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venerdì 30 novembre 2012

Il Cardinal Koch, Lutero e la Fraternità di San Pio X

Riprendo da Messainlatino, riformattandolo per renderlo più leggibile. Interessante testo di F. Agnoli tratto da Il Foglio; ma non ho il link. Un capolavoro di verità e di coraggio.

Non è facile, come cattolico, vivere in una sorta di Babele in cui ogni giorno si accavallano messaggi discordi, idee incompatibili tra loro, rottamazioni di dogmi e di principi millenari. Ogni giorno un povero fedele è costretto a sentirne una nuova. Non fuori, ma dentro. 

Oggi gli spiegano che la Chiesa è nata con il Concilio Vaticano II (leggere “Jesus”, mensile paolino, per credere); domani, in chiesa, sentirà il predicatore di turno spiegare che i miracoli del Vangelo sono solo dei simboli; in confessionale si sentirà dire dal sacerdote che quello che lui confessa come peccato non è più tale: “lo era, l’altro ieri…”. 

Se il malcapitato continua nell’errore di frequentare sacerdoti di un certo tipo (un numero enorme, impossibile sfuggire), si sentirà spiegare che: 
  1. il peccato originale è una metafora (della serie: dircelo senza 2000 anni di ritardo?); 
  2. l’Inferno di cui la Chiesa ha sempre parlato, Vangelo alla mano, non c’è, oppure è vuoto (della serie: don’t worry); 
  3. tutte le religioni sono egualmente vie di salvezza (della serie: tutte le strade portano… da qualche parte). 
Poco importa se queste tre affermazioni sono capaci di distruggere tutto il fondamento della Fede: l’Incarnazione, la Passione e la Resurrezione di Cristo. Serve un prete che scrive libri contro la Chiesa? Ne abbiamo, a iosa… Per le copertine indossano persino la tonaca. Mentre ingurgitano elemosine e otto per mille, sputano pomposamente nel piatto (per finire in tv, posto assicurato).

Servono vescovi che coprono abusi e non vigilano sui propri seminari? Il numero è incalcolabile. Prelati che firmano gli appelli dei radicali? Presenti, e scattanti (come il pretonzolo violentatore di Milano). Cardinali pro matrimoni gay? Il cardinal Rainer Maria Woelki, pochi mesi fa: matrimoni gay sì, purché duraturi (per Bacco!). Un cardinale pro aborto? Pronto: non ancora ricevuta la berretta, il neo-cardinale Rubén Salazar Gómez interviene in sostegno ai Pannella colombiani…Pochi mesi prima si era schierato per la depenalizzazione della droga… 

Finita qui? Per carità… Ognuno vuole il suo momento di gloria. Pochi mesi fa il cardinal Koch, parlando della Fraternità san Pio X (gli ultimi lebbrosi), aveva sostenuto che i suoi membri sono nell’errore, perché si comportano come Lutero! Leggendo quella frase mi chiesi:
  1. se fosse opportuna, in un momento in cui si discuteva di una possibile pacificazione; 
  2. se il cardinale credesse davvero in una somiglianza tra il luteranesimo (che nega dogmi fondamentali e basilari della Fede) e la Fraternità san Pio X, che mai nessuno ha accusato di eresia (semmai di disobbedienza, che è ben altro). 
Conclusi che quantomeno Koch ha le idee chiare su Lutero: scismatico ed eretico (senza nulla togliere alle grandi porcherie di molti prelati cattolici suoi contemporanei). Ma ecco, solo alcuni mesi dopo, alla domanda di Mario Galgano di Radio Vaticana su come celebrare il cinquecentesimo anniversario della Riforma protestante, lo stesso Koch di cui sopra, ribaltando 500 anni di dottrina cattolica, ha risposto:
“Per esempio, con una celebrazione penitenziale comune nella quale riconosciamo insieme le nostre colpe, perché il fatto che la Riforma non abbia raggiunto il suo scopo, e cioè il rinnovamento della Chiesa, ricade nelle responsabilità di entrambe le parti: le ragioni sono di ordine teologico e politico. Riconoscerlo e perdonarsi vicendevolmente per tutto questo, trovo che sarebbe un gran bel gesto”.
A leggere si capisce questo: che il problema è che la Riforma non ha raggiunto “il suo scopo” (cioè Lutero non ha vinto abbastanza); per questo occorre fare l’ennesimo mea culpa, insieme, protestanti e cattolici.

Se uno legge queste dichiarazioni, con davanti il nuovo libro di Angela Pellicciari, “Martin Lutero” (Cantagalli), come è capitato a me, si sente quantomeno disorientato. Veramente si può credere che sia possibile porre fine non ad una diatriba di cinquecento anni, così, a tarallucci e vino? Dicendo a tutti: scusate, ci siamo (si sono) sbagliati?

È giusto, oggi, cinquecento anni dopo, senza interpellarlo, far dire a Lutero: “mi sono sbagliato”?
  • Mi sono sbagliato a negare il sacerdozio e altri sacramenti; 
  • mi sono sbagliato a predicare che l’uomo non è libero, e “non può volere né fare altro che male” (De servo arbitrio); 
  • ero in errore, quando ho promosso la nascita di chiese nazionali e asservito il potere religioso a quello politico; 
  • rinnego i miei scritti in cui chiedevo di radere al suole tutte le case private degli ebrei e squartare i contadini ribelli “senza pietà”; 
  • mi sono sbagliato a difendere la interpretazione personale della Bibbia (negando la Chiesa stessa) e così pure a definire il papa “anticristo maledetto”, “principe dell’inferno” e il papato di Roma istituzione “fondata da Satana”….
No, far dire questo a Lutero, non è giusto, nei suoi confronti.
Il Foglio, 29 novembre

Davvero è accaduto qualcosa di grande... e di grave, aggiungiamo noi.

Gli scritti conciliari di Joseph Ratzinger presentati dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Uno strumento prezioso per comprendere e interpretare il Vaticano II a partire dai suoi testi
di Gerhard Ludwig Müller

[Del concetto di Tradizione del nuovo custode della fede avevamo parlato già qui]

Col titolo altisonante sopra riportato è apparso ieri sull'Osservatore Romano un articolo che, con accenti decisi e fortemente mirati, vorrebbe tagliare le ali a qualunque ulteriore possibilità di discussione e di critica ai documenti conciliari e ad alcune loro problematiche asserzioni e conseguenti applicazioni, le quali - più che un prefissato e dichiarato aggiornamento - costituiscono una vera e propria riforma, nella piena accezione del termine.

Ne riprendo gli stralci-chiave per la nostra riflessione e vi rimando alla lettura dell'intero testo, reso disponibile qui, il cui efficace e articolato excursus dà la percezione del coinvolgimento di Papa Ratzinger - già noto ma ulteriormente e autorevolmente confermato - nell'elaborazione dei testi conciliari e nella successiva interpretazione e applicazione del loro “spirito” e dunque nell'attuale e sempre più accentuata super-dogmatizzazione dello stesso. Lo dimostra il fatto che vanno intensificandosi le enfatizzazioni dell'evento-Concilio sempre più mitizzato in quanto visto, anziché come l'annunciato e proclamato aggiornamento, come un vero e proprio nuovo inizio, col conseguente troncamento in nuce di ogni formulazione critica, per quanto costruttiva e fondata sul magistero perenne. Assistiamo, anzi, costernati, alla dichiarata continuità con esso; ma solo perché riletto - sulla base di una vera e propria rivoluzione copernicana di variazione paradigmatica - alla luce delle formulazioni considerate valide secondo lo spirito dei tempi (vedi nota 2). Ed eccone la riprova:
[...] Joseph Ratzinger, da teologo, ha contribuito a dar forma e ha accompagnato il concilio Vaticano II in tutte le sue fasi. Il suo influsso si fa sentire già nella fase preparatoria, prima dell'apertura ufficiale del concilio, l'11 ottobre 1962. Egli prese parte in misura rilevante alla genesi dei più vari testi, prima a fianco dell'arcivescovo di Colonia, il cardinale Joseph Frings, e più tardi quale membro autonomo di diverse commissioni.
Nella fase della recezione, egli non si stanca di ricordare che il concilio va valutato e compreso alla luce della sua intenzione autentica. Il concilio è parte integrante della storia della Chiesa e pertanto lo si può comprendere correttamente solo se viene considerato questo contesto di duemila anni. Grazie ai suoi lavori sul concetto di Chiesa in sant'Agostino e sul concetto di Rivelazione in san Bonaventura(1), con i quali aveva ottenuto i gradi accademici, Joseph Ratzinger era particolarmente idoneo e preparato ad affrontare le questioni centrali poste alla Chiesa nel XX secolo. Tra queste, dopo le esperienze della guerra e di una società in profonda trasformazione negli anni Sessanta, vi era anche la crescente perdita di significato e di presenza della Chiesa nel mondo.
Nella sua prefazione al presente volume [il VII dell'Opera Omnia: vedi Prefazione all'Opera Omnia], Papa Benedetto XVI ha così descritto il compito del concilio: «La percezione di questa perdita del tempo presente da parte del cristianesimo e del compito che ne conseguiva era ben riassunta dalla parola “aggiornamento”. Il cristianesimo deve essere nel presente per potere dare forma al futuro». [...]
E poi ecco la contrapposizione di Mons. Müller alla « ermeneutica della Tradizione », l'unica interpretazione ortodossa del Concilio Vaticano II, individuando una “interpretazione eretica” nella «ermeneutica della rottura, sia sul versante progressista, sia su quello tradizionalista». Secondo lui entrambi accomunati dal rifiuto del Concilio: «i progressisti nel volerlo lasciare dietro di sé, come fosse solo una stagione da abbandonare per approdare ad un’altra Chiesa; i tradizionalisti nel non volervi arrivare, quasi fosse l’inverno della Catholica». Vengono inclusi tra i progressisti coloro che vorrebbero portare il concilio alle sue estreme conseguenze: ma, se ciò è ritenuto possibile, significa anche che ce ne sono i presupposti, cioè il darsi della ripetutamente negata “rottura”... È una dicotomia che gli fa gioco... e del resto lui non appartiene forse ai cosiddetti “progressisti”, che ora assumono la veste di falsi conservatori, perché in realtà si tratta di conservatoristi del Concilio?

Quel che è grave: è la prima volta, che io sappia, che viene tirata in ballo una "interpretazione eretica", alla quale peraltro siamo inopinatamente associati anche noi tradizionalisti. Ed è gravissimo che venga proprio dal Prefetto della Dottrina della Fede in un momento peraltro in cui anche da parte del Santo Padre sono state fatte alcune osservazioni critiche a documenti concilliari (e non sono le prime: pubblicherò domani un validissimo articolo di Paolo Pasqualucci).

E così ci ha messi nello stesso calderone di coloro che stanno distruggendo la Chiesa! La sua affermazione denota malafede o superficialità perché non è vero che i Tradizionalisti rifiutano il Concilio, ma ne contestano i 'punti' di rottura con la Tradizione, senza la quale non c'è la Chiesa, ma qualcosa d'altro!

Inoltre la formulazione del nuovo “custode della fede” sulle interpretazioni eretiche del Concilio è priva di ogni sostanza teologica perché la sua visione di continuità si fonda sulla reinterpretazione dell'intenzione del concilio, che in realtà non si è imposto come dogmatico né ha voluto definire quod ubique et semper... ed anzi, anziché definire, dialoga ed è prodigo di enfatiche affabulazioni, oggi portate avanti dai vertici Curiali in maniera sempre più scoperta ed impositiva.

Ed è così che il magistero vivente viene ridotto al magistero del presente, sostanzialmente inventando, dopo il Vaticano II, un nuovo magistero. E dunque il magistero è ridefinito, perché ha per obbiettivo quello di esprimere la continuità di un soggetto (il popolo di Dio in cammino) e non più quella di un oggetto (la Rivelazione data e da inverare nella storia da ogni generazione).
Nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 che suscitò notevole interesse, Benedetto XVI mise in evidenza «l'ermeneutica della riforma nella continuità» a fronte di una «ermeneutica della discontinuità e della rottura». Joseph Ratzinger si pone così nel solco delle sue affermazioni del 1966. Questa interpretazione è l'unica possibile secondo i principi della teologia cattolica, vale a dire considerando l'insieme indissolubile tra Sacra Scrittura, la completa e integrale Tradizione e il Magistero, la cui più alta espressione è il concilio presieduto dal Successore di san Pietro come capo della Chiesa visibile(2). Al di fuori di questa unica interpretazione ortodossa esiste purtroppo un'interpretazione eretica, vale a dire l'ermeneutica della rottura, sia sul versante progressista, sia su quello tradizionalista. Entrambi questi versanti sono accomunati dal rifiuto del concilio; i progressisti nel volerlo lasciare dietro, come fosse solo una stagione da abbandonare per approdare a un'altra Chiesa; i tradizionalisti nel non volervi arrivare, quasi fosse l'inverno della Catholica.
“Continuità” significa la permanente corrispondenza con l'origine, non adattamento di qualsiasi cosa sia stata [dovrebbe esplicitare cosa intende], che può portare anche sulla strada sbagliata. La tanto citata parola d'ordine “aggiornamento” non significa dunque “secolarizzazione” della fede, cosa che porterebbe al suo dissolvimento, ma l'origine [Cos'è poi questa origine: la Rivelazione che si evolve?] annunciata in tempi di volta in volta nuovi, origine a partire dalla quale viene donata agli uomini la salvezza; aggiornamento significa dunque “rendere presente” il messaggio di Gesù Cristo. Si tratta, in fondo, di quella riforma necessaria in tutti i tempi in costante fedeltà al Christus totus, secondo le note parole di sant'Agostino: «Tutto Cristo, cioè il Capo e le membra. Che significano il Capo e le membra? Cristo e la Chiesa» (vedi nota 1) (In Iohannis evangelium tractatus, 21, 8).
Lo stesso Vaticano II ha dichiarato che, «seguendo le orme dei concili Tridentino e Vaticano I, intende proporre la genuina dottrina sulla divina Rivelazione e la sua trasmissione, affinché per l'annunzio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami» (costituzione dogmatica Dei Verbum, 1). Il concilio non vuole annunciare alcun'altra fede bensì, in continuità con i precedenti concili, intende renderla presente. [è il modo in cui la rende presente che in realtà la snatura] [...]
[Fonte: L'Osservatore Romano, 29 novembre 2012 by Paparatzinger blog]
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1. Abbiamo qui la riprova dell'idea di evoluzione del dogma. Il lavoro cui si accenna fu presentato nel 1956 da Joseph Ratzinger per l’abilitazione all’insegnamento universitario statale: in quella tesi su San Bonaventura,  l'idea della Rivelazione «appariva ora non più semplicemente come la comunicazione di alcune verità alla ragione, ma come l’agire storico di Dio, in cui la Verità si svela gradatamente». Ratzinger afferma che Bonaventura ha visto nella Rivelazione, non un insieme di verità, ma un atto (il che è vero), e che «del concetto di “rivelazione” fa sempre parte anche il soggetto ricevente»: dunque del concetto di Rivelazione fanno parte anche i fedeli, cioè essi sono parte della Rivelazione stessa. Inoltre egli afferma anche che «alla Scrittura è legato il soggetto credente, la Chiesa [considerata nella comunità dei credenti], e con ciò è già dato anche il senso essenziale della Tradizione». Lo stesso Ratzinger rivela che il suo relatore, Michael Schmaus, «non vedeva affatto in queste tesi una fedele ripresa del pensiero di Bonaventura […] ma un pericoloso modernismo, che doveva condurre verso la soggettivizzazione del concetto di Rivelazione». (Le citazioni virgolettate sono tratte da J. Ratzinger, La mia vita. Autobiografia, San Paolo, 2005).
Dunque questa parte della tesi fu a suo tempo espunta dal lavoro; ma oggi riappare intatta nell'Opera omnia di cui si sta parlando e, soprattutto, ne risultano recepite e applicate le sue affermazioni.

2. [Il discorso è già stato sviluppato anche qui]. Il problema sta tutto nell'assimilazione del magistero vivente al magistero presente, opponendolo a quello passato. Essa può aver luogo perché ci si pone esclusivamente dal punto di vista del soggetto e si antepone l'esperienza alla conoscenza.
Maria Guarini

Il Papa di nuovo su twitter

Certamente c’è già una parte del popolo della rete in fermento: sebbene non ancora ufficialmente presentata, la notizia del prossimo “cinguettio” di Benedetto XVI su twitter ha fatto rapidamente il giro del mondo. Dunque il social network delle «centoquaranta battute» si accinge a ospitare ancora una volta il Papa. La prima volta fu infatti nel giugno 2011, quando Benedetto XVI lanciò il portale del Vaticano www.news.va accompagnando il gesto proprio con un tweet. Ora bisognerà attendere qualche settimana, poi riprenderanno i “cinguettii” — cinguettare è la traduzione in italiano del termine twitter — di Benedetto XVI.

«L’iniziativa — ci ha detto l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali — è dovuta al desiderio del Papa di utilizzare tutte le opportunità comunicative offerte dalle nuove tecnologie, tipiche del mondo di oggi». «Del resto — ci ha spiegato l’arcivescovo — proprio ieri, durante l’udienza generale, il Papa ha manifestato ancora una volta questa sua volontà di riuscire a parlare di Dio a tutti gli uomini con ogni mezzo possibile. Ha ricordato la fondamentale, originaria importanza della comunicazione per la trasmissione della fede. Ha parlato di un metodo di Dio nel comunicare, il metodo dell’umiltà per cui Dio non ha esitato a farsi uno di noi per mostrarsi. Ha parlato di Gesù comunicatore che si è rivolto agli uomini del suo tempo usando il loro linguaggio».

E a questo punto monsignor Celli fa una precisazione significativa: «Il Papa entrando nel mondo della comunicazione digitale compie un gesto che ha la sua originalità nella storia stessa della Chiesa. In un certo senso lo ha spiegato egli stesso proprio ieri, parlando ai fedeli nell’Aula Paolo VI, quando, riferendosi alla lettera ai Corinzi, ha citato le parole dell’apostolo Paolo: “...quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza...”.

Proprio in ciò è radicato il senso della presenza del Papa su twitter, il mondo del microblogging, della comunicazione moderna, veloce, immediata, inesorabile nel concedere solo centoquaranta battute per dire tutto quello che hai da dire.

Nel messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali Papa Benedetto XVI dopo aver sottolineato il valore del silenzio che aiuta e dà sostanza alle nostre parole, scrisse che anche pochissime parole danno la possibilità di trasmettere grandissimi messaggi. Certamente quando proponeva queste riflessioni non pensava a twitter. Però potremmo applicare questa sua riflessione proprio a questo mondo singolare. Così nei modi, nei tempi e nel linguaggio dell’uomo moderno egli intende portare Cristo nel mondo di oggi. E come Paolo certamente non vuole crearsi una squadra di ammiratori, lo ha ricordato proprio ieri sempre nella catechesi. Non vuole cioè entrare nella storia come “capo di una scuola di grandi conoscenze”. Vuole solo «guadagnare le persone “per l’Altro, per Lui, per il Dio vero e reale”».

La nuova iniziativa dovrebbe essere avviata prima di Natale. Il Papa indicherà i punti salienti di alcuni suoi discorsi, omelie o messaggi, che dovranno poi essere sintetizzati e adattati per il social. Si comincerà con le riflessioni domenicali proposte ai fedeli durante l’appuntamento per la preghiera mariana dell’Angelus in piazza san Pietro.
Mario Ponzi
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[Fonte: L'Osservatore Romano, 29 11 2012

mercoledì 28 novembre 2012

La chiarezza, questa sconosciuta!

Riprendo da Mediatrice.net, dei Francescani dell'Immacolata, una notizia già pubblicata da Rorate Caeli nei giorni scorsi. Strano - ma forse non tanto conoscendo l'aria che tira - questo revival proprio in concomitanza con l'iniziativa del Priorato di Loreto per la partecipazione on line in diretta alla Santa Messa.

E, comunque, l'ED associa facendo confusione una lettera del Papa del 2009, vertente su considerazioni disciplinari, con uno status canonico da essa tirato in ballo e basato su questioni dottrinali allora non definite (non lo sono tuttora), delle quali neppure si conosce il contenuto poiché non sono state rese pubbliche le relative discussioni. E tuttavia il Messale del 1962 e la Santa Messa, peraltro sdoganata dal Motu proprio, cos'hanno a che fare con la dottrina?
La commissione pontificia Ecclesia Dei ha confermato il 25 novembre 2012 che non è normalmente possibile per i fedeli cattolici di partecipare a una S. Messa celebrata da un prete della FSSPX.
Secondo una lettera in inglese della Commissione ora legata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicata su un blog tradizionalista polacco, la commissione Ecclesia Dei ricorda, secondo le parole stesse di Benedetto XVI nella lettera del 2009 ai vescovi della Chiesa cattolica che “fino a quando le questioni riguardanti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità S. Pio X non ha nessuno statuto canonico nella Chiesa e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in maniera legittima nessun ministero nella Chiesa”.
La Commissione Ecclesia Dei riprende qui in sostanza ciò che rispondeva già in aprile 2002 con firma di Mons. Camille Perl mentre le scomuniche contro i quattro vescovi della FSSPX non erano state ancora rimesse. All’epoca, segretario di Ecclesia Dei, mons. Perl stimava che un cattolico non poteva assistere a una Messa della Fraternità S. Pio X anche invocando lo stato di necessità. La remissione della scomunica nel 2009 non sembra dunque aver cambiato lo statuto canonico dei preti della FSSPX.

Questo l'originale in inglese della Lettera ED:

E dunque che dire di altri precedenti? Non è il primo exploit di questo genere della ED. Ne avevamo già parlato qui. Riporto la conclusione:

Ai tempi in cui presiedeva la Commissione ED il cardinale Dario Castrillon Hoyos, erano state formulate tre domande, alle quali mons. Camille Perl - che ad una precedente domanda aveva ricordato la illegittimità ma non l'invalidità della Messa FSSPX - dette risposta chiara ed esplicita :
  1. Posso adempiere il precetto domenicale, frequentando una Messa San Pio X ?
    Risposta di Mons. Perl (18 gennaio 2003):
  2. In senso stretto lei può adempiere al suo obbligo domenicale assistendo ad una messa celebrata da un sacerdote della Società San Pio X.
  3. È un peccato per me partecipare a una Messa Pio X ?
    Risposta di Mons. Perl:
    Abbiamo già detto che non possiamo raccomandare la vostra partecipazione a tale messa spiegando il motivo. Se il motivo principale per la partecipazione è quello di manifestare il suo desiderio di separarsi dalla comunione con il Romano Pontefice e di coloro che sono in comunione con lui, sarebbe un peccato. Se la sua intenzione è semplicemente quella di partecipare ad una Messa secondo il Messale del 1962 per motivi di devozione, questo non è un peccato.
  4. È un peccato per me contribuire alla raccolta durante la Messa domenicale presso la San Pio X ? Risposta di Mons. Perl:
    Un modesto contributo alla raccolta durante la Messa sembra possa essere giustificato.
In ogni caso è sempre più evidente la reticenza a pronunciamenti netti e limpidi...

In Christo Rege!


Te ætérnum Patrem, * omnis terra venerátur.
[...]
Te per orbem terrárum *
sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.
Tu rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Filius.
Dall'8 dicembre prossimo le Sante Messe nella Chiesa di Gesù e Maria al Corso
saranno celebrate alle ore 9,30

Non abbiamo vinto noi, ha vinto la Santa Chiesa Cattolica, ha vinto Cristo Redentore del Mondo e la Santa Vergine Maria corredentrice. Preghiamo e confidiamo in Colui e Colei che tutto possono. Preghiamo per il Nostro Sovrano Pontefice e vescovo dell'amata Urbe, per il Signor Cardinale Vicario, e per i vescovi ausiliari, che si sono prodigati affinché questo diritto della Santa Messa, nella forma Straordinaria del Rito Romano, continui a esistere non solo nella Parrocchia Personale, ma in ogni chiesa.

11 dicembre 2012. Anno della Fede: Importante conferenza a Rieti

Centro Culturale P. Tomas Tyn di Rieti
11 dicembre 2012, alle ore 16
 presso l'Auditorium Varrone - Via Terenzio Varrone
si terrà la seguente Conferenza:
Cristologia e Domenicani
Prof. Padre Giovanni Cavalcoli OP
Docente Emerito di Teologia Sistematica
Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna
Doc. di Metafisica nello Studio Filosofico
Domenicano di Bologna
Vicepostulatore Causa di Beatificazione
Servo di Dio P. Tomas Tyn
Gesù di Nazareth Via Verità e Vita
Padre Damiano Colleoni SCJ
Sacerdote del Sacro Cuore di Gesù di Betharram
Teologo e Catecheta
Associato Fondatore
Centro Culturale P. Tomas Tyn Rieti
P. Tomas Tyn e la Cristologia

Quei classici più attuali di noi. A colloquio con il presidente della nuova Pontificia Accademia Latinitatis

Quanta vita in una lingua tecnicamente morta come il latino, non solo in Italia: in Germania è la terza lingua straniera più studiata (dal 2000 a oggi gli studenti sono cresciuti del 30 per cento). E non solo in Europa: in Cina è attivo dal giugno scorso Latinitas Sinica, il primo centro studi nel suo genere nella Repubblica Popolare.

Ma gli esempi non mancano. «Il latino è inaspettatamente presente -- spiega a «L'Osservatore Romano» Ivano Dionigi, rettore dell'università di Bologna e presidente della istituenda Pontificia Accademia di Latinità [ora istituita] -- anche in ambito informatico. La parola computer viene da computare, benché ritorni nella nostra lingua come prestito dell'inglese; la stessa chiocciola @ della posta elettronica (l'at inglese) rinvia al latino ad.

«Le signe européen c'est le latin» scriveva de Maistre: non è più così?

Da quando ho saputo della nomina mi sto facendo molte domande, prima di tutto su come interpretare al meglio questa istituzione e inserirla nelle dinamiche del presente. Come rendere utile e necessaria una lingua morta? Sempre più spesso da qualche decennio a questa parte si tende a rimuovere la cultura classica anche in Italia. Perché il latino? Perché il greco e i classici? Per tre motivi essenzialmente, il primo è la tutela dei beni culturali. «Mai l'America, se Roma fosse sorta nel Texas, si sarebbe comportata come fa la scuola italiana» diceva Giuseppe Pontiggia parlando della trascuratezza per l'immenso patrimonio di arte, scultura, architettura, cultura in senso lato che l'Italia ha a disposizione. In gioco c'è un destino culturale ma anche una concreta convenienza economica, la possibilità di investimenti a lungo termine e opportunità di lavoro e di occupazione per i giovani. Come si fa a non capirlo? Come si fa a intendere e a tramandare questo patrimonio se non si hanno gli strumenti per farlo? Secondo: il greco e il latino ci aiutano a parlare bene, questo lo ammettono anche coloro che non stravedono per i classici, da Toqueville a Gramsci. Parlar male, scrive Platone nel Fedone, oltre a essere una cosa brutta in sé fa male anche all'anima. Nulla appare scritto a caso, o “di fretta” nei classici, e questo è particolarmente prezioso per noi che viviamo all'interno di un clima diffuso di entropia linguistica, in cui le parole vengono ridotte a vocaboli. Tutte le nostre lingue europee dal Mar Nero all'Atlantico hanno risentito del latino; tempo fa ho basato un corso sull'etimologia di duecento parole, ogni termine è un campo magnetico che illumina una porzione di storia. Tutta la nostra tradizione letteraria si è modellata sul latino; se lo buttiamo via dobbiamo buttar via anche tanto altro. Terzo, i classici ci aiutano a pensare bene, è il loro lascito più vantaggioso; sono al contempo fondamento del presente e antagonisti al presente. Non voglio insistere sul tema delle radici identitarie perché sono evidenti. Nella storia linguistica e culturale dell'Europa, il latino ha avuto ruoli diversi nel tempo -- come ha ben spiegato Françoise Vaquet -- è stata la lingua della scuola, della Chiesa, dello Stato ma grazie alla sua universalità e alla sua brevitas è stata anche la lingua della scienza. Pensiamo al lessico tecnico delle varie lingue, con i termini di derivazione greca o latina.

Originalità è tornare alle origini, diceva Gaudí; sulla stessa linea della frase di Verdi diventata proverbiale, «torniamo all'antico e sarà un progresso». Un elogio della tradizione che arriva da due artisti al di sopra di ogni sospetto di “passatismo” nostalgico.

Questa ossessione di recidere i legami col passato ci rende tutti dei marcionisti culturali, una definizione coniata da Rémi Brague, recentemente premiato dalla Fondazione Ratzinger per le sue acute diagnosi delle malattie del pensiero contemporaneo. L'eretico Marcione voleva azzerare i legami del cristianesimo con le sue radici ebraiche, e così stiamo facendo noi con l'eredità di chi ci ha preceduto. Oltre al lessico fondamentale delle varie discipline, dal diritto alla politica, dalla farmacologia alla medicina, dalla matematica all'agricoltura, c'è un lascito culturale specifico, una forma mentale, un pensiero plurale metamorfico, fatto di argomentazioni, conflitto di idee, critica e autocritica, mentre oggi tutto converge verso la linearità. Ci si stupisce di meno davanti alle culture altre e alla globalizzazione se si conosce la koinè ellenistica e la globalizzazione romana, ci si “accasa” meglio nella modernità conoscendo l'apertura e l'educazione all'inclusione romana.

Il ciclo di incontri sui classici fondato insieme ai suoi allievi nel 2002, a Bologna, negli anni ha riscosso un successo crescente; «più i tempi sono aridi più il lavoro diventa urgente» ha detto recentemente introducendo una lezione sul mito di Prometeo.

Perché la gente fa la fila e tante persone non riescono a entrare? Perché il giornale del mattino alla sera lo butti via, ma non succede lo stesso con i testi che hanno segnato la nostra storia. Classico è ciò che ancora ha da essere diceva Osip Mandelstam, è un testo scritto per noi, non solo per narcisismo o per far soldi. Quando mi chiedono «ci renda attuali i classici», rispondo sempre «loro lo sono già, siamo noi che non siamo attuali!». Parlano di un mondo radicalmente diverso dal presente, per questo sono così interessanti.

Contemporaneamente fondamento del presente e antagonisti al presente, come ha detto prima.

Su questo, io sto con Eliot; fortunatamente il latino e il greco sono lingue morte, così ce ne possiamo spartire l'eredità. Certo, bisogna evitare l'accecamento grammaticalistico, la coniunctivitis professoria come la chiamava Giorgio Pasquali, e anche le iniziative di tante sodalitates nostalgiche, inutili se non controproducenti. I malintesi non sono mancati, purtroppo, il fascismo ha messo le mani sui classici e li ha ridotti a pretesto, a veicolo di una retorica tossica e marziale, le celebrazioni dedicate a Virgilio e Orazio hanno provocato danni irrimediabili. «L'Italia ha perso la guerra e gli italiani non sanno il latino», commentava amaramente Guido Calogero. Ma anche il dibattito negli anni Sessanta è stato drogato dall'ideologia, la cultura classica è stata considerata uno status symbol, uno strumento di difesa del potere, mentre secondo me è l'opposto, è uno strumento di difesa “dal” potere. In Italia, nonostante tutto, abbiamo ancora i migliori licei d'Europa, non sono ancora riusciti a rovinarli. Una lingua strutturalmente temporale come il latino può essere un antidoto alla dittatura del presente, alla mancanza di prospettiva storica tipica della nostra epoca

Non solo brevitas, quindi, ma anche complessità creativa, rispetto alla banalità omologante di un linguaggio esclusivamente veicolare.

Come diceva Baudelaire, il verbo è l'angelo del movimento che dà spinta alla frase. Il latino, fondato sul verbo, è lingua dinamica, è lingua sub specie temporis. Noi siamo tempo: nasciamo, cambiamo, moriamo. C'è un ordo verborum che non è immediato; e anche questo aiuta a guardare più in profondità, non tutto in primo piano, come avviene per una lingua puramente strumentale. Quando si legge un brano latino tutto il filo del discorso resta sospeso proprio perché c'è un prima, un durante e un dopo proprio all'interno della stessa formulazione linguistica.

Come è nato il centro studi «La permanenza del Classico»?

Insieme a Massimo Cacciari; avevamo quattrocento persone ai nostri seminari e ci siamo trasferiti a teatro, e poi in altri spazi più attrezzati, trasformando la lezione accademica in incontri dove la lezione è scandita da letture di attori e ritmata da intervalli musicali. Ci tengo a citare una frase dell'amico Cacciari: «Chi abbia letto una sola tragedia greca, una sola invettiva dantesca, un verso della Ginestra, saprà ascoltare, saprà riconoscere i propri limiti e il valore altrui, ma obbedire passivamente mai». Abbiamo tra le mani un patrimonio prezioso ed esplosivo, come la tradizione greca, Virgilio o la sapienza senecana, sarebbe egoismo tenerlo solo per noi, tutti devono poterne fruire. Il latino può essere una bussola; ce ne sono altre, ma avere queste parole originarie e necessitanti nello zaino interiore aiuta, sono un viatico importante. Parole, e non vocaboli, perché il vocabolario è un ossario; le parole si ribellano se vengono trattate male, non bisogna torcergli il collo, sono come le persone. L'Europa è figlia di quella storia che ha parlato ininterrottamente latino; il padre e la madre puoi ucciderli ma li hai nel sangue.

Come è nata, nella sua storia personale, la passione per il latino?

Tra i miei maestri ci sono don Silvio Linfi, di Pesaro, morto da poco tempo, e monsignor Elio Sgreccia, che è stato mio professore. Nella vita, tutto dipende dagli incontri. E la divisione dei saperi e delle cosiddette due culture, umanistica e scientifica, è un falso e un anacronismo. Tutto è scientia, scientia rerum. Erano umanisti o scienziati i presocratici? Io sto con il mio Seneca, il quale alla domanda «che cos'è il bene?», rispondeva «la conoscenza delle cose» (scientia rerum); «e il male, l'ignoranza delle cose» (imperitia rerum). L'uomo è intero, e noi lo vogliamo “cittadino”, non “utile impiegato”, come diceva Nietzsche. «Credono di tirar su la verità dal pozzo -- dice in un altro passo celebre -- servendosi di agà e di catà. L'antichità stessa va in pezzi per opera dei filologi»; anche le cause più giuste si perdono se vanno in mano agli avvocati sbagliati.

Il Vaticano II e il latino: un malinteso?

All'epoca il cardinale Montini riprese una frase di Agostino, melius est reprehendant nos grammatici quam non intelligant populi («è meglio che i grammatici biasimino noi, piuttosto che la gente non comprenda», Enarrationes in Psalmos, 138, 20) per spiegare le scelte della Chiesa a favore delle lingue nazionali. In fondo non è una novità: il primo riconoscimento ufficiale dell'esistenza di un volgare è una delibera del concilio di Tours dell'813, che ne raccomanda l'uso nelle omelie. Al clero Giovanni XXIII avrebbe poi rivolto un accorato elogio della classicità, la Veterum sapientia, in cui insiste sull'urgenza della conoscenza di un patrimonio irrinunciabile: è la lingua in cui hanno scritto e pregato i Padri, è segno dell'universalità cattolica e per la sua stessa inalterabilità è stata la forma nella quale è stato trasmesso e fissato il contenuto della fede cristiana; in più, si potrebbe aggiungere con una certa dose di ingenuità o di malizia, rende bene il senso del mistero grazie alla sua incomprensibilità e oscurità. Ma in fondo, paradossalmente, non la Chiesa ha scelto il latino, ma il latino ha scelto la Chiesa.

Quali sono le priorità in agenda?

Due innanzitutto, la prima ripristinare l'obbligatorietà del latino nei seminari e, in secondo luogo, creare ponti a tutti i livelli: tra la ricerca che si occupa di tradizione cristiana e quella classica e pagana, tra le università, nella divulgazione ad alto livello. Dobbiamo capitalizzare al meglio questo grande patrimonio. Serviranno sempre mediatori culturali, un "piccolo gregge" capace di tramandare e tradurre, lievito per tutti gli altri. Lucrezio e Seneca sono sempre uguali e diversi, il classico è sempre idem et alius. C'è il Lucrezio della retorica barocca del Seicento e quello razionalista ottocentesco di Rapisardi, ogni epoca ha bisogno di traduzioni e interrogazioni nuove, ma senza solide basi linguistiche e filologiche ogni discorso sulla letteratura diventa pura chiacchiera. Del latino si può fare a meno, ma si vive peggio.
Silvia Guidi
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(© L'Osservatore Romano 11 novembre 2012) by Paparatzinger Blog

martedì 27 novembre 2012

Deo Gratias. La Messa a Gesù e Maria è salva!

27 Novembre - Festa della Madonna del miracolo
O Maria, Vergine potente,
Tu grande illustre presidio della Chiesa;
Tu aiuto meraviglioso dei Cristiani; 
Tu terribile come esercito schierato a battaglia;
Tu sola hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo;
Tu nelle angustie, nelle lotte, nelle strettezze 

difendici dal nemico e nell'ora della morte 
accogli l'anima nostra in Paradiso! 
Amen

Possiamo sciogliere tutte le riserve. La Santa Messa a Gesù e Maria è salva. C'è solo un piccolo cambiamento d'orario: alle 9,30 anziché alle 10. Una grande gioia per i numerosi fedeli in trepidante attesa; ma, soprattutto, un grande tesoro salvato per il bene delle anime e la maggior gloria del Signore.

Riporto anche la notizia diffusa da Corrispondenza Romana:
« La Messa in rito tradizionale antico celebrata da circa trent’anni nella chiesa di Gesù e Maria in via del Corso a Roma, non sarà sospesa come si era temuto nelle scorse settimane. Il cardinale vicario Agostino Vallini e il vescovo ausiliare mons. Zuppi, dopo aver incontrato i padri agostiniani ( scalzi ) a cui è affidata la chiesa, i sacerdoti dell’istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote che vi celebrano la Messa e una rappresentanza dei fedeli che vi assistono regolarmente, hanno confermato che il rito tradizionale continuerà ad essere officiato. A partire dall’ 8 dicembre la Santa Messa sarà celebrata a Gesù e Maria ogni domenica alle 9.30 ».

Ravasi: «I tradizionalisti? Tornino a studiare il latino»

Stralcio da Vatican Insider, che intervista il cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Gianfranco Ravasi, a pochi giorni dalla creazione della Pontificia Accademia della Latinità voluta da papa Benedetto [vedi anche qui - e qui].

Il Cardinale di Santa Romana Chiesa, futuro papabile, non accenna per nulla al dato fondamentale, e cioè che il latino è sempre stata e dovrebbe tornare ad essere la lingua universale della Chiesa e, soprattutto, che è la lingua sacra della Liturgia in una versione, la Vetus, già codificata fin dal secondo secolo... Sul resto non possiamo che essere d'accordo.

E tuttavia non ci piace il tono di neppur velato disprezzo con cui si riferisce «ai cosiddetti tradizionalisti... che vogliono le messe in latino». Il cardinale dovrebbe sapere che la questione non è tanto sulla "messa in latino", ma sulla Santa Messa come Cristo Signore ce l'ha consegnata nella sua prioritaria funzione. Inoltre egli forse non si è reso conto che coloro che «non riuscivano a decifrare alcuni aspetti precisi della lingua», ne vivevano comunque le profonde realtà da essi significate nella sacralità dell'Actio liturgica divino-umana (perché è Actio di Cristo) che essi amano e alla quale partecipano con gioia e frutti spirituali.
[...] «Non vogliamo solo riprendere la grande eredità del passato composta di cultura, letteratura, pensiero, teologia e filosofia in latino, vogliamo riuscire a far tornare il latino nei seminari, per offrire i seminaristi la possibilità di comprendere nel testo originale i documenti fondamentali e, magari, qualche pagina dei padri della Chiesa. D’altra parte, vogliamo anche che nelle scuole di tutti i paesi del mondo si riscopra il latino, perché permette di comprendere la cultura contemporanea, perché la sua struttura (anche nota nei suoi aspetti basilari) è un aiuto per “pensare” bene».
Come evitare che questo sia considerato come un esercizio accademico per tornare alle cose obsolete?
«Prima di tutto dobbiamo cominciare chiedendo ai cosiddetti “tradizionalisti” di ristudiare il latino, perché spesso loro vogliono che le messe siano in latino, ma probabilmente conoscono poco la lingua. In questo senso, ho avuto esperienze significative con alcuni di loro i quali, che, nonostante celebrino con forza il rito della messa o della liturgia in latino, non riuscivano a decifrare alcuni aspetti precisi della lingua. La cultura occidentale, sopratutto quella delle lingue europee mediterranee, è stata costruita sul latino. Qualcosa di simile accade con il diritto e il linguaggio scientifico: ancora oggi i nomi dei farmaci derivano da questo idioma. La cultura alta, in genere, necessita del latino per comprendere il significato profondo di alcune parole, della propria lingua. Ma, sopratutto, l’uso del latino può spingere a usare molto di più la razionalità, a pensare con rigore».

lunedì 26 novembre 2012

Ecco cosa mancava al "Popolo Summorum": la fanfara!

Un arrivo rumoroso.
Roma, 26 novembre 2012 (Apic) - Benedetto XVI riceverà in Vaticano, il 1° dicembre 2012, 4.000 persone del mondo del circo e dello spettacolo, di cui 500 membri di fanfare. I circensi saranno in pellegrinaggio a Roma dal 30 novembre al 2 dicembre, annuncia un comunicato del pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e dei nomadi. 

La Santa Messa presso l'Università Cattolica

Da mercoledì 28 novembre le Sante Messe, secondo la Forma Straordinaria del Rito Romano in Università Cattolica, saranno celebrate presso la Cappella di San Francesco,  al primo piano dell'Ateneo, sopra al Rettorato.

Per inaugurare la nuova sede, sarà celebrata, alle ore 18.00, una Santa Messa in onore del Serafico Padre San Francesco d'Assisi.

Celebrerà don Konrad zu Loewestein FSSP.
Omelia di Padre Immacolato dei Francescani dell'Immacolata.
La Santa Messa sarà celebrata in forma solenne, "in terzo".

Inoltre giovedì mattina 29 novembre, alle ore 9,30, sempre nella cappella di San
 Francesco, Santa Messa in suffragio dell'anima di Monsignor Sergio Lanza.

Giovanni Cavalcoli OP. La grande manovra dell'idealismo

Penso valga la pena dar risalto a questo interessante articolo di Padre Giovanni Cavalcoli (da Riscossa Cristiana)

Dall’epoca del modernismo, condannato da S.Pio X è in atto all’interno della Chiesa una complessa manovra dei filoidealisti per ottenere all’interno della dottrina cattolica un diritto di cittadinanza anche all’idealismo tedesco, il cosiddetto “idealismo trascendentale”, un’operazione simile - ciò sia detto senza disprezzo per nessuno - a quella per la quale sul campo politico la Turchia si sta adoperando per mostrare all’Europa di avere le carte in regola per poter far parte della Comunità Europea.

Quella dell’idealismo è una secolare questione, che si trascina dal Medioevo, dai tempi di Meister Eckhart, grande mistico domenicano tedesco, il quale ideò una spiritualità cristiana di tendenza panteista, che però non fu approvata dalla Chiesa ed anzi fu condannata. Oggi c’è chi si sforza di mostrare le buone intenzioni di Eckhart sostenendo che la sua mistica difetterebbe solo dal punto di vista del linguaggio e rifletterebbe la modalità propria della spiritualità tedesca, portata ad una specie di soggettivismo  o ad un accentuato interiorismo che assomiglierebbe all’immanentismo e al panteismo ma senza esserlo, espressione di ciò che i tedeschi chiamano con un termine intraducibile il Gemüt, una specie di sintesi fra sentimento, emozione e intuizione.

Una certa presenza di idealismo o di apriorismo è sempre stata ammessa nella Chiesa: si tratta del filone platonico, che è presente nel grande S.Agostino e avvia tutta una scuola di spiritualità che rifulge per esempio in S.Anselmo e in S.Bonaventura. Nel contempo però, al sorgere del genio di S.Tommaso d’Aquino, la Chiesa, sino ai nostri giorni, non ha mai nascosto la sua preferenza per il realismo tomista rispetto al pur moderato ed accettabile idealismo proprio soprattutto della tradizione mistica.

Tuttavia c’è idealismo ed idealismo. Con Cartesio è nato un nuovo e più spinto idealismo che ha cominciato a creare preoccupazioni per la Chiesa. Già le opere di Cartesio nel 1663 furono messe all’Indice. E da allora l’idealismo cartesiano, alleatosi in Germania col luteranesimo, avviò una tendenza di pensiero la quale, pur dichiarandosi “cristiana”, culminata col pensiero di Hegel, entrò in sempre maggior conflitto con la dottrina della Chiesa Romana, fino a che si giunse alle condanne dell’idealismo in Pio IX, al Concilio Vaticano I, in S.Pio X e in Pio XII. Propaggini di questa opposizione all’idealismo immanentista si trovano ancor oggi, per esempio nell’enciclica Fides et Ratio del Beato Giovanni Paolo II.

Stranamente l’idealismo soggettivista e panteista non è stato condannato dal Concilio Vaticano II. C’è chi si lamenta che esso non ha neppure ribadito la condanna del comunismo. Ma ciò non mi pare una grave lacuna, giacchè sin dal 1937 esisteva la splendida enciclica Divini Redemptoris di Pio XI, un documento di ampio respiro col quale il comunismo veniva dettagliatamente descritto e confutato.

Nulla di simile la Chiesa ha mai fatto per l’idealismo, che pure è una dottrina complessa, non priva di valori, ma dove l’errore è sottile e fascinoso, tale da ingannare anche spiriti eletti e uomini dotti, perché si presenta col volto dell’alta speculazione, della mistica e della spiritualità. Inoltre l’idealismo tedesco, erede di Cartesio e di Lutero, si presenta con la nomea seducente di “pensiero moderno”, al di là della “teologia scolastica”, considerata ormai superata per non dire sbagliata. E ciò naturalmente coinvolge anche la dottrina di S.Tommaso. E chi non vuol essere moderno e restar fermo al Medioevo? Tanto più che abbiamo avuto cinquant’anni fa un Concilio che ha precisamente avuto tra i suoi intenti quello di assumere i valori della modernità. E dunque?

Tuttavia il Concilio non ha affatto abbandonato la tradizionale preferenza per il realismo tomista, espressione eccellente del realismo biblico e del tradizionale realismo della Chiesa e di tutti i Padri, i Santi e Dottori,  pur nel pieno rispetto della tradizione agostiniana, il cui idealismo però è del tutto innocuo ed anzi raccomandabile, perché, nell’esaltare il vero valore della coscienza e dell’interiorità, ammette la trascendenza divina e la limitatezza dell’uomo, mentre l’idealismo moderno “trascendentale” cade nell’immanentismo e in una concezione dell’uomo che si identifica con Dio, magari sotto il pretesto dell’“Incarnazione del Verbo” e della vita di grazia.

Per questo, qui non ci siamo assolutamente e la Chiesa non può che respingere assolutamente, senza mezzi termini, questo tipo di idealismo, il quale, come ho detto, ha il suo massimo rappresentante in Hegel e nella sua scuola fino ad oggi, come per esempio in Italia Giovanni Gentile.

Inoltre questo idealismo, come è stato dimostrato dal Fabro e dal Cottier, non è che un criptoateismo, che verrà esplicitato da Marx, il quale appunto esplicitamente parte da Hegel e non fa che esplicitare le potenzialità contenute nel pensiero hegeliano. Infatti, se con l’idealismo l’uomo viene assorbito in Dio (la famosa Erhebung), nulla impedisce l’operazione contraria di un Dio che si dissolve  e scompare nell’assolutezza dell’uomo, come lo stesso Marx ebbe a dire: “L’uomo è Dio per l’uomo”. L’“alienazione” (Entfremdung e Entäusserung), per la quale l’uomo è schiavo di un Dio trascendente, c’è già in Hegel  e Marx non farà altro che “liberare” l’uomo da questo Dio trascendente e schiavista. E se in Hegel il Dio immanente è l’uomo stesso, in Marx resta soltanto l’assolutezza dell’uomo, che non si chiama più “Dio”, ma semplicemente “Uomo”. Ed è significativo che oggi certi atei, come riferiva il Card. Ravasi, non vogliono chiamarsi “atei” (pur restandolo), ma “umanisti secolari”.

Neppure la massoneria, che pur rifiuta ogni religione positivo-rivelata, giunge all’empietà, che è finta spiritualità, dell’idealismo hegeliano sfociante nell’ateismo marxista, giacchè almeno la massoneria ufficiale (se vogliamo escludere quella esoterica) si ferma alla religione naturale-razionale dell’illuminismo ed ammette l’esistenza di Dio.

Senza parlare dello sbocco totalitario (fascista, nazista e comunista) dei princìpi hegeliano-marxisti, che abbiamo abbondantemente sperimentato nel secolo scorso. La massoneria, almeno, per quanto anticlericale, si pone sul piano della democrazia e dei diritti umani. Ma le conseguenze ultime dell’hegelismo marxista conducono l’umanità alla più atroce barbarie.

E’ successo però che con l’atmosfera del Vaticano II, aperta come si sa al dialogo con le culture e le religioni, fino al contatto con i non-credenti, gli idealisti si sono rifatti vivi in forze più che mai decisi ad essere ammessi nell’orizzonte ufficiale della dottrina cattolica, ovvero tentando di dissolvere la tradizione dotata di univocità, precisione ed unità propri della dottrina cattolica in nome di un confuso e contraddittorio “pluralismo” che potesse dar spazio anche a Lutero, Hegel, Cartesio e magari anche Marx.

Non si può negare che l’attenzione data dalla Chiesa all’idealismo in generale abbia dato risulti positivi, portando per esempio alla valorizzazione di personaggi un tempo emarginati da una tendenza tomista forse troppo prevalente nella Chiesa: pensiamo per esempio a un Blondel, a un Rosmini, a un Newman, a un Duns Scoto, a una Edith Stein. Lo stesso Eckhart vien visto con simpatia e qualcuno ha suggerito di promuoverne la Causa di Beatificazione. Tutto ciò è certamente positivo.

Occorre invece bloccare e sventare una buona volta un’altra maniera di appoggiare l’idealismo, che non può portare e non porta a nulla di buono. Si tratta di una manovra idealistica che ha le sue origini esplosive nel modernismo dei tempi di S.Pio X, ma era già iniziata in sordina nel secolo precedente, allorchè la Chiesa, con Gregorio XVI e il Beato Pio IX, disapprovò il tentativo di alcuni teologi tedeschi, Hermes, Günther e Frohschammer, di conciliare il cattolicesimo con l’hegelismo.

Alla Scuola di Lovanio, all’inizio del secolo scorso, vi fu poi il tentativo, esso pure fallito, benchè abbia avuto molto successo, del gesuita Joseph Maréchal, di conciliare S.Tommaso con Kant. Tale tentativo precorse quello, ben peggiore, esso pure fallito (ma pochi oggi se ne sono accorti), di Karl Rahner di conciliare S.Tommaso con tutti gli errori dell’idealismo moderno fino ad Husserl ed Heidegger.

Quest’ultimo tentativo, benchè abbia già suscitato da quarant’anni giuste critiche, non è ancora stato condannato ufficialmente dalla Chiesa, ma attende di esserlo, come sempre la Chiesa ha condannato questi ibridismi ingannevoli, soprattutto quando si diffondono pericolosamente. Finora i rahneriani, con la loro astuzia, si sono coperti all’ombra del Concilio, ma quando sarà veramente chiaro a tutti che cosa il Concilio ha veramente detto (cosa che ancora dopo cinquant’anni è ancora da chiarire, almeno sul problema della teologia), gli errori di Rahner verranno in chiaro a tutti.

In modo simile all’Università Cattolica di Milano vi fu negli anni cinquanta-sessanta il tentativo generoso ma ingenuo e sostanzialmente illusorio di Giuseppe Bontadini, smascherato e confutato da Padre Fabro, di conciliare il cattolicesimo con l’idealismo di Giovanni Gentile, che spudoratamente si dichiarava “cattolico” (e tale era considerato da molti), nonostante il suo apertissimo immanentismo panteista.

Bontadini tentò di avviare un cattolicesimo di ispirazione idealista e addirittura parmenidea, rifiutando Aristotele. Le conseguenze ultime di tale insensata impresa le trasse un suo discepolo, Emanuele Severino, il quale cadde addirittura in una forma di monismo eternalista ateo, con l’accusa di “nichilismo” fatta al cristianesimo ed all’intero pensiero occidentale. Vogliamo forse rifugiarci nell’Oriente? Nel nichilismo buddista? C’è qualcuno che ci pensa seriamente.

E’ necessario che il genio tedesco, che si esprime nell’idealismo trascendentale, ma non solo in esso, si lasci disciplinare dalla dottrina cattolica, interprete infallibile della Parola di Dio, come ha fatto molto tempo prima di lui la cultura greco-romana dando così il meglio di se stessa nell’obbedienza a Cristo.

Il che vuol dire che bisogna che la Chiesa distingua chiaramente una volta per tutte  un idealismo lecito e compatibile col Vangelo, sorgente di umiltà e santità, come quello di un S.Agostino e un S.Bonaventura, da un idealismo illecito e incompatibile con Cristo, sorgente di superbia ed empietà, come quello che iniziando con Cartesio mescolato con Lutero, culmina con Hegel.

A queste condizioni il genio tedesco darà veramente il meglio di se stesso nel concerto pluralistico del pensiero cattolico e della piena comunione ecclesiale, secondo la sua più bella tradizione che inizia con S.Alberto Magno, prosegue con Corrado Köllin per arrivare ai Kleutgen, ai Weiss, agli Schmaus, ai Bartmann, ai Pieper, ai Guardini, fino a giungere alla stella attuale della sapienza tedesca, lo stesso Joseph Ratzinger, oggi Sommo Pontefice felicemente regnante, Papa Benedetto XVI. Il Papa, come dottore privato, è evidentemente padronissimo di seguire S.Agostino o S.Bonaventura o Guardini, anche se ufficialmente raccomanda S. Tommaso, ma non troveremo mai un Ratzinger, neppure come dottore privato, seguace di Lutero o di Hegel.

Così pure anche Giovanni Paolo II, come Papa, non poteva non raccomandare S.Tommaso, ma, come dottore privato - come ebbe un giorno a dirmi Padre Fabro che aveva sentito questa cosa dal Papa stesso - Wojtyla preferiva Duns Scoto. Il pluralismo teologico è una della ricchezze e dei vanti della Chiesa Cattolica, ma nel cammino sulla via della verità ci sono dei paletti che non si possono oltrepassare.

Un nuovo libro di Roberto de Mattei, "La Chiesa fra le tempeste"

La vita della Chiesa è continuamente esposta a rischi esterni ed interni, a volte essa si deve difendere da nemici fuori dalle sue mura e a volte da nemici intra muros. Ci sono periodi storici nei quali la Sposa di Cristo appare al mondo vittoriosa, altre volte i suoi abiti sono orribilmente macchiati e lacerati, le vengono inferte ferite sanguinanti e profonde. Oggi viviamo il tempo in cui la Chiesa si trova in una profonda crisi, nella quale molti cattolici e purtroppo molti pastori hanno smarrito la rotta perché hanno deciso di seguire orientamenti comodi, ideologici, fasulli e mondani, che non richiedono sacrifici ed assecondano illusorie chimere. 

Di fronte al desolante e spesso sconcertante panorama, nel quale l’errore ha obnubilato molte menti, le lamentazioni e il pessimismo non sono necessari, bensì sono indispensabili persone e strumenti in grado di farci comprendere che nella Chiesa, anche quando essa è sotto l’attacco violento delle tempeste, lo Spirito Santo continua a soffiare e ad operare servendosi di anime profondamente legate a Dio, pronte a fronteggiare una battaglia destinata ad essere vinta, indipendentemente dalla forza dei nemici, proprio perché, come sostiene san Paolo, la nostra battaglia è sì contro gli angeli decaduti e Satana in persona, ma è per e con Nostro Signore Gesù Cristo. Ecco, allora, che uno strumento come La Chiesa fra le tempeste. Il primo millennio di storia della Chiesa nelle conversazioni a Radio Maria (Sugarco Edizioni, Milano 2012, pp. 170, € 16.00), proposto dal professor Roberto de Mattei, non risulta importante solo per la precisa carrellata storica ivi contenuta, ma anche perché presenta la prova di come la Chiesa sia sempre riemersa, nonostante la ferocia degli attacchi che ha dovuto subire nel suo cammino.

Pazienza, combattimento, perseveranza, abnegazione e sacrificio sono la reale dimostrazione di chi ama fedelmente la Chiesa. Afferma de Mattei: «Noi non possiamo salvare la Chiesa, possiamo amarla e servirla, imitando l’esempio di tutti coloro che nel corso della storia per essa hanno dato la vita. Chi pretende di salvare la Chiesa vuole costruire una Chiesa secondo la propria opinione, diversa da quella di Cristo. La Chiesa istituita da Gesù Cristo è monarchica perché fondata sul primato di Pietro ed è gerarchica perché i vescovi, in unione con il Papa, esercitano in essa un supremo potere di governo e di santificazione. Né il Papa né i vescovi possono cambiare la legge del Vangelo tramandata da Gesù stesso. (…). La crisi attuale non nasce da questo modello di dottrina e di vita, che la Tradizione ci consegna, ma dall’allontanamento da esso. Tutti gli eresiarchi, nel corso dei secoli, hanno propugnato una pseudo-riforma della Chiesa che ne sfigurasse il volto. Ma l’unica vera riforma è quella di riscoprire la Tradizione, che non è altro che il perenne insegnamento di Cristo, e viverla con coerenza, come hanno fatto i santi. Nelle epoche difficili della Chiesa sono stati i santi, non gli eretici, a salvarla» (pp. 16-17).

Le anime sante e pronte all’immolazione (fino al martirio, a volte morale a volte fisico) si comportano come Teseo, che riuscì a trovare la via di fuga dal labirinto grazie al gomitolo che Arianna gli aveva consegnato. Il gomitolo della Chiesa è la Tradizione. Dunque a chi guardare per trovare forza ed esempio? «Da parte nostra imitiamo sant’Atanasio e tutti i santi, anche sconosciuti, che levarono la fiaccola della fede nel IV secolo, anche a costo di esser definiti fanatici e intransigenti, e chiediamo la loro protezione e quella della Madonna, Auxilium Christianorum, per affrontare le prove che verranno» (p. 53), così come la invocarono san Pio V (Battaglia di Lepanto), Innocenzo XI (liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi), Pio VII (liberazione dalla prigionia napoleonica) e san Giovanni Bosco, che lottò al fianco di Maria Ausiliatrice contro il liberalismo, la Massoneria e le idee protestanti.
Cristina Siccardi

domenica 25 novembre 2012

La Santa Messa a Gesù e Maria, il 2 dicembre ci sarà.

Stamattina la partecipata e solenne Messa di Gesù e Maria, celebrata da Padre Vincenzo Nuara dell'Ecclesia Dei, ci ha recato la notizia riportata nel titolo. È una notizia ancora interlocutoria perché, nell'annunciare che la prossima domenica la Santa Messa ci sarà, è stato detto che le Autorità stanno cercando di dare soluzione al caso e quindi si è ancora in attesa della formalizzazione che lo renderebbe o renderà definitivamente chiuso.

Voglio augurarmi, insieme a quanti hanno condiviso le nostre speranze e le nostre attese che ogni ostacolo sia stato definitivamente rimosso. Ma c'è questa formalizzazione, peraltro importante ed opportuna, da attendere. Ringraziamo il Signore per l'evoluzione che appare positiva; ma non abbassiamo la guardia: il 2 dicembre - e le domeniche successive - saremo comunque lì in tanti per gioire e partecipare alla nostra Santa Messa o per cristianamente e civilmente mostrare l'attaccamento dei fedeli a quella che è una Grazia immensa ma che è un diritto del Signore prima ancora che nostro.

Veri discepoli, imitatori di Cristo

Ci scrive una lettrice.

Credo di poter interpretare, con questa riflessione, il pensiero del Santo Padre, che oggi ha detto ai neocardinali : « Essere discepoli di Gesù significa non lasciarsi affascinare dalla logica mondana del potere, ma portare nel mondo la luce della verità e dell'amore di Dio ».

Sento da più parti, che il Signore desidera una riforma nel clero e negli ordini religiosi, la veste canonica c'è, ma sotto questa veste, talora c'è poco spirito! La vera crisi sta tutta qui. I seminari di molta parte del mondo e dell'Italia mancano di veri educatori. Si sente il bisogno di vaste riforme, ma bisogna pregare perché Dio ne faccia sentire la necessità ai supremi piloti della nave. Senza di essi non si fa nulla, purtroppo oggi giorno ci ritroviamo un cristianesimo svuotato dal suo contenuto (parlo delle messe non degli individui). Il rito è stravolto, e la coreografia ha il predominio sulla dottrina e sulla vita evangelica. Bisogna anzitutto riportare il clero allo spirito evangelico e alla sana dottrina del Concilio di Trento, indi le parrocchie, le diocesi, e la Chiesa in quanto massa. Sono necessari vescovi e sacerdoti santi : solo essi comprendono tali problemi e li sentono, gli altri no. Il grande errore del secolo, che si infiltra anche nei chiostri è il naturalismo, che prende il posto del soprannaturale. Quale soluzione! Ecco perché gran parte dell'attività ecclesiastica è scarsa di frutto: Quod natum ex carne, caro est. È sopratutto la formazione del giovane clero, che bisogna curare nei seminari e nei noviziati dei regolari; specialmente in questi ultimi. Molti ordini sono divenuti dinnanzi a Dio alberi sterili rami e foglie, senza frutto per il Signore. L'atmosfera di Dio è quella della fede, della grazia dell'orazione, mentre ora, anche i religiosi preferiscono un'atmosfera di razionalità di attivismo, di accomodamento allo spirito del secolo.
Alessandra Petrucciani

Una bella mossa dalla FSSPX: Santa Messa della domenica in diretta.

Con questa pagina, il Priorato Madonna di Loreto della FSSPX propone, per chi è legittimamente impedito, di seguire in diretta la Messa domenicale delle ore 10.30. 

Ricorda che il 1° precetto della Chiesa, che obbliga di assistere alla Santa Messa la domenica e le feste di Precetto, richiede una presenza fisica. Chi guarda la Messa in televisione o su internet non adempie di per sé a questo precetto. Ma chi non può assistere alla Santa Messa per una ragione grave (malattia, distanza troppo grande...) può recitare la corona del S. Rosario, leggere i testi della Messa o anche unirsi in preghiera ad una S. Messa che si guarda su internet. L'essenziale è dedicare un tempo della domenica o della festa al Signore. E aggiunge: « Non consigliamo l'assistenza alla nuova liturgia perché "si allontana in maniera impressionante dalla teologia della messa definita dal Concilio di Trento" (Card. Bacci ed Ottaviani, Lettera di introduzione al Breve esame critico del Novus Ordo Missae) e costituisce un pericolo oggettivo per la fede ».

sabato 24 novembre 2012

La lingua di Cicerone, perfetta per Twitter. I primi passi del nuovo dicastero per il latino

S. Agostino: Ars docendi
Flumina pauca vides de magnis fontibus orta; il cardinale Ravasi ha citato Ovidio per fare gli auguri alla neonata Pontificia Academia (con l'accento sulla i, se si vuole rispettare la pronuncia corretta) Latinitatis durante la diciassettesima seduta pubblica delle Pontificie Accademie.

Grandi fiumi possono nascere da piccole fonti, scriveva il poeta latino dei Remedia Amoris e, a pochi giorni dalla nascita della nuova istituzione. già “fiumi” di richieste di adesione investono gli uffici del Pontificio Consiglio della Cultura, ha confermato il suo presidente. Il motu proprio del Papa Latina lingua è stato pubblicato solo lo scorso 11 novembre, ma già multae guttae implent flumen anche nel grande mare della Rete: Hodie una cum Ivano Dionigi novam aperiemus academiam pontificiam latinitatis a Benedicto conditam, hora XVII, via Conciliationis v, si legge nel tweet con cui Ravasi ha annunciato la nascita dell'ottavo dicastero.

In fondo la brevitas del latino, una lingua senza articoli, geneticamente e strutturalmente temporale, incentrata sulla forza dinamica del verbo, si accorda benissimo con la concisione imposta da Twitter, il più giovane dei social network, come la giovane età dei premiati durante la seduta «Pulchritudinis fidei testis» si è accordata perfettamente alla solennità dell'evento. Nell'occasione, infatti, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, ha consegnato il Premio delle Pontificie Accademie agli artisti Anna Gulak e David Ribes López; la medaglia del Pontificato è andata a un venticinquenne, lo scultore italiano Jacopo Cardillo.

La giovinezza perenne dei classici è un tesoro prezioso per ogni epoca, ma dev'essere riscoperta, coltivata e protetta, ha ribadito il rettore dell'Alma Mater di Bologna, Ivano Dionigi, presidente della Pontificia Academia, durante il suo intervento di saluto nella lingua di Cesare, Tacito e Seneca. Molte cose possono essere fatte per raggiungere questo scopo, ad latinam linguam fovendam: il verbo foveo significa appunto tenere al caldo, proteggere, coltivare e custodire. Nessuna generazione deve sottrarsi a questo compito perché, solo il presente “esiste” davvero, come diceva sant'Agostino; «ciò che hai ereditato dai padri -- ammoniva Goethe, molti secoli dopo -- conquistalo per possederlo».

Una conquista difficile se non ci sono insegnanti “vocati” a educare, ha detto Pupi Avati, accademico dei Virtuosi al Pantheon invitato a partecipare alla seduta pubblica delle Pontificie Accademie, presentando Guardando oltre, gli «auguri del cinema italiano a Benedetto XVI», il video che ha regalato al Papa in occasione del sessantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale. «Ascoltando il suono delle parole latine scandite stasera -- ha detto il regista italiano -- mi sono sentito precipitare in un tempo remoto, ai tempi del liceo San Domenico di Bologna. Con una certa inquietudine». Per chi non ha avuto la fortuna di incontrare maestri capaci di comunicare la passione per ciò che insegnano, ha continuato Avati, il latino ricorda solo l'attimo di terrore che precede l'interrogazione; «l'opera del maestro non deve consistere nel riempire un sacco, ma nell'accendere una fiamma» come ha scritto recentemente il cardinale Ravasi su «Avvenire».

«A 74 anni -- ha continuato il regista nel suo intervento di saluto -- posso dire di aver raggiunto la terza e forse la quarta età, e mi sono accorto che la vecchiaia è la stagione della vita che contiene tutte le altre. Noi siamo anche il bambino, l'adolescente, il giovane che eravamo. Col passare del tempo, l'ellisse della vita si allontana dall'età matura, l'età deleteria del razionalismo in cui eliminiamo la categoria del “per sempre”».

«Il soggetto del mio prossimo film -- ha aggiunto il regista -- l'ho scritto in tre notti. Per raccontare il dramma di un bambino lasciato a se stesso dai genitori, è bastato tornare con la memoria ai miei 11 anni e immedesimarmi con questo dolore».

«La fede -- ha concluso Avati -- è l'unica cosa che mi promette il “per sempre” delle cose che amo e che ho amato. Quello che desidero ritrovare alla fine della vita ha il volto di mio padre e mia madre che mi aspettano a casa, nella cucina di via San Vitale 51».
Silvia Guidi
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(©L'Osservatore Romano 23 novembre 2012)

Il latino è morto viva il latino

L’Osservatore Romano del 22 novembre:

Anticipiamo alcuni stralci dell’intervento che il presidente della Pontificia Academia Latinitatis tiene in occasione dell’insediamento della nuova istituzione voluta da Benedetto xvi con il motu proprio Latina lingua pubblicato lo scorso 11 novembre sul nostro giornale. L’intervento è inserito nell’ambito della diciassettesima seduta pubblica delle Pontificie Accademie — intitolata quest’anno «Pulchritudinis fidei testis. L’artista, come la Chiesa, testimone della bellezza della fede» — che si tiene nel pomeriggio di mercoledì 21 novembre in Vaticano, nell’aula magna del Palazzo San Pio X. Nell’occasione il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, consegna il Premio delle Pontificie Accademie alla polacca Anna Gulak per la scultura e allo spagnolo David Ribes López. Come meritevole della medaglia del Pontificato, è stato scelto lo scultore italiano Jacopo Cardillo.
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Come interpretare al meglio la costituzione della Pontificia Accademia della Latinità?  Come accordarne idealmente pensiero e finalità al magistero della Costituzione Apostolica Veterum sapientia di Giovanni XXIII e della Fondazione Latinitas istituita da Paolo VI? Più in generale: come contribuire a rendere utile e addirittura necessaria una lingua morta e la relativa cultura ormai da decenni rimossa, tenendo al contempo lo sguardo rivolto avanti e indietro, simul ante retroque prospicientes?

 La cesura è intervenuta in tempi recenti: agli inizi degli anni Sessanta del ventesimo secolo, quando, dopo la scienza, anche la scuola e la Chiesa abbandonarono il “monoteismo” latino. Infatti, al grido «La lingua dei signori» (così titolava l’Avanti! un famoso fondo di Nenni), il Governo di centro-sinistra abolì l’obbligatorietà del latino nelle scuole medie inferiori, perché considerato «simbolo di educazione elitaria, e quindi di discriminazione sociale» (Traina); facendo pagare così un tributo tutto ideologico a una tradizione culturale fondativa. Quasi in parallelo, il concilio Vaticano ii decise di rinunciare in parte, nella sacra liturgia, alla lingua latina, e di adottare le lingue nazionali. Eppure, proprio in quegli anni, esattamente il 22 febbraio del 1962, Papa Giovanni XXIII firmava e diffondeva con la Veterum sapientia un accorato elogio sia della sapienza classica  sia delle due lingue: il greco e soprattutto il latino. Un doppio registro? Una doppia norma? Un messaggio contraddittorio tra concilio ed enciclica? Nulla di tutto ciò. Semplicemente, e del tutto coerentemente, si voleva ricordare ai pastori, al clero, ai futuri sacerdoti — come fa ora il motu proprio di Sua Santità — che la conoscenza della lingua latina e della cultura di Roma costituiscono un patrimonio irrinunciabile, perché in quella lingua e in quella cultura si ritrovano e si concentrano tre proprietà costitutive della fede: l’eredità, l’universalità, l’immutabilità. 

Quid nunc?  Non possiamo non chiederci oggi: latino per chi? Latino perché? Per parlare bene. Noi oggi scontiamo una vera e propria entropia linguistica: una condizione di disordine in cui le nostre parole, ridotte a vocaboli, smarriscono il loro volto e perdono la loro forza. Nel periodo del maximum della comunicazione sperimentiamo il minimum  della comprensione. C’è una lingua neutra oggi, una sorta di koinè  diafana e asettica che ci fa esclamare con Sallustio: vera vocabula rerum amisimus (“abbiamo perduto il significato vero delle parole”). 

Di fronte all’imperante sincronia e dittatura del presente, proprio la lingua latina ci può soccorrere nel recupero di un valore primario e costitutivo dell’uomo: il valore del tempo: il suo ordo verborum  si tende e ci lascia sospesi fino a quando il prima, il durante e il poi non si ricompongono. Questa trasmissione culturale, come ogni scienza, può nascere solo — con un forte senso di responsabilità comunitaria — dalla «lampadoforia», e non dalla «tremula fiaccola del singolo» (Bacone, De sapientia veterum).
Ivano Dionigi

venerdì 23 novembre 2012

Bilancio del Pellegrinaggio Summorum di Paix Liturgique

Summorum Pontificum riprende l'articolo di Paix Liturgique sul recente Pellegrinaggio del 3 novembre. Ne estraggo il punto che si riferisce all'Italia:

Successo popolare : di colpo, è apparso che la maggior parte dei fedeli della Penisola erano distinti dall'ambiente tradizionalista transalpino sia provenendo da parrocchie "ordinarie" aperte alla liturgia tradizionale grazie al Motu Proprio, sia come fedeli ancora non seguaci della forma extraordinaria ma attirati da essa. In Italia, questi numerosi cattolici di sensibilità tradizionale si qualificano essi stessi come « lefebvriani », ben intenso in senso lato : il molto rimarchevole fatto nuovo è che essi praticano secondo la forma extraordinaria quando è loro possibile. Il che smentisce una dichiarazione del Vicario di Roma, il cardinal Vallini : « La messa extraordinaria non interessa che il Francesi e gli Americani, non gli Italiani  ».

In generale : giovinezza dei sacerdoti (i numerosi seminaristi romani), il suo numero e componente essenzialmente diocesana ; fedeli (predominanza di giovani uomini, numerosi i trentenni), ma anche famiglia e bambini, una componente sorprendente per cerimonie tradizionali in Italia.

mercoledì 21 novembre 2012

Aleppo, chiese sotto tiro

Leggo su La Stampa di oggi. Piuttosto che di « primavera araba » sarebbe più esatto parlare di « tsunami arabo »... A noi tolgono le Chiese, ai cristiani in molte parti del mondo tolgono anche la vita. Ma forse le cose non sono così scollegate.

Si moltiplicano gli atti terroristici compiuti dai ribelli islamici contro le chiese cristiane di Aleppo. Una bomba ha provocato decine di morti nel nuovo quartiere Assiro di Aleppo.

Una bomba è stata fatta esplodere vicino alla chiesa Siro-ortodossa di Aleppo nella sera di venerdì. Decine di persone sono rimaste ferite, è incerto, ma sembra alto, il numero dei morti: fra 20 e 80, secondo l’agenzia assira Aina. La bomba ha danneggiato la scuola di Al Kalima, e l’ospedale franco-siriano. È il terzo attacco terroristico in quattro settimane compiuto nel nuovo quartiere Assiro di Aleppo dai ribelli fondamentalisti islamici. Nei giorni scorsi era stata minata e fatta saltare la chiesa Evangelica Armena nel centro di Aleppo, che era già stata saccheggiata e vandalizzata dai ribelli. Il video riporta lo stato di paura in cui vivono gli assiri nella città.
Marco Tosatti

Domenica 25 novembre, a Gesù e Maria al Corso

Domenica 25 Novembre, XXVI dopo la Pentecoste, ultima del calendario Liturgico, tutti coloro che potranno, si faranno presenti nella Chiesa di Gesù e Maria al Corso: ore 9,30 Santo Rosario - ore 10 Santa Messa, che potrebbe essere l'ultima.  Sentiamo i sacerdoti cosa diranno. Se il terribile pericolo sarà cessato, canteremo tutti uniti un Te Deum per ringraziare Dio del rischio evitato da noi e anche dalla Chiesa tutta. Se il problema persisterà, vedremo come impostare le nostre rispettose ma ferme proteste e il nostro comportamento, organizzando se sarà il caso un comitato laicale, svincolato da quelle componenti del clero che dovessero essere purtroppo soggette ad obbedienza cieca, ma non da sacerdoti, che si prendano fino in fondo cura delle anime loro affidate.

Una volta il popolo si fidava ciecamente... ora non più.