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giovedì 8 settembre 2022

Peter A. Kwasniewski. Il primato della tradizione e l'obbedienza alla verità

Nella nostra traduzione da Rorate Caeli il testo completo della lezione tenuta a Charlotte dal Prof. Peter Kwasniewski il 2 settembre scorso sotto gli auspici della Charlotte Latin Mass Community: "Il primato della tradizione e l'obbedienza alla verità. Può considerarsi un tributo di gratitudine per l'imminente quindicesimo anniversario dell'entrata in vigore del Summorum Pontificum, documento il cui principio di fondo è vero e rimarrà vero. Qui l'indice degli articoli sulla Traditionis custodes e successivi.

Il primato della tradizione e l'obbedienza alla verità
Peter A. Kwasniewski
2 settembre 2022

Questa sera inizierò i miei commenti con diverse citazioni di Joseph Ratzinger, perché credo davvero che la sua chiarezza di intuizione su alcune questioni chiave sia insuperabile. Qualunque siano i limiti che possono esserci nella sua analisi della questione liturgica, e per quanto deploriamo amaramente la sua decisione di abbandonare il soglio pontificio, è la verità che egli ha riconosciuto costituisce la base del movimento tradizionale.

In un discorso del 24 ottobre 1998 ai pellegrini giunti a Roma per il decimo anniversario dell'Ecclesia Dei, il cardinale Ratzinger disse:
È bene qui ricordare quanto ha osservato il cardinale Newman, che la Chiesa, nel corso della sua storia, non ha mai abolito né proibito le forme liturgiche ortodosse, che sarebbero del tutto estranee allo spirito della Chiesa. Una liturgia ortodossa, cioè che esprime la vera fede, non è mai una compilazione fatta secondo i criteri pragmatici di cerimonie diverse, gestita in modo positivista e arbitrario, in un modo oggi e in un altro domani. Le forme ortodosse di un rito sono realtà vive, nate dal dialogo d'amore tra la Chiesa e il suo Signore. Sono espressioni della vita della Chiesa, in cui si distillano la fede, la preghiera e la vita stessa di intere generazioni, e che fanno incarnare in forme specifiche sia l'azione di Dio che la risposta dell'uomo.[1]
Il riferimento a St. John Henry Newman verosimilmente è al suo sermone "Ceremonies of the Church", in cui scrive (ancora come un anglicano della High Church ma certamente sulla buona strada verso la Chiesa romana, dove la sua opinione è rimasta la stessa):
I cerimonie e i decreti della Chiesa sono la forma esteriore in cui la religione è stata per secoli rappresentata al mondo, e da noi conosciuta... Queste cose [liturgiche], viste nel loro insieme, sono sacre relativamente a noi, anche se non erano, come sono, divinamente sanciti. I riti che la Chiesa ha stabilito, e con ragione, - perché l'autorità della Chiesa è da Cristo, - essendo applicati a lungo, non possono essere dismessi senza danno alle nostre anime. [2]
Mi sembra che questa doppia verità - che sarebbe estraneo allo spirito della Chiesa abolire o proibire le forme ortodosse, e che ciò è intrinsecamente dannoso per le anime - abbia portato alla famosa formulazione dottrinale che funge da premessa centrale di Summorum Pontificum:
Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto.
Come molti hanno sottolineato, papa Benedetto qui parla in modo decisamente non prudenziale o disciplinare; piuttosto, sta realizzando una pretesa di verità universale come pastore della Chiesa universale.[3] Usa un linguaggio assoluto e inequivocabile su ciò che deve essere così e ciò che non può essere tale, e ne trae imperativi morali. Ha formulato lo stesso giudizio in diverse occasioni. Consentitemi di condividerne due in particolare. Nel 1996 disse, nell'intervista pubblicata con il titolo Il sale della terra:
Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [4]
Nell'intervista pubblicata nell'anno giubilare 2000 dal titolo Dio e il mondo, ha detto:
Per promuovere una vera coscienza in materia liturgica [che frase notevole!—PK], è anche importante che venga revocata la proibizione contro la forma della liturgia in uso fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuazione di questa liturgia [più antica] o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all’indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente di questo genere; così è l’intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? [5]
In tali affermazioni, che assumono una forma cristallina nel Summorum Pontificum e nella lettera di accompagnamento ai vescovi, abbiamo un giudizio insieme teologico, morale, storico e canonico. Ora, è solo un'opinione o un sentimento personale di Benedetto XVI, non più autorevole di una predilezione per la Baviera e la birra?

Certamente no. Possiamo vedere in tutta la storia della Chiesa le testimonianze più forti dei vincoli del papa alla tradizione. Consentitemi di offrire alcuni esempi scelti. Il “Giuramento papale” altomedievale contenuto nel Liber Diurnus Romanorum Pontificum, un vademecum di formulari utilizzati dalla cancelleria pontificia, alcuni dei quali risalgono addirittura a San Gregorio Magno, afferma:
Io, (nome), per la misericordia di Dio diacono, eletto e futuro Vescovo, per grazia di Dio, di questa Sede Apostolica, ti giuro, beato Pietro, principe degli Apostoli. . . e alla tua Santa Chiesa, che oggi ho assunto per governare sotto la tua protezione, che custodirò con tutte le mie forze, fino a rinunciare allo spirito o a versare il mio sangue, la fede giusta e vera... manterrò inviolata la disciplina e rituale della Chiesa così come l'ho trovato e ricevuto tramandato dai miei predecessori... né ammetterò alcuna novità, ma custodirò e venererò con fervore e con tutte le mie forze tutto ciò che trovo tramandato come discepolo e seguace dei miei predecessori... [6]
Allo stesso modo, il Concilio di Costanza del XV secolo (1414-1418), nella 39a sessione, ratificata da papa Martino V e papa Eugenio IV, afferma: «Poiché il Romano Pontefice esercita un così grande potere tra i mortali, è giusto che sia tanto più vincolato dai vincoli incontrovertibili della fede e dai riti da osservare riguardo ai Sacramenti della Chiesa». Secondo questa trentanovesima sessione di Costanza, il neoeletto papa doveva fare un giuramento di fede che includeva questo passaggio:
Io, N. , eletto papa, con il cuore e con la bocca confesso e professo Dio onnipotente, la cui Chiesa mi impegno con il suo aiuto a governare, e al beato Pietro, principe degli apostoli, che finché sarò in questa vita fragile Crederò e manterrò fermamente la Fede Cattolica… e allo stesso modo seguirò e osserverò in ogni modo il rito tramandato dei sacramenti ecclesiastici della Chiesa Cattolica. [7]
La Professione di Fede istituita al Concilio di Trento riconosce, come essenziale per la cattolicità, l'adesione a «cerimonie ricevute e approvate dalla Chiesa cattolica nella solenne amministrazione di tutti i sacramenti» – «ricevute e approvate» qui ovviamente non significa altro che riti tradizionali. In realtà, questa è semplicemente la forma mentis o disposizione di spirito cattolica: il che significa pensare e amare come cattolico (e non, diciamo, come protestante, ebreo o ateo).

Dato questo atteggiamento, non dovremmo sorprenderci di trovare eminenti canonisti e teologi che sostengono che un papa colpevole di aver offeso la tradizione o il popolo cristiano che vi si affida meriti di essere contrastato. Juan de Torquemada afferma che se un papa non osserva "il rito universale del culto ecclesiastico", [8] non deve essere né obbedito né "sopportato". [9] Gaetano consiglia: «Dovete resistere, in faccia a lui, a un papa che apertamente fa a pezzi la Chiesa». [10] Francisco Suárez dichiara:
Se il Papa dà un ordine contrario alle giuste consuetudini, non si deve obbedirgli; se cerca di fare qualcosa di manifestamente contrario alla giustizia e al bene comune, sarebbe lecito resistergli; se attacca con la forza, potrebbe essere respinto con la forza, con la moderazione caratteristica di una buona difesa. [11]
Suárez sostiene inoltre che il papa potrebbe essere scismatico «se volesse rovesciare tutte le cerimonie ecclesiastiche che poggiano sulla tradizione apostolica». [12] (Nota che dice “riposando”, apostolica traditione firmatas : parla dell'intera struttura che è stata innalzata sulle origini apostoliche. Ciò significherebbe qualcosa come il Missale Romanum del 1570). Sylvester Prierias spiega che il papa “non ha il potere di distruggere; quindi, se vi sono prove che lo stia facendo, è lecito resistergli. Il risultato di tutto questo è che se il Papa distrugge la Chiesa con i suoi ordini e con i suoi atti, gli si può resistere e si può impedire l'esecuzione del suo mandato».[13] Anche Francesco de Vitoria dice: "Se il Papa con i suoi ordini e con i suoi atti distrugge la Chiesa, si può resistergli e impedire l'esecuzione dei suoi comandi".

Discuto tutte queste cose in modo più approfondito nei libri Dalla pace di Benedetto alla guerra di Francesco La vera obbedienza nella Chiesa, ma ciò che dobbiamo notare qui è che tutte queste autorità presumono che i cattolici siano in grado di riconoscere quando il papa non si attiene ai riti ricevuti e approvati dalla Chiesa, aggredendo le anime, minando il bene comune o distruggendo la Chiesa. In altre parole, non siamo masse informi passive che aspettano di sentirsi dire che il papa sta dicendo qualcosa di falso o sta facendo qualcosa di sbagliato che merita di essere rimproverato e contrastato. C'è un ruolo da svolgere con la nostra ragione e fede consapevoli nel valutare le sue parole e azioni (e quelle di qualsiasi altro vescovo, se è per questo).

I Papi sono soggetti a una grande tentazione, forse secondo l'assioma non del tutto falso di Acton “il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”: una tentazione di identificarsi come fonte e misura del cattolicesimo, quando ne sono piuttosto i destinatari, gli amministratori, e difensori. Il punto debole di questa deviazione è illustrato dalla famosa osservazione di Pio IX a un cardinale francescano che osò dissentire dalla formulazione dell'infallibilità papale al Vaticano I. Il papa gli gridò: “ Io, io sono la tradizione! Io, io sono la chiesa! ” [Io, io sono la tradizione! Io, io sono la Chiesa!].[14] Questo è l'equivalente ecclesiastico di Luigi XIV che dice: "L'Etat, c'est moi", come se un papa dicesse: "L'Église, c'est moi". Una corretta comprensione dell'autorità papale, anche secondo l'attuale insegnamento del Vaticano I, insieme a tutti gli altri insegnamenti pertinenti, mostra che non è semplicemente assoluta e illimitata, ma relativa e limitata in molti modi, giustificando la famosa descrizione del papa come “il servo dei servi di Dio”.

Ecco perché Traditionis Custodes è assolutamente nulla e completamente non valida dalla prima lettera all'ultimo segno di punteggiatura. Si basa su un'impossibilità, un'incoerenza, una contraddizione. [15] Attacca l'auto-identità della Chiesa nel suo culto devoto e approvato da Dio. Attacca la sua lex credendi. Attacca il bene comune di tutti i fedeli, sia quelli che si avvalgono della liturgia romana, sia quelli che si avvalgono di altri riti occidentali e orientali, la cui posizione è stata radicalmente destabilizzata. Attacca in una sconcertante varietà di modi i diritti di vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, [16] come molti commentatori hanno sottolineato. Ed è per questo che non solo non è necessario seguire la Traditionis Custodes o qualsiasi altra legislazione o politica basata su di essa, è invece necessario non  farlo. Non abbiamo semplicemente una libertà di protesta; abbiamo un obbligo di non riconoscimento e di non conformità. Se questo rifiuto di seguire una legislazione invalida può assumere forme sia più aperte che più nascoste, a seconda del giudizio prudenziale delle circostanze, tuttavia bisogna stare attenti a non dare l'impressione di accettare quella legislazione. Come scrisse san Melezio di Antiochia (r. 360–381) in circostanze strazianti come le nostre: “Non mostrate obbedienza ai vescovi che vi esortano a fare, a dire e a credere in cose che non sono per il vostro bene. Quale uomo pio tratterrebbe la lingua? Chi rimarrebbe completamente calmo? In effetti, il silenzio equivale al consenso”. [17]

Il principio fondamentale del movimento tradizionalista è che la liturgia della Chiesa, i suoi riti immemorabili, venerabili, universali, approvati e ricevuti, sono al centro di ciò che significa essere cattolico, credere come cattolico e vivere come un Cattolico. La lex orandi (la regola della preghiera, come e cosa preghiamo) è una testimonianza permanente e l'incarnazione della lex credendi (la regola della fede, cosa crediamo) e la lex vivendi (la regola del vivere, come viviamo). Questa non è un'aggiunta opzionale, ma l'asse e il centro quotidiano della nostra vita, il cuore del nostro incontro con Dio. Ne deriva come conseguenza che nessuno, nemmeno il papa, ha l'autorità di privare i cattolici della loro liturgia tradizionale, di sopprimere i riti con cui la Chiesa prega da secoli, di modificare radicalmente questi riti di secolare riconoscimento e introdurre così una innegabile rottura con gli schemi e il contenuto del culto divino.

Il movimento tradizionalista si fonda dunque su un atto primordiale di disobbedienza materiale in vista di un'obbedienza superiore. [18] Fin dal primo momento della riforma iniziata con la creazione del Consilium nel 1964, Paolo VI pretese che tutti seguissero le sue iniziative ed adottassero eventualmente i suoi libri nuovi e cessassero di usare i libri vecchi, praticamente senza eccezioni. [19] Una commissione di nove cardinali convocata da Giovanni Paolo II nell'estate del 1986 — i cardinali Ratzinger, Mayer, Oddi, Stickler, Casaroli, Gantin, Innocenti, Palazzini e Tomko — concluse nel 1986 che Paolo VI non aveva mai soppresso il vecchio rito. Questa era la base dell'affermazione di Benedetto XVI che non era stato abrogato, con l'implicazione che poteva non essere abrogato, per le ragioni già addotte. [20] Paolo VI, dunque, non abrogò l'antico rito (questo in effetti è al di fuori di ogni autorità papale), ma fece assolutamente capire che intendeva che fosse definitivamente accantonato, e ordinò che non fosse più utilizzato e di utilizzare invece esclusivamente il Rito di Bugnini.

I tradizionalisti si sono semplicemente rifiutati di farlo. Anche quando gli apologeti papali di quel tempo lanciavano contro di loro (come ci lanciano oggi i discendenti di quegli apologeti) citazione dopo citazione dai documenti pontifici dicendo, essenzialmente, "devi obbedire a ogni iota e a ogni singolo punto di ciò che il papa ti dice di fare", i tradizionalisti non riconoscevano e non volevano riconoscere l'autorità di Paolo VI di sopprimere la tradizione e di imporre la novità. Né hanno sostenuto la posizione apparentemente rispettosa ma in definitiva incoerente di Karl Rahner secondo cui il papa ha l'autorità gerarchica per fare una cosa del genere ma non l'autorità "morale", in altre parole, che un papa potrebbe legittimamente abolire un rito liturgico tradizionale ma non dovrebbe farlo, che la sua volontà ha forza di legge ma pecca agendo in questo modo.

Quella posizione non potrebbe mai avere senso. Come insegna Leone XIII, Dio dà potere solo per ciò a cui il potere può legittimamente estendersi. [21] Un presidente, per esempio, che sostiene l'aborto non sta “abusando” del suo legittimo potere, sta abusando dei cittadini facendo loro violenza contro il suo legittimo potere. I tradizionalisti sostengono lo stesso riguardo al papato e alla tradizione della Chiesa, non solo nella liturgia, ma anche nella dottrina e nella morale. Come ha affermato il cardinale Stickler, uno dei nove membri della commissione del 1986: “Questo attaccamento alla tradizione nel caso di cose fondamentali che hanno influenzato in modo definitivo la Chiesa nel corso del tempo appartiene certamente a questo statuto fisso e immutabile [lo status ecclesiae], su cui neppure il Papa ha diritto di disporre». [22]

Ecco perché, ancora una volta, i primi tradizionalisti rifiutarono di “sottomettersi” a ciò che né la loro mente né il loro cuore potevano accettare come compatibile con l'essenza della Fede Cattolica, così come oggi per lo stesso motivo respingiamo tanti degli errori di Francesco: perché esempio, che la pena di morte è immorale; che gli adulteri possano ricevere la comunione; che la sola fede ( sola fide ) è necessaria per ricevere l'Eucaristia; che Dio vuole la diversità delle religioni come vuole la diversità dei sessi; e così via, tutte cose che uno scolaro ben catechizzato potrebbe riconoscere incompatibili con la Fede Cattolica.

Di recente Dom Alcuin Reid, priore del Monastère Saint-Benoît in Francia e uno dei massimi studiosi di liturgica del mondo, ha rilasciato un'importante intervista a Rorate Caeli [qui] che non posso che raccomandare troppo caldamente. Osserva che lui e un diacono sono stati "sospesi" - un'affermazione che rifiuta per validi motivi canonici - e che il suo monastero è stato "soppresso", cosa che anche lui rifiuta di riconoscere. Lui dice:
Nonostante i decreti emanati dalla nostra Cancelleria, la nostra vita quotidiana, con le sue otto ore dell'Ufficio divino e della Messa, il suo lavoro manuale e intellettuale, l'accoglienza degli ospiti, ecc., continua senza sosta, con grande gioia e pace tra le spine. Sapevamo che sospensioni e soppressioni potevano essere all'orizzonte, ma siamo i proprietari della nostra stessa proprietà, non della diocesi, quindi non possiamo essere sfrattati... Questa [vita monastica] è la nostra vocazione e il nostro dovere a cui siamo votati davanti a Dio Onnipotente. Dobbiamo essere fedeli a questo. Dobbiamo essere fedeli a questo per non diventare dei semplici mercenari che fuggono con l'arrivo dei lupi (cfr Gv 10,23).
Poi rivolge al mondo tradizionalista un tempestivo ricordo degno della nostra più stretta attenzione:
Se dobbiamo essere canonicamente indipendenti per un po', così sia. Non lo desideriamo, ovviamente. Ci assicureremo di mantenere buoni rapporti con gli altri monaci e inviteremo monaci adeguatamente esperti a visitarci ogni tre anni, e così via. Se dobbiamo essere indipendenti, non dobbiamo isolarci. Col tempo, nella divina Provvidenza, le autorità giungeranno a riconoscere l'integrità della nostra vita e a concederci l'appropriata autorizzazione, come è avvenuto in un passato non troppo lontano.
Il parallelo più evidente è quello dei primi due decenni di storia dell'Abbazia di Le Barroux: il suo fondatore, Dom Gerard Calvet, fu sospeso ed espulso dall'ordine benedettino per aver fatto ordinare i suoi monaci senza permesso (anche quelli ordinati furono sospesi) — solo per essere benedetto come abate da un cardinale inviato dal Vaticano circa quindici anni dopo.
Non dimentichiamo le origini della Fraternità San Pietro o dell'Istituto del Buon Pastore: non esisterebbero oggi se non fosse per la disobbedienza secondo coscienza di diversi decenni fa, che fece sì che la Fraternità San Pio X continuasse dopo la soppressione canonica negli anni '70.
Le persone che oggi beneficiano del buon lavoro di questi Istituti, o che addirittura ammirano l'Abbazia di Le Barroux, non dovrebbero dimenticare il fatto che esistono oggi perché storicamente i loro fondatori hanno preso decisioni secondo coscienza di ignorare parti del diritto canonico e decreti di soppressione che altrimenti avrebbero provocato la loro fine. I nostri tempi, purtroppo, sembrano diventare straordinari come lo erano i loro e potrebbero richiedere azioni simili.
Sono parole forti quelle di dom Alcuin, noto per la sua abitudine alla sobrietà e per il massimo rispetto che ha sempre mostrato e incoraggiato verso l'autorità della Chiesa. Penso che riconosca semplicemente la situazione per quello che è, e anche noi dobbiamo farlo. [23] Tragicamente si è cancellata l'epoca di pace liturgica e di crescita organica inaugurata da Benedetto XVI; siamo andati, per usare il titolo di un'antologia di scritti sulla Traditionis Custodes, da “La pace di Benedetto alla guerra di Francesco”. Non siamo in una situazione in cui i nostri nemici sono disposti a discutere amichevolmente con noi e ad arrivare a un compromesso. Stanno cercando la nostra emarginazione, ostracizzazione, estinzione e annientamento. Se ciò che abbiamo nella nostra tradizione cattolica è vero, buono, giusto, santo e bello, vale la pena vivere, lottare e morire per questo, senza compromessi, senza assecondare, senza inchinarsi e consumare le ultime risorse, senza piagnucolare, senza tornare indietro, senza nessuna falsa obbedienza. È un momento di impegno eroico, non di strette di mano, malinconici rimpianti, scrollate di spalle, obbedienza riluttante o, peggio di tutto, resa autoaccusatoria.

È un fatto semplice che se i nostri antenati nel movimento tradizionale non si fossero rifiutati di obbedire a Paolo VI con la motivazione che non gli dovevano obbedienza in questa materia poiché agiva ultra vires o al di fuori della sua autorità, non avremmo più tra noi, oltre cinquant'anni dopo, la Messa tradizionale, uno qualsiasi degli antichi riti sacramentali, o l'Ufficio Divino. Sarebbero stati sepolti insieme a tutto ciò che l'uomo ossessionato ha trascorso il suo tempo a consegnare al cimitero dell'aggiornamento.

Voglio sottolineare questo punto: quando la tradizione è attaccata, l'unica risposta giusta del cattolico ortodosso è difenderla, attaccarsi ad essa e resistere a coloro che la stanno attaccando. L'obbedienza a coloro che sono disobbedienti a ciò che è superiore e anteriore a se stessi non può mai essere moralmente legittima. In concreto, siamo obbligati a disobbedire materialmente ai loro comandi e divieti, per obbedire alla legge superiore della verità divina che è contenuta e resa manifesta dai nostri riti, dalle nostre convinzioni e dal nostro modo di vivere.

Sono sicuro che tutti noi qui amiamo gli "odori e le campane" della Messa tradizionale. Ma il nostro amore per essa va più in profondità, fino al suo nucleo: ai suoi testi, alle sue cerimonie, alle sue rubriche, alla sua intera presentazione della Fede, tutto il suo approccio all'adorazione della Santissima Trinità e del Santissimo Corpo e Preziosissimo Sangue di Cristo. Non amiamo la Messa antica solo per gli odori e le campane che potremmo, in teoria, trovare altrove (alcuni, a volte, almeno). Lo amiamo per quello che è in sé, proprio come amiamo un migliore amico non tanto per quello che può fare per noi, o per come potrebbe farci piacere, o come potrebbe vestirsi, ma per chi è e per il posto che ha nelle nostre vite e affetti.

Il movimento tradizionalista è diventato un po' flaccido e autoindulgente a questo riguardo, perché forse ci siamo lasciati convincere che la nostra è semplicemente una "preferenza", un po' come il cioccolato nel gelato alla vaniglia. Se fosse questa la base delle nostre azioni, saremmo giustamente censurati per la nostra caparbietà e giustamente ci si potrebbe chiedere di attenerci a qualunque direttiva ci venga data. Ma se siamo impegnati nell'autentico rito romano a causa delle più profonde ragioni teologiche, morali e spirituali - come in realtà siamo o dovremmo essere - allora noi stessi possiamo giustamente censurare gli uomini di chiesa per il loro abbandono della tradizione e il loro mancato rispetto del dovere. Qui ricopriamo una superiorità morale e non abbiamo nulla di cui vergognarci o di cui scusarci.

Queste considerazioni si applicano in modo speciale ai sacerdoti. Un sacerdote deve essere preparato a essere materialmente disobbediente ai rivoluzionari che hanno occupato posti di potere per essere veramente obbediente a Cristo e alla Sua Chiesa così come esistono nell'eternità e mentre si trovano a cavallo di venti secoli di storia umana. Coloro che vorrebbero cancellare o abusare dei monumenti ecclesiastici della tradizione, in particolare del super-monumento della Messa, non solo non sono degni di obbedienza, sono — che se ne rendano conto o meno — rivali di Cristo, sterminatori della Chiesa e abusatori dei fedeli. Nella misura in cui sono tali, non si deve permettere loro di trionfare. Niente potrebbe esser peggio che lasciare che le loro false narrazioni, affermazioni errate, progressista o grigia teologia e totale mancanza di rispetto per la tradizione prevalgano e si affermino ancora più e sempre più in profondità, come un cancro che consuma sempre più un corpo.

Il diritto canonico deriva dal diritto naturale e divino e dalla tradizione ecclesiastica e deve rimanere ad essi subordinato e da essi interpretato. Non dobbiamo permettere ai vescovi della Chiesa di ergere il diritto canonico contro i fedeli o il clero privandoli di potenti risorse spirituali o denigrando i loro desideri legittimi o minando la loro adesione a ciò che è buono, vero, bello, santo e giusto. Come ha detto Dom Alcuin e come molti altri hanno ribadito, il diritto canonico così abusato cessa di avere qualsiasi forza poiché mina la logica fondamentale di ogni diritto, cioè che sia per il bene comune delle persone da esso governate.

Sia chiaro: o accettiamo che il papa non sia il signore e maestro dei riti liturgici della cristianità, che sia in un certo senso obbligato a riceverli e rispettarli, anche se può modificarli con delicatezza e in piccoli aspetti  mentre ha l'obbligo solenne davanti a Dio, radicato nel suo stesso ufficio, di «trasmettere ciò che ha ricevuto» (cfr 1 Cor 11, 23; 1 Cor 15, 3); oppure dobbiamo concedere che il papa abbia autorità completa e illimitata sui riti liturgici sotto ogni aspetto, tranne il minimo indispensabile di parole necessarie per produrre un effetto sacramentale, e, di conseguenza, che possa legittimamente, anche se stupidamente, abolire tutti i riti orientali e sostituirli con il Novus Ordo, oppure abolire tutti i riti occidentali e sostituirli con il rito siro-malabarese; o potrebbe decretare che la messa venga celebrata in costume da clown, con stoviglie di plastica, ballerine e continui fischi e battimani. (In realtà, questo accade già a Chicago, ma è un'altra questione). Queste sono le uniche due possibilità logiche. Tertium non datur. Per ripeterlo più semplicemente: o il papa è vincolato dalla tradizione in un senso molto reale, tale che agire notoriamente contro di essa invaliderebbe i suoi atti e gli eventuali atti successivi basati su quegli atti invalidi, oppure non è vincolato dalla tradizione e può dire con Pio IX: “Io sono la tradizione; Io sono la chiesa”.

Si potrebbe pensare che stia confutando le questioni periferiche con quest'ultima mia trattazione. Vi assicuro che non lo sto facendo, anche se preferirei che fosse così. Ci sono on line energici apologeti che, basandosi su una lettura tendenziosa del Pastor Aeternus e documenti ad essa correlati, che leggono in un modo totalmente privo delle sfumature e delle specificazioni fornite dalla Dei Filius e da altri insegnamenti autorevoli, nonché dal contesto storico e dal semplice buon senso [ 24] — sostengono che l'autorità giurisdizionale universale del papa include il potere assoluto su tutti i riti liturgici.

È chiaro che il sensus fidei fidelium della Chiesa non può permettere manifestamente che ciò sia vero. Ciò non può essere vero senza rendere ridicola, assurda la nostra religione. L’idea secondo cui la tradizione non sarebbe altro che “il giocattolo del papa”, un giocattolo che egli può distruggere a piacimento come un bambino viziato se lo desidera, sarebbe l’acido, il solvente, di ogni pietà e devozione. La religione è costituita da riti di culto, e questi riti sono necessariamente antichi, venerabili, ereditati e, col passare del tempo, trattati sempre più come realtà intoccabili. Fino a tempi recenti, questo atteggiamento ha caratterizzato ogni cattolico. Non è necessaria una speciale facoltà di percezione per vedere l’enorme danno che è stato generato quando i papi hanno improvvisamente apportato numerosi cambiamenti su larga scala ai riti religiosi. Alla luce della ragione e in base alle verità della psicologia, dell’antropologia e della sociologia, possiamo già sapere che tali cambiamenti causeranno sempre un danno sproporzionato rispetto a qualsiasi possibile guadagno (questo, infatti, è il motivo per cui San Tommaso d’Aquino afferma che è sciocco cambiare leggi troppo radicalmente o troppo spesso). Sarebbe filosoficamente incoerente e culturalmente autodistruttivo abbracciare questa eredità dannosa — o meglio, autolesionista — come se fosse in qualche modo una “nuova tradizione” o una “parte” della tradizione. Tale aggressività lascia ferite durature che devono essere sanate ripristinando la condizione di salute originaria. Questo è ciò in cui credono e per cui combattono i cattolici tradizionali.

Fr. Zuhlsdorf ha affermato recentemente: “Le difficoltà, le privazioni, le sofferenze, le sfide non sono sempre e solamente mali da sopportare. A volte sono correzioni necessarie, cure, persino coercizioni consentite o fornite da Dio per aiutarci ad arrivare alla verità di chi siamo”. Sono d'accordo con lui. Credo che Dio abbia permesso il male della Traditionis Custodes e di tutte le successive implementazioni come un campanello d’allarme rivolto a tutti i tradizionalisti, una sorta di terapia d’urto per riportarci alle nostre radici, per riorientarci ai primi principi del nostro movimento, per rianimare lo zelante impegno necessario per superare l’ultimo e peggiore divampare del progressismo postconciliare. Dico “finale” perché le persone al potere ora sono gli ultimi nostalgici del Vaticano II e per loro tutto è in gioco; è in gioco l’impegno e il progetto di tutta la loro vita: creare una nuova Chiesa per i tempi moderni. Quando se ne saranno andati, non ci sarà quasi nessuno che idolatri il Concilio con la stessa devozione — analoga a quella per il vitello d’oro — che hanno loro.

Voglio mettere in rilievo in particolar modo il coraggio dei tradizionalisti intransigenti. In un’epoca nella Chiesa — i tempestosi anni Sessanta — in cui l’ultramontanismo era ancora in ascesa e non era stato ancora maltrattato e ferito — decennio dopo decennio di disastrose nomine episcopali e cardinalizie — da incontri interreligiosi di Assisi e baci coranici, dal mancato castigo di tutti gli eretici eccetto i più scandalosi e da una deprimente lista di mancate correzioni di onnipresenti abusi liturgici e degli abusi sessuali del clero — dico, in un’epoca in cui l'ultramontanismo era ancora un atteggiamento mentale plausibile, i tradizionalisti si sono rifiutati di acconsentire alla denigrazione e allo smantellamento di secoli di tradizione liturgica, all’esilio del canto latino e gregoriano, al voltarsi del sacerdote verso il popolo, alla deposizione del Corpo di Cristo nelle mani di persone che fanno la comunione in piedi, alla preferenza femminista delle donne nei ruoli ministeriali, e così via (il catalogo delle innovazioni pseudo-archeologiste [l'originale è antiquarian, tradotto come archeologiste, memori dell'Archeologismo liturgico condannato da Pio XII nella Mediator Dei - ndT] è lungo e noioso). Queste cose le hanno rifiutate per principio, sia perché amavano giustamente la tradizione e avevano una convinzione soprannaturale e una fiducia naturale nella sua bontà, sia perché deducevano abbastanza ragionevolmente e si aspettavano che molti mali sarebbero derivati dalla sua estromissione; anzi, cominciavano già a vedere — anche mentre era in corso il Concilio e certamente negli anni immediatamente successivi — un crescendo di esperimenti e di sacrilegi che sarebbero stati inimmaginabili negli anni precedenti il Concilio.

Perché i primi tradizionalisti hanno offerto questo grado di resistenza senza precedenti ai decreti emanati da Roma, dal Vaticano, dalla cattedra dello stesso papa? Lo hanno offerto sulla doppia base della ragione e della fede.

Dal lato della ragione, hanno osservato ciò che veniva proposto, ciò che veniva imposto, ciò che veniva permesso, e hanno visto che era irrazionale, che non aveva senso, era una sciocchezza. Non lo si poteva ingoiare e continuare a rispettare se stessi come esseri pensanti e riflessivi, come persone che desiderano essere logiche e coerenti. È lo stesso fenomeno che abbiamo visto operare in Ratzinger quando ha affermato che per la Chiesa sarebbe del tutto inconsistente vietare oggi ciò che ieri venerava, o dichiarare dannoso ciò che era il suo più alto e prezioso possesso. Chi conosce con la certezza di un’esperienza immediata e ripetuta a lungo la suprema bellezza e potenza spirituale della Messa Solenne non può voltarsi improvvisamente e dire che ciò non è più “rilevante” per l'uomo moderno, che non attirerà più le anime verso Cristo e non le condurrà alle vette della contemplazione. Operare una tale negazione sarebbe tradire se stessi, le proprie certezze più recondite e la saggezza dei secoli in nome di una cieca obbedienza che esige il sacrificio dell'intelletto, la facoltà che rende l’uomo umano e capace di divinizzazione.

Dal lato della fede — o più precisamente del sensus fidei fidelium, il “senso posseduto dai fedeli di ciò che appartiene ed è in armonia con la fede e ciò che non lo è” — i tradizionalisti autentici si chiedevano come ciò che secolo dopo secolo di concili, papi e credenti avevano praticato, difeso, lodato e promosso potesse ora improvvisamente essere sbagliato o inutile o fuori moda. Dire a una persona che crede nella Presenza Reale e ha una pietà eucaristica ben sviluppata: “Va bene, alzati, non stare più in ginocchio, spolverati i pantaloni, tendi le mani e prendi l’ostia” significa invitare a una reazione di totale incomprensione e disprezzo. Non lo farebbe mai, nemmeno sotto minaccia o tortura. O almeno, non dovrebbe. È segno di una mancanza di fede e di pietà — anzi, è peggio: è segno di totale immaturità personale e di umana imbecillità — essere disposti a rinunciare a perenni costumi di riverenza praticati nel corso di tutta la propria vita e da secoli di predecessori solo perché “il padre sa meglio” e “lo ha detto il vescovo” e “lo ha decretato il papa”. Non vediamo come l’intera crisi degli abusi del clero sia stata facilitata da questa mentalità infantile di fiducia acritica e conformismo smidollato? I tradizionalisti, invece, sapevano e sentivano che la Chiesa aveva avuto ragione in quello che già stava facendo e che quindi i suoi esponenti non potevano non sbagliare nel cercare di cancellare tutto, nel tentativo di riorientare e riconfigurare dalle fondamenta e rifondare la Chiesa per i tempi moderni.

Ci hanno fatto ingoiare la riforma liturgica grazie alla potente promessa delle innumerevoli meravigliose benedizioni che essa non avrebbe potuto non portare alla Chiesa. La Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, inizia con una dichiarazione di ciò che il Concilio sperava di ottenere, con la riforma liturgica come suo elemento caratterizzante:
Questo sacro Concilio… desidera imprimere un vigore sempre maggiore alla vita cristiana dei fedeli; adattare più adeguatamente alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a cambiamento; promuovere tutto ciò che può promuovere l’unione tra tutti coloro che credono in Cristo; rafforzare tutto ciò che può aiutare a invitare l’umanità intera in seno alla Chiesa.
Come ha sottolineato in più di un’occasione il mio collega Gregory DiPippo, stimato editore di New Liturgical Movement: “Niente di tutto questo è accaduto. La vita cristiana dei fedeli non è diventata più vigorosa; le istituzioni della Chiesa non si sono adattate più adeguatamente ai bisogni del nostro tempo; non è stata incoraggiata l’unione tra tutti coloro che credono in Cristo; l’invito di tutta l’umanità alla famiglia della Chiesa non si è rafforzato”.

Come ho detto, i tradizionalisti si sono opposti in linea di principio a una riforma massiccia, sul doppio fondamento della ragione e della fede, perché non vedevano come avrebbe potuto essere giusto sacrificare la tradizione già certamente conosciuta e amata per una possibilità futura incerta e impossibile da amare perché ancora non esistente. Come dice Joseph Shaw, nel 1971, al tempo della prima indulgenza (cosiddetta di Agatha Christie), nessuno aveva la libertà di argomentare a favore del mantenimento dell’antica liturgia sulla base del fatto che sarebbe stato “pastorale” farlo, o della sua venerabile teologia, poiché “il punto centrale della riforma era la [promessa] efficacia pastorale, ancora ovviamente non sperimentata, del Novus Ordo Missae, e [l’auspicata assimilazione delle] intuizioni teologiche del Vaticano II.” L’unica difesa che poteva funzionare di fronte alle autorità già nel 1971 era una difesa artistica e culturale.

Oggi ci troviamo in una posizione molto diversa. Non solo abbiamo gli stessi principi di fede e ragione dei nostri antenati, ma abbiamo anche alle spalle mezzo secolo di desolazione, profanazione e drammatico declino nella vita ecclesiale come monumentale testimonianza di fatto indiscutibile contro il profetizzato successo della riforma liturgica. Ora sappiamo che i profeti del rinnovamento, anche se portavano la mitra di vescovo o l’anello del pescatore, erano falsi profeti che dicevano “pace, pace, quando non c'era pace” (Ger 6,14; 8,11), che hanno promesso abbondanza ma hanno provocato la carestia. Per difendere la superiorità della tradizione cattolica oggi, non abbiamo bisogno di possedere nemmeno la metà della perspicacia dei tradizionalisti originari, perché possiamo vedere che ogni loro predizione si è dimostrata fedele fino all’ultimo dettaglio. Prevedevano che un cambiamento improvviso e massiccio avrebbe avuto effetti catastrofici e che i cambiamenti particolari introdotti avrebbero minato la fede e la pratica cattoliche. Predicevano che laddove la tradizione sarebbe rimasta custodita, la Chiesa avrebbe resistito alla tempesta e avrebbe prodotto buoni frutti. Sono stati ampiamente giustificati da quanto è successo, poiché è proprio il successo del rinnovamento tradizionalista contro ogni possibile avversità che ha suscitato l’ira del drago.

Per noi, essere tradizionalisti oggi non richiede grande saggezza, perché i frutti buoni e cattivi hanno raggiunto la piena maturità. Abbiamo ancora la stessa forza della ragione e lo stesso sensus fidei fidelium che ci dice quando qualcosa è irrazionale o quando rifiuta di armonizzarsi con ciò che ci insegna un catechismo affidabile. L’unica cosa di cui abbiamo più bisogno, molto di più, è il coraggio, la forza d’animo, l’audacia. Il movimento tradizionalista ha beneficiato e allo stesso tempo sofferto della quindicennale “pax Benedictina”, dello spazio pacifico di convivenza messo in atto da Benedetto XVI. Ne abbiamo beneficiato perché molti più sacerdoti hanno appreso l’antico rito e molti più fedeli hanno imparato ad amarlo. Quindi il nostro movimento è cresciuto enormemente di numero. Ma abbiamo sofferto anche noi, perché in molti luoghi le cose ci sono diventate più facili, e forse ci siamo addolciti, come può succedere ai soldati in tempo di pace; all’improvviso abbiamo avuto vescovi amichevoli (o almeno non apertamente ostili), abbiamo avuto parrocchie che spuntavano qua e là; sembrava una marea che si alzava dolcemente e in modo irresistibile.

E poi è arrivata l’inaspettata Traditionis Custodes — il cui titolo può essere tradotto "guardie carcerarie del tradimento" — che ci ha riportato improvvisamente in uno stato di aperto conflitto che molti di noi — specialmente, direi, i “tradizionalisti in fasce” — erano abbastanza impreparati ad affrontare. È a questo punto che dobbiamo davvero intensificare la nostra battaglia. Tutti coloro che sono passati alla messa tradizionale in latino perché amano la riverenza eucaristica, il silenzio, la musica, la comunità delle giovani famiglie, la predicazione ortodossa, qualunque essa sia, o anche solo perché odiavano le maschere e il disinfettante per le mani e la religione covidica parallela hanno bisogno di prendere dei buoni libri e di istruirsi! Hanno bisogno di scoprire cosa è successo negli anni Sessanta e perché è iniziato il tradizionalismo come movimento. Hanno bisogno, insomma, di passare dall’essere turisti della tradizione ad apostoli della stessa, da nomadi a coloni, da ammiratori a difensori. Ci è stata venduta una sorta di mezza verità secondo cui potremmo anche avere la tradizione qualora la “preferissimo”, e quello era un falso compromesso, perché la tradizione non è qualcosa che “preferiamo”, è qualcosa che conosciamo e comprendiamo, crediamo e viviamo: è un tesoro senza il quale non possiamo vivere e senza il quale la Chiesa non può prosperare. Non è una preferenza ma una necessità vitale, un’identità fondamentale.

Quando recupereremo questa consapevolezza, questa convinzione della verità di come stanno realmente le cose e agiremo di conseguenza, allora erediteremo il nome e il successo dei primi tradizionalisti che hanno combattuto e sofferto così tanto negli anni Sessanta e Settanta. Una generazione di nostalgici hippy del Vaticano II ora in posizioni di potere ci ha respinto in quel mondo ctonio da cui avevamo cominciato a emergere. Sforziamoci, per grazia di Dio, di essere degni di stare al fianco di coloro che per primi guidarono il popolo di Dio fuori dall’Egitto degli anni Sessanta e Settanta in una terra dove scorre il latte e il miele della tradizione cattolica. Possiamo farlo. Dio ci ha dato ragione, ci ha dato la fede, ci ha dato modelli a cui guardare, ci ha dato un’intima esperienza personale, ci ha donato la saggezza collettiva di venti secoli di cattolicesimo. La vittoria è nostra se ci manterremo saldi e non ci perderemo mai d’animo. 
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[1] Tradotto da p. Ignatius Harrison, O.Cong., http://southernorderspage.blogspot.com/2010/03/cardinal-ratzingers-1998-address-very.html . Se la Chiesa ha sempre fatto tesoro della sua tradizione come regola, allora sappiamo con certezza che un attacco alla tradizione non può provenire dalla Chiesa. Coloro che parlano a nome della Chiesa non devono essere presi meccanicamente e automaticamente come i suoi portavoce o quelli del Signore.
[2] Newman on Worship, Reverence, and Ritual (Np: Os Justi Press, 2019), 79.
[3] Non pretendo infallibilità per la sua affermazione, ma non richiede nemmeno uno statuto speciale, poiché enuncia un principio che può essere falso solo se il Vaticano II ha introdotto una rottura nel cattolicesimo così profonda da richiedere l'abolizione delle forme ortodosse e la loro totale sostituzione con nuove forme.
[4] Sale della Terra, trad. Adrian Walker (San Francisco: Ignatius Press, 1997), 176–77.
[5] Dio e il mondo, trad. Henry Taylor (San Francisco: Ignatius Press, 2002), 416.
[6] Tradotto da Gerhard Eger e Zachary Thomas, dal testo del manoscritto vaticano a cura di Hans Foerster (1958, pp. 145–48). Per il testo latino completo e le note aggiuntive, vedere “' I Shall Keep Inviolate the Discipline and Ritual of the Church': The Early Mediæval Papal Oath ”, Canticum Salomonis, 31 luglio 2021.
[7] Questo e il testo precedente sono, con l'avvertimento implicito o esplicito (per citare le parole di quest'ultimo) "absque tamen præjudicio juris dignitatis et præeminentiæ Sedis Apostolicæ".
[8] Ha in mente proprio quelle “cerimonie ricevute e approvate” come fece Trento in seguito.
[9] Summa de ecclesia, lib. IV, pars Ia, cap. xi, § Secundo sic (fol. 196v dell'edizione romana del 1489, p. 552 dell'edizione di Salamanca del 1560, e p. 369v dell'edizione di Venezia del 1561). Per il testo completo, vedere la mia conferenza “ Oltre il Summorum Pontificum: The Work of Retrieving the Tridentine Heritage ”, Rorate Caeli, 14 luglio 2021, nota 13.
[10] Gaetano, De Comparatione Auctoritatis Papae et Concilii.
[11] Suárez, De Fide, disp. X, sez. VI, n. 16; De Fide, disp. X, sez VI, n. 16.
[12] De Caritate, disp. XII, sez. 1.
[13] Prierias, Dialogus de Potestate Papae, citato da Francisco de Vitoria, Obras , pp. 486–87.
[14] Cfr. John O'Malley, Vatican I: The Council and the Making of the Ultramontane Church (Cambridge, MA: Belknap Press of Harvard University Press, 2018), 212, e il mio articolo sul libro “ The 'Spirit of Il Vaticano I' come problema politico post-rivoluzionario ", OnePeterFive , 6 luglio 2022.
[15] In parole povere: o Benedetto XVI ha ragione nella sua affermazione universale, o Francesco ha ragione a negarlo (implicitamente), non possono avere entrambi ragione. Un segno che i nemici della liturgia tradizionale sono consapevoli di questo tallone d'Achille nella loro posizione è il loro instancabile sforzo propagandistico di reinterpretare il Summorum Pontificum come un ramoscello d'ulivo alla FSSPX o come una concessione temporanea per nostalgici scontenti.
[16] Si può notare che anche la Redemptionis Sacramentum — piuttosto incongruamente nel contesto del Novus Ordo — riconosce un diritto alla tradizione: «le azioni arbitrarie non favoriscono un vero rinnovamento, ma ledono il diritto dei fedeli di Cristo alla celebrazione liturgica che è espressione della vita della Chiesa secondo la sua tradizione e disciplina» (n. 11). Questo non è solo costituito dal diritto positivo, ma è l'espressione di ciò che è perennemente vero.
[17] Andrei Psarev, I limiti della non conformità nella Chiesa bizantina (861–1300): uno studio del canone 15 del primo e del secondo Concilio di Costantinopoli (861), 13.
[18] “Disobbedienza materiale”, nel senso che non facevano ciò che gli era stato detto di fare, e facevano ciò che era stato detto loro di non fare – disobbedienza sulla questione in questione – ma ciò non costituiva disobbedienza formale perché erano in realtà nel giusto, e quindi erano obbedienti a una legge superiore.
[19] C'era una piccola eccezione fatta per il clero vecchio e infermo che non poteva leggere i libri nuovi. Quello, e l'indulgenza di Heenan (o "Agatha Christie") nel 1971, furono le uniche aperture ufficiali fino al 1984.
[20] Vedi https://lms.org.uk/the-norms-of-1986 ; https://www.olrl.org/new_mass/latinmass_cfn.shtml .
[21] Il filosofo britannico Stephen RL Clark afferma: “Ogni volta che un innocente chiaro è condannato, specialmente a morte, dai poteri e dai principati di questo mondo, sono quei poteri e quei principati che sono essi stessi condannati e perdono l'autorità morale di cui hanno abusato. Dobbiamo, o sentiamo di dovere, un'obbedienza primaria all'autorità, ma quell'autorità è presa in prestito da una fonte superiore e può essere perduta. Coloro che osservano l'evento possono sentirsi svincolati, se non dal ragionevole timore di ciò che possono fare gli abusatori, almeno dalla sensazione che gli abusatori abbiano il diritto di farlo” ( Can We Believe in People?: Human Significance in an Interconnected Cosmo [Brooklyn: Angelico Press, 2020], 113).
[22] Cfr. “ Recollections of a Vatican II Peritus ”, New Liturgical Movement, 29 giugno 2022. Un punto utile di Brian Tierney, Foundations of the Conciliar Theory: The Contribution of the Medieval Canonists from Grazian to the Great Scism (Cambridge: Cambridge University Press, 1955), 51–52: “I Decretisti avevano un'idea chiaramente formulata che il mantenimento dello status ecclesiae fosse una considerazione preminente in tutte le questioni di politica ecclesiastica... Negli scritti decretisti (come nel opere conciliariste di due secoli dopo) la necessità di preservare lo status ecclesiae fu sempre presentata come un limite all'autorità pontificia piuttosto che come un motivo per estenderla... Per loro lo "stato della Chiesa" non era un vago indefinibile concetto che poteva giustificare qualsiasi azione straordinaria del governo della Chiesa, ma era piuttosto una realtà viva, strettamente identificata con le regole di vita ecclesiastica stabilite nelle leggi dei Consigli generali e confermate 'per consenso universale'». Phillip Stump fa notare: “Quando status ecclesiae è usato come criterio di limitazione del potere pontificio, ad esempio nell'insegnamento che il papa non poteva concedere dispense contro i decreti dei primi quattro Concili ecumenici, ha il significato di 'costituzione' o 'struttura o natura fondamentale' della Chiesa ” ( Le riforme del Concilio di Costanza (1414–1418) [Leida: EJ Brill, 1994], 254).
[23] Come ha scritto Shawn Tribe: “In definitiva il problema [della rottura] non è stato sradicato dagli anni del Summorum ; ciò che però gli anni del Summorum realizzarono fu che... molte persone videro nella... ricchezza e bellezza della tradizione liturgica romana. Gli anni SP erano gli anni "vivi e lascia vivere". Quindi eccoci qui, ma fortunatamente la Chiesa ha sempre prosperato in risposta alle persecuzioni e all'attuale persecuzione dell'usus antiquior potrebbe benissimo essere ciò che è finalmente necessario per mettere definitivamente a letto la scuola rupturista. Più è evidente il disprezzo e l'attacco a questo patrimonio, più è chiaro che c'è un problema ideologico significativo e ha invitato a una critica aperta [dei rivoluzionari liturgici] di un tipo che non vedevamo negli anni del PS ” (commento su Facebook).
[24] Per alcuni di questi contesti, si veda il mio articolo “Lo 'Spirito del Vaticano I' come problema politico post-rivoluzionario”.
[25] Per usare un'espressione del vescovo Mutsaerts'.
[26] Cfr. S. Tommaso, Summa theologiae, I-II, D. 97, art. 2.
[27] Non sto dicendo che non ci siano stati abusi eclatanti prima del concilio: mi vengono in mente le messe contro il populum di Guardini e Parsch come esempi. Ma non c'era la stessa atmosfera febbrile, e questi uomini non erano eretici che volevano rovesciare l'intera tradizione liturgica, solo tristemente fuorviati su alcuni punti.
[28] Vedi il mio libro True Obedience in the Church: A Guide to Discernment in Challenging Times (Manchester, NH: Sophia Institute Press, 2021), 43–51.
[29] Dico “ritrovato” perché lo suggerisce la retorica irresponsabile di “una nuova Pentecoste”. Vedere The Once and Future Roman Rite: Returning to the Latin Liturgical Tradition dopo settant'anni di esilio (Gastonia, NC: TAN Books, 2022), 173–77.
[30] Gregory DiPippo, “ La rivoluzione è finita ”, Nuovo Movimento Liturgico, 1 agosto 2022.
[31] “La petizione del 1971”, Messa dei Secoli 210 (Inverno 2021), 8.
[32] Inizia con questi due: il mio Reclaiming Our Roman Catholic Birthright (Brooklyn: Angelico Press, 2020) e The Traditional Mass: History, Form, and Theology of the Classical Roman Rite di Michael Fiedrowicz (Brooklyn: Angelico Press, 2020).
[33] Per questo sarà indispensabile il libro di Stuart Chessman Faith of Our Fathers: A Brief History of Catholic Traditionalism in the United States, from Triumph to Traditionis Custodes (Brooklyn: Angelico Press, 2022).

5 commenti:

  1. Grazie Mic. Ottimo articolo! Ottima e rapida traduzione.

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  2. In realtá la differenza fra Pio V e Paolo VI è solo nell'invenzione di un rito nuovo dal nulla sfregiando il deposito liturgico e la sua intangibilitá.
    Pio V fatti salvi i riti duecentenari, ha vietato i riti pur antichi e consueti che si discostavano dal messale da lui riformato per la scuola romana.
    Difatti si abrogano le leggi mica i messali, dunque la frase di BXVI al riguardo di quello del 62 era del tutto ovvia ed inutile, un chiaro segno ri cerchiobottismo.
    La cosa ( riguardante la statuizione e non il rito in sè ) è contraddetta dal regime di indulto, che è una deroga e che permane tutt'ora.
    Continuare a credere che TC sia in contraddizione con SP è fuorviante ed erroneo. D'altronde anche SP ha molti punti anticanonici oltre a complete corbellerie ( vedi la possibilitá di avere due riti paralleli uno all'altro nel medesimo territorio giuridico di competenza liturgica ) senza contare che la descrizione che dá BXVI del rito del 62 ( giá alquanto menomato ) è altamente umanistica e ben poco spirituale.

    Per quanto riguarda canoni e giuramenti infranti sarebbe ora non solo di ammettere che il papa non ha potere assoluto, ma che anch'egli non è al di sopra delle leggi divine ed ecclesiastiche. Il papa è tale in quanto vescovo di Roma, e perché vescovo non può non soggiacere alle pene di interdizione, riduzione a stato laicale o scomunica come tutti gli altri , a maggior ragione quelle specifiche previste per gli episcopi appunto.

    Saluti

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  3. Buona Festa della Natività di Maria Santissima!

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  4. BXVI speculare a Francesco

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  5. “Obbedienza”, per voi parola completamente vuota che vi girate e rigirate come vi fa più comodo.
    “Verità” che è solo quella che vedete voi ed ha tante incarnazioni quante sono le teste dei fedeli tradizionalisti.

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