Testimonianza di una cristiana pakistana che conosce bene l'islam per esperienza diretta. Precedenti interessanti qui - qui - qui. Qui l'indice degli articoli sul filo-islamismo.
Mentre in Italia si riconosce lo spazio per nuovi luoghi di culto musulmani, quale voce diamo ai cristiani che altrove faticano a vivere liberamente la loro fede?
Ci sono notizie che per qualcuno sono soltanto cronaca e per me riaprono una memoria. Quando leggo della nuova moschea di Torino, il pensiero corre al Pakistan, e mi sorprendo a chiedermi quale delle mie due terre sto guardando. Poi la domanda diventa più profonda: che cosa sta accadendo all’Italia? Che cosa sta accadendo all’Europa che ha ricevuto il Vangelo e lo ha portato così lontano, fino a raggiungere anche la mia famiglia?
La notizia del permesso di costruire una moschea nell’ex Fonderia Nebiolo mi scuote perché quel progetto guarda al futuro. Si preparano spazi, si investono risorse, si pensa a una comunità che continuerà a riunirsi e a trasmettere la propria fede. Leggendola, sento nascere una domanda che vorrei rivolgere anche alla Chiesa: con quale convinzione stiamo preparando il futuro cristiano di questa città?
Torino porta nella sua storia i nomi di don Bosco, del Cottolengo, di tanti uomini e donne che hanno dato alla fede la forma concreta di una casa, di una scuola, di un’opera di carità. Hanno guardato le necessità del loro tempo e vi hanno risposto spendendo la vita. Oggi, davanti a questo nuovo progetto religioso, mi domando dove sia il nostro slancio. Quali opere stiamo facendo nascere? Quali persone stiamo accompagnando a conoscere Cristo? Quale eredità viva stiamo preparando?
Parlo con la sensibilità di una cristiana pakistana che ha vissuto per trentun anni in un Paese a maggioranza musulmana. Nella mia memoria la religione ha anche il peso delle domande che si fanno prima di parlare, delle possibilità che si restringono, della prudenza insegnata ai bambini troppo presto. Porto dentro di me questa esperienza, e sarebbe poco sincero fingere che non influisca sul modo in cui accolgo certe notizie.
So che una moschea a Torino non racconta, da sola, la realtà del Pakistan. Ma il mio vissuto mi rende particolarmente attenta alla libertà religiosa, alla condizione delle donne, al futuro delle minoranze. Vorrei che anche queste esperienze fossero ascoltate quando si parla di convivenza. La parola “dialogo” acquista profondità quando trova spazio anche per le domande difficili.
E una di queste, per me, riguarda proprio la reciprocità: mentre in Italia si riconosce lo spazio per nuovi luoghi di culto musulmani, quale voce diamo ai cristiani che altrove faticano a vivere liberamente la loro fede? Quanto portiamo le loro condizioni nei nostri incontri, nelle nostre scelte, nelle nostre conversazioni sulla fraternità?
Questa notizia, però, mi costringe anche a guardare dentro casa nostra. Perché un edificio religioso esprime una volontà di esserci, di durare, di consegnare qualcosa a chi verrà dopo. E io mi domando quale volontà esprimiamo noi quando ci abituiamo a una domenica senza Messa, a una casa senza preghiera, a un figlio che conosce tante cose ma quasi nulla di Gesù.
Una fede ricevuta attraverso generazioni può arrivare fino a noi e fermarsi nelle nostre mani. È questo pensiero che mi ferisce.
Ripenso agli ammonimenti del cardinale Sarah sulla perdita delle radici cristiane dell’Occidente ed a Papa Benedetto XVI, che richiamava l’Europa alla propria anima e conservava la speranza in una nuova primavera della fede. Davanti alla notizia di Torino, quelle parole diventano per me una domanda concreta: chi sta coltivando questa primavera? Chi le dedica tempo, coraggio, risorse, preghiera?
Vorrei sentire nella Chiesa una risposta che abbia la forza di una proposta. Un rinnovato desiderio di evangelizzare. Una catechesi capace di formare davvero. Comunità dove chi cerca Dio trovi qualcuno disposto ad ascoltarlo e ad accompagnarlo. Sacerdoti e laici che parlino di Cristo con la convinzione di chi ha trovato un tesoro e desidera condividerlo.
Nel racconto pubblico della Chiesa mi arrivano troppo spesso scandali che feriscono, polemiche che stancano, iniziative sul dialogo alle quali vorrei vedere affiancato un altrettanto evidente impegno per risvegliare la fede. Ho fame di una parola che chiami alla conversione. Di una testimonianza che faccia comprendere perché Gesù merita una vita intera.
So che questo impegno esiste: nei sacerdoti fedeli, nelle famiglie che pregano, nei giovani che cercano Dio, nelle persone che servono senza essere viste. Vorrei che trovasse più spazio, più sostegno, più coraggio. Che diventasse contagioso.
La nuova moschea di Torino mi pone dunque una domanda alla quale non riesco a sottrarmi: mentre una comunità prepara i luoghi del proprio domani, noi come stiamo preparando le persone che abiteranno le nostre chiese?
Per questo, a chi crede, vorrei dire: tenetevi stretta la vostra fede. Conoscetela abbastanza da poterla spiegare. Vivetela abbastanza da renderla credibile. Pregate con i vostri figli, tornate ai sacramenti, date al Vangelo un posto nelle vostre decisioni. Sostenete chi evangelizza, chi educa, chi tiene aperta una porta a coloro che cercano Dio.
Un permesso di costruire rende possibile un edificio. Il futuro della fede chiede anche il nostro sì, pronunciato ogni giorno.
Vorrei che, fra vent’anni, nelle chiese di Torino e di tutta Italia ci fossero figli che hanno imparato da noi a pregare e che, entrando, sapessero di essere arrivati a casa.
Zarish Imelda Neno
La notizia del permesso di costruire una moschea nell’ex Fonderia Nebiolo mi scuote perché quel progetto guarda al futuro. Si preparano spazi, si investono risorse, si pensa a una comunità che continuerà a riunirsi e a trasmettere la propria fede. Leggendola, sento nascere una domanda che vorrei rivolgere anche alla Chiesa: con quale convinzione stiamo preparando il futuro cristiano di questa città?
Torino porta nella sua storia i nomi di don Bosco, del Cottolengo, di tanti uomini e donne che hanno dato alla fede la forma concreta di una casa, di una scuola, di un’opera di carità. Hanno guardato le necessità del loro tempo e vi hanno risposto spendendo la vita. Oggi, davanti a questo nuovo progetto religioso, mi domando dove sia il nostro slancio. Quali opere stiamo facendo nascere? Quali persone stiamo accompagnando a conoscere Cristo? Quale eredità viva stiamo preparando?
Parlo con la sensibilità di una cristiana pakistana che ha vissuto per trentun anni in un Paese a maggioranza musulmana. Nella mia memoria la religione ha anche il peso delle domande che si fanno prima di parlare, delle possibilità che si restringono, della prudenza insegnata ai bambini troppo presto. Porto dentro di me questa esperienza, e sarebbe poco sincero fingere che non influisca sul modo in cui accolgo certe notizie.
So che una moschea a Torino non racconta, da sola, la realtà del Pakistan. Ma il mio vissuto mi rende particolarmente attenta alla libertà religiosa, alla condizione delle donne, al futuro delle minoranze. Vorrei che anche queste esperienze fossero ascoltate quando si parla di convivenza. La parola “dialogo” acquista profondità quando trova spazio anche per le domande difficili.
E una di queste, per me, riguarda proprio la reciprocità: mentre in Italia si riconosce lo spazio per nuovi luoghi di culto musulmani, quale voce diamo ai cristiani che altrove faticano a vivere liberamente la loro fede? Quanto portiamo le loro condizioni nei nostri incontri, nelle nostre scelte, nelle nostre conversazioni sulla fraternità?
Questa notizia, però, mi costringe anche a guardare dentro casa nostra. Perché un edificio religioso esprime una volontà di esserci, di durare, di consegnare qualcosa a chi verrà dopo. E io mi domando quale volontà esprimiamo noi quando ci abituiamo a una domenica senza Messa, a una casa senza preghiera, a un figlio che conosce tante cose ma quasi nulla di Gesù.
Una fede ricevuta attraverso generazioni può arrivare fino a noi e fermarsi nelle nostre mani. È questo pensiero che mi ferisce.
Ripenso agli ammonimenti del cardinale Sarah sulla perdita delle radici cristiane dell’Occidente ed a Papa Benedetto XVI, che richiamava l’Europa alla propria anima e conservava la speranza in una nuova primavera della fede. Davanti alla notizia di Torino, quelle parole diventano per me una domanda concreta: chi sta coltivando questa primavera? Chi le dedica tempo, coraggio, risorse, preghiera?
Vorrei sentire nella Chiesa una risposta che abbia la forza di una proposta. Un rinnovato desiderio di evangelizzare. Una catechesi capace di formare davvero. Comunità dove chi cerca Dio trovi qualcuno disposto ad ascoltarlo e ad accompagnarlo. Sacerdoti e laici che parlino di Cristo con la convinzione di chi ha trovato un tesoro e desidera condividerlo.
Nel racconto pubblico della Chiesa mi arrivano troppo spesso scandali che feriscono, polemiche che stancano, iniziative sul dialogo alle quali vorrei vedere affiancato un altrettanto evidente impegno per risvegliare la fede. Ho fame di una parola che chiami alla conversione. Di una testimonianza che faccia comprendere perché Gesù merita una vita intera.
So che questo impegno esiste: nei sacerdoti fedeli, nelle famiglie che pregano, nei giovani che cercano Dio, nelle persone che servono senza essere viste. Vorrei che trovasse più spazio, più sostegno, più coraggio. Che diventasse contagioso.
La nuova moschea di Torino mi pone dunque una domanda alla quale non riesco a sottrarmi: mentre una comunità prepara i luoghi del proprio domani, noi come stiamo preparando le persone che abiteranno le nostre chiese?
Per questo, a chi crede, vorrei dire: tenetevi stretta la vostra fede. Conoscetela abbastanza da poterla spiegare. Vivetela abbastanza da renderla credibile. Pregate con i vostri figli, tornate ai sacramenti, date al Vangelo un posto nelle vostre decisioni. Sostenete chi evangelizza, chi educa, chi tiene aperta una porta a coloro che cercano Dio.
Un permesso di costruire rende possibile un edificio. Il futuro della fede chiede anche il nostro sì, pronunciato ogni giorno.
Vorrei che, fra vent’anni, nelle chiese di Torino e di tutta Italia ci fossero figli che hanno imparato da noi a pregare e che, entrando, sapessero di essere arrivati a casa.

Perché le moschee non si dovrebbero concedere.
RispondiEliminaPochi sembrano sapere in Occidente che per i mussulmani la moschea, in quanto luogo di preghiera al loro Dio, trasforma il territorio sul quale è costruita in territorio mussulmano. E l'intera zona diventa di fatto "casa della pace" o "casa dell'Islam" nel senso loro, cioè territorio dominato dalle loro leggi, cessando di essere "casa della guerra" cioè territorio di uno Stato governato da infedeli. Concedendo le moschee diventiamo stranieri in casa nostra.
Diventa più difficile resistere aalle loro richieste quando cominciano ad essere in tanti e impegnati nel mondo della produzione. Ma perché li si è fatti entrare e perché si continua a proclamare che, in quanto "migranti", hanno il diritto (?) di venire qui.
Se la sinistra non ne appoggiasse l'invasione e se la Chiesa non facesse lo stesso, il fenomeno sarebbe almeno numricamente assai più ridotto.
La sinistra continua nella sua politica irresponsabile e criminale verso l'Italia per motivi ideologici (odio marxista per le nazioni, per il cristianesimo, per la nostra cultura e civiltà) e perché vuole continuare a promuovere la rivoluzione sessuale, dall'abortismo alla promozione dell'omosessualità, al transgenderismo, al peggior femminismo. E in questo ha trovato enormi complicità nella gerarchia cattolica ormai via di testa !!
Il nodo è lì. Bisogna smettere di accettare la rivoluzione sessuale e all'opposto eliminarne i nefasti effetti dichiarando di nuovo l'aborto reato, togliendo il riconoscimento alle coppie irregolari di ogni tipo, insomma attuando una rivoluzione che la realtà impone da tempo ma che le forze politiche cosiddeette conservatrici o di destra, per tanti motivi, non si sono dimostrate in grado di iniziare. Il compito è indubbiamente difficile ma bisognerebbe pur cominciare.
P.oliticus
Oserei dire che le considerazioni di Politicus sono giuste e condivisibili ma, forse, gli sfuggono due punti.
EliminaIl primo punto e" l'idea che viene trasmessa ai musulmani che l'islam sia superiore alle altre religioni. Per coloro che vengono educati in questa credenza erronea e' difficile avvicinarsi al cristianesimo.
Infatti l'avvicinamento al cristianesimo e' formalmente proibito nell'islam. Infatti , mentre gli insegnamenti coranici vengono insegnati ai giovani in moschea agli stessi giovani e adulti viene proibita la lettura della Bibbia. E questo sarebbe il secondo punto da sottolineare.
Ma esistono gruppi biblici nelle chiese cristiane ? E quanti pregano con la liturgia delle ore ? Quanti recitano i salmi che sono , per tutti , la forza e la consolazione che viene dall'alto ?
Più che prendersela con i musulmani, i quali giustamente fanno i musulmani, dobbiamo prendercela con i tanti cattolici, i quali ingiustamente non fanno più i cattolici!!
RispondiEliminaCon il regime democratico spostato a sinistra italiano del dopoguerra (DC , Psi , Pci e PSDI) e oggi i suoi eredi era inevitabile che prima o poi ci sarebbe stata questa invasione islamica e favorita da loro e da alcune ambiguita' della Costituzione (antifascista e laica) ! Diminuendo il Cattolicesimo e tutti complici compreso certo centrodestra e certo clero era inevitabile che in Italia come anche in Europa le cose andassero cosi' ! Dopo si continua a dire che l'Italia e' uno stato laico e allora il vuoto lo occupano gli islamici dato che a loro le istituzioni permettono tutto !
RispondiEliminaIn Italia non può esserci spazio per tribunali islamici o ordinamenti paralleli fondati sulla Shari’a.
RispondiEliminaA Padova è emersa l’attività della “Camera Arbitrale Islamica Italiana”, un organismo che propone la risoluzione di controversie civili e commerciali secondo i principi della Shari’a. Tollerare iniziative di questo tipo significa avallare la creazione di vere e proprie "enclave giuridiche" dove verrebbero calpestati i diritti civili, la parità di genere, la tutela delle donne e i capisaldi del nostro diritto di famiglia.
Per questo, insieme a Elisabetta Gardini, abbiamo presentato un’interrogazione urgente ai ministri Nordio e Piantedosi per fare chiarezza sulle attività di questo organismo e verificare eventuali violazioni delle nostre leggi.
La libertà religiosa è pienamente tutelata, ma non può tradursi in sistemi di giustizia confessionale.
Qualcuno può pensare che io sia contro l’Islam, ma io contro l’Islam non ho assolutamente nulla.
RispondiEliminaIo sono contro la decapitazione, la lapidazione, la schiavitù sessuale, la zoofilia, l’imposizione della religione, la jihad, il burqa, l’hijab e i matrimoni con bambini. Sono contro l’abuso infantile, l’abuso culturale, la poligamia, il suprematismo del maschio, la misoginia, l’ablazione genitale, la Sharia. Sono contro l’uso del terrorismo come strumento politico e l’omofobia.
Sono per la libertà di culto, ma sono contro la libertà a senso unico, perché in Europa si costruiscono minareti, mentre in molti paesi islamici anche solo possedere una Bibbia o costruire una chiesa è un reato punibile col carcere. Per il resto non ho nulla contro l’Islam.
Perché vale la pena ricordare agli amici buonisti e flottiglianti, accoglioni e accoglienti, che in paesi come Arabia Saudita, Mauritania, Afghanistan, Iran, Emirati Arabi, Qatar, Somalia, Sudan, Uganda e Yemen l’omosessualità è punita con la pena di morte, e nel resto dei paesi islamici è punita con pene che vanno dai tre anni fino all’ergastolo.
Questo va ricordato alle femministe che tacciono davanti alla polizia morale che picchia le donne perché una ciocca di capelli spunta dal velo. Cosa succede? La vostra solidarietà finisce dove inizia la paura di sembrare politicamente scorrette?
Voi siete realmente per la difesa di questi principi e valori? Sapete cosa state facendo coi vostri festini dell’accoglienza, con tanto di arcobaleni?
La nostra convivenza si basa da sempre sulla separazione tra Stato e Chiesa, un traguardo che ci è costato secoli di lotte. Accettare la Sharia, anche solo in piccole deroghe comunitarie, non è inclusione. È un salto all’indietro di cinquecento anni che svende la nostra libertà in nome di un’integrazione che non esiste e mai esisterà.
Smettetela di confondere l’accoglienza con la resa culturale. I diritti non sono opinioni negoziabili al mercato del buonismo. Se non siete capaci di difendere i vostri stessi valori, almeno abbiate la decenza di non ostacolare chi lo fa.
Sono questi i valori che noi difendiamo, mentre voi, con il vostro silenzio e la vostra complicità, permettete che si facciano strada culture che sono l’esatto opposto di ciò che dite di voler proteggere.
Anche perché state dimenticando che questi principi e valori sono sanciti dalla nostra Costituzione, sia in Italia che in altri 80 paesi altrove, cari cervelli rubati alla tabellina del nove. (Fabio Frassi)
«La Costituzione italiana e' / come l'araba fenice: / che vi sia ciascun lo dice; / che sia applicata nessun lo sa»
EliminaAmico delle 14:31, l'assenza dei gruppi biblici nelle chiese cristiane vale (purtroppo) solo per Cattolici e Ortodossi: i protestanti tali gruppi li hanno.
RispondiEliminaPurtroppo la Chiesa Cattolica paga la diffidenza storica verso la diffusione diretta della Bibbia e la sua lettura privata (quando fu davvero abolito il divieto di lettura privata? Col Vaticano II o prima?).
Gruppi di preghiera cattolici ce ne sono sempre stati, alcuni oggi seguono anche la Liturgia delle Ore, ma gruppi di studio biblico cattolici non credo ce ne siano a tutt'oggi. Spero che qualcuno qui mi smentisca.
Ci sono da anni studi biblici in diocesi, zone pastorali e parrocchie del nord Italia e questo si da quando facevo l'università, io ne ho frequentati negli anni 90. Mauro
EliminaAd esempio Centro Studi Biblici di Sacile (PN): È una delle realtà più attive della regione. Offre uno studio dei testi biblici strutturato su due livelli (uno di accostamento semplice e uno di approfondimento esegetico), oltre a laboratori di lingue antiche (greco biblico ed ebraico), incontri culturali ed eventuali viaggi di studio in Terra Santa. È solo uno dei mille esempi.
EliminaMauro
Al di là della (sacrosanta) arrabbiatura, rimangono due gravissime questioni che non.possono esser liquidate con slogan e contumelie, bensì con studio e riflessione.
RispondiElimina1) perchè il secolarismo (ma già anche la secolarizzazione) colpisce il cristianesimo assai più efficacemente dell' Islam ?
2) come spiegare l' alleanza tra il post-marxismo e le comunità islamiche ? basta il comune intetesse ? io penso di no, anche se tatticamente esso ha un senso. Nel primo commento politicus parla di odio marxista per nazioni, cristianesimo e civiltà occidentale; se il primo punto è certamente vero, e il secondo parzialmente (non parlerei di odio ma di disinteresse: Marx pensava che il cristianesimo sarebbe stato 'estinto" già dalla borghesia, prima della rivoluzione proletaria), il terzo è per lo meno paradossale, perchè lo storicismo, hegeliano, positivista o marxista si auto-pensa come "vertice" della civiltà occidentale. Mi ripeto, il fatto va studiato.