avere il coraggio di porre anche le domande scomode.
Quanti figli stanno facendo oggi le famiglie italiane ed europee? Quante scuole vedono diminuire progressivamente i bambini provenienti da famiglie italiane mentre cresce la presenza di bambini con background migratorio? Come cambierà una società nella quale una parte della popolazione autoctona invecchia e fa sempre meno figli mentre nuove comunità continuano a crescere?
Non sto dicendo che un bambino nato da genitori stranieri non possa essere italiano. Può esserlo pienamente. Il punto decisivo è un altro: quale cultura gli stiamo trasmettendo?
Perché la demografia, da sola, non determina necessariamente la cultura. Ma se una società smette contemporaneamente di fare figli, di trasmettere la propria storia, di difendere le proprie tradizioni e persino di considerare legittimo parlare della propria identità, allora la domanda su ciò che resterà di quella cultura fra alcune generazioni diventa inevitabile.
E qui entra in gioco l’integrazione.
Non possiamo continuare a chiamare “integrazione” la semplice convivenza di comunità che abitano lo stesso territorio mantenendo mondi culturali completamente separati.
Integrare non significa che chi arriva debba rinnegare la propria famiglia, la propria lingua o la propria fede. Ma significa comprendere che si è scelto di vivere in una società che possiede già una storia, dei valori, delle consuetudini e un’identità.
Altrimenti non è più soltanto l’immigrato a integrarsi nella società che lo accoglie. A poco a poco è la società che lo accoglie a modificarsi per adattarsi continuamente alle comunità che arrivano.
Io questa differenza la vedo perché posso confrontare due Europe.
Ricordo Roma nel 2013, quando arrivai per studiare. E guardo l’Italia e l’Europa del 2026. Sono passati appena tredici anni, ma in molti luoghi il cambiamento è impressionante.
E allora penso a Bea.
Che Europa vedrà lei a trent’anni?
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RispondiEliminaQuali saranno le tradizioni considerate normali? Quale sarà l’identità culturale delle nostre città? E soprattutto: l’Europa avrà ancora il coraggio di dire che la propria cultura merita di essere conservata?
Perché questo è il paradosso che trovo più difficile da comprendere: chiediamo continuamente agli europei di conoscere, rispettare e celebrare le culture di chi arriva, ma parlare della necessità di preservare la cultura europea viene sempre più spesso guardato con sospetto.
Io non credo che rispettare una cultura significhi dover rinunciare alla propria.
Non credo che difendere la libertà religiosa significhi rinunciare a discutere criticamente delle pratiche religiose.
Non credo che accogliere significhi trasformarsi fino al punto da non riconoscersi più.
E soprattutto non credo che porre domande sulla demografia, sull’integrazione, sull’Islam europeo o sul futuro culturale dell’Europa significhi odiare qualcuno.
Significa chiedersi che cosa stiamo costruendo.
Sono un’immigrata anch’io. Proprio per questo non considero normale pretendere che il Paese che mi accoglie cancelli pezzo dopo pezzo se stesso per farmi sentire a casa. Sono io che devo imparare a vivere nella casa che mi ha accolto, rispettandola, senza per questo perdere tutto ciò che sono.
L’Europa può accogliere milioni di persone provenienti da culture diverse. Ma deve finalmente decidere se vuole soltanto essere un luogo geografico nel quale tutti vivono oppure continuare a essere anche una civiltà capace di trasmettere qualcosa ai propri figli.
Perché una cultura non scompare necessariamente quando qualcuno la conquista.
A volte scompare semplicemente quando chi l’ha ricevuta smette di trasmetterla.
Zarish Imelda Neno