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giovedì 22 gennaio 2026

I pretacci, i carismatici, i neocatecumenali, e quel Ratzinger che pur rendendosi conto...

Contraddizioni che vengono da lontano [qui - quiqui].
[Ratzinger, allora Prefetto della Dottrina per la Fede] definì «drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica», che riannodasse «la comunione nella Fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia», ed aiutasse a penetrar più profondamente nel «mistero di Cristo vivente». A fronte di tali premesse, non fa meraviglia né il suo parlare di «comparse quasi teatrali», né il suo accorato lamento perché l'essenziale della preghiera liturgica era stato «degradato in un generico agire [...] misconosciuto il vero teodramma della liturgia [...] ridotto a parodia».

Fu d'una fermezza d'altri tempi nei confronti di considerava effetto del Concilio la sfrenatezza libertaria che convertiva la Chiesa in un laboratorio di proposte ed iniziative, spesso strampalate, capaci soltanto di romper i ponti con la realtà ecclesiale del passato e di metter tutto sotto giudizio. E tutto condannar a morte, anche e perfino la professione di Fede, tanto radicale e dissennata era l'orda dei novatori.

In un'intervista del 9 novembre 1984 rilasciata a «L'Osservatore Romano» - organo che, pur non essendo espressione ufficiale della Santa Sede, conferisce agli articoli ed interviste ospitati almeno una patina d'ufficialità - ripeté per l'ennesima volta quanto finora aveva detto ed avrebbe continuato a dir anche in seguito; val la pena riascoltarlo: «I risultati del Concilio sembrano crudelmente opporsi alle attese di tutti [...] Ci si aspettava una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro ad un dissenso che è apparso [sic] passare dall'auto-critica all'auto-distruzione [,,,] Ci si aspettava un balzo in avanti e ci siamo invece trovati di fronte a un processo progressivo [sic] di decadenza, che si è sviluppato proprio sotto il segno d'un richiamo al Concilio e ha contribuito a screditarlo [...] Il bilancio sembra dunque negativo [...] È incontestabile che questo periodo è stato decisamente sfavorevole per la Chiesa cattolica. Io credo che il Concilio non possa in realtà essere tenuto responsabile di evoluzioni ed involuzioni che al contrario contraddicono sia lo spirito che la lettera dei suoi documenti. È mia impressione che i guasti [sic] cui è andata incontro la Chiesa in questi vent'anni siano dovuti più che al Concilio vero, allo scatenarsi al suo interno di forze latenti aggressive, polemiche, centrifughe».

Peccato che un personaggio come questo, capace - pur nel limite d'una posizione pregiudizialmente favorevole al Vaticano II - d'individuare le responsabilità enormi del postconcilio, abbia solo accennato ad un'autocritica di fatto mancata; una delle tante possibilità operative a sua disposizione per il «discorso da fare» avrebbe potuto avviarla e, con essa, predisporre l'opportuno antidoto.

I suoi ripetuti interventi sugli sconquassi postconciliari partivano dall'aderenza ai fatti. Nel mio scritto sul discorso da fare segnalai l'esempio d'un giornalista indubbiamente bravo, il quale, non teologo e privo perciò di tutt'i parametri del giudizio teologico, aveva portato sugli spalti i pretacci - era questo il titolo d'una sua pubblicazione - ovvero quei preti che la Chiesa dell'apparato e della legge o ignorava o metteva ai margini o condannava, ma che, per quel giornalista, eran i veri eroi di stampo evangelico. Preti da marciapiede, come li chiamò, che non esitavano ad abbandonare la sacralità nella quale il presbiterato li aveva consacrati e costituiti, per comunicare senza riserve con la gente in ogni luogo e circostanza, azzerando ogni distanza e differenza, arrancando sulla stessa strada di tutt'i diseredati e miserabili di questa terra, smettendo i segni dell'appartenenza clericale e sacrale, partecipando a tutt'i moti di rivendicazione sociale, insieme con gli ultimi degli ultimi, anche infangandosi con il loro stesso fango. Conobbi a suo tempo la vicenda del ben noto «ribelle dell'Isolotto» dalla bocca del suo Arcivescovo e so quanto poco evangelo fosse a base della sua ribellione. Ne I pretacci son additate al pubblico encomio le gesta d'altri ribelli, il cui linguaggio, se esattamente riferito, rivela o la perdita della Fede o la mancata coerenza con i suoi dettami e le sue esigenze, specie trattandosi di coloro che della Fede son i maestri ed i testimoni ufficiali. E ci son gesta d'altri pretacci, che non affidano ad un giornalista di grido la diffusione delle loro aberrazioni: le fanno e basta. So d'un parroco che organizza la festa della prima comunione in un'aia con tanto di tavola imbandita, fiaschi di vino e pezzi di pane, «erbe amare» e... tanta allegria. Della Messa neanche l'ombra: dev'esser una festa di ragazzi, non un rito sacro. Può darsi che quel parroco faccia tutto in buona fede. ma che «le stelle stian a guardare» e che nessuno lo richiami alla realtà sacramentale del Corpo Sangue Anima e Divinità di Nostro Signor Gesù Cristo, e nessuno lo ponga dinanzi alla sua funzione ministeriale d'educatore alla Fede e formatore d'autentici testimoni di essa, dice davvero in quale baratro il postconcilio ha fatto precipitare l'esercizio del ministero sacerdotale e la consapevolezza della sua grazia e delle sue responsabilità.

Il pensiero mi corre ad aberrazioni molto più gravi, in parte rilevate direttamente dal sottoscritto in un momento in cui ebbe la responsabilità di far luce al riguardo. Alludo ai gruppi allora chiamati «neopentecostali» e detti successivamente «rinnovamento nello Spirito», per evitare collusioni con gli omonimi protestanti. Partecipai a varie riunioni e veglie di preghiere, al cosiddetto «parlar e pregar in lingue» e ad un congresso internazionale sui Castelli Romani. Quando non ne potei proprio più perché la misura era colma, feci una particolareggiata relazione a chi di dovere e rinunciai all'incarico. Oggi in quasi tutte le diocesi, alle aberrazioni del detto «rinnovamento» si assicura lo spazio necessario e la benedizione vescovile in nome della libertà che il Concilio ha fatto finalmente trionfare. La mess'in scena del «pregare» o «parlar in lingue» è sintomatica: un brusìo inizialmente appena percepibile, ma progressivo fino all'esplosione di urlati «Gloria, alleluia», per poi ritornare all'iniziale ma progressivo brusìo, tutto ciò accompagnandolo con contorcimenti ed ondeggiamenti vari del corpo, la preghiera essendo non un prodotto dell'intelletto ma una partecipazione complessiva della persona umana, dei suoi sensi interni ed esterni. E taccio sul «battesimo nello Spirito», sulla strana ed irriconoscibile celebrazione eucaristica aperta a tutte le singolarità del «Rinnovamento», la più inqualificabile delle quali è - questo, almeno nelle circostanze da me direttamente vissute - la consacrazione del pane e del vino da parte d'ogni presente. Come il postconcilio abbia potuto legare alla liberalizzazione del Concilio aberrazioni siffatte è tutto da dimostrare.

E ci son aberrazioni indubbiamente più gravi. Quelle dei cosiddetti «neocatecumenali».

Non so se risponde a piena verità ciò ch'essi vanno dicendo al colto e all'inclita, d'avere cioè ottenuto la piena approvazione da parte della Sede Apostolica. Ciò che è a mia conoscenza - e la fonte è sempre «L'Osservatore Romano» - è che, almeno fin a qualche tempo fa, quel movimento fosse «sub judice». Se poi l'approvazione ci fosse stata davvero, la gravità sarebbe chiaramente maggiore, perché determinerebbe una situazione di «chiese parallele». Nel 2002 l'allora cardinal Ratzinger dichiarò che gli statuti dei neopentecostali, «il direttorio catechetico e tutta la prassi catechetica e liturgica del Cammino» eran «al vaglio dei competenti dicasteri». Neanche due mesi dopo - da settembre a novembre dello stesso anno 2002 - nella Chiesa «Caput et Mater omnium Ecclesiarum», vale a dire in San Giovanni in Laterano si procedette all'ordinazione di dieci diaconi neocatecumenali. Era la dimostrazione fattiva e visiva delle due «chiese parallele».

Non m'interessano le vicende personali di Kiko e di Carmen, anche se l'impressione è che non siano molto edificanti. A me interessa soltanto la fedeltà alla dottrina della Chiesa, quale ci vien riproposta nella sua secolare identità dalla sacra Tradizione. Non ho la possibilità d'una diretta verifica di essa nei testi ufficiali del Cammino Neocatecumenale, dal momento che tali testi subiscono una sorta di «secretazione». Qualcuno, però, li ebbe fra le mani e, citandoli alla lettera, li portò a conoscenza di tutti. Nessun dubbio che da quelle citazioni emerga l'evidenza dell'eresia. Specificarla sarebbe un'impresa improba: è eresia su tutta la linea. In particolare la si rileva in ordine al mistero eucaristico. Ora l'eresia è un «bubbone che va reciso», come scrisse Karl Barth a proposito della mariologia cattolica; un vescovo, al quale proprio questo avevo osservato, mi rispose: «Però pregano molto e quindi lasciamoli in pace». Avete letto bene: un vescovo, pregano molto, lasciamoli in pace. Si vede che per i vescovi del postconcilio una preghiera - magari quella in lingue - val bene un'eresia! La situazione caotica determinata dal nuovo associazionismo cattolico, di cui il Cammino Neocatecumenale è una delle espressioni più emblematiche, dovrebb'esser non lasciata a se stessa ed ancor meno approvata o tollerata «pro bono pacis», specie se fosse priva della dovuta chiarezza dogmatica e morale. Non si può, per esempio, né ammettere né tollerare un movimento che, per principio, riduca al minimo la presenza presbiterale nella sua attività catechetica e liturgica. D'altra parte sarebbe molto facile metter in risalto l'ecclesialità d'ogni movimento sedicente cattolico, commisurandola con il contenuto teologico e giuridico di codesto stesso aggettivo: cattolico è non ciò che spunta per generazione spontanea all'interno della Chiesa, ma ciò cui dà vita, o ne prende in mano le redini, la gerarchia ecclesiastica.


(citato da: Brunero Gherardini, Concilio Vaticano II: il discorso mancato, ediz. Lindau, Torino, 2011, pp.67-72)

Nostre note a margine:
- a portare alla luce i testi delle "catechesi" segrete neocatecumenali fu padre Enrico Zoffoli, passionista, a metà degli anni '90
- il libro sui "pretacci" fu pubblicato da C. Cannavò nel 2008
- il ribelle dell'Isolotto era don Mazzi
- dopo quell'intervista del 1984, Ratzinger fu intervistato più estesamente da Vittorio Messori, con la pubblicazione nel 1985 del libro Rapporto sulla fede
- e senza dimenticare
[sic] le sfumanti sfumature di Benedetto XVI.

1 commento:

  1. Ho fatto parte in passato del rinnovamento iniziato da noi da un Sacerdote per cui col crisma della bontà. Posso testimoniare che i Sacerdoti non devono dirigere, possono solo partecipare ( dopo il primo don Foglio se ben ricordo il nome). Cioè all' inizio il Sacerdote dirigente nazionale è servito, come sono serviti i vari prelati della Gerarchia al congresso nazionale a sdoganare... abbastanza velocemente sia dal punto del popolo sia dal punto approvazione vaticana. Abbandonai poi per aver sperimentato poca carità cristiana, e scelte non ortodosse,( capi conviventi persino), ricordo molta sceneggiatura,danze di fanciulle nella liturgia, ed una mancanza di maturazione o crescita, per cui ciò che attrae inizialmente ripetuto a iosa stanca: è uno schema ripetuto uguale anzi andato peggiorando, con "mistagogie" in abbondanza,forma che si sostituisce alla sostanza carente.Tuttavia devo evidenziare che esiste -va un tempo "un' anima" profetica sincera che è stata emarginata. Evidenzio pure un' assenza nelle parrocchie di proposte alternative. Tra l' altro assistetti ad un incontro azione cattolica e devo dire di aver visto una baldoria persino maggiore. Segno che anche loro sono andati alla deriva.

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