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lunedì 9 febbraio 2026

Volti e algoritmi: Leone XIV e il compito del giornalismo

Da non sottovalutare; ma da prendere in considerazione e approfondire riflettendo e confrontandosi. Una Nuova Sfida Editoriale, ma non solo... Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.

Volti e algoritmi: Leone XIV e il compito del giornalismo

Non sappiamo più chi decide che cosa vedremo domani sul nostro schermo. Non è un mistero di Stato, è un vuoto: il vuoto di un potere senza volto e senza firma, che orienta ciò che sappiamo del mondo attraverso calcoli opachi. Nel messaggio per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Leone XIV osa nominare questo vuoto: una “manciata di aziende” in posizione oligopolistica, capace di “riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto”. Non è linguaggio devozionale, è diagnosi politica. E, insieme, è un invito a non confondere la corsa dell’innovazione con il cammino del progresso umano.

L’algoritmo e il volto
Il Papa sceglie una porta d’ingresso precisa: “custodire voci e volti umani”. Non parla di flussi di dati, ma di ciò che ci rende riconoscibili l’uno all’altro: il volto che si espone, la voce che chiama e risponde. Nella tradizione biblica, il volto è il luogo della relazione – il volto di Dio che non si può possedere, il volto dell’altro che, direbbe Levinas, mi comanda “non uccidere” prima ancora di qualunque legge scritta. In questa luce, l’IA che simula volti, voci, emozioni e perfino relazioni non è mai solo una questione di efficienza tecnologica: è un intervento sulla soglia sacra dove l’io incontra il tu. Leone XIV insiste: “la sfida non è anzitutto tecnologica, ma antropologica”. Ridurre la persona a nodo di algoritmi biochimici e pattern predittivi significa sottrarle quell’eccedenza di senso che la fede chiama immagine di Dio e la filosofia moderna difende come dignità. La teologia del volto si scontra con la logica della “realtà parallela” prodotta da sistemi generativi che, come riconoscono gli stessi ricercatori, offrono solo “approssimazioni alla verità” e non di rado “allucinazioni”. La questione non è se la macchina “pensa”, ma se noi, affascinati dalla sua fluidità, smettiamo di pensare con la nostra testa.

Il potere invisibile delle piattaforme
Per decenni, le piattaforme digitali sono state raccontate come spazi neutri: “noi offriamo strumenti, ciò che ci fate dipende da voi”. Nel messaggio papale questo racconto si capovolge. Nessuno strumento è innocente; chi progetta un algoritmo compie scelte normative, decide che cosa è visibile e che cosa scompare, che cosa è premiato e che cosa è penalizzato. Nelle architetture dei feed si annida un potere editoriale senza editore dichiarato.
Leone XIV non si ferma al lessico della “responsabilità sociale d’impresa”: parla di “architetti nascosti dei nostri stati emotivi” e di pochi soggetti privati che, attraverso sistemi di raccomandazione, “orientano sottilmente i comportamenti collettivi”. Studi recenti sui social media mostrano che gli algoritmi privilegiano contenuti emotivamente caricati, moralmente indignati, polarizzanti, perché generano più interazioni e dunque più valore economico. Cass Sunstein lo ha chiamato “group polarization”: gruppi che si alimentano quasi solo di conferme reciproche tendono a radicalizzarsi, soprattutto quando un’infrastruttura invisibile seleziona ciò che possono vedere.
Hannah Arendt, in una pagina oggi profetica, avvertiva che “la libertà d’opinione è una beffa crudele se l’informazione di fatto non è garantita o è distorta”. Qui la minaccia non è tanto la menzogna isolata, quanto un intero ambiente cognitivo in cui ogni persona abita una realtà personalizzata, disseminata di mezze verità e verosimiglianze statistiche. Senza un minimo di mondo comune, di fatti condivisi, la politica si spegne e resta solo la competizione di narrazioni calibrate da macchine.

Chatbot, intimità e psiche collettiva
Il potere degli algoritmi non si esercita solo sui flussi informativi, ma sull’intimità. Il Papa dedica una attenzione particolare ai chatbot “eccessivamente affettuosi”: interfacce conversazionali che ascoltano sempre, incoraggiano, consolano, simulano una relazione senza mai farsi veramente vulnerabili. La psicologia sociale ci dice che, in condizioni di solitudine e ansia, queste presenze digitali possono diventare sostituti di legami reali, fino a rimodellare l’immagine che ciascuno ha di sé e degli altri.

Leone XIV teme la nascita di un “mondo di specchi” dove siamo circondati da versioni artificiali di noi stessi e delle nostre preferenze, continuamente restituite e confermate. È l’esatto contrario di ciò che la tradizione cristiana e umanistica intende per relazione: non un rispecchiamento, ma un’uscita da sé verso un altro davvero altro. Se il volto e la voce dell’altro vengono sostituiti da interfacce adattive, addestrate a dire ciò che vogliamo sentire, si indebolisce quella frizione benefica che ci costringe a cambiare.

Giornalismo: argine fragile, ma necessario
È qui che entra in scena il giornalismo. Leone XIV è netto: le imprese della comunicazione “non possono permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali”. La scelta, per il mondo dell’informazione, è se diventare semplice protesi dei sistemi di raccomandazione o presidio critico del bene pubblico della verità di fatto.
Argine, il giornalismo lo è quando torna a fare ciò che nessun algoritmo può sostituire:
  • ⁠stare nei luoghi, con i corpi, ascoltare volti e voci non filtrati da interfacce;
  • ⁠verificare, distinguere tra vero, verosimile e falso, dando conto dei dubbi, non solo delle certezze;
  • ⁠rappresentare i conflitti senza trasformarli in “guerre civili” permanenti nei titoli e nei frame.
Complice, lo diventa quando accetta di inseguire le logiche della viralità: titoli costruiti per indignare, video tagliati per scatenare reazioni, selezione delle notizie modellata no n sull’importanza ma sulla resa algoritmica. Gli studi sui “filter bubbles” mostrano che anche le scelte editoriali possono aggravare la polarizzazione, quando rinunciano alla complessità in favore della semplificazione binaria.

Strategie di resistenza nell’ecosistema digitale
Essere argine, però, non è solo una questione di etica personale del cronista. È anche una questione di architettura. Alcune redazioni stanno sperimentando sistemi propri di raccomandazione che bilanciano personalizzazione e diversità, introducendo nel feed del lettore contenuti che ampliano, anziché restringere, l’orizzonte. Altre rendono trasparenti le logiche di selezione: mostrano perché un articolo appare, quali criteri pesano, come si può “uscire dalla bolla”.
È un giacimento poco esplorato: progettare algoritmi “di bridging”, che premino i contenuti capaci di favorire discussioni tra gruppi diversi, invece di massimizzare soltanto la durata dell’attenzione. E, soprattutto, investire in alfabetizzazione: spiegare come funzionano i feed, quali bias cognitivi entrano in gioco, come ciascuno può diversificare le proprie fonti, riconoscere le manipolazioni, “disinnescare” la propria indignazione quando è strumentalizzata. In questo lavoro, il giornalismo non è solo fornitore di notizie, ma servizio civico: una “diaconia della verità”, per usare un lessico teologico, che ha il compito di difendere la qualità dello spazio pubblico in cui la comunità discerne il bene comune.

Chi custodirà i custodi?
Resta la domanda che attraversa il messaggio papale come un basso continuo: chi custodirà i custodi? Chi vigilerà su quella manciata di aziende che, grazie a infrastrutture globali e a un accumulo senza precedenti di dati personali, può riscrivere la storia, orientare emozioni, ridefinire ciò che appare possibile o impossibile?
La risposta non è una sola. Da un lato, occorrono istituzioni politiche capaci di misurarsi con la scala del potere digitale: norme sulla trasparenza algoritmica, sulla tutela dei dati, sulla responsabilità per i danni causati da sistemi di IA, sulla concorrenza in mercati dominati da pochi attori. Dall’altro, serve una cittadinanza digitale matura, che non si accontenti di essere utente, ma pretenda di essere soggetto: lettori che chiedono conto, comunità che sostengono un’informazione di qualità, educatori che formano al pensiero critico. Leone XIV propone tre parole-chiave: responsabilità, cooperazione, alfabetizzazione.
- Responsabilità, per chi progetta e governa le tecnologie;
- cooperazione, perché nessun settore – né la Chiesa, né la politica, né il mercato – può da solo reggere l’urto di un cambio d’epoca;
- alfabetizzazione, perché senza strumenti per capire come funzionano gli algoritmi, siamo tutti analfabeti in una nuova lingua di potere.
Alla fine, custodire volti e voci umane significa difendere la possibilità stessa di una società libera e informata. Non perché rinunci alla tecnologia, ma perché sceglie di abitarla da soggetto e non da oggetto. Il giornalismo, se accetta la sua vocazione di argine, può ancora essere il luogo in cui questo passaggio si rende visibile: uno spazio in cui la rapidità degli algoritmi non cancella il tempo lungo della memoria, della responsabilità, della parola data.
Gianni Lattanzio
Direttore di - Meridianoitalia.tv

10 commenti:

  1. Articolo interessante.

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  2. Non capisco si butta sulla IA e non sulla Dottrina, che ben spiegata e compresa eosservata

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  3. Segue:
    ed osservata relativizza e pone al loro posto tecnologia ed alta tecnologia.
    Purtroppo avendo smesso di conoscere ed approfondire il Cattolicesimo, vuoi o non vuoi, crediamo che esso sia solo un vecchio centrino della nonna. Ma si potrà rivitalizzare solo dall'impegno di ognuno e dall'esempio reciproco. Solo da questi fatti autentici si capirà che la verità vissuta è di molto superiore alla tecnologia ed all'alta tecnologia. Ma questo per il momento non lo sa neanche RFP.

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  4. L'attenzione verso la tecnologia e l'alta tecnologia e altri argomenti simili è uno degli aspetti dell'Americanismo. Riporto il seguente passaggio di un articolo del Rev. don Curzio Nitoglia, reperibile - insieme a tanti altri eccellenti articoli - sul suo sito:

    "Il tema dell’infiltrazione dell’Americanismo nell’ambiente ecclesiale cattolico/romano a opera della Cia e degli Usa dovrebbe essere studiato attentamente poiché si sta espandendo a macchia d’olio non solo in Vaticano (v. Trump/Burke/Bannon/Prévost) ma anche in ambiente tradizionale."

    Rev. don Curzio Nitoglia, La Golden Dawn e Julius Evola

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    1. ...questa infiltrazione avviene in modo massiccio attraverso i mezzi di comunicazione di massa, che tutti dovrebbero usare con grande parsimonia, oculatezza e massimo rigore.

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    2. Io mi preoccuperei anche dell'infiltrazione del marxismo nell'ambiente ecclesiale cattolico, in stile teologia della liberazione e dell'influenza del modello cinese.

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  5. Articolo del prof. Trabucco contro le consacrazioni episcopali annunciate dalla fsspx, sulla NBQ. L'articolo nega che esista uno stato di necessità tale da permettere una simile evenienza. L'articolo è pessimo: completamente astratto, disquisisce inanellando concetti che vanno bene per i manuali ma che non hanno attinenza con la situazione attuale della Chiesa.
    Un sermone di mons. Bernard Fellay, riportato da LSNews, ci riporta invece con i piedi in terra: la Chiesa attuale, ha detto giustamente, non trasmette più la fede, non ha più spirito missionario, diffonde la (falsa) dottrina della salvezza universale, proclama che tutte le religioni sono gradite a Dio, etc.
    La realtà concreta dell'apostasia della presente Gerarchia ufficiale per il prof. Trabucco non sembra esistere. Egli non entra mai nel merito della questione.
    Ma la questione è soprattutto di merito non di forma: se non esiste uno stato di necessità molto serio e grave quando la Gerarchia cattolica ufficiale professa di fatto un'altra religione e non trasmette più la fede, quando esiste allora una stato di necessità, peraltro ammesso dal Codice di diritto canonico?
    Faccio notare che per il cardinale Billot SI, uno dei più fini teologi del Novecento, quando la prredicazione cambia il senso tramandato delle parole sempre usate, ciò rappresenta un segno praticamente infallibile di eresia. Ebbene, quando oggi, da anni, parlano di "nuova evangelizzazione", cosa intendono? Che la predicazione (il "kerygma" per i teologi fichetti) non deve più convertire a Cristo per la salvezza dell'anima (come sempre ritenuto), deve essere invece "testimonianza" del fatto che Cristo si sarebbe ontologicamente unito ad ogni uomo già con l'Incarnazione. Testimonianza quiindi del fatto che tutti sarebbero già stati salvati da simile "unione". Marchio di fabbrica: GP II, Ratzinger poi Benedetto XVI, ecumenismo sincretistico conciliare...
    Bisognerebbe ristudiare l'ipotesi del "papa eretico", per darle consistenza.

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    1. Che quel professore fosse un campione del conservatorismo americanista lo avevo ben compreso dagli articoli pubblicati quassù, abbastanza da non sentire il bisogno di terminarne la lettura.

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  6. È vero e sacrosanto che ognuno è unico, ma è altrettanto vero che l'ambiente e la formazione sono importantissimi. Fermo restando che alcuni si perdono pur in un ambiente ottimo ed altri si salvano malgrado un ambiente pessimo.

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  7. Prender sul serio la Golden Dawn (nella quale c'erano il poeta Yeats e il noto ciarlatano Alistair Crowley) non è serio, suvvia. Vedi commento qui sopra. Si racconta che una mattina presto a Londra, i poliziotti che prrendevano servizio all'alba nelle strade ancora semideserte, un giorno videro sbaloditi un uomo vestito in modo strano che fuggiva inseguito da un altro vestito pure in modo strano, che lo stava prendendo a calci: il fuggitivo era Crowley che scappava inseguito a pedate da Yeats, il poeta, più grosso di lui. La diatriba era cominciata durante una riunione notturna della Golden Dawn ed era proseguita all'esterno. Nella Golden Dawn c'erano anche donne emancipate, per l'epoca.
    Come "politologo" don Curzio va preso con estrema cautela.

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