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venerdì 31 maggio 2013

Lettera aperta di un fedele confuso a SER Card. Bagnasco

Eminenza,
Torre di Babele
Le scrivo come uno che è completamente disorientato, senza un appiglio e con una grandissima tristezza nel cuore. Le risparmio la digressione sulla mia storia personale e sul mio ravvedimento e quindi ri-avvicinamento alla Santa Madre Chiesa, avvenuto ormai molti anni fa. Anni in cui ero uno di quei "lontani" di cui tanto oggi si parla, e la cui definizione ancora non sono riuscito a cogliere nel suo vero significato.

Ho 34 anni e sono di Roma; la Diocesi del Santo Padre, Sommo Pontefice, Vicario di Cristo in terra.

Se qualcuno dovesse "definirmi" potrei essere annoverato tra i "tradizionalisti". Ma, visto il significato che di solito si da al termine, faccio fatica ad identificarmi con le persone che "si sentono legate ad usi della propria infanzia", o cose simili. In realtà, personalmente mi definisco come il Santo Papa Pio X definisce tutti i Cattolici. Ogni Cattolico è "Tradizionalista". Verrebbe da dire "Tradizionale", nell'accezione Cattolica del termine, ovvero nel significato più profondo del binomio "nova et vetera".  Devo dire che questo mio essere "Tradizionale", è emerso in modo "progressivo" (ironia della sorte!) durante gli ultimi anni del pontificato del Beato Giovanni Paolo II, e soprattutto durante tutto il Pontificato del Venerato Benedetto XVI. Sono stati anni di grandi sofferenza e di grande cambiamento per la Santa Madre Chiesa. Abbiamo sofferto tutti dei Peccati che sono al suo interno, i quali sono stati maggiormente portati all'attenzione dei media principalmente riguardo le offese alla Castità. Ogni Cattolico ha subito e subisce un'ulteriore persecuzione nel mondo a causa di questi NOSTRI peccati. Purtroppo però, personalmente ho patito e sto patendo un'altra e decisamente più grande sofferenza: la sofferenza dovuta alla confusione totale. Vede Eminenza, il Santo Padre Benedetto ha definito chiaramente e inequivocabilmente che "ciò che di Sacro e grande era per le generazioni precedenti" lo è anche per noi. Allo stesso modo. Che la Fede è fondata sulla Rivelazione, la quale è immutabile. Che possono cambiare accidenti esterni ma non il fondamento, poiché nessuno è "padrone" della Rivelazione ma i Sacri Gerarchi ne sono ministri. Per farla breve, ho ascoltato insegnamenti del medesimo tenore, dove l'ultimo Concilio della Madre Chiesa veniva chiaramente definito per quello che è: un Concilio celebrato per un "aggiornamento Pastorale", dunque per affrontare temi "attuali" (al tempo) con metodo idoneo. Il che significa che lo stesso Concilio deve avere un criterio Ermeneutico, a differenza di quelli che definiscono Canoni e Dottrine in modo solenne ed infallibile. E questo criterio risiede nella Tradizione perenne, dalla quale esso scaturisce e per la quale esso sussiste. Non entro nel merito delle criticità del Concilio rispetto anche alla chiave ermeneutica fornita autorevolmente dalla Santa Chiesa, che pure ci sono, e che sono state dichiarate esistenti dalla stessa Santa Sede durante la trattativa per il riconoscimento Canonico della Fraternità Sacerdotale San Pio X, per il quale tutti preghiamo. Posso solo dire che questo criterio, dopo esser stato insegnato, viene anche negato. Come? Con parole, opere ed insegnamenti di segno opposto, ma tutti legittimamente pronunciati ed eseguiti. A "fianco" agli altri.

Le chiedo la pazienza di continuare a leggere, se queste righe potranno in qualche modo giunger a lei, perchè questa mia è davvero una seria richiesta di aiuto.
La Santa Chiesa di Dio, Cattolica Romana, Unica e sola Chiesa di Cristo, è immersa in un dualismo terribile. Almeno per me. In genere mi chiedo che cosa significhino oggi tre termini: Liturgia, Dottrina, Evangelizzazione.
I termini sono indissolubilmente legati e sono parte di un unico insieme. Questo credo sia accettato da ogni "fazione" interna alla Chiesa. Ma il significato che gli si da, no. 

Liturgia
Eminenza. La Sacrosanta Liturgia della Chiesa è praticamente "sparita". Al suo posto, in modo abbastanza generalizzato, sono istituite Liturgie soggettive, che cambiano a secondo o del luogo ( della sensibilità ) o del gruppo per le quali vengono celebrate (gruppo che nei fatti le celebra da sè, sovente con una propria teologia). Si rischia di essere estremisti in un senso o nell'altro se si dice quanto appena affermato. Ma credo che il Magistero del Beato Giovanni Paolo II (Redem. Sacr., Eccl.Euc.) e del Venerato Benedetto XVI (Sacr. Car.) siano chiare testimonianze della gravità della situazione. Il tutto, però, si aggrava di più quando la stessa Madre Chiesa Docente, dopo aver legiferato e insegnato attua il contrario. La prego di non fraintendermi Eminenza, ma questo è quello che ho visto fare recentemente, in ordine di tempo, proprio durante il funerale di Don Andrea Gallo da lei Officiato.

So che vi sono state alcune voci di dissenso che si sono levate, dopo questo Rito. Comprendo che tali voci possano essere in alcuni casi stigmatizzabili, quando usano toni troppo veementi. Ma, mi permetta, credo che nella nostra amata Chiesa si sia perso (l'abbiamo perso tutti, a mio avviso) l'interesse per il contenuto ma si sia fatto largo unicamente quello per le forme. Senza voler fare paragoni irriverenti, la prego di cogliere solo  il senso di quello che sto per scrivere. Molti dei Santi che noi veneriamo, hanno usato metodi che oggi verrebbero definiti "temerari" o addirittura "veementi". Non capisco perché. Perché quei Santi, quando ne celebriamo la memoria (Santa Caterina da Siena, Sant'Agostino, Sant'Ireneo, San Domenico, San Francesco d'Assisi, ecc), sono da noi additati come esempio di Virtù, ma allo stesso tempo non sono "del nostro tempo"....? A dire il vero ogni Santo che celebriamo, viene subito affiancato alla parola "del nostro tempo". Ma concretamente non è vero. San Francesco è sicuramente un Santo PER il nostro Tempo, come lo è stato per il SUO, perché Cristo è LO STESSO, e il suo Amore per Cristo risplende nei secoli, in eterno. Ma usando i criteri di questa Società, come ormai la Chiesa sembra fare, San Francesco non è affatto un Santo di "questo tempo". E' un Santo CONTRO questo tempo! Forse sarebbe definito, se lo si conoscesse davvero, un uomo "cattivo". Un uomo veemente, un uomo senza "rispetto". Eppure è SANTO! Chi ha ragione? La Chiesa o il mondo? O la Chiesa che accetta il giudizio del mondo?

Durante il Rito del funerale di Don Gallo, ho assistito esattamente, plasticamente, a quello che ogni riga del Magistero condanna: la Santa Chiesa è stata trasformata in un' aula di comizio.Un bivacco. Vi sono state "rivendicazioni sindacali" Transgender alla preghiera dei Fedeli. Lei, Eminenza, un PRINCIPE DELLA CHIESA DI CRISTO, la cui dignità supera quella degli Angeli, è stato fatto oggetto di contumelie e contestazioni, facendo ricordare il Cristo sofferente, deriso dai beceri. Perchè? Perchè, Eminenza, ha voluto celebrare in quella forma, quel Rito? E soprattutto, perchè ha Officiato in una condizione che lei stesso mi insegna essere un vilipendio alla Santità e alla Maestà dell'Augustissimo Sacramento del Corpo e Sangue del Signore? Perchè la Chiesa insegna una cosa, i fedeli accolgono e sono tenuti a rispettare l'insegnamento, e poi invece si insegna e si pratica anche l'inverso? Anche per mezzo di Sacri Pastori che sono noti per la loro dedizione e cura! Perchè oggi si è fatto strada non il "Sacro della Forma", ma il "moderno del rito", dove ogni Bellezza che porta a Cristo sparisce per fare posto a un Vuoto orribile, dove io stesso non riesco a orientare la mia anima! La mia Parrocchia è orribile, Eminenza! E' un involucro VUOTO, bianco, senza nulla, con almeno il Crocifisso che è posto sul muro bianco di ciò che prima era un'abside, lasciando completamente spoglio quello che prima era un Altare, mentre ora è un TAVOLO di marmo nudo! Non sto facendo digressioni di tempi storici! Il mio "prima e dopo" si riferisce ad un tempo "teologico". Dove si credeva e si attuava in modo coerente un principio (prima). E dove invece non si fa più (dopo).

Dottrina.
A cosa devo credere, Eminenza? La risposta sarebbe semplice: a tutto ciò che insegna e stabilisce la Madre Chiesa. Davvero? Ma durante il rito da lei Officiato, ho visto con i miei occhi che ciò che il mio Parroco mi ripete spesso ("Cristo Sacramentato non è un bruscolino"! Sa, è un Parroco di PERIFERIA, ma ha reso bene l'idea!), a volte può essere disatteso! Ma in base a che? So che un Fedele in stato di pubblico peccato mortale non può ricevere la Santa Comunione.

Perché è stato possibile amministrarla a uomini politici o pubblici peccatori impenitenti (come il Sig. Vladimiro Guadagno, alias LUXURIA)? Perchè si può continuare ad insegnare la Dottrina immutabile sul Peccato, la Grazia e la PENITENZA, e allo stesso tempo attuare tali "deroghe"? Lei stesso, Eminenza, ha avuto parole di elogio per Don Andrea Gallo, per la cui Anima tutti preghiamo! Ma sa, Don Gallo non era proprio un pretino di campagna. Io stesso, volente o nolente, ho seguito le sue "rivendicazioni sindacali" e le sue accese critiche alla Santa Madre Chiesa, alla sua immutabile dottrina, alle persone dei Sacri Pastori e dei Papi ( e qui ci sarebbe da fare una digressione sul fatto che il giudizio della Chiesa sembra privilegiare chi la nega platealmente, mentre sembra colpire chi invece non comprende alcuni suoi insegnamenti!). Don Andrea Gallo ha aiutato (!) Donne ad Abortire, ha condannato la Dottrina morale della Chiesa (insegnando il contrario!), ha rivendicato la sua appartenenza al Marxismo, e ha "tollerato" non tanto il peccatore, quanto IL PECCATO. Spesso ha celebrato il Santo Sacrificio letteralmente facendogli "violenza", trasformandolo in un convegno marxista alla cui fine si cantava "Bella Ciao"! Perché, Eminenza? Perché ha voluto profferire una Omelia del genere? Perché ha celebrato il Santissimo Sacrificio, quando poteva evitarlo e celebrare solo le Esequie? Oppure delegare un Sacerdote ?
EMINENZA, COSA DEVO CREDERE?

Evangelizzazione.
E arrivo al punto più grave di questa mia. Eminenza, cosa significa Evangelizzare? Può sembrare una domanda stupida o provocatoria. Ma le ASSICURO che non lo so più! Vede Eminenza, lei tempo addietro, in veste di Capo dei Vescovi d'Italia, emanò un comunicato. Riguardava gli uomini di fede Ebraica. Scrisse che la Chiesa Cattolica non avrebbe operato mai "direttamente" per la Conversione degli Ebrei...! Che? In che senso? Che significa? Cristo a CHI deve essere annunciato? La Domenica, durante la Santa Messa, quando ascolto le parole "chi crede e sarà Battezzato sarà salvo, chi non crede sarà condannato", a chi sono rivolte? Convertire gli Ebrei (e non sono mai gli uomini che convertono, ma Cristo stesso!) è un atto cattivo? E che significa che la Chiesa non vuole agire "direttamente" per la loro conversione?

L'eresia è ancora un peccato mortale? Che cosa significa che i "Cristiani separati" sono "fratelli"? In che senso? Vede Eminenza, di recente ho partecipato alla Veglia di Pentecoste del Santo Padre, con il mio gruppo di preghiera parrocchiale. Ad un certo punto, dopo la testimonianza toccante di un ragazzo pachistano, che ha perso il fratello, ucciso in odio alla fede, il Santo Padre rispondendo a delle domande ha detto più o meno questo: il dialogo interreligioso è un fondamento, poichè ciò che ci accomuna anche ai musulmani è l'essere figli di Dio!! Eminenza, Figli di Dio (adottivi) non ci si diventa forse mediante il Battesimo? E il santo Battesimo non è forse necessario alla Salvezza? MIA, degli Ebrei, dei musulmani, dei buddisti (ai quali di recente è stato indirizzato un messaggio per la giornata di "dialogo biddista-cattolico", nel quale non ho letto una sola riga di "evangelizzazione"...).

Vede Eminenza, il mio stato spirituale è grave: cosa devo fare innanzi a quelli che io considero (mi sbaglio?) "infedeli" (per fidis)? Cosa devo fare innanzi a quelli che io considero (mi sbaglio?) eretici? Cosa devo fare innanzi al Mondo e a tutte le altre religioni? Voi mi insegnate che Cristo mi può chiedere anche il martirio "cruento". Cosa devo fare? 

Vede Eminenza. In sostanza io credo che la Santa Tradizione della Chiesa, immutata e immutabile (se non per accidenti esterni), sia l'unica base della Evangelizzazione (nuova? Che significa?). Che ogni uomo ha necessità di Convertirsi a Cristo, per primo lo scrivente, per la Salvezza della sua Anima. Che la Salvezza dell'Anima è più importante rispetto a quella del corpo, tanto che io potrei essere chiamato a morire per Cristo, soffrendo dove lui potrebbe desiderare (mali del corpo, fame o morte!). Che la Sacrosanta Liturgia della Chiesa è quella Tradizionale, e che è legittima solo quella riforma che è suo armonico sviluppo (come più volte insegnato da Bendetto XVI). Che la Verità, che è Gesù Cristo, non si oppone alla Carità. E che la prima Carità è far conoscere Cristo e Questi Crocifisso e Risorto. Guadagnare Figli alla Beata Vergine Maria!
Eminenza! Cosa devo fare? Devo continuare a credere tutto questo, quello che è scritto nel Catechismo compendiato dal Santo Padre Benedetto? 
Con devozione filiale
Stefano Fiorito - Roma

Omaggio alla Madre celeste, a conclusione del mese di Maggio

Guardate che meraviglia possiamo condividere da Rorate Caeli:

Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 
umile e alta più che creatura, 
termine fisso d'eterno consiglio,
Fra Angelico, Incoronazione della Vergine
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
...
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Il silenziamento è preludio d'estinzione

Un Lettore, che si firma Andrea dM, ha formulato osservazioni sull'articolo precedente, delle quali lo ringrazio e che preferisco estrarre dalla discussione per rendere più diffuso e aperto il dibattito che ne consegue, che penso richieda una maggiore visibilità e, spero, partecipazione.

Gentile Mic,
La ringrazio della sua risposta solerte. Voglio anticipare a questa mia replica che apprezzo moltissimo questo Blog, che non manco di leggere ogni giorno e che ritengo un'opera meritoria ed utile. Mi sento abitualmente in piena sintonia con quanto vi si scrive e se qualche volta dissento evito di intervenire per amor di quiete. Questa volta però me la sono un po' presa, perché se c'è qualcosa che mi inquieta è il fuoco amico. Nulla di più brutto di quando si cerca di fare qualcosa di buono e proprio chi potrebbe giovarne lo rifiuta ed anzi lo diffama. Mi pare che questo sia un po' ciò che si è fatto nel presente articolo. Specifico anche che milito da molti anni nella Tradizione, con lunghe e significative esperienze in tal senso in almeno tre distanti regioni della penisola, e che tacciarmi di "pedissequo allineamento" è un'imprudenza, scusabile però a chi non mi conosce.
Passo quindi alle "sottolineature" e alle "perplessità chiaramente espresse" da Lei, Mic, nel suo articolo:
l'intervistato viene accusato di "atteggiamento, neppur tanto nascosto, di piaggeria nei confronti del nuovo papa". Più avanti si scrive che le risposte dello stesso intervistato "una critica, pur velata, la contengono. Eccome!". Se da lettore qualsiasi sommo le due affermazioni ne devo concludere che l'intervistato ha dimostrato compiacenza con gli atteggiamenti del nuovo papa, salvo poi avanzare delle critiche. A me, molto modestamente, sembra che questo atteggiamento corrisponda semplicemente a quello di chi dimostra rispetto per un'autorità (ammesso che Lei, Mic, riconosca comunque al papa una qualche autorità), e che, da uomo libero, anzi "come ogni battezzato", avanzi delle osservazioni critiche sulla vita dell'istituzione cui quell'autorità è preposta. Mi dispiace, ma non vedo in questo alcuna piaggeria: piaggeria sarebbe dire che ciò che è male è bene, o esaltare il bene al di sopra del merito, mentre questo non è stato fatto, almeno non al punto da definire così duramente l'atteggiamento dell'intervistato. In altri tempi a noi più cari, le espressioni rivolte da un cattolico al pontefice sarebbero state ben più ossequiose di quelle che gli riserva l'intervistato in questione.
Si dice poi: "è meschino che lo si assuma prendendo le distanze dal resto della Tradizione". Potrebbe spiegare ai suoi lettori in quale parte dell'intervista (non del testo della redazione), l'intervistato abbia posto la sua opera in contraddizione con quella "del resto della Tradizione"? Forse dove ha parlato di "alcuni settori del mondo tradizionale"? Mi dispiace che Lei, Mic, si sia sentito subito tirato in causa, ma le rivelo che non è detto che l'intervistato pensasse proprio a Lei. Alcuni settori non sono "il resto della Tradizione" e negare che alcuni settori dei tradizionalisti abbiano tirato le somme su questo papa già all'indomani della sua elezione, e che alcune delle informazioni sulle quali si basavano fossero infondate (vedi questione Mons. Marini), sarebbe negare l'evidenza.
Infine, quasi a sottolineare l'inconsistenza della Sua critica all'intervistato, Lei arriva a rivolgergli quasi come un'accusa il fatto di dire "esattamente quel che diciamo noi", " ciò che ogni amante della Tradizione ha già espresso con lo stesso garbo e lo stesso rispetto nei confronti del pontefice". Ma allora, si può sapere cosa c'è che non va nei contenuti espressi dall'intervistato?
Una seconda domanda: Lei scrive: "dovrebbero chiarirci chi ha deciso e che significa quel "senza rivendicazioni", poi "in cosa consisterebbe la "dinamica nuova" alla quale saremmo chiamati". A parte che la risposta a questi quesiti è già contenuta, sebbene parzialmente, nelle risposte dell'intervistato all'ultima domanda, ma poi, usando il suo stesso tono, Lei Mic dovrebbe chiarirci questo plurale maiestatis che Lei usa (o che Voi usate), a chi si riferisce, a Lei solo? Questa domanda sembra retorica, ma non vorrebbe esserlo, mi spinge a farla l'impressione che l'autore dell'articolo del Blog (o gli autori?) si comporti tal volta più da uomo di partito o da sindacalista della Tradizione, timoroso di perdere iscritti a favore di un'altro sindacato, che non da semplice cristiano, che offre la sua libera opinione in spirito di Verità. Sia detto senza polemica.
I miei rispetti, e ancora complimenti al Blog.
Andrea dM - 30 maggio 2013 23:36 
Andrea dM, userò il tu come si conviene a fratelli che sono nella stessa barca. La tua risposta equilibrata e motivata, almeno all'apparenza, perché non mi risparmia bordate di diverso genere, mi dà l'occasione per chiarirti e chiarire ancor meglio il mio pensiero. E veniamo al dunque.

Devo innanzitutto dirti che se uso il "noi", pur scrivendo a titolo personale (il che mi pareva chiaro e dunque ovvio), è perché so di rappresentare quell'ala della Tradizione che, riconoscendo (su questo non credo di aver mai dato adito a dubbi) e rispettando l'autorità del Sommo Pontefice, non manca di esprimere col dovuto rispetto e con ineludibili e serie motivazioni magisteriali, interrogativi e perplessità su alcuni aspetti del suo governo o desistenza da esso, a seconda dei casi.

Se affermo "so di rappresentare", non lo faccio velleitariamente, anche se non è mai stata formalizzata alcuna Associazione al riguardo, ma perché mi sono sempre confrontata e continuo a confrontarmi con molti sacerdoti studiosi e fedeli, che hanno la nostra stessa sensibilità spirituale e i nostri stessi intenti legati alla Tradizione nei quali sei coinvolto anche tu.
Del resto, per appartenere alla Chiesa e testimoniare anche pubblicamente la propria fede non c'è bisogno, anche se va di moda, fondare o appartenere a movimenti o ad Associazioni, anche se queste ultime sono utili e spesso indispensabili per ragioni organizzative e interventi mirati e allargati.

È un fatto che siamo dalla stessa parte, Andrea. Cambiano solo alcuni atteggiamenti di fondo che si sono evidenziati negli ultimi anni proprio nei confronti dell'Autorità. E ti dico subito che i miei e quelli di chi segue questo blog non credo ne minino in alcun modo l'autorevolezza perché non mancano né di rispetto né di desiderio di obbedienza (lascia stare alcune sporadiche estemporanee espressioni di qualcuno che vengono registrate, pur aggiustandone puntualmente il tiro, perché rispecchiano un 'sentire' presente in questo tempo così travagliato; ma credo sia ormai chiaro a tutti che non ci rappresentano).

Tuttavia, quanto al desiderio di obbedienza - e su questo penso che almeno in linea di principio converrai, dato che affermi tu stesso di non disattivare la ragione  - non possiamo negare esso sia subordinato all'obbedienza al Signore e a quanto Egli ci ha consegnato attraverso gli Apostoli e che ci è pervenuto intatto in 2000 anni di storia travagliata ma gloriosa.

Sai bene come in campo Liturgico si sia determinata una frattura (che molti non vogliono riconoscere tale, ma che è difficile chiamare diversamente se si analizzano più in profondità le variazioni). Lo soffri e ne conosci i motivi quanto me e quanto tutti coloro che come noi sono stati "confinati nelle periferie della Chiesa" o addirittura in molte diocesi non sono accolti neppure nelle periferie.
E dunque veniamo ai tuoi interrogativi.

A quello sul "noi" ho risposto con la premessa. Ti dico subito che nella mia visione critica così chiaramente espressa non intendevo diffamare nessuno: si tratta di constatazioni e riflessioni che non vedo cosa abbiano a che fare con la diffamazione, termine che francamente mi sembra inappropriato, proprio per il fatto che il discorso innesca una dialettica, com'è necessario e produttivo in ogni situazione in cui si riscontrano motivi di perplessità.

Intanto, già il titolo, pur se coniato dalla redazione e non dall'intervistato, esprime il succo del discorso che crea una dicotomia: noi "tradizionalisti buoni", che non critichiamo il Papa e non gli siamo ostili, versus i "tradizionalisti cattivi" che invece lo criticano e gli sono ostili. Ho già espresso la non coincidenza tra ostilità e critica, quando questa è motivata e formulata nei giusti termini e con adeguato rispetto.

L'intervista non ha mancato di mettere in risalto in termini laudativi atteggiamenti e parole del nuovo Papa e fin qui nulla questio, perché alcune 'perle' delle sue omelie le abbiamo commentate favorevolmente anche noi, collocati sul versante critico, che ci riteniamo liberi - e non per questo in discomunione nelle essenze - di interrogarsi e di dissentire nonché di cercare le risposte (attendendone le conferme) orientati dal Magistero perenne: anche quello attuale lo è quando non vi si discosta. Il alcuni casi, tuttavia, è stato necessario sottolineare alcune carenze su espressioni che rischiano di essere recepite in maniera incompleta o addirittura distorta. Non scendo in dettaglio perché, visto che conosci questo blog, non hai difficoltà a rendertene conto.

Il problema è che l'uso di certe espressioni e l'aver chiamato in causa e in termini di contrapposizione anche la FSSPX, la cui regolarizzazione canonica è legata ad un filo, mi è parso controproducente per tutta la Tradizione. Intanto, perché penso che gli elementi ostili siano davvero una frangia inconsistente e, poi, perché questa innegabile "differenziazione" non può non creare divisioni, mentre bisogna fare ogni sforzo per non correre il rischio di divisioni sempre latente a causa delle note diverse sensibilità.

E dunque sarebbe bene che ognuno di noi facesse un passo indietro e focalizzasse ciò che veramente conta: la libertà di offrire il Santo Sacrificio nel Rito Romano antiquior almeno in ogni diocesi dell'Orbe cristiano e la possibilità di promuovere la pastorale corrispondente. Il che non è una graziosa concessione cui prostrarsi ossequiosamente silenti ma un diritto del cui riconoscimento essere gioiosamente grati, sancito dal motu proprio di Benedetto XVI che, se dà il nome al Coetus di nuovo conio, è innanzitutto legge per la Chiesa universale. 

Venendo al sodo, mi pare che ciò che ci differenzia sia proprio da cogliere nelle espressioni che hanno suscitato le mie perplessità: "senza rivendicazioni" e "la dinamica nuova alla quale siamo (o saremmo?) chiamati". Tu mi dici che è deducibile dalle risposte precedenti, ma da esse ho dedotto quanto già specificato fin qui.

Ebbene, non mi ritrovo (e insieme a me le persone indicate in apertura) in quel "senza rivendicazioni", se ciò significa silenziare ogni critica alle storture innescate da alcune applicazioni conciliari e anche accettare pedissequamente l'atteggiamento vessatorio della maggioranza dei vescovi nei nostri confronti. Mi sembra un atteggiamento acquiescente frutto di un concetto di obbedienza cieca e acritica che tra l'altro usa inappropriatamente il termine "rivendicazione". Non si tratta di rivendicare nulla, ma di formulare interrogativi e rappresentare istanze tendenti, col dovuto rispetto, a suscitare attenzione e possibile soluzione alle esigenze della Tradizione ed agli ostacoli che le vengono frapposti. L'atteggiamento passivo e prono cozza contro la libertà di coscienza: quella illuminata dalla fede, intendo, proprio perché si nutre della retta fede che abbiamo ricevuto nella e dalla Chiesa.

Chiamarmi infine "sindacalista della tradizione e timorosa di perdere iscritti (quali?)" mi pare un insulto gratuito ed immotivato perché non mi sono arrogata prerogative di nessun genere, non guido né sono responsabile di alcuna Associazione e neppure milito per alcun 'orticello' di nuovo o vecchio conio. Ho già precisato che per appartenere alla Chiesa non è necessario far parte di associazioni o movimenti. È ovvio che sia io che chiunque interviene in questo blog parla come credente e come persona libera e non irregimentata in nessun tipo di ideologia. E siamo sempre pronti a dare la nostra adesione a qualunque iniziativa ci trovi in idem sentire, come è stato per il primo pellegrinaggio del novembre 2012 (vedi conclusioni); il che vale anche per il prossimo già tempestivamente preannunciato qui, a prescindere dalla perplessità espresse e ribadite.

Spero quindi che possiamo incontrarci in ottobre in San Pietro, molto più numerosi del previsto. Nel frattempo e a prescindere, sarebbe bene comprendere meglio in cosa consiste il vostro "non disattivare la ragione" e però contemporaneamente astenervi completamente da ogni critica (quelle velate finali che dicevo coincidere con le nostre, più esplicite, recano tuttavia le espressioni ancora da chiarire). Ribadisco che la critica non è sempre negativa, ma si può porre in termini propositivi e dunque diventa costruttiva. È così che ne parlavo anche l'anno scorso, nel dare l'adesione al pellegrinaggio; il che mi pare tuttora valido in base a quanto si sta riproponendo oggi:
Spero che tutti i punti opachi vengano delucidati perché, se è una buona cosa e un passo importante che ci sia un gruppo che difende la Santa Messa Antica e i fedeli che la domandano, l'esigenza primaria è che esso non sia manipolato da chi ha il potere e sa essere subdolo, e quindi il gruppo stesso non divenga troppo autoreferenziale e fattore di esclusione, dunque di ulteriori divisioni al suono di i buoni siamo noi...
Senza dimenticare che il silenziamento, ben lontano dall'essere il dovuto riconoscimento, ha come conseguenza la creazione di ghetti o di riserve indiane che dir si voglia, che rischia di essere il preludio dell'estinzione. C'è la promessa del Signore del "non praevalebunt", ma non credo ci esima dal fare la nostra parte finché ci sarà possibile; il che credo significhi solo come ultima ratio, sostituire alla parola e all'azione consapevole e rispettosa, l'offerta e la preghiera.

31 maggio. Ricordiamo la chiusura del mese mariano a S. Caterina

Trono della B.V.Maria Immacolata
presso Cappella di Santa Caterina da Siena
Via Urbana 85 Roma.
Venerdì 31 maggio 2013
Fiaccolata in onore di Maria Regina
Roma, Cappella di Santa Caterina - Via Urbana, 85
Conclusione del Mese Mariano 
col seguente PROGRAMMA

La Cappella sarà aperta tutto il pomeriggio
Ore 15 - Ora della Misericordia e preghiera personale
Ore 16,30 - Ora di guardia in onore di Maria SSma e di Gesù Sacramentato
Dalle ore 17 i Sacerdoti saranno disponibili per le confessioni
Ore 17,30 - Canti a Maria SSma e omaggio floreale
ore 18 - Santo Rosario
ore 18,30 - S. Messa cantata: Missa "cum iubilo" 
All'organo Leonardo Leonardi

Seguirà: Fiaccolata, Adorazione, conclusione con Benedizione Eucaristica solenne

giovedì 30 maggio 2013

“Noi, i tradizionalisti non ostili a Francesco”. Perché, ci sono tradizionalisti ostili?

Cari amici, Vatican Insider di oggi, con la partecipazione dei "nostri" (in quanto tradizionisti) aderenti al cosiddetto Coetus Summorum Pontificum [vedi qui e anche qui le perplessità che poi si sono risolte nell'adesione al pellegrinaggio proposto], non rende un buon servizio alla Tradizione. Lo fa con un articolo dal titolo: “Noi, i tradizionalisti non ostili a Francesco”. Non è un fatto positivo per diversi motivi: innanzitutto per l'atteggiamento, neppur tanto nascosto, di piaggeria nei confronti del nuovo papa. Ed è meschino che lo si assuma prendendo le distanze dal resto della Tradizione e chiamando per di più anche in causa la FSSPX, senza nessun rispetto per i delicati equilibri che la situazione comporta. Inoltre, per la conclusione, nella quale evidentemente non si può fare a meno di far proprio ciò che ogni amante della Tradizione ha già espresso con lo stesso garbo e lo stesso rispetto nei confronti del pontefice.

Dunque a che pro questo "differenziarsi" e, soprattutto questo farsi avanti come "portavoce" di un'ala che si dice acritica e, poi, dovendo esprimere la realtà della situazione, evidenziata soprattutto dal tipo di domande che di fatto la rispecchiano, dice esattamente quel che diciamo noi? Come poi se formulare critiche esplicite e non velate, che sono anche e soprattutto interrogativi motivati col Magistero, fosse mancar di rispetto e persino indice di ostilità, mentre non è altro che l'esercitare il normale e in quest'ora della storia quanto mai ineludibile discernimento proprio di ogni battezzato che ama e serve il Signore nella Sua Chiesa? Potranno anche esserci frange ipercritiche e poco rispettose, ma non mi sembra il caso né di dar loro importanza né di far di ogni erba un fascio.

La prima parte, quella della 'piaggeria' che oltretutto genera divisione nella Tradizione già così disastrata, potete leggerla nel testo originale di cui al link di apertura. Ecco, invece, di seguito i punti conclusivi dell'intervista, che non fanno altro che rispecchiare la situazione e che una critica, pur velata, la contengono. Eccome! Mi limito, però ad osservare che, per "essere testimoni dell'unità della Chiesa", non è necessario, anzi è inutile inserirsi in un'unità fittizia, creata da volontà umane e non dal Signore. Inoltre dovrebbero chiarirci chi ha deciso e che significa quel "senza rivendicazioni" a anche in cosa consisterebbe la "dinamica nuova" alla quale saremmo chiamati.
[...] Cosa volete comunicare al mondo cattolico in generale con la vostra iniziativa?
 “Per anni, i fedeli e i sacerdoti legati alla tradizione liturgica della Chiesa sono stati ghettizzati e trattati con disprezzo se non con astio: sono stati confinati nelle periferie della Chiesa dalle quali occorreva tenersi alla larga. Desideriamo contribuire alla guarigione definitiva delle ferite provocate durante questi anni di persecuzione e di ingiustizia e ci sembra opportuno farlo senza rivendicazioni, ma inserendoci nella dinamica nuova alla quale ci chiama la Chiesa. Intendiamo essere testimoni, nella gioia e in spirito di servizio, dell’unità della Chiesa”.
Sarà possibile continuare il vostro percorso con papa Francesco?
“Nel contesto particolare del nuovo Pontificato, desideriamo pure illustrare quanto la forma straordinaria del rito romano sia uno strumento adattissimo alla riscoperta della povertà alla quale ci richiama Papa Francesco: inginocchiarsi, supplicare, tacere, confessare sono quattro attitudini caratteristiche sia della Messa tradizionale sia della povertà di spirito. Non solo: la riscoperta di ciò che san Francesco diceva della liturgia – non dimentichiamo che fu proprio lui a portare il Messale romano fuori dalla corte pontificia – potrebbe far comprendere ancor meglio la povertà cristiana, l’essere poveri in spirito, quasi mendicanti di Cristo che ci viene incontro nella liturgia e non ci priva del Suo splendore, aprendoci le porte del Cielo, dov’è la vera ricchezza: non è un caso se l’ultimo Santo a celebrare la Messa tradizionale per tutta la sua vita è stato proprio Padre Pio, specchio fedele di san Francesco”.

“La forza senza il diritto rende la verità abietta”

Élites che si mettono in carcere
per paura che diventino vettori di coscienza

Lettera aperta al Presidente della Repubblica [francese] dopo il rastrellamento ai Champs-Élisées del 25 maggio 2013

Signor Presidente della Repubblica,

giovane ufficiale nelle Riserva Operazionale dell’Armata di Terra, arrestato arbitrariamente in occasione del Rastrellamento ai Champs-Élysées il 25 maggio 2013 e detenuto per 24 ore, vi prego gentilmente di ritirare le mie decorazioni militari. Il disonore che mi avete fatto subire non mi permette più di portare degnamente il simbolo del rispetto che mi era stato concesso dalla Nazione.

Giurista nel civile, diplomato alla Scuola Speciale Militare di Saint-Cyr e master 2 di relazioni internazionali Sicurezza Difesa, pensavo di essere degno della Repubblica avendo saputo assimilare i valori e le virtù apprese lungo il corso della mia educazione.Non abitando nella nostra Capitale, ma essendo semplice provinciale, mi dirigevo verso la tomba del Milite Ignoto per un momento di raccoglimento presso i nostri antenati morti per la nostra Libertà.

Risalivo l’Avenue des Champs-Élysées quando dei movimenti di folla hanno attirato la mia attenzione. Mi sono naturalmente avvicinato a ciò che mi sembrava essere il centro di un’azione di protesta. Ho riconosciuto delle bandiere della “Manif pour Tous”. Non ho visto altro che dei giovani ostinati ma pacifici.

Addestrato per delle missioni di protezione del territorio come Vigipirate, avevo appena appreso che un mio camerata era stato ferito sul piazzale della Défense effettuando la sua missione qualche ora prima. Turbato da tanta agitazione parigina, restavo spettatore e stupefatto della violenza con la quale le nostre forze dell’ordine agivano contro questi giovani. Le immagini parlano da sole. Conosco la difficoltà di gestire una folla e non discuto le azioni individuali della nostra polizia che esegue gli ordini gerarchici.

Tuttavia, sono indignato dagli arresti completamente arbitrari organizzati alla vigilia di una manifestazione autorizzata dalla Prefettura.Sono stato arrestato, pur essendo solamente un passante curioso e spettatore silenzioso! Un comandante puntandomi il dito ordina ai suoi subordinati di “imbarcarmi” dopo uno scambio di sguardi… È troppo chiaro per sembrare innocente? La mia pettinatura di ufficiale gli sembrava troppo corta per incarnare il semplice passante, tuttavia ero capo di Picchetto d’Onore di una commemorazione qualche giorno prima per il 68° anniversario della Vittoria dell’8 maggio 1945 … Le parole pronunciate dal Prefetto mi risuonano ancora durante la lettura del messaggio del Sig. Kader Arif, ministro delegato presso il Ministro della Difesa, incaricato dei veterani, che ha denunciato le azioni politiche dei nazisti sugli individui giudicati indegni.

La gioventù francese educata ed istruita vi sembra indegna, Signor Presidente? Sì, possiamo parlare di un rastrellamento. Organizzato dai vostri servizi quella sera. Nessuna delle mie (nostre) libertà sono state rispettate. Arrestato senza nessuna ragione, non avevo né nessun segno ostentato di una parte, né comportamento aggressivo. Sono stato arrestato con veemenza come un volgare delinquente, senza alcun preavviso, senza nessuna spiegazione, senza alcuna considerazione. Ventiquattro ore in custodia, Signor Presidente; mi permetta di ricordarle che “la forza senza il diritto rende la verità abietta”.

Non mi permetterei di criticare la vostra operazione di rastrellamento se degli arresti di massa e improvvisati non fossero stati constatati. Queste ventiquattro ore di detenzione hanno avuto almeno il merito di permettere uno scambio con i miei codetenuti… i numerosi quadri dirigenti e studenti universitari che mi circondavano mi facevano pensare a quelle élites che si mettono in carcere per paura che diventino vettori di coscienza.

Disonorato da questi metodi, sono profondamente offeso e vi prego di voler, gentilmente, ritirare le mie decorazioni che mi rendevano fiero d’incarnare l’Amore profondo della Nostra Patria e i doveri che esse implicano.

Si muore per una Cattedrale non per delle pietre, per un popolo non per una folla. Si muore per amore dell’uomo se è chiave di volta di una comunità, si muore solo per ciò di cui si può vivere” (Antoine de Saint-Exupéry)

Al fine di facilitarvi le pratiche amministrative, dato che ho subito dei ritardi ripetitivi riguardanti il mio salario, prendo naturalmente delle precauzioni d’uso trasmettendovi il mio identificativo difesa, comunemente chiamato, matricola: 0739020120.

Vi ringrazio in anticipo per la vostra attenzione.
Vi prego di gradire, Signor Presidente della Repubblica, l’espressione del mio profondo rispetto.
JM
__________________
Traduzione Don Pierre Laurent Cabantous
Qui il testo originale francese - Fonte: CulturaCattolica.it

mercoledì 29 maggio 2013

Le trasformazioni sociali, i cattolici e la politica

Prendo le mosse dall'articolo di Lucetta Scaraffia, apparso oggi su L'Osservatore Romano, che si basa sul caso francese per mettere in risalto, centrandone le problematiche che emergono strada facendo, il tema dell'evolversi dell'atteggiamento cattolico nei confronti dei fermenti di dissoluzione dei valori presenti nella nostra società e persino del diritto naturale, concetto per molti oggi divenuto estraneo nonché incomprensibile a causa di una visione della natura non più metafisica, ma solamente empirica.
È bene prenderne atto e formulare le nostre riflessioni.

Il discorso della Scaraffia evidenzia la presa di distanza di molti cattolici dalle manifestazioni pubbliche in atto in Francia (peraltro numericamente imponenti e composte di categorie eterogenee di persone,  trasversali rispetto sia alla politica che alle scelte religiose), solo perché esse vengono portate avanti da organizzazioni di destra e dunque acquistano un significato politico che non li vede schierati in quel contesto per scelta politica, appunto. Ovvio che la questione si riproporrà con maggior forza di quanto non si sia già proposta, anche nel nostro Paese e non solo. Sono proprio di oggi le dichiarazioni di Bondi (notoriamente di destra) a favore delle unioni gay, che hanno sollevato le reazioni dei suoi colleghi di partito e che invece trovano sostegno nello schieramento politico avverso. Senza dimenticare che il discorso non si limita alla sfera dell'identità e del comportamento sessuale, ma si allarga a tutti gli altri temi della bioetica: inseminazione artificiale, aborto ed eutanasia.

E la Chiesa? A parte le dichiarazioni sconcertanti di Piero Marini e di Mons. Paglia e l'assordante silenzio dell'attuale pontefice, sono note le posizioni di molti cosiddetti "cattocomunisti" che credo si illudano che il loro pensiero possa non venir espropriato di contenuti per effetto dell'intera assimilazione della visione antropologica della sinistra, secondo la quale l’orientamento sessuale è solo un prodotto della cultura o della libera scelta e non ha a che fare col dato biologico della persona. Per contro, Benedetto XVI è stato in più occasioni molto chiaro al riguardo. Ci tornerò in conclusione.

Riguardo alla Chiesa il discorso della Scaraffia può essere sintetizzato nei seguenti termini:
«Anche il silenzio da parte della Chiesa su temi carichi di significato antropologico avrebbe un significato politico, perché vorrebbe dire che pur di non legarsi a uno schieramento i cattolici scelgono di tacere su questioni che toccano la loro concezione del mondo. In fondo, sarebbe una scelta politica di parte anche quella».
Se ne può dedurre che la posizione dell'Organo vaticano su cui pubblica l'autrice è la seguente:
coloro che assumono la posizione di «critici contro la mobilitazione della Chiesa in questi frangenti contrappongono all'idea di un'istituzione militante, che indica cosa è bene e cosa è male, un'istituzione accogliente e amorosa, che non giudica ma ama tutti»... «E in effetti trovare un equilibrio fra carità e giustizia è sempre stato nella storia un compito difficile per la Chiesa, in genere risolto con l'affiancare a posizioni severe una pratica pastorale di accoglienza e di misericordia».
Dunque: no ad una istituzione militante, sì ad una istituzione amorosa e alla pastorale accogliente. In ogni caso non è l'Istituzione che milita, ma essa può legittimare con il suo sostegno i militanti e soprattutto i valori per cui si è ormai costretti a lottare. Inoltre non è proprio la lotta nei confronti del male e di tutte le sue manifestazioni, sia pure a partire da se stessi, la caratteristica dei cristiani? E comunque mi pare una contraddizione apparente, perché si tratta di momenti e sfere d'azione diverse, che non si elidono e non sono contraddittorie, tenendo poi conto che l'amore al peccatore non include anche l'amore al peccato. È la solita "medicina della misericordia" somministrata in tutte le salse a partire dall'inaugurazione del concilio. Del resto la pratica pastorale - pur avendo i suoi dinamismi relazionali specifici - non può essere avulsa dall'insegnamento e dunque dalla 'formazione' e dalle conseguenti affermazioni di principio. Questo dovrebbe essere a monte e a valle di ogni pastorale, tenendo conto che nella Chiesa oltre all'insegnamento (munus docendi) c'è anche l'aspetto della santificazione (munus sanctificandi), che parte dalla conversione, attraverso i Sacramenti. E questi munera della Chiesa non devono né possono esser messi a tacere. E nella pratica pastorale non è compresa la mobilitazione politica che, come stiamo verificando, acquista il suo valore specifico. Senza omettere che una istituzione amorosa ha come suprema lex la salus animarum e che un'autentica carità non può prescindere dalla verità.

Se ognuno, anche come militante di un partito politico, può rivendicare il proprio diritto alla libertà di coscienza per alcuni temi che vengono dibattuti in sede politica, penso che anche ogni credente debba prendere una posizione definita anche nell'agone politico perché arriva il momento in cui non prendere parte significa diventare complici dei dissolutori. E ciò a prescindere da quale sia la parte che porta avanti il valore in cui si crede, nella quale -per altri aspetti- non ci si riconosce. Quanto alla destra, penso ad esempio al liberismo selvaggio con l'estromissione dell'etica con la preminenza della finanza e dell'economia, con il conseguente affermarsi della tecnocrazia al posto della politica basata sui valori non negoziabili  e su un autentico 'bene comune', che ci sta avvitando in meccanismi perversi generatori di molte sofferenze soprattutto per le categorie sociali più deboli e che sembra orientato -complice ormai anche la sinistra- verso il massificante e distruttivo Nuovo Ordine Mondiale. E che, paradossalmente, non è estraneo - sia pure con un diverso tipo di responsabilità rispetto all'ateismo e all'immanentismo di segno opposto - neppure agli esiti nei quali siamo incamminati. L'antropocentrismo è il vizio di fondo comune ai due schieramenti e che caratterizza anche questa nostra Chiesa post-conciliare.

Purtroppo la contraddizione e la confusione regnano sovrane in questo nostro tempo, non escludono la nostra Chiesa e probabilmente partono proprio da lì...
Sull'impegno e la militanza riprendo quanto ho già avuto occasione di scrivere in un altro articolo dedicato alla Marcia per la vitaintegrandone la conclusione.
Che neghino la loro adesione cattolici cosiddetti progressisti solo perché risultano coinvolte organizzazioni di destra, più ancora che miope, appare lontano dai principi che la nostra Fede ci induce ad accogliere e a vivere. Senza considerare che tra i partecipanti non mancano persone abituate a pregare, che amano la vita e vogliono solo affermare i valori in cui credono perché “Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità”, come ci ha ripetutamente ricordato Benedetto XVI e come è fisiologicamente connaturale a coloro che si dicono cattolici. Amo ricordare le sue parole in occasione della Giornata della Pace nel gennaio 2013. Non sono le sole, ma sono già chiare e significative.
« 4. Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita. Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.
Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale. [...]». In precedenza il Papa non aveva mancato di ricordare : « ... il desiderio di pace corrisponde ad un principio morale fondamentale, ossia, al dovere-diritto di uno sviluppo integrale, sociale, comunitario, e ciò fa parte del disegno di Dio sull’uomo. L’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio. »
E, nel 2007, sempre Benedetto XVI in occasione del Congresso sulla Legge naturale:
"...Nessuna legge fatta dagli uomini può perciò sovvertire la norma scritta dal Creatore, senza che la società venga drammaticamente ferita in ciò che costituisce il suo stesso fondamento basilare. Dimenticarlo significherebbe indebolire la famiglia, penalizzare i figli e rendere precario il futuro della società."
Maria Guarini

I "valori invertiti", frutto di calcoli utilitaristici regolati dal consenso, lontani dalla verità

Non me ne vorranno dal sito Effedieffe se cito solo un estratto di un articolo di Blondet, leggibile nell'edizione integrale solo per gli abbonati. Ritengo che l'importanza dell'informazione - del resto già nota anche in altri termini ai più attenti tra noi, ma in questo brano seriamente documentata - possa giustificare la parziale trasgressione attraverso la citazione parziale del testo, esigua ma significativa e utile per tutti.

[...] Si avvera con velocità impressionante la profezia che il filosofo Michel Schooyan, dell’università di Lovanio, enunciò in un libro apparso in Italia nel 2004, «Il volto nascosto dell’ONU – Verso il governo mondiale» (Ed. Minotauro), dove indicava le Nazioni Unite come la fabbrica della nuova etica e le impositrici dei «nuovi diritti», con lo scopo essenziale di delegittimare gli Stati nazionali intaccandone il loro sistema giuridico, e di completare una inaudita trasformazione dell’uomo in essere zoologico. Nel capitoletto dal titolo assai significativo, «le passioni come valori», Schooyans ha scritto:
«Stiamo vivendo una rivoluzione antropologica: l’uomo non è più una persona, un essere aperto agli altri e alla trascendenza; è un individuo, votato a scegliersi la sua verità, ad adottare una sua etica; è un nucleo di forza d’interesse e di piacere. (...) Non ci può più essere posto per norme morali obbiettive e comuni a tutti. Non ci si inchina più alla dignità di ogni uomo, chiunque egli sia. Oggi i nuovi valori, che G.F. Dumont chiama “valori invertiti”, sono il risultato di calcoli utilitaristici regolati dal consenso: si esprimono nella frequenza delle scelte osservate. e si riducono in definitiva a ciò che agli individui fa piacere».
«Con questa concezione dell’uomo e del valore, i diritti umani finiscono per essere ridotti ad un catalogo variabile di rivendicazioni specifiche di singoli individui, acquisiti per consensi successivi, e specchi di puro calcolo di interessi. Poiché non esistono più valori obbiettivi (...) il valore nella sua concezione invertita, rappresenta in fin dei conti ciò che soddisfa le passioni umane. Insomma, il diritto fondamentale dell’uomo diventa quello di soddisfare le sue passioni, e a ciò dovrebbe provvedere il diritto positivo».
«(…) Ne deriva che il consenso è investito di una “santità civile”; chi non lo rispetta è colpevole di empietà civile e va punito per disubbidienza. Ogni volta che si lasciano passare “nuovi diritti” del singolo individuo e non più della persona – diritto all’omosessualità, all’aborto, all’incesto, alla prostituzione, alla pedofilia, alla soppressione della tutela parentale sui minori – si fa un nuovo passo avanti in direzione della consacrazione civile della violenza. (...) Al termine di questo percorso il “diritto” alla violenza dovrà essere garantito dalla “violenza delle istituzioni”. Violenza duplice: sui corpi divenuti “disponibili”, ma soprattutto sulla personalità degli individui. Perché il miglior modo di soffocare la contestazione e il dissenso è di prevenirli imponendo alla totalità degli uomini questa “nuova etica” affidata a convenzioni aventi forza di leggi. Per sua stessa natura la nuova etica sarà pertanto intollerante, altrimenti non potrebbe garantire né uniformità sociale né unidimensionalità degli individui, e dunque dovrà avvalersi di un’Inquisizione civile». [...]
Perciò Schoooyans conclude: «Una siffatta idea del valore è distruttiva non solo del tessuto sociale, ma crea le premesse per una nuova barbarie». Una inaudita barbarie, infinitamente peggiore anche dei totalitarismi passati, comunisti: quelli non riuscivano a sodomizzare le anime. «A questa avanzata – dice Schooyans – contribuiscono non solo i decisori politici, e i mezzi di comunicazione, ma anche quei cristiani troppo zelanti nello stringere la mano che, oggi ancora, tende loro l’angelo delle tenebre». [...]

martedì 28 maggio 2013

L’individualismo antipolitico è un’ideologia innaturale

Il pressappochismo imperante e la prassi ateoretica che manifestamente caratterizzano la Chiesa postconciliare inducono a far tesoro di puntualizzazioni come quelle che seguono, tratte dal Sito di Don Curzio Nitoglia.

L’individualismo antipolitico è un’ideologia innaturale

Natura e politica[1]
Siccome per natura l’uomo è animale razionale e libero (fatto per conoscere il vero ed amare il bene) e socievole (fatto per vivere in Società civile o politica), neppure Dio potrebbe concedere allo Stato e all’individuo, che sono entrambi una sua creatura naturale, il potere di contraddire la loro ragion d’essere o finalità (conoscere il vero, amare il bene, vivere in Società politica-naturale e religiosa-soprannaturale, essendo stato l’uomo elevato all’ordine soprannaturale da Dio) e dar loro il diritto di essere indifferenti o neutrali in materia di retta ragione individuale, sociale e religiosa. La libertà filosofica o religiosa è contro-natura, la tolleranza filosofica o religiosa è sempre un male che si può permettere de facto per evitare un male maggiore, mai volere per principio. Lo insegna la sana ragione, la vera teologia, la Tradizione apostolica e il Magistero della Chiesa[2]. L’ignoranza invincibile scusa l’individuo dal peccato formale, ma non gli dà il diritto di fare pubblicamente il male e propagare in foro esterno e pubblicamente l’errore, poiché oggettivamente egli si trova nell’errore e nel male, i quali non hanno nessun diritto all'esistenza, alla propaganda e all’azione pubblica[3].

Giovedì 30 maggio. Solennità del Corpus Domini: Roma, S. Caterina

Giovedì 30 maggio 2013
Solennità del Corpus Domini
Santa Messa usus antiquior alle ore 18:30
Nella cappella di Santa Caterina da Siena via Urbana 85 Roma
Santo Rosario alle ore 18:00 segue la Santa Messa Letta accompagnata con Canti. Al Termine Esposizione del Santissimo Sacramento e Benedizione Celebra Rev. don Mauro Tranquillo.
....................................................................
I sacerdoti sono presenti nella cappella già dalle ore 17:30 per le confessioni

Mons. Vincenzo Paglia dalla parte dei "legami forti"

Pubblico il seguente testo di Mons. Vincenzo Paglia ripreso dal blog di Costanza Miriano, premettendo una semplice annotazione. Capisco che il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, rivolgendosi ad una giornalista laica e di parte, fondi le sue argomentazioni su dati scientifici e su una massima di Cicerone. Penso però che un pastore non possa non richiamarsi alla legge naturale inscritta dal Creatore nell’ordine mirabile della creazione. “Maschio e femmina li creò” e dunque non possiamo abolire il genere e introdurre un tipo di società che sovverte il diritto naturale per crearne uno arbitrario. Se non si vuole riconoscere che l’uomo è ordinato al suo Creatore, che almeno lo affermi la Chiesa forte e chiaro nella persona di un suo pastore.

Dalla parte dei legami forti
di mons. Vincenzo Paglia  

Mi permetto di entrare nelle riflessioni proposte dalla Saraceno in merito al matrimonio (“Famiglie arcobaleno tra diritti e doveri”) esposte (sabato 17 maggio) su La Repubblica. L’intero discorso della Saraceno, anche se non ricorre apertamente a questa formulazione, mi pare si fondi sull’idea che il matrimonio e la filiazione siano dei diritti, a cui devono accedere tutti: il matrimonio e la filiazione per gli omosessuali, quindi costituirebbe solamente un allargamento dei diritti a una minoranza sfavorita. Per fare questo, deve ridurre il matrimonio, o meglio come lei dice il matrimonio oggi, alla “scelta libera di due persone di mettere in atto una vita in comune, basata sulla solidarietà reciproca e sull’affetto”.

Quello che lei definisce è senza dubbio un legame positivo fra le persone, ma il matrimonio è un’altra cosa. Il matrimonio, infatti, è l’istituzione preposta a regolare il rapporto fra le generazioni, ed è fondata quindi sulla differenza fertile fra i due contraenti, la donna e l’uomo. Cioè sulla relazione generatrice fra due categorie di individui non equivalenti e non intercambiabili: le donne e gli uomini. Dall’unione matrimoniale ha origine una nuova rete parentale, fondata sulla sfera giuridica che nasce dai legami naturali tra ascendenti e discendenti, come ha dichiarato Claude Levi-Strauss a Tokyo nel 1986, “i legami biologici forniscono il modello sul quale sono costruiti i legami di parentela”. E’ davvero così saggio cancellare tutto questo?

Cancellare questa istituzione, infatti, sostituendola ad un legame debole e legato alla sola volontà di reciprocità dei contraenti – quello che descrive Saraceno – costituisce una vera e propria rivoluzione antropologica delle nostre società. Significa non trasmettere alle generazioni che ci seguono il nostro modello antropologico, significa un’interruzione grave della trasmissione culturale.

Si può ben comprendere, quindi, come questo cambiamento susciti tanti timori, dia origine a tante riflessioni e a interessanti esami multidisciplinari dei legami intergenerazionali e intersessuali. Si può ben capire, allora, come un processo simile possa richiedere molto tempo. Mettere fretta al legislatore, invocando quello che è già avvenuto in altri paesi, non è un argomento convincente. Semmai è pericoloso. E’ di poche settimane fa del resto – e in parte è ancora in corso – l’aspra polemica che ha diviso la Francia sulla legittimazione dei matrimoni e della filiazione degli omosessuali: non si può certo considerare marginale un dissenso che ha coinvolto circa la metà dei francesi, e che ha visto alzarsi contro la nuova legge molti voci laiche, non poche volte anche di militanti dello stesso partito di Hollande.

Proprio al centro di questo dibattito è stato il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, che non possono manifestare, né essere ascoltate. Abbiamo il diritto di farli vivere in una situazione per forza di cose falsa – nessun bambino ha due mamme o due papà – anche se si fa ricorso alle tecniche di procreazione assistita? Pure in laboratorio la partecipazione dei due sessi è necessaria, e anche se può essere rimpiazzata da materiali e corpi anonimi non viene cancellata la differenza costitutiva nella generazione.

Non è un caso, infatti, che il matrimonio omosessuale richieda una manipolazione del linguaggio per negare la differenza fra padre e madre, richieda di scrivere nello stato civile delle menzogne – cioè che un bambino ha due madri o due padri – di cui tutti possono cogliere la falsità. Molte voci di psicanalisti si sono levate per denunciare il pericolo di questa corruzione del linguaggio, in cui alle parole non corrisponde più la realtà, nella formazione delle nuove generazioni, soprattutto ovviamente nei figli delle famiglie “arcobaleno”. A fronte di alcune inchieste che negano qualsiasi tipo di danno per i bambini allevati in famiglie omosessuali – che ovviamente sono ancora lavori di breve periodo, dato che l’esperienza di questi bambini costituisce una novità – molti sono gli accorati appelli di psicanalisti e antropologi che indicano i danni di questa scelta per le future generazioni. E non basta certo spostare le ragioni del disagio all’esterno, all’omofobia della società: la differenza fra chi è figlio di una donna e un uomo e chi non viene accettato come figlio della differenza sessuale ci sarà sempre e non ha niente a che fare con l’omofobia, ma con la realtà.

Ricorrere alla minaccia dell’omofobia per far accettare il matrimonio omosessuale non mi pare possa reggere: è evidente che è possibile battersi per la dignità di ogni tipo di legame affettivo e sessuale senza dover sostenere il matrimonio, che è un legame molto diverso dalla semplice convivenza fra due persone solidali. Come del resto sostengono anche molti omosessuali, che non aderiscono alle richieste di matrimonio e filiazione.

Possiamo quindi domandarci come mai, in un momento in cui le nostre società sono scosse dagli effetti di una gravissima crisi economica ma anche sociale e culturale, si voglia fare una così forte pressione per il matrimonio da parte della minoranza di una minoranza. Ogni attenzione alle minoranze è indubbiamente più che meritoria, soprattutto se patisce discriminazioni, ma se questo significa rivoluzionare la nostra società e la nostra cultura, credo che bisogna almeno lasciare il tempo di riflettere bene, e di discutere presentando le ragioni contrarie, senza ricevere l’accusa di essere ciechi conservatori o, peggio, degli omofobi. A mio avviso, in ogni caso, quel che è da auspicare è una famiglia (madre-padre-figli), anch’essa non isolata, ma inserita in una società che la sappia accogliere e accompagnare.


Per questo mi pare saggio citare ancora Cicerone che definiva la famiglia: “principium urbis et quasi seminarium rei pubblicae”. La sapienza cristiana, assieme alla tradizione umanistica, hanno accolto e arricchito tale antica sapienza giuridica. E le famiglie così costituite sono a tutt’oggi la risorsa più preziosa delle nostre società.


 VINCENZO PAGLIA presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia

fonte: Avvenire
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Mercoledì 29  maggio, domani, alle 17 al Pontificio Consiglio per la Famiglia – piazza San Calisto 16 – parteciperò a un seminario sull’educazione, parlando della ricchezza della differenza tra padre e madre (ingresso libero). Ci saranno tra gli altri monsignor Paglia e Claudio Risè. Sarò al tavolo con un collega molto molto più illustre di me, Giuliano Ferrara, sempre geniale anche quando discutibile. Un po’ come se l’allenatore del Ponte Vecchio Calcio e Zeman venissero interpellati insieme.
Costanza Miriano

Giovani manifestanti in preghiera arrestati dalla polizia francese

Il Blog francese Le Salon Beige pubblica questa foto di uno degli oltre 100 ragazzi francesi arrestati dalla polizia ieri sera con la sua "arma di distruzione di massa". Colpevoli di manifestare compostamente e silenziosamente, pregando il rosario, contro la nuova Legge che sovverte l'ordine naturale della nostra società. 

Non sono altro che gli effetti della cosiddetta neutralità, che tuttavia non vediamo applicata nei confronti della Chiesa e dei valori che essa trasmette e difende.

Dai Blog francesi, apprendiamo che alla manifestazione di ieri erano presenti sette vescovi.
Tutti gli altri, sono evidentemente più attenti al politicamente-corretto, molto poco evangelico.

lunedì 27 maggio 2013

Mons. Gherardini ricorda Mons. Piolanti

Mons. Gherardini ricorda la figura del suo maestro e amico Mons. Antonio Piolanti, grande teologo la cui memoria viene accanitamente cancellata.
Su Disputationes Theologicae.

Inos Biffi. La Trinità e l'ut unum sint. Quando l'ecumenismo si avvera

Leggiamo questo edificante testo, da L'Osservatore Romano di oggi. Combinazione, nel cercare la fonte, scopro che il testo on-line ne fornisce una versione "monca" anche in questa edizione, mentre da qui ho preso quella integrale che, in fondo, contiene la parte più significativa e in evidente contrasto col "falso ecumenismo" post-conciliare. [Per chi volesse approfondire
Chi è che decide l'epurazione dei testi? Ormai è del tutto evidente la mala fede dei manovratori persino dell'informazione vaticana.

Abitualmente, quando si parla di ecumenismo, si cita l'espressione del vangelo di Giovanni: «Che siano una cosa sola» -- ut unum sint (17, 21) -- tuttavia quasi sempre trascurandone il contesto e lasciando, così, sfuggire il senso e l'intenzione precisi di questa domanda che Gesù rivolge al Padre. «Padre santo», egli dice, «io non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Non prego poi solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, perché tutti siano uno come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano uno come noi siamo uno. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me». Come si vede, si tratta di un testo dalla trama accuratamente costrutta ed elaborata, dove il tema emergente è quello dell'unità: dell'unità originaria, quella cioè che risulta dall'“inclusione” del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre, e dell'unità dei discepoli nei quali quell'unità divina è destinata a trapassare.

In altre parole, lo stesso unum, in atto dell'intima comunione tra il Padre e Gesù, è chiamato a trasfondersi e a prolungarsi nei discepoli e quindi a diventare visibile nella loro fraternità. «L'unità divina -- commenta il biblista Rudolf Schnackenburg -- è calata nei discepoli di Gesù in quanto “Gesù è in loro” e “il Padre in Gesù”. Poiché Gesù è nei discepoli e il Padre è in Gesù, la comunità dei discepoli è ripiena di essenza divina e quindi unita e compatta. Essa diventa una perfetta unità e a un tempo è chiamata a rendere visibile nell'amore fraterno il mistero dell'unità divina. In ciò il mondo può e deve riconoscere che Gesù, che fa della comunità cristiana la manifestazione dell'essenza divina, è l'Inviato di Dio. Una comunità che è unita e trova la forza di amare è in ultima analisi un mysterium dell'amore divino. Attraverso Gesù Dio ha accolto nel suo amore i credenti nel Figlio suo e li ha colmati della forza del suo amore».

I credenti «porteranno [nel mondo] la testimonianza della loro unità e della loro unione con Padre e col Figlio» (Ignace de la Potterie), e così creeranno la condizione perché lo stesso mondo creda in Gesù, riconoscendolo come Colui che è stato mandato dal Padre.

È come dire che la Chiesa, formata dai discepoli, deve apparire come la comunità partecipe dell'unità che annoda il Padre e il Figlio; come il segno visibile o il sacramento di tale unità. La carità reciproca dei credenti deve quindi riflettere e rappresentare quell'“uno”, che costituisce e definisce la relazione tra Gesù e il Padre.

A questo punto ci si può domandare se sia veramente questa visione dell'unità che evochiamo quando citiamo l'ut unum sint o vi ricorriamo nell'ottica dell'ecumenismo. Questo viene per lo più inteso come la riunione, per così dire paritetica od “orizzontale”, tra i cristiani. Ma in questo caso non siamo esattamente nella prospettiva della preghiera di Gesù, il quale chiedeva non che dei “fratelli separati”, come li chiamiamo, si riunissero, ma che l'unità “divina” dimorasse in quelli che il Padre gli aveva dato, che non sono affatto visti in uno stato di separazione e che, anzi, neppure sarebbero suoi discepoli, se mancasse la presenza in loro dell'unum del Padre e del Figlio. La genesi e la forma del loro essere congiunti si innestano sulla vita intima della santissima Trinità.

Non per questo, tuttavia, l'“unità”, che Gesù implora dal Padre per i “suoi”, va considerata estranea all'“ecumenismo” nel quale come discepoli del Signore ci dobbiamo sentire tutti impegnati. Al contrario: è proprio quella preghiera a illustrare sia la gravità della separazione sia il significato e l'intento della ricomposizione. Anzitutto, la gravità della separazione, che, alla luce della preghiera di Gesù, si configura come un'attenuazione o una perdita della comunione con l'unum del Padre e del Figlio e perciò con l'unica Chiesa, Corpo di Cristo, generata e stabilita da quest'unum, per cui diciamo: «Credo la Chiesa “una”». È poi illustrato il significato e l'intento della ricomposizione, la quale non mira a costituire questa Chiesa “una”, quasi fosse scomparsa, e risultasse come frutto e come sintesi delle varie comunità ecclesiali, che si rimettono insieme. L'ecumenismo si avvera se si ritorna [il reditus scomparso - ndr] e ci si reinserisce nell'unico Corpo di Cristo, cioè nella Tradizione dell'“unica” Chiesa, che, pur con i suoi membri peccatori e con una storia non sempre ineccepibile, non ha mai cessato di esserci, «una, santa, cattolica e apostolica», quale opera di Dio, fondata da Cristo, animata dal suo Spirito e da lui istituita sull'insfaldabile roccia che è Pietro.

Se l'ecumenismo non è concepito e avvertito a questo livello di finalità e di profondità, determinate dall'ut unum sint di Cristo, le iniziative di dialogo e di confronto in sé proficue e persino necessarie finirebbero col confondere e l'esito sarebbe un pacifismo teologico invece che la ripresa di una vera comunione.
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(©L'Osservatore Romano 26 maggio 2013)

domenica 26 maggio 2013

Tra confidenze ed esorcismi, un Francesco tutto da decifrare

Spunti interessanti offerti da Sandro Magister. Mi limito a quelli sulla Liturgia, sempre più sconfortata dallo stile, ma soprattutto dall'atteggiamento pastorale dei vescovi citati che, purtroppo, mi pare rispecchi lo standard odierno e non solo in Puglia o in Italia.

Tra i vescovi italiani recatisi da Francesco in visita “ad limina”, quelli della Puglia sono stati i più loquaci nel riferire cose dette loro dal papa.

Non c’è stata solo la “rivelazione” – poi in parte contraddetta da padre Federico Lombardi – del vescovo di Molfetta Luigi Martella su due encicliche in viaggio: la prima, sulla fede, firmata dall’attuale papa ma scritta dal predecessore, che la starebbe tutt’ora ultimando nel suo romitorio; e la seconda, sulla povertà, tutta ad opera del papa regnante.

Ci sono state anche delle indiscrezioni riguardanti la liturgia.
  1. Ha cominciato l’arcivescovo di Bari, Francesco Cacucci, che alla Radio Vaticana ha dichiarato che papa Francesco avrebbe esortato i vescovi a “vivere il rapporto con la liturgia con semplicità e senza sovrastrutture”.
  2. Poi è stata la volta del vescovo di Conversano e Monopoli, Domenico Padovano, il quale ha raccontato al proprio clero che i vescovi pugliesi si erano lamentati col papa per l’opera di divisione creata dentro la Chiesa dai paladini della messa in rito antico.E che cosa avrebbe loro risposto il papa?
    Stando a quanto riferito da monsignor Padovano, Francesco li avrebbe esortati a vigilare sugli estremismi di certi gruppi tradizionalisti, ma anche a fare tesoro della tradizione e a farla convivere nella Chiesa con l’innovazione. Per spiegare meglio quest’ultimo punto, il papa avrebbe portato il proprio esempio:
    “Vedete? Dicono che il mio maestro delle cerimonie papali [Guido Marini] sia di stampo tradizionalista; ed in molti, dopo la mia elezione, mi hanno invitato a sollevarlo dall’incarico e sostituirlo. Ho risposto di no, proprio perché io stesso possa fare tesoro della sua preparazione tradizionale e contemporaneamente egli possa avvantaggiarsi, allo stesso modo, della mia formazione più emancipata”.
    Se autentiche, sono parole istruttive circa lo spirito liturgico e lo stile di celebrazione dell’attuale papa. Ma non è sicuro in che senso i vescovi pugliesi le abbiano interpretate.
  3. Un altro di loro, quello di Cerignola e Ascoli Satriano, Felice Di Molfetta, già presidente della commissione della CEI per la liturgia, in un messaggio alla sua diocesi ha scritto tra l’altro:
    “Non ho mancato di rallegrarmi col papa per lo stile celebrativo che ha assunto; uno stile ispirato alla ‘nobile semplicità’ sancita dal Concilio, manifestando particolare attenzione all’argomento e sul quale non sono mancate da parte sua considerazioni di alto profilo teologico-pastorale, condivise da tutti i confratelli presenti.
    “Ho goduto tanto per il dialogo intessuto, essendomi occupato da una vita nell’insegnamento della teologia liturgica e sacramentaria, nel cogliere l’interesse del Santo Padre su questo vitale aspetto del ministero petrino, da lui esercitato sia nelle celebrazioni feriali a Santa Marta sia in quelle solenni nella Basilica Vaticana come per la canonizzazione degli 800 martiri di Otranto: una celebrazione contenuta nel tempo e nell’insieme del suo svolgimento rituale.
    “Papa Francesco, alla luce di certi fenomeni del recente passato in cui sono state registrate sul piano liturgico non poche derive, ha esortato noi vescovi, riferendoci anche alcuni esempi concreti, a vivere il rapporto con l’azione liturgica, in quanto opera di Dio, da veri credenti al di là di ogni tronfio cerimonialismo, pienamente consapevole che la ‘nobile semplicità’ di cui parla il Concilio, non è sciatteria ma Bellezza, bellezza con la ‘B’ maiuscola”.
Ma arruolare papa Francesco tra le file dei progressisti anche in campo liturgico è per lo meno azzardato. Non risulta affatto, in particolare, che egli sia ostile alla liberalizzazione della messa in rito antico, decisa da Benedetto XVI col motu proprio “Summorum pontificum” del 2007.
Mentre è certo che proprio monsignor Di Molfetta fu quell’anno uno dei più combattivi critici di quel motu proprio, prima e dopo la sua pubblicazione.
Giudicava la messa in rito antico “incompatibile” con quella postconciliare e si diede da fare, senza successo, perché la CEI producesse una nota interpretativa – in senso restrittivo – della “Summorum pontificum”. ...
[Beh, la nota interpretativa Universae il senso restrittivo lo ha avuto, eccome! Non sarà, a dire di Magister un successo di mons. Di Molfetta, ma di certo è stato un successo di molti che la pensano come lui.]

Festa della Santissima Trinità

Nella forma extra-ordinaria il Tempo di Pasqua si chiude con il Sabato seguente la Pentecoste, cioè ieri, mentre oggi si celebra la Solennità della Santissima Trinità, che può essere degnamente celebrata proprio nella pienezza della Rivelazione compiutasi nella Pentecoste e che si continua a celebrare, appunto, nell'ottava successiva. Vogliamo ricordarla con dom Prosper Guéranger. Rimando qui chi volesse leggere il testo per intero e anche, chi vuole, a questa meditazione sull'Icona di Rublev.

Come giustamente rimarcato dal cardinale Schuster «è innegabile che la liturgia cattolica sia tutta un inno di devozione giammai interrotto verso la Triade augustissima, e una festa esclusiva per questo mistero sembrerebbe quasi un ridurlo ad una semplice devozione; ma non è questa la nozione che si deve avere della seguente festività, che non è tanto una “festa” della SS. Trinità, piuttosto la confessione che è il massimo fra tutti i dogmi, il primario mistero della fede cattolica».
Non amplius quam tria sunt: unus diligens eum qui de illo est, et unus diligens eum de quo est, et ipsa dilectio (Tre è il loro numero: uno che ama colui che è da lui, uno che ama colui che è, e infine lo stesso amore) (De Trin. l. vi c. vii).
Ragioni della festa e della sua tarda istituzione.

Abbiamo visto gli Apostoli nel giorno della Pentecoste ricevere lo Spirito Santo e, fedeli all'ordine del Maestro (Mt 28,19) partire subito per andare ad ammaestrare tutte le genti, e battezzare gli uomini nel nome della Santissima Trinità. Era dunque giusto che la solennità che ha per scopo di onorare il Dio unico in tre persone seguisse immediatamente quella della Pentecoste alla quale è unita da un misterioso legame. Tuttavia, solo dopo lunghi secoli essa è venuta a prender posto nell'Anno liturgico, che si va completando nel corso del tempo.

Fermenti di dissoluzione nella società civile. E la Chiesa?

Eloquente immagine della manifestazione
del 13 gennaio a Parigi
La laicizzazione liberal sempre più imperante, che in tutti i paesi sta sovvertendo l'ordine naturale della società con la soppressione del "genere" - proprio oggi oggetto di vibrate proteste in tutta la Francia da parte del nutrito e trasversale Movimento di opposizione alla legge del governo Hollande sul “Matrimonio per tutti” - continua nella secolarizzazione spinta che vede cancellare anche i segni ormai quasi del tutto esteriori della nostra cristianità.

Il tutto nel silenzio assordante della somma Autorità spirituale.

Purtroppo registriamo da Le forum Catholique anche la seguente notizia:
Il governo del Principato delle Asturie, comunità autonoma di Spagna, ha inviato alle scuole della regione una circolare che dispone la sparizione dai calendari scolastici dei riferimenti alle feste cristiane. È il ministro dell'educazione, Ana González Rodríguez, che firma il documento, nel quale invita anche a sostituire Natale con « vacanze d'inverno » e Pasqua (e la Settimana Santa) con « vacanze della fine del II trimestre».
La circolare fa eco ad una simile iniziativa in Belgio, dove ormai la vacanza di Ognissanti è chiamata «vacanza d'autunno»[1], Natale «vacanze d'inverno», Pasqua «vacanze di primavera», etc. Anche quella finora conosciuta come la «vacanza di carnevale» è divenuta per gli scolari «vacanza di distensione».
Nel frattempo, in Francia il cardinal Vingt-Trois dalle pagine di “La Croix” sembra compiaciuto della evoluzione del cristianesimo, dichiarando : « Noi siamo passati da un cristianesimo sociologico ad un cristianesimo di scelta. Questa mi sembra essere la trasformazione più importante, alla quale noi siamo inegualmente preparati. È certo che su questo punto bisognerà aiutare i cattolici ad evolvere...» Affermazione che Jean Madiran, noto scrittore e giornalista francese, sul quotidiano “Présent” il 19 aprile 2013 commenta nei seguenti termini:
L’espressione «cristianesimo sociologico» è evidentemente peggiorativa. Vuole arbitrariamente caricaturizzare il cristianesimo basato sulla pietà filiale, sul catechismo per bambini, sulla scuola cristiana, sulla vita liturgica. Quanto al «cristianesimo di scelta» esso non sembra essere una grande novità, anzi è sempre esistito fin dal principio; a questo proposito Gesù metteva in guardia gli apostoli dicendo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gn. 15, 16) «Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino non vi entrerà» (Lc. 18, 17).
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1. Nelle festività cristiane dei Santi e dei defunti vediamo sempre più affermarsi -imposta da una moda indotta- la tradizione di Halloween che non è la nostra. Ricordiamo anche la sostituzione della festa degli Angeli custodi laicizzata nella "Festa dei nonni".

sabato 25 maggio 2013

Bene la "terapia d'urto"; ma quella di mantenimento?

Stavolta ne parlo perché mi pare di aver centrato il problema. Forse lo avevo già detto, ma dopo tutto questo tempo il refrain è sempre lo stesso e dunque quello che all'inizio poteva apparire come una semplice osservazione estemporanea od un timore da mettere alla prova di fatti ulteriori, ora sembra confermato. Di seguito dirò il perché. Se esagero o  sbaglio, vi prego di correggermi.
Ho letto, dal solito Sito di Radio Vaticana, il resoconto dell'omelia odierna di Santa Marta: Il Papa: chi si avvicina alla Chiesa trovi porte aperte e non controllori della fede. Vi invito a leggere le parole del Papa dal testo che le riporta con la solita dovizia, limitandomi a riprendere la conclusione, già di per sé significativa, dopo la quale aggiungo le mie riflessioni.
“Pensiamo oggi a Gesù, che sempre vuole che tutti ci avviciniamo a Lui; pensiamo al Santo Popolo di Dio, un popolo semplice, che vuole avvicinarsi a Gesù; e pensiamo a tanti cristiani di buona volontà che sbagliano e che invece di aprire una porta la chiudono … E chiediamo al Signore che tutti quelli che si avvicinano alla Chiesa trovino le porte aperte, trovino le porte aperte, aperte per incontrare questo amore di Gesù. Chiediamo questa grazia”.
Da tutte le parole pronunciate dal Papa, si nota come sia molto attento, in maniera preponderante e direi quasi esclusiva alle necessità immediate delle persone. E che ce ne sia estremo bisogno non lo possiamo negare. Il messaggio è chiaro e senza equivoci.

I problemi, però, possono nascere dal fermarsi qui. E possono acuirsi anche dall'enfasi sulla "fede del popolo che non sbaglia perché c'è lo Spirito". Infatti, in nessuna delle sue vibrate omelie il Papa sembra andare oltre l'immediatezza del messaggio e neppure oltre l'orizzonte importante ma non univoco delle "periferie" sociologiche, esistenziali e/o spirituali che siano.

Nulla questio sulla stigmatizzazione dell'accoglienza burocratica rispetto a quella empatica, ma - direi - soprattutto 'pastorale' nel senso autentico del termine.

Però, ad esempio, il sacerdote che nell'episodio ricordato spiega alla donna "la teologia della benedizione della messa" senza dare la benedizione richiesta, forse ha detto cose che in quel momento non potevano essere recepite, ma che sono comunque necessarie perché nel cammino di maturazione della fede possano essere accolte e quindi operare nell'intimo. In ogni caso si tratta di cose che, se dette da un cuore acceso dallo Spirito e nei termini che vengono suggeriti a seconda delle circostanze, 'toccano' le persone e le aiutano a crescere perché permettono allo Spirito del Signore di operare proprio attraverso esse.

E dunque il discorso va centrato  e anche allargato alla necessità che i ministri del sacro, oltre alla "terapia d'urto" debbano saper somministrare anche la "terapia di mantenimento", cioè il nutrimento sempre ulteriore del quale tutti i fedeli, ognuno nei modi e nei tempi che gli appartengono, hanno assoluto bisogno. E questo ogni sacerdote lo fa esercitando il suo triplice munus sanctificandi docendi et regendi, nutrito dalla formazione ad una fede retta, irrobustita e salvaguardata dall'Adorazione e dall'Eucaristia. 

Ed è questo che va detto e ripetuto e praticato. Altrimenti ci ritroveremo in una Chiesa-carismatica (nel senso dello stile in voga tra i cosiddetti "carismatici", ma dimenticando che la Chiesa da sempre e per sempre è stata è e sarà ricolma dei doni dello Spirito) con una spiritualità-fai-da-te che forse riduttivamente abbiamo chiamato in alte occasioni sentimental-pop, ma  che rischia di non andare molto lontano da questo. Infatti si tratta di parole molto "carismatiche" che vanno ben comprese. Buttiamo a mare tutta la disciplina ecclesiastica che non è per ingabbiare ma per rispecchiare un ordine? E quanto all'accoglienza, va bene, ma per portare dove? Occorrerà pure aiutare il fedele a uscire dal peccato in cui caso mai si trova...
Mi sembra che manchi il respiro universale. O sono io a non vederlo?