La Pastorale Migranti dovrebbe essere prima di tutto un luogo dove chi arriva incontri una testimonianza viva della fede cristiana.
Qual è oggi, realmente, la missione della Chiesa?
Ieri mi è capitato di vedere che la Pastorale Migranti aveva partecipato a un evento organizzato in occasione della “Giornata contro l’islamofobia”. Guardando quella notizia mi è nata spontaneamente una domanda. Non una polemica, ma una domanda sincera, di quelle che nascono quando si osservano certe cose e si cerca di capire quale direzione stiamo prendendo.
Qual è oggi, realmente, la missione della Chiesa?
La Chiesa non è nata per inserirsi nel linguaggio politico o culturale del momento. Non è nata per rincorrere le categorie con cui il mondo interpreta i problemi della società. La Chiesa esiste per una ragione molto più semplice e molto più grande: annunciare Gesù Cristo e condurre ogni uomo all’incontro con Lui. Tutto ciò che la Chiesa fa, anche l’accoglienza dei migranti, l’impegno sociale e il dialogo tra comunità diverse, trova senso solo se rimane ancorato a questa missione.
A questo proposito mi torna alla mente un’esperienza personale con questa stessa Pastorale Migranti, un’esperienza che avevo già condiviso tempo fa ma che oggi sento il bisogno di richiamare, perché in questo contesto diventa particolarmente significativa.
Qualche tempo fa, durante il periodo di Natale, avevo deciso di offrire un po’ del mio tempo come volontaria nella Pastorale Migranti. Pensavo di trovare un luogo dove la carità della Chiesa e la testimonianza della fede camminassero insieme in modo naturale. Durante uno degli incontri con i volontari ci fu spiegato che la grande maggioranza delle persone aiutate, circa il novantotto per cento, erano musulmane.
Ma non è stato questo a farmi riflettere.
Quello che mi è rimasto dentro è stato un momento molto semplice. Alla fine di una riunione tra volontari, proprio nel tempo di Natale, ci siamo salutati con un cordiale “buone feste”. Una formula ormai comune, certo. Eppure mi ha colpito che proprio in un contesto ecclesiale, nel cuore del Natale, il riferimento a Cristo sembrasse quasi scomparire, come se anche dentro le strutture della Chiesa si avvertisse una certa esitazione nel nominare ciò che stiamo celebrando.
Ed è lì che mi sono fermata a pensare: che cosa sta accadendo alle nostre istituzioni ecclesiali?
La Chiesa ha sempre insegnato il rispetto verso ogni persona e ha sempre difeso la dignità di tutti, indipendentemente dalla loro fede o dalla loro origine. Questo appartiene al cuore del Vangelo. Ma il rispetto non significa mettere tra parentesi la propria identità, né trasformare la missione della Chiesa in qualcosa che assomigli semplicemente a un servizio sociale.
La Pastorale Migranti dovrebbe essere prima di tutto un luogo dove chi arriva può incontrare qualcosa che il mondo non offre: una testimonianza viva della fede cristiana. I migranti non hanno bisogno soltanto di assistenza o di integrazione sociale. Hanno anche bisogno di incontrare una Chiesa che non abbia paura di dire chi è, in chi crede e quale speranza porta.
Il dialogo autentico non nasce quando si mette tra parentesi la propria identità. Nasce quando quella identità è chiara, vissuta con serenità e proposta senza paura. Una Chiesa che, nel tentativo di essere accogliente, smette lentamente di parlare di Cristo rischia di diventare semplicemente un’istituzione sociale tra le tante.
Proprio qui emerge qualcosa che non riesco a ignorare.
Il mondo non ha bisogno di una Chiesa che ripeta semplicemente il linguaggio delle istituzioni civili o delle amministrazioni pubbliche. Per questo esistono già tante strutture, tanti uffici, tante organizzazioni. La Chiesa esiste per qualcosa di diverso. Esiste per ricordare all’uomo ciò che il mondo tende continuamente a dimenticare: che l’uomo non vive soltanto di convivenza sociale, ma di verità, di senso e di Dio. Quando questo orizzonte si offusca, la Chiesa rischia di parlare molto… ma di dire sempre meno ciò che solo lei può dire.
Per questo diventa necessario fermarsi un momento e guardare con lucidità ciò che sta accadendo. Non per spirito di polemica, ma per amore della Chiesa. Quando anche nelle sue strutture iniziamo ad adottare lo stesso linguaggio del mondo, le stesse priorità e le stesse categorie con cui la società interpreta la realtà, qualcosa inevitabilmente si sposta.
La Chiesa non è nata per essere una voce tra le tante nel discorso pubblico. È nata per ricordare al mondo ciò che il mondo da solo non riesce più a ricordare. Quando questo orizzonte si offusca, il rischio non è semplicemente quello di cambiare linguaggio. Il rischio è di smarrire lentamente il centro stesso della nostra missione.
Zarish Imelda Neno

1 commento:
Leone XIV sta cercando di riconfezionare e reintrodurre il Vaticano II, poiché ha paura che "la sua profezia stia svanendo". Nelle sue nuove catechesi, le sue idee evolutive e storiche riciclano gli errori del Dei Verbum del Vaticano II, scontrandosi e offendendo i concetti cattolici di Rivelazione, Scrittura, esegesi e dogmi. Questi errori sono stati condannati da tre papi e da un Consiglio. Analisi completa di Atila Guimar ães:
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