Tra i dettagli più suggestivi delle consacrazioni episcopali di ieri a Écône non figuravano né i sontuosi paramenti, né la coreografia del rito, né tantomeno la familiare serenità alpina del luogo. Erano le fasce per il capo. Bianche, austere, annodate con una fermezza quasi monastica sulla fronte dei nuovi vescovi, conferivano all'intera scena un'inaspettata risonanza culturale.
Per ragioni che non so spiegare del tutto, quella vista mi ha subito fatto venire in mente l'hachimaki giapponese : la semplice fascia bianca indossata dagli studenti prima degli esami, dagli artigiani al banco di lavoro e, nell'immaginario popolare, dai samurai che si preparano alla battaglia. L'hachimaki simboleggia la massima concentrazione: una silenziosa dichiarazione di essere pronti ad affrontare un momento che richiede tutte le proprie forze. È meno una spacconata di guerra che un gesto di risolutezza interiore.
Il paragone può sembrare bizzarro a prima vista. Eppure, più ci si riflette, meno improbabile appare. La parola samurai in origine non significava "guerriero" nel senso più ampio del termine, ma deriva dal verbo saburau, che significa "servire", "occuparsi". Un samurai è, in sostanza, colui che si schiera dalla parte di qualcosa – o di qualcuno – con incrollabile lealtà.
C'è qualcosa di silenziosamente samurai nel modo in cui Écône affronta la sua missione: una continuità disciplinata, una calma perseveranza, una serietà senza imbarazzo riguardo alle cose che le stanno a cuore. Le fasce per capelli sembravano quasi esprimere quello stesso spirito di determinazione collettiva: prontezza senza ostentazione, risolutezza senza teatralità.
Qualunque sia l'opinione che si ha sulla teologia della Fraternità, resta innegabile la dignità che permea tale fermezza. I samurai di Écône non sono guerrieri. Eppure incarnano una forma di coraggio più rara: il coraggio di rimanere semplicemente se stessi.

Condivido codesto articolo ab imo pectore.
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