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venerdì 4 settembre 2026

Il caso AGESCI: “identità di genere e orientamento sessuale affettivo

Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.
Il caso AGESCI: “identità di genere e orientamento sessuale affettivo”

L’AGESCI lo scorso maggio ha ratificato un documento forte e non privo di ambiguità, dal titolo “Identità di genere e orientamento sessuale affettivo”. (qui)
La recezione dei media è stata abbastanza attenta e compiacente, anche in ambiente cattolico (qui). Il fatto merita un commento esteso.

Anzitutto, di chi stiamo parlando? L’AGESCI nasce nel 1974, dalla fusione di precedenti associazioni scoutistiche cattoliche, l’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI), che conta 182.000 soci, è un’associazione giovanile educativa che si propone di contribuire, nel tempo libero e nelle attività extra-scolastiche, alla formazione della persona secondo i principi ed il metodo dello scautismo, adattato ai ragazzi e alle ragazze nella realtà sociale italiana di oggi (fonte).

I suoi rapporti con la Chiesa e con lo Stato sono così definiti:

Riconosciuta dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e iscritta come Rete Associativa al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, sezione “Associazioni di Promozione Sociale”, fa parte del Forum Terzo Settore, di Libera ed è riconosciuta dal Dipartimento di Protezione Civile.

Una netta vocazione alla questione di genere, in senso lato, è da sempre considerata rilevante per l’impostazione antropologica e pedagogica dell’Associazione, infatti essa

dalla sua fondazione ha fatto la scelta della diarchia, ossia della compresenza di un uomo e di una donna, oltre che nelle comunità educative, ad ogni livello di responsabilità associativa.

Non stupisce dunque che si sia arrivati ad affrontare il tema delle guide “LGBT”.

Non trovo nulla da riprovare alla scelta educativa diarchica AGESCI, di seguito farò invece alcuni rilievi critici al documento che tratta il tema LGBT (e per comodità mi limito a questa sigla): esso è oggettivamente grave, specialmente nella misura in cui si presenti come un documento normativo e non come una narrazione estemporanea. <(div>
Un testo compromesso alla base
Avviamo la lettura commentata del documento “Identità di genere e orientamento sessuale affettivo”.§§ L’esergo del testo sintetizza posture e prospettive della ‘svolta’, permettendoci di identificare rapidamente l’area di posizionamento:
“Il lungo percorso di ascolto, riflessione e confronto associativo avviato nel 2022, è confluito nel presente documento […]. Sguardo, ascolto, presenza, sono la postura fondamentale che contraddistingue il nostro approccio”.
Ascolto, riflessione, confronto, sguardo, presenza: termini di area progressista, nonché di chiara matrice sinodale e franceschiana, purtroppo privi di un loro significato univoco e teologicamente preciso – per non dire poi delle contestazioni autorevoli che continuano a sollevare -, insomma non un incipit dei più sicuri per una dichiarazione che vuole avviare processi di rinnovamento radicale.

Di fatto l’approccio da subito cade nella retorica. Le tesi sono chiare, forse, solo ai loro estensori. Per giudicarle oggettivamente servono riferimenti contestuali ulteriori, che peraltro vengono presto forniti:
“Nella consapevolezza di essere in primis educatori cristiani al servizio della crescita delle ragazze e dei ragazzi e non teologi, abbiamo maturato il desiderio di dare ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza e di riconoscimento dei vissuti personali sapendo che in essi è all’opera il Signore”.
Purtroppo, lungi dall’essere una scusante, quella di essere educatori e non teologi è una aggravante. Posto il tema assolutamente delicato e posto il suo rilievo teologico (per esempio: sulle differenze di genere interviene in più momenti la Scrittura, da Genesi a San Paolo, sottraendo così il discorso alla pura sociologia e facendone una questione di antropologia e morale teologica), è necessario che gli educatori per il bene dei propri giovani chiedano consulto a periti competenti, o meglio allo stesso Magistero ecclesiale autentico.

Anche la conclusione del paragrafo è grave: cosa significa che nei vissuti personali è all’opera il Signore? Si fa professione di quietismo? Si dimentica l’antinomismo? La Rivelazione, la psicologia teologica e la sapienza spirituale da sempre ci ricordano che il cuore dell’uomo è un abisso capace di convertire il bene in male. In campo educativo ciò comporta prudenza e rigore, il rischio di introdurre Cavalli di Troia in nome di un malinteso senso di accoglienza è da denunciare.

Ma fin qui non abbiamo ancora iniziato a leggere il testo del documento, il quale si apre con alcune righe in cui sono messe a fuoco le coordinate della riflessione:
“Noi, capi e capo AGESCI, vogliamo dare voce alla fondamentale vocazione all’amore, quella chiamata originaria che ci costituisce creature figlie di un Dio incarnato e comunitario. Siamo consapevoli che questo cammino associativo è un’opera di giustizia, di visione profetica e di ecclesialità. Riconoscendo la piena dignità di ogni essere umano, con la propria storia, ricomponiamo la nostra comunità, donandole speranza e valorizzando l’unicità di ogni persona nella sua identità di genere e orientamento affettivo e sessuale”.
L’ambiguità iniziale è confermata: quelli che si sono dichiarati come non teologici si fanno scudo di argomenti dal vago sapore teologico, come la “vocazione all’amore”, e si appoggiano a concetti della tradizione morale cristiana, in primis la “piena dignità di ogni essere umano”. Subito dopo si apre alla “unicità di ogni persona nella sua identità di genere”, argomento sociologico post-moderno. Non manca il richiamo al ruolo profetico: ma qualsiasi profezia contro o senza la Chiesa ha il nome di eresia.

Terminate le premesse, ci si avvia al primo paragrafo: “Il senso del percorso”. In esso si chiarisce la svolta in questione:
“Nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento che le Comunità capi sono chiamate ad esercitare quando una persona adulta chiede di entrare in Associazione per svolgere un ruolo educativo”.
E ciò si accompagna ad un principio fondamentale: “diventa imprescindibile promuovere percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omolesbobitransfobici”.

Il ricorso al vocabolario queer dice di una confusione molto grave in campo di morale sessuale e ricorda gli errori di mezzo secolo fa, quando il catto-comunismo confondeva la chiamata alla povertà e alla solidarietà cristiana con una perniciosa alleanza con le sinistre hegeliane.

Davanti alle sfide culturali proposte, oggi come sempre, la scelta ha da essere tra Cristo e il mondo: ricorrere a un vocabolario queer dichiara di aver preferito il mondo. Questo già vanifica l’auspicio iniziale, di poter concorrere alla “vocazione all’amore”, perché solo “Dio è amore”, e di conseguenza getta delle ombre sulla prudenza dell’azione educativa agita in campo AGESCI.

Ascolto e morale casistica
Il secondo paragrafo presenta la “Cornice associativa: ciò che abbiamo ascoltato”.

“Il Consiglio generale nel 2022, con la mozione 55, ha affidato all’Associazione il mandato di avviare percorsi capaci di creare spazi e occasioni di ascolto rivolti alle persone LGBTQIA+”.

Si conferma l’ideologia anticristiana. L’etichetta menzionata contraddice infatti la visione antropologica della Chiesa Cattolica – sulla quale si fondano infallibilmente e puntualmente i sacramenti di matrimonio e di ordine, per esempio.

Del resto l’opzione di svolta è presentata fin da subito come una “scelta di accogliere”, con tutta l’ambiguità che questo approccio implica. Il Maestro che ha cacciato i mercanti dal tempio, ha messo i discepoli davanti alla decisione di abbandonarlo (“Volete andarvene anche voi?” Gv 6) e ha effettivamente lasciato che il giovane ricco se ne andasse triste, ci ricorda che l’accoglienza non è un criterio assoluto nel vissuto cristiano. Fa appunto parte di quei valori che vanno definiti a partire da principi superiori e in un contesto di ortodossia conclamata.

Del resto in tale paragrafo non è Cristo ad essere ascoltato dai capi AGESCI, bensì alcune storie di persone discriminate e allontanate dai clan. La discriminazione, se infondata, è deplorevole. Ma essa davvero autorizza e guida verso l’attuazione di una svolta nei requisiti morali di selezione dei capi cui affidare comparti di gioventù? Il passaggio, perso in se stesso, appare sproporzionato e poco ragionevole.

L’approccio scelto inoltre ricorda quello della morale casistica, molto in voga nel campo bioetico, un approccio che generalmente fatica a comporsi con il concetto cattolico di personalismo e con l’esistenza di norme morali assolute (le quali implicano la denuncia degli intrinsece mala e di conseguenza de-assolutizzano il richiamo all’accoglienza) e che piuttosto inclina al situazionismo, ammicca all’empirismo e converge con altri sistemi lontani dalla metafisica e dalla morale classica.

Il paragrafo terzo prosegue: “Come siamo arrivati fin qui: sintesi del cammino associativo; cammino condiviso con la Chiesa”. Esso si suddivide in due sottoparagrafi, il primo dei quali tratta del “Cammino associativo” e viene a sostenere che la scelta ratificata sia null’altro che l’evoluzione lineare di premesse dichiarate e contenute nelle principali fonti istituzionali AGESCI:
“Non è novità, ma evoluzione consapevole dei nostri principi fondanti”.
Se si tratti di una evoluzione e non di una rottura nel magistero interno agli scout, lo lascio definire agli associati. Certo il problema di cosa sia evoluzione e cosa no è tutt’altro che di facile definizione, specialmente trattando di temi queer. Anche in questo caso, conta il contesto culturale in cui si assume il concetto di evoluzione.

Se il concetto culturale di riferimento è nichilista e post-strutturalista, ovviamente il problema non si pone e anzi conduce senza soluzione di continuità in braccia alle ideologie queer e persino woke, che ammettono e postulano il progresso continuo come rottura col passato.

Se il concetto culturale di fondo è quello del liberalismo, ecco sorgere le prime difficoltà: i liberali nel corso del tempo hanno effettivamente fatto propria più di una svolta, ma qualche auctoritas ha lamentato che questa tendenza sia spuria (i.e. Ernesto Galli della Loggia, https://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_02/vera-radice-diritti-unioni-gay-legge-cirinna-galli-loggia-3723f2fc-c91e-11e5-8532-9fbac1d67c73.shtml).

Se il concetto culturale di base è e vuole essere cattolico, allora i problemi si pongono e sono quelli dibattuti e netti che risalgono ancora a Vincenzo di Lerino: in sintesi, non ogni cambio è una evoluzione adeguata al percorso; alcune ‘evoluzioni’ sono degli autentici tradimenti. Il documento aggiunge: “il benessere in comunità esiste solo quando è per tutti e tutte, per ciascuno e ciascuna”.

La frase è affascinante, ma retorica. D’altra parte ovunque si imponga un paradigma relativista – è il caso della cornice queer – si cade nei paradossi consueti: non esistono verità, tranne le verità dei relativisti; si vuole il benessere di tutti, tranne di chi opponendosi alla corrente sarà etichettato come omofobo. Ingenuità che farebbero sorridere, se non ci fosse di mezzo lo scandalo e la corruzione dei giovani.

Un’ecclesiologia ambigua
Procedendo, incontriamo il secondo sottoparagrafo che presenta “Un cammino condiviso” e definisce, secondo gli autori, le relazioni tra AGESCI e Chiesa Cattolica.

Non entro nel dettaglio dei termini evocati: dignità, accoglienza e via discorrendo. Come detto più sopra, simili espressioni non hanno un valore univoco, bensì si comprendono a partire dal contesto culturale. Se intese in modo cattolico, compatibilmente dunque con il Magistero tradizionale, tali espressioni non daranno mai agio a interpretazioni queer.

Dal momento in cui l’AGESCI ha però fatto proprio il vocabolario queer bisogna riconoscere di fatto che l’interpretazione di tali termini è compromessa ab ovo.

Vero è che il documento si fa scudo di varie fonti. Ma questo non incrina la presente critica e ciò per vari motivi.

Anzitutto, non basta citare delle fonti: bisogna condividerne lo spirito.

In secondo luogo le fonti citate sono tutte legate a recenti documenti della CEI oppure al Magistero confuso di Papa Francesco, con particolare enfasi posta su Amoris Laetitia. [vedi]
Che il Magistero di Papa Francesco sia confuso è generalmente evidente dalle spaccature che ha creato nel dibattito teologico, anche tra vescovi e cardinali di diverso schieramento. Ma basta un esempio oggettivo a suggerire una certa sprovvedutezza del compianto Pontefice in campo morale: il suo richiamo alla vaccinazione come atto d’amore. Ahinoi, le dichiarazioni di Anthony Fauci, inquisito dal Congresso americano e indagato dal DOJ; la recente condanna di David M. Morens; i numerosi studi pubblicati negli ultimi anni in riviste specializzate di tutto il mondo scientifico stanno rivelando che la politica vaccinale è stata un affare scandaloso e pernicioso per l’umanità. Che Francesco non se ne sia avveduto e che in nome dell’ossequio religioso abbia anzi esposto centinaia di migliaia di fedeli a rischi fisici (effetti avversi) e a mali morali (quei vaccini implicavano aborti umani) getta dubbiosità sul suo insegnamento.

Il fatto è oggettivo e chiederà una revisione importante e ferma. Qui non si giudicano le intenzioni del Santo Padre, né si vuole sottrarre stima e affetto allo stesso, ma si prende atto della sua fragilità in campo di indicazioni morali e se ne traggono le conclusioni.

Alla luce di ciò, volendo giustificare una svolta arrischiata, sarebbe stato dunque più saggio trovare fondamenta nel Catechismo e nel Magistero reiterato della Chiesa, anziché nei testi più recenti, contestati e contestabili. Le autentiche profezie osano verso il sovrarazionale, non si intestardiscono nel perseguire l’irrazionale.

Ma c’è un ultimo rilievo che merita di essere sollevato e che considero la soluzione gordiana alla questione, sotto un profilo pastorale e di condivisione con la Chiesa locale. Nei giorni in cui l’AGESCI pubblicava il suo documento di svolta, si compiva un anno di pontificato di PP. Leone XIV e di lì a poche settimane vedeva alla luce la sua prima enciclica “Magnifica humanitas” [vedi].

Sarebbe stato prudente attendere per comprendere la linea leonina e farla propria. Non voglio pensare che la scelta di anticiparlo sia stata strumentale e subdola. Anche qui dunque quantomeno un’imprudenza, il che per l’ennesima volta non depone a favore di un documento nato per soddisfare i delicati bisogni educativi della gioventù associata.

Il Pontefice regnante non ha finora preso posizioni rispetto al precedente Magistero franceschiano, limitandosi a intervenire su aspetti giuridici (e però ponendo in tal campo cambiamenti di rottura considerevoli, seppur in punta di piedi).

Vero è che Leone XIV in un messaggio cerimoniale ha salutato con toni generalmente positivi l’anniversario della stessa Amoris Laetitia (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/pont-messages/2026/documents/20260319-messaggio-amorislaetitia.html), citata dall’AGESCI, ma la lettura della sua prima enciclica ha offerto elementi metodologici e di contenuto sufficienti a valutare e pesare in modo fermo e severo le tesi AGESCI.

Le encicliche e le esortazioni di Papa Francesco effettivamente seguivano un modello non così distante dall’impostazione documentale AGESCI: citazioni strumentali; forte autoreferenzialità; linguaggio ambiguo; sudditanza alla cultura contemporanea.

La prima enciclica di Papa Leone XIV cambia decisamente il tono: citazioni abbondanti e coerenti; decisa referenzialità al cammino ecclesiale (i.e. l’evoluzione della Dottrina Sociale della Chiesa attraverso i pontificati dell’ultimo secolo e mezzo) e alle fonti Scritturistiche; precisione linguistica, pur staccandosi in alcuni punti dal dettato più tradizionale; pro-vocazione e annuncio alternativo alla cultura contemporanea.

In particolare la MH, mentre sceglie di affrontare il problema dell’intelligenza artificiale, diviene la prima e autenticamente profetica presa di posizione ufficiale della Chiesa contro i fenomeni transumanisti e post-umanisti, nei quali rientra a pieno titolo il pollone queer. Questo è l’argomento cruciale.

Nulla togliendo al valore dell’inclusione anche per le persone che manifestano un disordine in campo sessuale, insistere sull’allineamento passivo ai modelli queer non è forse un atto di opposizione al Magistero del regnante Pontefice? Più radicalmente, MH non ha confermato che tale allineamento è incompatibile con le fondamenta veritative (antropologiche, morali, politiche) custodite dalla Chiesa? E inoltre il contesto di MH precisa che i temi trattati riguardano un bivio drammatico e apocalittico: o Gerusalemme o Babele. Non si tratta di accogliere, ma di costruire. E non tutte le costruzioni sono ammesse.

Conclusione del documento
Infine incontriamo gli ultimi due paragrafi, che si possono commentare rapidamente alla luce di quanto detto finora.

Il quarto è il più corposo e si dedica a indicare le priorità da vivere nei gruppi scout – sguardo, ascolto, presenza -, procedendo a dettagliarle elenchicamente. Riporto la lista:
  • Formarsi sulle premesse fondamentali
  • Curare il linguaggio
  • Mettere al centro la storia personale
  • Contrastare attivamente pregiudizi e discriminazioni
  • Diffondere il messaggio evangelico dell’amore
  • Riservatezza
  • Vigilare su dinamiche di gruppo, bullismo, esclusione o derisione
  • Valorizzare ogni persona nella sua unicità
  • Favorire la partecipazione di tutti e tutte
Le indicazioni riportate sono generalmente di buon senso. La critica da rivolgergli, come abbiamo già detto, ha a che vedere con la contestualizzazione di tali prassi: sono mantra sociologici che prevaricano le verità rivelate da Cristo tramite la sua Chiesa? Sono espressioni da leggersi in linea con la mentalità queer e woke? Sono stereotipi dei tempi moderni, carichi di potenziali nefasti per la crescita della gioventù?

L’impressione si conferma: più che presentare una risposta autenticamente cristiana alle sfide attuali, si profila la resa di gruppi cristiani poco preparati che mendicano soluzioni dalle correnti culturali più controverse della nostra epoca. Cattiva coscienza? Orgoglio Ribelle? Oppure solo ingenuità? Ma il male fa male anche se fatto in buona fede e un buon educatore deve essere ben consapevole di questo.

Il quinto paragrafo, “Prospettive future”, si impegna a “offrire ai capi e alle capo un riferimento solido, ma al tempo stesso aperto a evoluzioni e approfondimenti futuri”

ed esorta a “mantenere uno sguardo aperto, sinodale e capace di ascolto reciproco, riconoscendo nella pluralità delle esperienze una risorsa preziosa per il cammino comune”. I punti oscuri sono tanti, alcuni già accennati nel presente articolo; di riferimenti solidi personalmente non ne trovo, se non la reiterata adesione a una cultura nemica di Cristo.

Giudizio conclusivo
Le vicende quotidiane, se studiate a fondo e uscendo dalla logica strumentale dei casi pietosi (cfr. morale casistica) dicono ogni giorno di più che molte esperienze di diversità e pluralità stanno diventando una minaccia per i singoli e per la comunità, e chiedono un’accortezza non retorica per essere comprese e affrontate.

Studiosi a livello internazionale iniziano a sollevarsi per denunciare nei movimenti queer e nel loro compimento woke pericolosi fenomeni che minacciano la cultura, la democrazia, la ragione, i valori della civiltà. È impressionante l’arretratezza che il movimento sinodale sta finora dimostrando rispetto a tali allarmi, nella sua opportunistica corsa inerziale sui binari confusi del franceschianesimo.

Sintetizzo il mio giudizio: è bene affrontare la sfida antropologico educativa legata alle persone che vivono situazioni di irregolarità nell’orientamento sessuale o nell’identificazione di genere; è inammissibile assumere le posizioni antropologiche queer simbolizzate dall’acrostico LGBTQIA+; è filosoficamente errato confondere ciò che è contingente con ciò che è necessario, ciò che è compito con ciò che è natura, l’itinerario morale con la dignità personale: ciò vale per esempio laddove si assumono come positivi i vissuti personali delle persone, senza metterne a tema le criticità legate al processo di identificazione (in quanto compito), al modo di assunzione e applicazione (in quanto scelta morale) e alla possibilità di revisione delle manifestazioni identitarie (in quanto contingenti); è teologicamente confuso e religiosamente imprudente appoggiare le proprie scelte innovative su dottrine acerbe, prive di adeguato fondamento tradizionale, centrifughe rispetto al Magistero vivo e tradizionale della Chiesa; è pedagogicamente imprudente impostare cammini educativi e selezionare personale educativo sulla base degli elementi critici testé elencati.

Sono un sacerdote, consacrato all’educazione dei giovani, lavoro da dieci anni come volontario nel mondo della prostituzione e osservo come il fenomeno in strada stia orbitando sempre più verso un’offerta transessuale. Non ho pregiudizi contro le persone che non si identificano nel comandamento divino, iscritto nella stessa creazione e nella vocazione sacramentale. Mi piacerebbe vedere nella Chiesa, nei vescovi e nelle associazioni cattoliche la volontà di portare un aiuto realmente cristiano a queste persone, anzitutto costruendo insieme un percorso di annuncio e di formazione coerenti con l’antropologia illuminata dal mistero del Signore Gesù. Osservare grandi gruppi di cattolicesimo che giorno dopo giorno precipitano e si arrendono alla propaganda queer mi mette un grande dispiacere: tutto ciò contribuisce solo a “innalzare una nuova torre di Babele” (MH, 1).

Sua Santità Leone XIV ci esorta a un percorso diverso, consapevoli che “La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione” (MH, 213).

Accogliere i fratelli, senza cedere all’ideologia del mondo, è l’unico modo autentico per dare vita a queste fedeltà piccole e tenaci. Le svolte spettacolari non giovano. Confido che molti possano riflettere su queste osservazioni e che si facciano scelte di autentico rinnovamento, per la salvezza delle anime e la santificazione della gioventù. L’AGESCI ha una grande missione, possa tornare sui propri passi e trovare il modo di realizzarla, valorizzando l’accoglienza e proteggendo le fragilità, senza lasciarsi sedurre da soluzioni facili, profezie apparenti e alleanze sterili.
Don Marco Begato - Fonte

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