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mercoledì 4 febbraio 2015

La dottrina sociale del Vangelo contro socialismo e liberismo. Il ricco Epulone e il povero Lazzaro

Di nuovo grazie a don Curzio Nitoglia per il suo scritto più recente, che ci offre le corrette chiavi di lettura delle questioni sul tappeto. Che poi son quelle di sempre, oggi prevalentemente lette in chiave ideologica, purtroppo proprio a partire dalla preponderante parte egemone dell'attuale gerarchia ecclesiale.
Vedi anche «Non ogni povertà salva, non ogni ricchezza condanna» di p. Serafino Lanzetta FI.

LA DOTTRINA SOCIALE DEL VANGELO 
CONTRO IL SOCIALISMO E IL LIBERISMO
IL RICCO EPULONE E IL POVERO LAZZARO
S. Luca XVI, 19-31

La “lettera”
Nel Vangelo secondo Luca (XVI, 19-31) leggiamo la storia di due personaggi:
«C’era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso ed ogni giorno faceva gran baldoria di banchetti. Nel contempo, un povero chiamato Lazzaro giaceva alla porta di lui, tutto piagato e bramoso  di cibarsi delle briciole che cadevano dalla mensa del ricco, ma nessuno gliene dava. Persino i cani andavano  a leccargli le piaghe. Ora il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Poi morì anche il ricco e fu sepolto in inferno. E nell’inferno, stando nei tormenti, alzando i suoi occhi, il ricco vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno. Esclamando allora disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e invia Lazzaro a bagnare nell’acqua la punta del suo dito e a rinfrescare la mia lingua, poiché son tormentato in questa fiamma”. Ma Abramo disse: “Figlio, ricordati che tu ricevesti in vita i tuoi beni e Lazzaro invece i suoi mali ed ora qui è consolato, mentre tu sei tormentato. Inoltre tra noi e voi c’è un abisso invalicabile, in modo che coloro che volessero passare da noi a voi non lo possono e nemmeno coloro che volessero passare da voi a noi”. Il ricco allora disse: “Padre Abramo, ti prego pertanto di inviare Lazzaro a casa di mio padre, ove ci sono cinque miei fratelli, affinché li ammonisca di non venire in questo luogo di tormento”. Ma Abramo disse: “Hanno Mosè e i profeti. Che li ascoltino”. Il ricco rispose: “No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà  da  loro si convertiranno”. Ma Abramo gli disse: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno nemmeno se uno risuscita dai morti”».
Lo “spirito” o il significato

I Padri ecclesiastici, i Dottori scolastici, i teologi e gli esegeti approvati (moderni e contemporanei)1 la spiegano così.

C’era un uomo ricco, che si  vestiva  di porpora e di bisso ed ogni giorno faceva gran baldoria” (v. 19). Non era solo ricco, ma era attaccato disordinatamente ai beni terreni, cioè era avaro. Inoltre era sensuale e vanitoso, in lui albergavano e dominavano le tre concupiscenze (orgoglio, sensualità e avarizia).

Uomo ricco”. San Giovanni Crisostomo: “Non ogni povertà è santa, né ogni ricchezza è scellerata, ma il lusso vizioso e disordinato rende infame la ricchezza, mentre è  l’umiltà che rende veneranda la povertà” (PG, 57-59).

Vestito di porpora”. San Gregorio Magno: “il vestire molle e sontuoso è colpa poiché è vanagloria per comparire agli occhi degli uomini vani superiore agli altri” (PL, 31-32).

Faceva ogni giorno gran baldoria di banchetti”. San Gregorio Magno: “far banchetti è rischioso poiché al gran mangiare segue l’intorpidimento dei sensi e i piaceri del corpo  fiaccano l’anima” (PL, 31-32).

Nel contempo, un povero chiamato Lazzaro, giaceva alla porta di lui, tutto piagato e bramoso  di cibarsi delle briciole che cadevano dalla mensa del ricco, ma nessuno gliene dava. Persino i cani andavano  a leccargli le piaghe” (vv. 20-21). Il contrasto tra questa scena e la precedente è messo bene in rilievo da una serie di elementi: 1°) il ricco è talmente insensibile che non si preoccupa del povero Lazzaro, il quale giace alla porta della sua stessa casa senza ricevere alcuna attenzione; 2°) i cani son più sensibili del ricco; infatti leccano le piaghe di Lazzaro.

Povero mendicante”. San Cirillo di Gerusalemme: “Contrappone il ricco al mendico per farci capire bene che i ricchi di beni terreni incorrono in grave condanna se non aiutano i poveri” (PG, 33).
Giaceva alla porta del ricco”. San Gregorio Magno: “Giaceva lì affinché fosse visto. Quindi il ricco non poteva scusarsi dicendo di non averlo visto” (PL, 31-32).

Briciole”. San Giovanni Crisostomo: “Non buttar via nulla, ma fanne elemosina” (PG, 57-59). Sant’Ambrogio: “Spesso i ricchi, tronfi e superbi, sembra che non solo si dimentichino dell’umane miserie, ma facciano quasi di esse un incentivo alle proprie voluttà. Scherniscono e insultano e talvolta arrivano a togliere ciò che dovrebbero dare” (PL, 15-17). Sant’Agostino: “L’avarizia smodata di alcuni ricchi non teme Dio né si vergogna degli uomini” (PL, 32-47).

I cani leccavano le sue piaghe”. San Gregorio Magno: “Mentre il cattivo ricco era osannato dai commensali, nessuno guardava il povero Lazzaro” (PL, 31-32). San Giovanni Crisostomo: “Le bestie provano pietà di quel corpo che nessun commensale del ricco avaro guardava né osava toccare” (PG, 57-59).

Ora il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Poi morì anche il ricco e fu sepolto nell’inferno” (v. 22). I farisei insegnavano (come poi i calvinisti e i liberisti) che ognuno ha la sorte che merita: il ricco i beni e il povero i mali2. Invece Gesù (come già nell’Antico Testamento il Libro di Giobbe3) rettifica questo errore farisaico, che sarà ripreso dal calvinismo protestantico e dal liberismo economico. La sorte temporale non è una conseguenza  della bontà o malizia morale. Infatti, dopo la morte, il povero fu portato dagli angeli nel Limbo dei santi (il “seno di Abramo”) dell’Antica Alleanza prima che Gesù redimesse in atto il genere umano, mentre il ricco fu sepolto, ossia fu privato dei suoi amori (piaceri, beni, onori) anche se gli venne data una sepoltura umanamente dignitosa, ma soprannaturalmente terribile ossia senza la visione di Dio, e precipitato nell’inferno eterno.

Gli angeli portarono Lazzaro nel seno di Abramo”. San Giovanni Crisostomo: “Gli angeli lo portano perché giacendo in vita  disprezzato non si è lasciato abbattere nell’animo, non ha disperato, non ha mormorato, non ha bestemmiato inveendo contro il ricco che trionfava mentre lui non aveva neppure le briciole del pane” (PG, 57-59).

Morì anche il ricco”. San Gregorio Magno: “Dio è l’unico Giudice delle due coscienze del  povero e del ricco. Egli, provando il povero, lo ha esercitato alla virtù e alla gloria, ma al ricco che ha abusato dei suoi beni ha comminato la pena” (PL, 31-32).

E nell’inferno, stando nei tormenti, alzando i suoi occhi , il ricco vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno” (v. 23). Epulone nell’inferno, per una miracolosa concessione di Dio4, vede che Lazzaro si è salvato e si trova nel Limbo dei Giusti , ossia “nel seno di Abramo”5.

Da questi insegnamenti dobbiamo imparare a non abbatterci se in questo mondo i prepotenti e i malvagi trionfano apparentemente e materialmente, mentre i giusti vengono perseguitati e sembrano abbandonati. Si pensi al romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Don Rodrigo, un nobile signorotto prepotente, vuol disonorare la povera Lucia fidanzata a Renzo. Padre Cristoforo entra nel castello bello, forte, inespugnabile di don Rodrigo per farlo riflettere, ma di fronte alla sua ostinazione nel male lo ammonisce: “verrà un giorno!”, poi vaticina la rovina del ricco signorotto: “la maledizione di Dio grava su questo palazzo”, paragonabile in piccolo (e per mole e per scellerataggine) al Tempio di Gerusalemme. Infatti Rodrigo verrà colto dalla peste e morrà nel Lazzaretto di Milano, ma riconciliato da padre Cristoforo con Dio, con Renzo e Lucia. Quindi confidiamo in Dio, come Lazzaro e Lucia e non invidiamo gli Epuloni di ieri, di oggi e di domani. L’unico nostro desiderio sia rivolto al Cielo. Materialmente il malvagio sembra trionfare, ma spiritualmente vince chi perde… la storia di Erode, Anna, Caifa, Epulone, Rodrigo… si ripete sino alla fine del mondo e la situazione si ribalta sempre all’ultimo momento a loro sfavore. Non scambiamo le apparenze (Epulone) per la realtà (Lazzaro).

Il ricco vide Lazzaro”. San Giovanni Crisostomo: “L’offeso sta sempre presente alla coscienza dell’offensore” (PG, 57-59).

«Esclamando allora disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e invia Lazzaro a bagnare nell’acqua la punta del suo dito e a rinfrescare la mia lingua, poiché son tormentato in questa fiamma”» (v. 24). Epulone6 si rivolge ad Abramo di cui si considera ancora figlio, nell’ottica farisaica della discendenza carnale; inoltre si esprime secondo l’escatologia ebraica dello sheol7 che non è ancora la geenna8 o l’inferno; infatti - secondo l’escatologia ebraica -  l’inferno è riservato ai non-israeliti, mentre gli israeliti, pur se malvagi, sono risparmiati dalle pene dell’inferno eterno e perciò può chiedere un alleviamento della sua pena, cosa del tutto incomprensibile secondo la dottrina cristiana sui Novissimi.

“Impariamo a non desiderare disordinatamente le ricchezze ponendo in esse la nostra fede. Ecco il ricco ha bisogno del povero. Le cose mutano: chi è veramente ricco e chi realmente povero si vede solo alla fine. Infatti come alla fine di una commedia l’attore vestito da re esce qual è, così finita la scena di questo mondo, cessate le apparenze, dalle sole nostre opere buone o cattive saremo accompagnati e su queste giudicati. Così si vedrà chi è il vero povero per l’eternità e il vero ricco” (San Giovanni Crisostomo, PG, 57-59).

Tormentato/crucior”. San Giovanni Crisostomo: “Tormentato non perché ricco, ma in quanto ricco senza misericordia e benignità” (PG, 57-59). Si noti il verbo crucior/essere tormentato da cui deriva la parola crux/croce, che è il distintivo del cristianesimo e significa tormento, ma per giungere alla gloria del Cielo: per crucem ad lucem!

«Ma Abramo disse: “Figlio, ricordati che tu ricevesti in vita i tuoi beni e Lazzaro invece i suoi mali ed ora qui è consolato, mentre tu sei tormentato”» (v. 25). Questo versetto 25° esprime il cuore della parabola. Nell’altro mondo ognuno avrà la sorte (felice o infelice) che si sarà preparata con la sua vita (buona o cattiva) in questo mondo. Ora la condanna all’inferno del ricco non dipende dal fatto in sé che fosse ricco, ma dall’attaccamento disordinato alle ricchezze (avarizia), ai piaceri (sensualità) e agli onori (orgoglio), così la sorte felice di Lazzaro non è dovuta al fatto che in sé fosse povero, ma alla fede e pazienza con cui ha saputo accettare il suo stato senza ribellarsi.

“Allorché ci aggravano le sventure e le avversità ripensiamo a Lazzaro e con gioia accogliamo i dolori in questa vita. Se del bene che farete in questa vita sarete ricompensati materialmente, temete di essere pagati del tutto con moneta passeggera. È assai difficile che si possa vivere in questo mondo e nell’altro in pace piena. Chi non soffre la povertà soffre per ambizione; chi non patisce per le malattie patisce la febbre dell’ira. I giusti, se son ricompensati in questa vita con premi terreni, non li scambiano per il bene sommo, ma se ne servono come di mezzi per cogliere il fine” San Giovanni Crisostomo (PG, 57-59).

Ma, rispose Abramo”. San Gregorio da Nissa: “Il giudizio di Dio corrisponde ai meriti dell’uomo. Il ricco che non ha avuto misericordia del povero ulcerato, non otterrà misericordia del proprio tormento meritato” (PG, 75-76).

Tu, in vita tua, hai avuto i beni e Lazzaro i mali”. San Giovanni Crisostomo: “Lazzaro ha scontato i suoi peccati con la povertà ben accettata durante la sua vita, tu hai voluto tenere solo per te quelli che stimavi beni. Se hai fatto qualcosa di bene hai già avuto nel mondo la tua ricompensa con gli agi e le ricchezze. Ora tu e Lazzaro siete qui spogli lui di peccati e tu di meriti. Non posso dare io aiuto a chi non ha mai aiutato il prossimo in vita sua” (PG, 57-59).

Inoltre tra noi e voi c’è un abisso invalicabile, in modo che coloro che volessero passare da noi a voi non lo possono e nemmeno coloro che volessero passare da voi a noi” (v. 26). Questa è la dottrina cristiana sull’inferno come luogo eterno di tormenti (pena del danno: la mancanza eterna di Dio e pena del senso: la sofferenza eterna del fuoco). Essa corregge la falsa dottrina rabbinica sulla non-eternità dello sheol o sulla permanenza nella geenna eterna solo per i non-ebrei.

Inoltre”. San Giovanni Crisostomo: “Imparate a riporre la vostra speranza prima nella misericordia divina e poi nelle vostre buone opere, non nelle ricchezze, nei parenti e negli amici” (PG, 57-59).
Invalicabile”. San Giovanni Crisostomo: “I beati possono vedere i dannati, ma non possono passare dal Cielo all’inferno ” (PG, 57-59).

«Il ricco allora disse: “Padre Abramo, ti prego pertanto di inviare Lazzaro a casa di mio padre, ove ci sono cinque miei fratelli, affinché li ammonisca di non venire in questo luogo di tormento”» (vv. 27-28). Oramai il ricco ha capito che l’inferno è  eterno e che anche gli israeliti se si comportano male vi vanno e vi restano per sempre. Quindi chiede di far capire loro, mediante l’apparizione miracolosa del povero Lazzaro, la gravità della loro situazione. Questi sentimenti attribuiti al ricco dannato sono in realtà attribuiti a lui non in senso stretto, ma per analogia con quelli che provano i vivi, poiché in un dannato non possono aver luogo in quanto il dannato non ama ma odia tutto e tutti, invece i vivi, anche se peccatori, possono ancora chiedere perdono e misericordia per sé e per gli altri.

«Ma Abramo disse: “Hanno Mosè e i profeti. Che li ascoltino. Il ricco rispose: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà  da  loro si convertiranno. Ma Abramo gli disse: Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno nemmeno se uno risuscita dai morti”» (vv. 29-31). Le parole di Abramo ci fanno capire 1°) che i vivi hanno nella S. Scrittura tutto ciò che è loro necessario per conoscere la verità e restare sulla buona via con la retta volontà di compiere il volere di Dio; 2°) che ognuno è lasciato libero da Dio di percorrere la via che vuole poiché Egli ci offre la salvezza e la desidera per noi, ma non ce la impone.

Hanno Mosè e i profeti”. Sant’Agostino: “Tu non potresti aver maggior cura dei tuoi fratelli di quanta ne abbia Dio, che ha dato loro la Rivelazione” (PL, 32-47).

Se non rispettano la mia Legge non ascolteranno neppure un risorto da morte”. San Gregorio Magno: “Lo provano quei giudei che volevano uccidere l’altro Lazzaro (di Betania) risuscitato dopo quattro giorni da Gesù; quelli che non vollero ammettere la risurrezione dei morti che uscirono il venerdì santo dai loro sepolcri nelle strade di Gerusalemme e la Sua risurrezione ed infine coloro che perseguitarono gli Apostoli, che predicavano Cristo crocifisso e risorto” (PL, 31-32).

“Gesù parla in Mosè e nei profeti e ciò confuta i marcioniti che rigettano l’Antico Testamento. Chi ascolta Mosè e i profeti ascolta anche Gesù. Quindi anche i farisei sono condannati poiché oppongono Abramo a Cristo. Ma Abramo cita Mosè e Cristo cita Abramo” (San Gregorio Magno, PL, 31-32).

Simbolicamente il ricco raffigura i farisei che ripieni di sé e della Rivelazione, quasi fosse stata data loro per i loro meriti, superbi della loro bontà tutta apparente, asserivano che il Regno dei Cieli era destinato solo a loro e proprio a loro, mentre Cristo disse che sarebbe stato tolto loro (Mt., XXI) e dato ai pagani, raffigurati da Lazzaro e da chiunque riconosce la propria miseria, non presume di sé e da ultimo riceve conforto e misericordia” (Sant’Agostino, PL, 32-47).

“Ogni giusto, sia pure povero come Lazzaro, sarà ricco dinanzi a Dio” (Sant’Ambrogio, PL, 15-17).

Sintesi

Le ricchezze non sono cattive in sé (come vorrebbero i cristiani per il socialismo), ma neppure un segno di predestinazione divina (come vorrebbero i calvinisti e i liberisti).

Non desideriamo disordinatamente le ricchezze ponendo in esse la nostra fede. Chi è veramente ricco e chi realmente povero si vede solo alla fine. Infatti, finita la scena di questo mondo, cessate le apparenze, saremo accompagnati dalle sole nostre opere buone o cattive e su queste giudicati.
Nell’altro mondo ognuno avrà la sorte (felice o infelice) che si sarà preparata con la sua vita (buona o cattiva) in questo mondo. Ora la condanna all’inferno del ricco non dipende dal fatto in sé che fosse ricco, ma dall’attaccamento disordinato alle ricchezze (avarizia), ai piaceri (sensualità) e agli onori (orgoglio); così la sorte felice di Lazzaro non è dovuta al fatto in sé che fosse povero, ma alla fede e pazienza con cui ha saputo accettare il suo stato senza ribellarsi.

Allorché ci opprimono le sventure e le avversità ripensiamo a Lazzaro e con gioia accogliamo i dolori in questa vita.

Il ricco è la figura dei farisei, che son ripieni di sé quasi che la Rivelazione fosse stata data loro per i loro meriti; mentre i pagani son raffigurati da Lazzaro che riconosce la propria miseria, non presume di sé ed infine riceve conforto e misericordia.

Conclusione

“O Dio o Mammona”
  1. Il liberismo farisaico/calvinista & il socialismo materialista o il Vangelo
    L’Avarizia di Epulone indica un attaccamento disordinato ai beni di questa terra, specialmente al denaro ed alle diverse forme di ricchezza materiale. Essa è connessa con l’avidità, la bramosia, la cupidigia e l’invidia del bene altrui. L’elemento più importante quanto all’Avarizia è l’atteggiamento deviato dell’uomo nei confronti dei beni materiali e del denaro, i quali non sono cattivi in sé, ma, se vi si è attaccati esageratamente, diventano viziosi a causa della nostra cattiva e disordinata volontà. Dunque è l’atteggiamento, normale o esagerato, della volontà umana riguardo ai beni materiali che è buono o cattivo a seconda che si faccia di essi un mezzo (virtù, che ordina i mezzi al fine, le creature al Creatore) o un fine (vizio, che scambia il Fine per i mezzi, il Creatore per le creature). Le creature sono mezzi di cui l’uomo deve ‘servirsi’, per cogliere il suo Fine, tanto quanto esse ve lo portano né più né meno. Perciò non sono le creature ad essere cattive (Gen., I, 25), ma la volontà dell’uomo, che se ne serve disordinatamente. Ora il fine dei beni materiali e specialmente del denaro è quello di essere usati dall’uomo per poter sussistere almeno sufficientemente (ciò che è strettamente richiesto per vivere sufficientemente: mangiare, bere, vestire ed alloggiare) se non dignitosamente o convenientemente (ciò che conviene al proprio stato sociale; per esempio un ministro deve, in quanto rappresentante della Patria, avere un tono di vita conveniente al suo ruolo), mentre il superfluo (ciò che sopravanza al conveniente) deve, in virtù della Carità, essere dato in elemosina, liberamente e non sotto costrizione dell’autorità umana, ma sempre tenendo presente che ne dovremo rendere conto a Dio il giorno del Giudizio, sotto pena di peccato mortale e quindi di dannazione eterna. Dobbiamo servirci delle ricchezze e non servirle, averle nelle mani e non nel cuore! L’Avarizia porta, dunque, ad adottare nei riguardi dei beni perituri un atteggiamento disordinato e quasi patologico come quello del ricco Epulone, conferendo loro un valore assoluto (per se stessi) e non relativo (in relazione al Fine dell’uomo), godendo non del loro uso, ma del loro possesso, li si ha nel cuore e se ne diventa schiavi. Invece la natura e la definizione dei mezzi è: “ea quae sunt ad finem/ciò che è ordinato al conseguimento del fine”. Quindi l’Avarizia è una contraddizione in terminis, che vorrebbe rendere interscambiabili il Fine e i mezzi, ossia vorrebbe la ‘quadratura del cerchio’. Tutto ciò che Dio ha fatto è buono (Gen. I, 25), nulla è cattivo in sé, siamo noi che lo rendiamo tale desiderandolo, volendolo ed usandolo malamente e disordinatamente, specialmente con la facoltà sensibile appetitiva/concupiscibile (che ci fa desiderare il bene materiale dilettevole) e con la mala volontà razionale, la quale lo vuole come fine e non come mezzo. Per quanto riguarda l’Avarizia essa distoglie le facoltà  umane (appetito concupiscibile e volontà spirituale) dal loro Fine e le attacca disordinatamente ai beni di quaggiù. Da una parte il vero Amore naturale e soprannaturale di Dio e del creato propter Deum e, dall’altra, il falso amore disordinato e peccaminoso delle creature in sé. Questi due “amori” sono incompatibili e si escludono l’un l’altro: “Nessuno può servire due padroni contemporaneamente; poiché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure preferirà l’altro e disprezzerà il primo. Non potete servire Dio e Mammona” (Lc., XVI, 13). Ora il fariseismo, il calvinismo e il liberismo tendono a fare in teoria delle ricchezze una benedizione divina se non addirittura una ‘divinità’, segno di predilezione del Cielo, ma questo è il peccato di Epulone.

    Come il liberalismo scambia il mezzo (libertà) per il fine (il Sommo Bene), così il liberismo scambia la ricchezza per il Bene infinito, Mammona al posto di Dio. Ora, mettere il mezzo al posto del fine o scegliere la creatura al posto del Creatore, è la definizione stessa del peccato. Dunque il liberalismo filosofico e il liberismo economico/finanziario sono un peccato grave, anzi una sorta di idolatria che adora la libertà assoluta e la ricchezza materiale al posto di Dio. Questo è il grave e tragico errore del liberismo.

  2. Il social/comunismo materialista
    Se il liberismo è il materialismo del ricco Epulone, che opprime il povero Lazzaro; il socialismo è il materialismo del povero che deve ribellarsi al ricco, anche se non lo opprime. Lo stesso vizio dell’avarizia nel ricco del liberalismo, lo ritroviamo nel povero del socialismo. Anche qui valgono, quindi, le considerazioni fatte sopra quanto all’avarizia, solo che vanno applicate dal ricco al povero.

    Secondo il marxismo, infatti, è necessaria la lotta di classe che è finalizzata a liberare la classe operaia dal capitale. Onde si deve combattere tutto ciò che ostacola la lotta di classe, cioè la Patria, la Famiglia e la Religione. Infatti le Patrie dividono i proletari che invece debbono unirsi nell’internazionale, la Religione si fonda su Dio, mentre per il marxismo esiste solo la materia ed infine la Morale insegna la rassegnazione e il a rispetto dell’altrui proprietà, mentre il marxismo la vuol distruggere.

    L’errore materialista non è la conseguenza del solo  socialismo, ma anche del liberismo, secondo il quale il fine dell’uomo è  capitalizzare, produrre, arricchirsi.

    Nell’ottica social/comunista Lazzaro avrebbe dovuto ribellarsi (come Lucifero); invece il Vangelo ci mostra che dalla povertà accettata con pazienza Lazzaro è stato arricchito per tutta l’eternità (come san Michele arcangelo). Come si vede tra i due opposti errori (socialismo  e liberismo) si erge, come una montagna tra due burroni, la dottrina sociale cattolica, che nasce già nella Rivelazione dell’Antico Testamento, perfezionata dal Nuovo ed Eterno Patto, viene sviluppata nella Tradizione patristica ed è sistematizzata dalla teologia scolastica. Sta a noi trarne lezione per la nostra vita terrena orientata al Regno dei Cieli. La parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro è una sintesi mirabile di essa che deve accompagnare noi, le nostre famiglie e le nostre Patrie durante il tempo in questa “valle di lacrime” per farci entrare “nel seno di Abramo” per tutta l’eternità.
    d. Curzio Nitoglia
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1. Cajetanus, In quatuor Evangelia, Lione, 1556; Juan Maldonado, Commentarius in quatuor Evangelia, Magonza, 1840; Alfonso Salmeròn, Opera, voll. 7-8; Cornelius A Lapide, Ed. Vivès, voll. XV-XVI; L. Fillion, Les Saints Evangiles, Parigi, 1903, vol. VII; Juan Leal, La Sagrada Escritura, Nuevo Testamento, Ev. Lucas, Madrid, Bac, 1961. 
2. Cfr. J. Bonsirven, Textes rabbiniques, Roma, Gregoriana, 1955. 
3. Commentato magnificamente da S. Gregorio Magno nei Moralia e da S. Tommaso d’Aquino Commento su Giobbe
4. Gli esegeti spiegano come S. Luca si serva della escatologia ebraico/farisaica per farci capire meglio la mentalità di Epulone. Infatti nell’Antico Testamento lo sheol è il mondo dei morti e consiste in un luogo sotterraneo che raccoglie tutti i defunti, sia i buoni che i cattivi, nel quale non si soffrono pene né si fruiscono gioie. La permanenza nello sheol non è definitiva, dopo la risurrezione i malvagi (tranne gli israeliti) passeranno dallo sheol alla geenna, che è l’inferno, e verranno separati definitivamente dai buoni. 
5. Sulla geenna cfr. J. Bonsirven, Le judaisme palestineien, Parigi, 1934, 2 voll., vol. I, pp. 529-545. 6. Dal latino epulo/epulonis: crapulone, che deriva dal verbo epulor/epulari: banchettare o gozzovigliare. Nel Vangelo non si trova tale nome, ma esso è stato dato comunemente dagli interpreti al ricco per determinare quale fosse il suo vizio principale. 
7. F. Spadafora, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, p. 563-564, voce “She’ol”. 
8. Cfr. F. Spadafora, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, p. 262, voce “Geenna”, Id., La Sacra Bibbia, sotto la direzione di S. Garofalo, II ed., Torino, M

8 commenti:

  1. "ma riconciliato da padre Cristoforo con Dio, con Renzo e Lucia".

    Qui bisogna andarci cauti. Manzoni mostra un'altra verità: la riconciliazione, il perdono bisogna guadagnarseli. Don Rodrigo ha un'ultima occasione (per quello che sappiamo) nella notte in cui si ammala di peste: addirittura un sogno gli mostra il suo destino, e nel contempo il padre Cristoforo in atto di giudicarlo. E lui che fa? Si pente del male che ha compiuto? Per nulla: si preoccupa della sua pellaccia, cerca un medico che lo curi senza denunciarlo come appestato. Poco dopo, mentre vengono a prenderlo per portarlo al lazzaretto, cade nel delirio. E in quello stato lo trova più tardi Renzo, mentre il padre Cristoforo veglia su di lui nella speranza che riprenda un barlume di coscienza. Manzoni non dice che questo barlume, e quindi una nuova possibilità di pentirsi in extremis, ci sia stato. Nel manoscritto del "Fermo e Lucia" addirittura presentava un don Rodrigo che tornava in sé e cercava di fuggire dal lazzaretto montando su un cavallo abbandonato, impresa in cui trovava la morte. Ancora una volta quindi pensava solo a sé, a salvare il suo corpo e non la sua anima. L'episodio nelle edizioni successive venne soppresso, lasciandoci nel dubbio sulla sorte ultraterrena di Rodrigo. "Può esser castigo, può esser misericordia", dice a Renzo il padre Cristoforo. L'epitaffio beffardo di don Abbondio divenuto improvvisamente coraggioso dopo la morte del suo nemico (più o meno "se non era per la peste quelli che dovevano recitargli il De Profundis erano ancora a fare i latinucci in seminario...") conclude suggerendo l'idea di un castigo.

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  2. Complessivamente, un articolo eccellente. Chiaro, semplice ma profondo. Ora ne stampo una copia e la spedisco alla Lepanto Fonudation.

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  3. Forse le ricchezze non sono un peccato, ma sicuramente ne sono occasione molto prossima.

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  4. Toglierei il forse, caro Luis.
    Le ricchezze non sono un peccato. È invece peccato la cattiva acquisizione, l'eccessivo attaccamento ed un uso smodato o per fini illeciti o egoistici.
    In questo senso possono aumentare le occasioni di peccato ma anche le opportunità di bene...

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  5. É impressionante il rigore del grande cattolicesimo tridentino con la ricchezza; questa è una tradizione che si è smarrita, forse a causa del dilemma del dopo guerra, tra il liberalismo anglo-americano e il gulag staliniano, dove tanti cattolici hanno fatto la scelta obbligata dei primi. Ma la cruna dell'ago è reale: secondo la grande mistica, Cristo sulla Croce è il povero assoluto. Ho tradotto sul mio blog un testo bellissimo del Beato Columba Marmion - che non era comunista - sulla povertà( Le Christ, Idéal du moine, p. 208). Per chi legge il portoghese, il testo è qui: http://www.christeeleyson.com/2014/03/a-pobreza-crista-segundo-o-beato.html

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  6. Carissimo Luìs,
    Grazie. Bellissimo testo. Ho trovato anche l'intero contesto del capitolo dedicato alla povertà. Ed è, come tutti i testi di Marmion, saporoso ed edificante, da approfondire e meditare...
    Marmion parla della "povertà del monaco". E in questa troviamo l'estremo rigore che tu giustamente noti.

    Certo, lo stesso distacco del cuore è richiesto anche a chi non è monaco. E, nel mondo, è più difficile vivere quella povertà estrema, assoluta, di Cristo Signore che il monaco vive più in profondità... Ma per lo meno è importante averla come traguardo. La grazia soccorre la buona volontà.

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  7. E, anche Marmion fa capire che la vera povertà evangelica è la "povertà in spirito"...

    [...] Troviamo nelle parole di Gesù alcune allusioni a questo mistero. Egli — Verbo Incarnato — ci dice che la dottrina che insegna non è sua, ma del Padre: «Mea doctrina non est mea, sed ejus qui misit me» (Gv 7, 16); che il Figlio non fa nulla da se stesso, ma parla solo come il Padre gli insegna: «A me ipso facio nihil, sed sicut docuit me Pater, haec loquar» (Gv 8,28; 14,10); e potrà con tutta verità soggiungere che non cerca la gloria sua, ma di colui che l’ha mandato: «Non quaero gloriam meam sed ejus qui misit me Patris» (17,4); gloria che consiste nel riportare tutto a Dio, da cui è generato; il Padre gli ha dato ogni cosa, ed egli riconduce tutto a lui, come al principio donde procede: «Pater, mea omnia tua sunt, et tua mea sunt» (17,10). Ciò è vero dell’Umanità, e in un certo senso, anche della Divinità di Gesù; poiché come Verbo tutto ebbe dal Padre; procede interamente da lui; quando il Padre guarda nel Figlio, nulla vede che non sia suo; per cui nel Figlio tutto è divino e perfetto come oggetto della sua compiacenza: «Filius dilectionis suae» (Col 1,13).
    Quest’aspetto, che è uno dei più profondi ed essenziali nella vita di Cristo, deve fornire alla nostra povertà un esempio da imitare; e ci riusciremo se non saremo poveri solo materialmente, ma nello spirito, se ci spoglieremo dl quanto ci appartiene, di quanto viene dalla nostra natura: il giudizio, l’amor di sé, la volontà, che costituiscono le tre radici del vizio di proprietà; coltivando solo in noi i pensieri, i desideri e la volontà di Dio, agendo solo per motivi che egli ci ispira. Allora tutto in noi, per dir così, procederà da Dio; egli vedrà compiuta l’idea che ebbe creandoci. Se invece nei pensieri o nelle azioni c’è qualcosa che non è da lui, cioè il peccato, l’imperfezione, noi deformiamo l’immagine divina; e Dio vede in noi il nostro proprio, che da lui non proviene e non può a lui ritornare. Grande ostacolo alla grazia e alle compiacenze divine è cotesto vizio della proprietà; e per noi comprende non solo il possedere e disporre dei beni materiali, l’attacco disordinato ad essi, ma anche l’affezione sregolata a ciò che costituisce l’intimo della nostra persona. Vedremo più particolarmente nelle due conferenze seguenti, come ci sia possibile arrivare a spogliarci completamente dell’amor proprio e della propria stima e volontà per mezzo dell’umiltà e dell’obbedienza; ma era opportuno considerare fin d’ora il vizio della proprietà, sotto tutti i suoi aspetti, perchè esso è l’ostacolo radicale alle comunicazioni divine, e produce numerosi frutti di peccato e di morte. «L’orgoglio, diceva N. Signore alla B. Angela da Foligno, può trovar posto soltanto in coloro che possiedono o credono possedere; l’uomo e l’angelo caddero per orgoglio, perchè credevano di aver qualcosa di loro. Ma essi non hanno nulla; tutto è di Dio) [8].
    Si capisce allora perché S. Benedetto, così illuminato nelle vie divine, vuole che si tagli fino alla radice lo spirito di proprietà: «Radicitus amputetur» (Reg. c. 33).

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  8. Il link ai testi di Marmion:

    http://www.kenosis.it/Testi_Monastica_Marmion%201.htm

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