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sabato 11 novembre 2023

Don Curzio Nitoglia / I novissimi: l’anima umana e l’aldilà (Parti VII e VIII)

Sintetizzo in un'unica pubblicazione, per comodità di lettura, l'intervento che segue, in due parti (VII e VIII), di don Curzio Nitoglia sui Novissimi, un tema di cui i sacerdoti parlano sempre meno, quando non ne parlano affatto. Si tratta delle “cose ultime”: la morte, il giudizio (universale e particolare), l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Concetti che nelle prediche talvolta emergono; ma in maniera incompleta e (almeno in parte) distorta. 
Ricordo anche le imminenti Catechesi a Sant'Anna al Laterano qui. Le parti precedenti sono pubblicate qui (I - II - III - IV) - qui (V - VI). Altri articoli sul tema qui - qui - qui - qui - qui.

I novissimi:
l’anima umana e l’aldilà


Parte settima

L’inferno
L’eternità delle pene

don Curzio Nitoglia

L’esistenza dell’inferno fu negata - tra i primi - da Arnobio di Sicca (255 – 330), che sosteneva che i dannati erano annichilati da Dio. Quest’errore fu rinnovato nel XVI secolo dai sociniani. Invece, gli origenisti, sempre nel IV secolo, negarono l’eternità delle pene dell’inferno, poiché tutti i riprovati, uomini e demoni, un giorno si sarebbero convertiti. Il cattolicesimo liberale, i modernisti e gli spiritisti ripresero quest’eresia. Secondo costoro l’eternità delle pene ripugna alla saggezza di Dio.

Il Magistero
La Chiesa ha insegnato che l’eternità delle pene (del senso e del danno) infernali è un dogma di fede (Simbolo di sant’Atanasio; IV Conc. Lateranense, DB 429; Conc. di Firenze, DB 693; Benedetto XII, DB 531; Conc. Tridentino, DB 835).

La S. Scrittura
Nell’Antico Testamento, Isaia (LXVI, 15-24) parla di «verme che non morirà» e di «fuoco che non si estinguerà». Tutti i commentatori vedono in questo fuoco e verme la pena eterna dell’inferno. Questo testo è citato da Gesù in persona nel Vangelo di san Marco (IX, 43) e da san Giovanni Battista in quello di san Luca (III, 17).
Il profeta Daniele parla ancora più chiaramente: «Molti che dormono nella polvere si sveglieranno, gli uni per la vita eterna, gli altri per un obbrobrio e un’infamia eterna» (XII, 1-2).
Nel Nuovo Testamento san Giovanni Battista, annunziando il Messia dice: «Viene Colui, che è più potente di me… brucerà la paglia in un fuoco che non si estinguerà mai» (Lc., III, 7, 17). Inoltre Gesù dice agli scribi e farisei: «Colui che avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non otterrà mai perdono: egli è colpevole d’un peccato eterno» (Mc., III, 29). In Marco (IX, 42-48) Gesù parla di «fuoco inestinguibile, là ove il verme non muore mai e il fuoco mai s’estingue». Nel discorso sul giudizio universale (Mt., XXV, 33-46) Gesù si rivolge ai reprobi con questi termini: «Via, lontano da Me, maledetti, andate al fuoco eterno». Nel Vangelo di san Giovanni leggiamo: «Colui, che non vive in Me, è gettato via, come il sarmento staccato dalla vite; si secca, poi si getta nel fuoco e vi brucia».

La Tradizione patristica
I Padri della Chiesa hanno insegnato in maniera unanime la dottrina dell’eternità delle pene dell’inferno ancor prima del III secolo e della controversia contro gli origenisti. Si può leggere l’Enchiridion patristicum di Rouet de Journel, Index theologicus, n. 594.
Dal III secolo sino al V la maggior parte dei Padri (da san Metodio di Olimpo a sant’Agostino) combatterono l’errore origenista sulla non eternità delle pene dell’inferno, asserendo che la conversione finale dei demoni e dei dannati è contraria alla divina Rivelazione.
Nel V secolo la Chiesa condanna l’origenismo al Sinodo di Costantinopoli (anno 553) e papa Vigilio confermò quest’anatema (DB, 211).

La ragione teologica
I peccati non espiati in questa vita sono puniti nell’altra. Il Signore è Giudice sovrano dei vivi e dei morti , come Dio deve rendere a ciascuno secondo le sue opere; inoltre come Legislatore deve aggiungere alle sue leggi una sanzione efficace.
San Tommaso d’Aquino ne tratta lungamente (S. Th., I-II, q. 97, aa. 1-7; III, q. 86, a. 4; Suppl., q. 99, a. 1; S. c. Gent., lib. III, c. 144-145; lib. IV, c. 95).
L’Aquinate spiega che colui il quale vìola ingiustamente un ordine lecito deve essere castigato a causa del principio che sta alla base di quest’ordine; ossia la sinderesi. Perciò, siccome, a ogni azione corrisponde una reazione, anche dal punto di vista morale, l’azione malvagia richiede una reazione che la castighi e ripari il male causato. Dunque; colui, che agisce contro la legge divina, merita una pena inflitta da Dio stesso, sia in questa vita sia nell’eternità.
Le anime corrette che sono cadute in qualche disordine sono felici di poter pagare il loro debito alla giustizia divina o al tribunale della confessione o nel purgatorio. In questo modo è evidente l’esistenza delle pene nella vita futura.
Ora resta da vedere perché le pene dell’inferno siano eterne.
Il peccato mortale non seguìto dal pentimento è un disordine irreparabile e ha una gravità senza misura (S. Th., I-II, q. 87, a. 3-4).
Sino a quando il peccatore resta separato da Dio, non essendo pentito del male fatto, merita la pena dovuta alla sua colpa. Ora, se il peccato è mortale e ha dato la morte alla grazia santificante, il disordine che ha provocato è irreparabile, poiché ha una gravità infinità, è di ordine soprannaturale; ossia sorpassa ogni potenza naturale creata, sia umana sia angelica. Perciò, il peccato mortale se non è riparato da Dio in séguito alla contrizione perdura sempre.
Perciò, se il peccatore resiste anche nel momento estremo della sua esistenza terrena e muore nell’impenitenza finale, allora la pena dovuta alla colpa durerà per sempre.
I teologi distinguono nel peccato 1°) l’amore disordinato del bene creato (conversio ad creaturam) preferito a Dio infinito (aversio a Deo); quest’amore disordinato della creatura è punito con la pena del senso; mentre 2°) l’aversio a Deo è punita con la pena del danno o privazione della visione di Dio.
Se le pene dell’inferno non fossero eterne, il peccatore ostinato potrebbe - un giorno - perseverare nella rivolta contro Dio, senza che alcuna sanzione venisse a reprimere il suo orgoglio.
Ciò equivarrebbe a negare il principio di non contraddizione e la sinderesi, poiché sin dal giorno della cessazione della pena, il bene sarebbe come il male e il male come il bene.
San Tommaso confutando gli origenisti (S. Th., Suppl., q. 99, a. 2) scrive che la misericordia divina è infinita ma è regolata dalla saggezza; perciò la sua misericordia non s’estende a quanti se ne sono resi indegni, ossia, ai diavoli e ai dannati. Tuttavia, anche a loro riguardo Iddio esercita in un certo modo la sua misericordia, poiché “citra condignum puniuntur / son puniti meno di quanto abbiano meritato”.
Il dannato non chiede mai perdono, è ostinato nella sua rivolta orgogliosa contro Dio e non vuol assolutamente saper nulla di umiltà e pentimento.
Così il peccatore, che ha l’anima macchiata non solo dall’atto del peccato mortale ma anche dallo stato di peccato mortale in cui vive abitualmente, perdura sempre nel disordine e nella disobbedienza alla legge divina.
Insomma, “la pena eterna corrisponde all’anima macchiata dal peccato mortale non cancellato dal pentimento o contrizione, peccato che perdura sempre come stato o disordine abituale; perciò, la pena che le è dovuta, dura sempre anch’essa” (S. Th., Suppl., q. 99, a. 2, ad 5).
Nella prossima puntata vedremo la pena del senso e del danno.

* * *
Parte ottava

I novissimi:
l’anima umana e l’aldilà
L’inferno: pena del senso e del danno


La pena del Danno
Il dogma dell’inferno mette in luce una verità che oggi è molto attuale e importante, perché è negata da tutta la filosofia moderna che parte da Kant e arriva ai giorni nostri (1).
Questa verità è l’assoluta e totale distinzione tra vero e falso, bene e male; di modo che mai il bene potrà diventare male e viceversa. Così, l’eternità delle pene dell’inferno è una conferma pratica che neppure tra un milione di anni il male diventerà bene, né il dannato diverrà un beato.
Per quanto riguarda la pena del danno (dal latino damnum, perdita, sofferenza di un’assenza), in teologia, essa significa la pena principale dovuta al peccato senza il pentimento perfetto, ossia l’amor di Dio. La pena del danno corrisponde alla colpa in quanto è allontanamento volontario da Dio; mentre la pena del senso corrisponde al peccato in quanto, è adesione disordinata alla creatura, facendo di essa il proprio fine ultimo (S. Th., I-II, q. 87, a. 4; Suppl., q. 97, a. 2; q. 98 per intero; q. 99, a. 1).
La pena del danno consiste nella privazione della visione beatifica e di tutti i beni che ne derivano: la gioia senza misura che deriva dal vedere Dio “faccia a faccia”.
Il magistero della chiesa lo insegna (Conc. di Firenze, DB, 693), fondandosi sulla S. Scrittura: “Allontanatevi da Me, maledetti andate nel fuoco eterno” (Mt., XXV, 41).
La ragione teologica, data qui brevemente e che vedremo in maniera estesa più oltre, è che l’uomo che muore nello stato di peccato mortale, non cancellato da un atto di dolore perfetto, si è definitivamente allontanato da Dio; ora, dopo la morte, l’anima separata dal corpo si è liberamente e definitivamente ostinata nel male, quindi, essa è separata per sempre da Dio.
Purtroppo, l’uomo su questa terra non riesce a capire appieno la gravità della pena del danno, mentre comprende molto meglio quella del senso. Infatti, l’anima umana unita al corpo non ha ancora preso coscienza piena che solo Dio può colmare la sua profondità (“anima est quodammodo omnia”, Aristotele). Inoltre, i beni sensibili e materiali possono irretirla e renderla schiava; infine, l’orgoglio cerca d’impedire che essa possa arrivare alla conoscenza non solo speculativa ma anche pratica che solo Dio è il suo fine; perciò, le cose sensibili ci spingono lontano da esso e fanno in modo che noi poniamo in esse il nostro fine ultimo.
Tuttavia, sùbito dopo la morte, quando l’anima è separata dal corpo, essa perde improvvisamente tutti i beni materiali che le impedivano di conoscere perfettamente la sua natura spirituale e il suo destino soprannaturale. In quel momento, essa conosce come l’angelo: puro spirito, incorruttibile, immortale, dotato di un’intelligenza ordinata alla verità e di una volontà diretta al bene e specialmente al vero sommo e al bene sovrano, ossia Dio; ma al tempo stesso capisce che ha perso Dio e che questo vuoto assoluto non sarà mai più riempito. Questa è la gravità della pena del danno.
Perciò, il dannato odia Dio, giusto giudice, ha per Lui un’avversione che deriva dal suo peccato mortale senza pentimento, che è diventato uno stato abituale. Ecco l’odio verso Dio che provano i dannati, che si trovano continuamente in atto di peccare.
Il dannato ha il rimorso ma non il pentimento, infatti, egli non è capace di cambiare il proprio rimorso in pentimento poiché detesta il suo peccato solo come causa delle sue sofferenze e s’incollerisce contro di esse lungi dall’accettarle in espiazione. Egli non vuol assolutamente vedere nella sua colpa l’offesa fatta a Dio. Di qui la tortura, ossia il tormento della coscienza. La loro intelligenza, finissima e non più intralciata dalle passioni corporali, capisce perfettamente il valore e la portata della sinderesi: “Il bene è il bene, il male è il male, il bene non è il male”. Sa per conoscenza naturale che Dio esiste, ma lo detesta in quanto giusto giudice. Ecco la contraddizione che lo porta alla disperazione e all’odio perpetuo (S. Th., I, q. 60, a. 5, ad 5um; II-II, q. 26, a. 3).
In quel momento i dannati capiscono che hanno perso tutto, per sempre e per loro colpa. Hanno, tuttavia, una sete naturale insopprimibile della felicità che, però, non potranno mai avere e vorrebbero cadere nel nulla per non soffrire più ma questa fine del loro dolore non verrà mai. È in questo senso che Gesù ha detto di Giuda: “Meglio era per lui che non fosse mai nato” (Mt., XXVI, 24). Questo è il perpetuo rimorso che non cessa di perseguitarli.
Questo rimorso è la conferma pratica che l’intelletto, persino nel dannato - diversamente da Hegel - non può cancellare in sé i primi princìpi dell’ordine speculativo (identità e non contraddizione) e pratico (sinderesi), insomma la distinzione tra il sì e il no, tra il bene e il male (S. Th., I-II, q. 85, a. 2, ad 3; S. contra Gentes, lib. IV, cap. 89).
L’Aquinate spiega che il dannato non può e non vuole cambiare il suo rimorso in pentimento. Infatti, egli deplora il suo peccato non come offesa di Dio, ma solo come causa delle sue sofferenze. Questa è la differenza, infinitamente distante, tra il rimorso e il pentimento: il rimorso tortura e dà l’angoscia, il pentimento libera e dà la pace. Nell’inferno non esiste l’amore. Santa Teresa d’Avila chiamava il demonio: “Colui, che non ama”. I diavoli e i dannati si odiano vicendevolmente e ognuno di essi, per invidia e gelosia, vorrebbe che tutti gli uomini fossero dannati come lui.

La pena del senso
La pena del senso è affermata esplicitamente nella S. Scrittura. “Temete Colui, che può perdere anima e corpo nella geenna” (Mt., X, 28).
San Tommaso d’Aquino spiega che essa punisce il peccato in quanto conversio ad creaturam, mentre la pena del danno lo punisce come aversio a Deo (S. Th., II-II, q. 87, a. 4). Ora, il corpo, che ha concorso - come strumento dell’anima - a commettere il peccato, deve partecipare alla pena di cui l’anima è afflitta, dopo la risurrezione finale. La pena del senso punisce particolarmente il corpo.
La Rivelazione ci dice che due sono le caratteristiche principali della pena del senso: una prigione eterna e un fuoco inestinguibile (Mt., XX, 13; V, 22).

Fuoco reale e non metaforico
La dottrina dei Padri e degli Scolastici (2) è che il fuoco dell’inferno è reale. Infatti, si ricorre al senso figurativo solo quando il contesto o altri passaggi analoghi e più espliciti escludono il significato reale e letterale.
Ora, il significato letterale appare inequivocabilmente chiaro in Matteo: “Andate lontano da Me nel fuoco eterno” (XXV, 41). Tutto il contesto domanda un’interpretazione realista, commenta padre Garrigou-Lagrange (L’altra vita e la profondità dell’anima, cit., p. 98), su cui mi baso sostanzialmente per la stesura di questi articoli, «Andate al fuoco reale, come i buoni andranno alla vita eterna; al fuoco preparato per Satana».
In molti altri passaggi della Scrittura si parla di fuoco in maniera chiaramente letterale. Per esempio, in Matteo (X, 28) si parla di supplizio non solo delle anime ma anche dei corpi nel fuoco. Addirittura San Pietro (II Epistola, II, 6) prevede come tipo dei castighi futuri il fuoco del cielo piombato su Sodoma e Gomorra. Perciò, l’interpretazione metaforica del fuoco dell’inferno, equiparato a un certo rimorso, va contro il senso ovvio dei passaggi scritturali.
I Padri ecclesiastici (S. Basilio, Crisostomo, Agostino, Gregorio Magno), contrariamente a Origene, parlano, quasi sempre, di fuoco reale, che paragonano al fuoco terrestre, anzi certe volte parlano chiaramente di fuoco corporale (cfr. ROUET DE JOURNEL, Enchiridion Patristicum, indice teologico, n. 592 ss.).
Il Dottore Angelico (Suppl., q. 97, a. 5-6) spiega che esso è un fuoco corporeo della stessa natura del fuoco terrestre, ma non ha bisogno di essere alimentato, è oscuro, senza fiamma, inoltre è eterno e brucia i corpi senza consumarli e distruggerli.

Come agisce il fuoco dell’inferno?
Come il fuoco materiale può agire sopra un’anima separata dal corpo? La teologia risponde che il fuoco può far ciò come strumento della giustizia divina. Per fare un esempio, l’acqua del battesimo agisce sull’anima e produce un effetto spirituale: la grazia santificante.
Il fuoco infernale è allora lo strumento della giustizia divina e la materia dei sacramenti quello della misericordia. Insomma, il fuoco dell’inferno esercita una sorta di causalità strumentale fisica sull’anima dei dannati. Tuttavia, è molto difficile spiegare ulteriormente il suo modo d’agire.
San Tommaso d’Aquino (S. contra Gent., lib. IV, cap. 90; S. Th., Suppl. q. 70 a. 3) spiega che il fuoco riceve da Dio la capacità di tormentare gli spiriti dannati, impedendo loro di agire come e dove vogliono. Insomma, il fuoco sarebbe come una “legatura / alligatio” che impedisce loro di agire; come avviene a una persona paralizzata che, inoltre, è umiliata dalla soggezione all’incapacità di agire liberamente.
La spiegazione tomistica è in perfetta armonia con i testi scritturali, che descrivono l’inferno come una prigione in cui i dannati sono trattenuti loro malgrado (Giuda, VI; II Petri, II, 4; Apoc., XX, 2). Infatti, secondo l’Angelico, il fuoco non agisce sullo spirito per alterarlo o bruciarlo ma, per impedirgli di agire come vorrebbe, a mo’ di una specie di “camicia di forza” spirituale. Tuttavia, come riconosce padre Reginaldo Garrigou-Lagrange (L’altra vita e la profondità dell’anima, cit., p. 99) «è ben difficile procedere più addentro nella spiegazione di questo misterioso modo d’agire».
Infine, questo fuoco brucia anche i corpi, dopo la risurrezione universale, ma non li consuma. Ora, com’è possibile ciò? Secondo san Tommaso, il corpo dei dannati è incorruttibile, perché deve durare per sempre e, quindi, soffre in maniera speciale senza essere consumato. Per esempio, l’udito sente grida acutissime ininterrottamente, e così ognuno dei cinque sensi.

L’ineguaglianza delle pene infernali
La Santa Scrittura rivela questa diversità nella pena dell’inferno, a seconda, della gravità delle colpe. Nel Vangelo di san Matteo (XVI, 15) è rivelato che “vi sarà meno rigore nel giorno del giudizio per Sodoma e Gomorra che per questa città”. Inoltre, in san Luca (XII, 47) si legge che il cattivo servitore, che non ha lavorato pur avendo conosciuto la volontà del padrone, “riceverà un numero grande di colpi”, mentre il servo che non la conosceva, pur avendo mal servito “riceverà pochi colpi”.
Infatti, secondo giustizia, la pena deve essere proporzionata alla colpa. Ora, le colpe sono ineguali nella gravità e nel numero; quindi, le pene dell’inferno dovranno essere ineguali nel rigore (S. Th., Suppl., q. 69, a. 5).
Inoltre, «è necessario notare che è assai probabile che Dio non precipiti nell’inferno il peccatore per un solo peccato mortale isolato, soprattutto per un peccato di debolezza; ma che non vi condanni che i peccatori inveterati. Così Egli dona a tutti i soccorsi che li inclinano a convertirsi; perciò, l’inferno è il castigo del volere malvagio di chi si ostina nel peccato” (R. GARRIGOU-LAGRANGE, cit., p. 102).
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1 - «L’età moderna, iniziatasi con l’umanesimo, è una marcia verso la conquista dell’io, che il Medio Evo aveva mortificato in omaggio a Dio. Per riconquistare quest’io, mortificato da Dio, l’uomo si mise a percorrere freneticamente le vie dell’emancipazione. Venne Lutero col Protestantesimo, e si ebbe l’emancipazione dell’io dall’autorità religiosa. Venne Cartesio e col suo famoso metodo filosofico segnò l’emancipazione dell’io dalla filosofia tradizionale, ossia dalla filosofia perenne che è l’unica vera; emancipazione filosofica poi agli ultimi termini da Kant, da Hegel, ecc… Venne Rousseau e con i suoi principi sociali rivoluzionari segnò l’emancipazione dell’io dall’autorità civile. Questa continua, progressiva emancipazione dell’io ha poi culminato nella divinizzazione dell'io medesimo e nella conseguente umanizzazione, o meglio, distruzione di Dio. Si è avuta così l’uccisione nicciana di Dio in omaggio all’io» (GABRIELE ROSCHINI, La Santa Messa. Breve esposizione dogmatica, II ed., Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010, p. 11-13).
2 - SAN TOMMASO D’AQUINO, IV Sent., d. 44, q. 3, a. 3; S. contra Gentes, lib. IV, cap. 90; De anima, q. 2, a. 21; De veritate, q. 25, a. 1; S. Th., Suppl., q. 70, a. 3; q. 97, a. 5.

2 commenti:

  1. Ma se uno nasce deficiente cosa succede? Non si parla più di tare ereditarie, però esistono ancora, anzi forse sono in aumento causa la promiscuità sessuale. Cretinismo, ebetissmo esistono, magari non sempre gravissimi, ma esistono. Rileggerò con più attenzione ma di casi strani ne esistono parecchi. È vero che la vita a volte ti cura, ma altre volte ti perde. Non tutti acquisiscono un sufficiente dominio di sé stessi, poi oggi si va sull irrazionale spinto non sostenuto da nessuna pregressa educazione familiare, scolastica, sociale. Quindi presto tutti matti. Rileggerò con calma.

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  2. Beati pauperes spiritu12 novembre, 2023 20:49

    Suppongo che nei casi di ritardo mentale manchi il deliberato consenso al peccato.

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