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venerdì 14 agosto 2026

Il Canone romano e lo stato di necessità

Nella nostra traduzione da PeriodicoLaEsperanza. Dice bene e lo dimostra: "Il modernismo non procede principalmente attraverso la negazione esplicita dei dogmi, ma attraverso la loro riconfigurazione a partire da un principio soggettivo in sostituzione della verità rivelata." È stato impegnativo come redazione, sia per i numerosi riferimenti che non ho voluto trascurare per una lettura davvero completa che per alcune glosse che ne integrano la bellissima esposizione. E soprattutto la nota, che diventa un articolo a sé; ma evita dispersioni, permettendo la continuità della consultazione. Qui l'indice degli articoli sulle formule del latino liturgico. Qui l'indice di quelli della Chiesa ai tempi di Leone.

Il Canone romano e lo stato di necessità

Ogni grazia ricevuta dall'anima scaturisce dalla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, causa meritoria della nostra salvezza, la cui potenza è significata nel Suo Preziosissimo Sangue versato per la nostra redenzione e che viene ordinariamente applicata attraverso i santi sacramenti. Ma questo stesso sacrificio della Passione si perpetua in modo incruento nel santo sacrificio della Messa, in cui la sua efficacia ci viene comunicata; e così, tutti i sacramenti e tutta la vita cristiana sono ordinati a questo augusto mistero e alla Santissima Eucaristia, culmine del culto divino, nella quale Nostro Signore Gesù Cristo è veramente, realmente e sostanzialmente presente.

Questo si dice nel mese della Solennità del Preziosissimo Sangue, che la pietà della Chiesa celebra il 1° luglio, e lo menziono qui non senza ragione: il Canone Romano non è altro che il rito stesso mediante il quale quel Sangue, versato una volta per tutte sul Calvario, si rende nuovamente presente sull'altare, segno vivente di quell'immolazione cruenta che in sé non può più essere ripetuta. Sia dunque chiaro fin da subito che ciò che si dirà del Canone non intende riferirsi ad esso come a un mero formulario antico, ma piuttosto al fatto che, per disposizione della Chiesa, è il canale stesso attraverso il quale questo Sangue viene effuso sulle anime.

Detto ciò, è opportuno soffermarsi più contemplativamente sul mistero della consacrazione, poiché quest'azione divina non si compie senza un sacro ordine, ma secondo la tradizione ricevuta nella Chiesa fin dai tempi apostolici; pertanto, il venerabile Canone va considerato con quel raccoglimento dovuto solo alle cose sacre, non come una semplice preghiera eucaristica, ma come la forma stessa stabilita nella Chiesa per l'adempimento del sacrificio, nella quale sono contenute, disposte come in processione, le parole, le suppliche e i misteri mediante i quali il frutto del sacrificio di nostro Signore viene impartito alle anime.

Esposizione del Canone
Cominciamo dunque considerando l'ordine che il Canone stabilisce nelle sue parole iniziali. Nel Te igitur [qui], il sacerdote chiede al Padre misericordioso di accettare e benedire questi doni, questi presenti e questi santi e immacolati sacrifici offerti dalla santa Chiesa cattolica, che egli supplica di custodire, proteggere e governare in tutto il mondo, insieme al Sommo Pontefice e al Vescovo competente; e così si chiarisce che il sacrificio è sempre offerto nel seno della Chiesa visibile e gerarchica, mai come atto privato di un'anima solitaria, per il quale si implora soprattutto il dono dell'unità ecclesiale, senza il quale le altre grazie sono mal ordinate.

Segue il Memento, Domine [qui], memoriale dei viventi, nel quale il sacerdote prega per i fedeli presenti e assenti, offrendo per loro il sacrificio di lode per la remissione dei peccati e la speranza della salvezza; questo memoriale si unisce alla comunione con i santi in cielo, non come mera menzione di nomi venerabili, ma come partecipazione viva alla comunione stessa della Chiesa, attraverso la quale si invoca l'aiuto della gloriosa sempre Vergine Maria, di San Giuseppe, degli Apostoli e dei Martiri, fortificazione dei fedeli pellegrini in questa valle di dolori.

Nella preghiera Hanc igitur  [qui - qui] si implora di essere liberati dalla dannazione eterna e annoverati tra gli eletti, il che non è un bisogno di poco conto, ma manifesta piuttosto la serietà escatologica propria del sacrificio eucaristico, in quanto ordinato alla salvezza eterna e non alla mera consolazione temporale.

Segue poi la Consacrazione [qui - qui - Elevazione minore [qui], nella quale, per le stesse parole di Cristo, avviene la conversione sacramentale del pane e del vino nel suo Corpo e Sangue. E qui occorre sottolineare, con l'attenzione che la materia esige e che così spesso viene trascurata: che il Canone non consacra Corpo e Sangue in un'unica formula, ma in due consacrazioni distinte e successive, separate dalle proprie parole e dalla propria elevazione; e questa stessa dualità rituale, lungi dall'essere una mera coincidenza, è figura sacramentale della separazione che la morte in croce ha operato tra il Corpo e il Sangue del Signore. Attraverso di essa, non solo si rende presente sotto le specie la presenza reale di Cristo, ma anche lo stato stesso di vittima immolata, cosicché il Canone non narra il sacrificio, ma lo rappresenta e lo rinnova in modo incruento, nella misura in cui ciò che una volta è stato consumato con il sangue versato può essere rinnovato senza spargimento di sangue. Segue l'oblazione Unde et memores [qui], nella quale la Chiesa offre al Padre il sacrificio della Passione, risurrezione e ascensione di Cristo, dichiarando il proprio carattere di ostia pura, santa e immacolata.

Nella preghiera Supra quæ [qui],  si chiede che questa offerta sia accolta con favore, in continuità con i sacrifici figurativi di Abele, Abramo e Melchisedec, manifestando così l'unità dell'unico sacrificio lungo tutta la storia della salvezza. Nel Supplices te rogamus [qui], si implora che un angelo porti questa offerta all'altare celeste, affinché i fedeli [vi uniscano la loro personale offerta -ndT] e coloro che ricevono il Corpo e il Sangue di Cristo siano colmati di ogni grazia e benedizione. Infine, nel Memento etiam [qui], si elevano preghiere per i defunti, affinché siano ammessi in un luogo di ristoro, luce e pace, manifestando così l'efficacia del sacrificio per le anime del purgatorio; e nel Nobis quoque peccatoribus [qui], il sacerdote si riconosce peccatore e implora di essere ammesso per sola misericordia nella comunione dei santi, unendo così la grandezza del sacrificio, come si conviene, all'umiltà del ministro.

Principio teologico: lex orandi, lex credendi
Consideriamo ora che la pienezza del venerabile Canone non risiede in un accumulo arbitrario di espressioni, ma nell'ordinata articolazione di quelle suppliche che la Chiesa, attraverso secoli di fedeltà, ha ritenuto proprie del Santo Sacrificio. Pertanto, esso contiene espressamente la supplica per l'unità della Chiesa, la commemorazione dei santi per nome, la riflessione sul giudizio eterno, l'affermazione del carattere propiziatorio del sacrificio e le preghiere per i defunti. Il Signore stesso lo insegnò la notte stessa dell'istituzione di questo sacrificio: «Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e riceverete» (Gv 16,24).

E se tali elementi non sono semplici accessori, ma piuttosto espressioni della fede orante della Chiesa, ne consegue, come interpretazione teologica di questo principio consolidato, che la lex orandi non solo manifesta la fede, ma contribuisce anche alla sua conservazione, cosicché ciò che cessa di essere costantemente pronunciato può, col tempo, perdere la sua importanza in ciò che è abitualmente percepito dai fedeli, pur rimanendo intatto all'interno della dottrina stessa. Pertanto, ciò che la Chiesa pone costantemente sulle labbra dei suoi sacerdoti davanti all'altare non è una questione irrilevante, perché ciò che lì tace a lungo rischia di essere oscurato; non per necessità meccanica, ma a causa della naturale fragilità della memoria religiosa, che ha bisogno di essere sostenuta dal rito stesso che la nutre [Colpisce la coincidenza  con le notazioni di Michael Davies qui a proposito della riforma anglicana -ndT].

Dall'attenuazione liturgica alla lettura modernista
Da ciò non consegue, tuttavia, che ogni variazione negli accenti liturgici conduca di per sé, e ancor meno direttamente, all'eresia formale; un simile salto sarebbe improprio tra diversi ordini di realtà: una cosa è il dogma, immutabile in sé; un'altra è l'interpretazione teologica di come la sua ricezione si sia conservata; e un'altra ancora, di minore certezza ma non per questo trascurabile, è l'osservazione storica di ciò che è effettivamente accaduto nella pratica liturgica recente. A quest'ultimo ordine, quello dell'osservazione storica, appartiene quanto segue.

Esiste tuttavia un processo intermedio che va spiegato prima di invocare l'autorità di San Pio X. Occorre innanzitutto precisare che nella Messa tridentina il sacerdote pronuncia il Canone in segreto, a voce bassa, senza farsi udire dal popolo; cosicché non sono i fedeli ad ascoltare, domenica dopo domenica, il nome dei santi, l'enfasi sul carattere propiziatorio o l'invocazione della dannazione eterna, ma il sacerdote stesso, unico nel pronunciare queste parole ad alta voce e, proprio per questo, il primo ad esserne plasmato – o deformato – da esse. Quando tale enfasi cessa di essere pronunciata con uguale costanza, ciò che si indebolisce per primo non è il dogma, ma la fede del ministro stesso, che prega meno di prima e implora con meno frequenza ciò che un tempo implorava. E poiché il pastore precede il gregge, non perché il gregge ascolti ciò che egli tace, ma perché da lui riceve forma, dottrina ed esempio, ne consegue che la fede che vacilla nel sacerdote si indebolisce presto anche nei fedeli che dipendono da lui, anche se non hanno mai udito una sola parola del Canone. Questo indebolimento raggiunge il popolo comune non attraverso l'ascolto, ma attraverso ciò che vede: la fretta o la tranquillità con cui il sacerdote si inchina, la fermezza o la tiepidezza delle sue genuflessioni, il peso o la leggerezza con cui la campana suona durante l'elevazione; tutti segni che, senza parole, rivelano ai fedeli quanto colui che officia in loro nome davanti a Dio creda, o abbia cessato di credere. Ed è proprio in questo ambito, quello dell'assimilazione religiosa piuttosto che della formulazione dogmatica, che la corrente che sostituisce l'esperienza soggettiva come criterio ultimo di credibilità alla verità rivelata trova più facilmente terreno fertile.

È a questo punto, e non prima, che gli avvertimenti di San Pio X nell'enciclica Pascendi Dominici Gregis assumono tutto il loro peso. Lì egli sottolinea che il modernismo non procede principalmente attraverso la negazione esplicita del dogma, ma piuttosto attraverso la sua riconfigurazione da una prospettiva soggettiva, sostituendo la verità rivelata – oggettiva e immutabile – con un'esperienza religiosa soggetta a variazioni a seconda dell'epoca, dell'individuo e dei suoi sentimenti. L'attenuazione dell'enfasi liturgica non è, quindi, modernismo in sé, ma prepara, nella mente delle persone, il terreno in cui il modernismo incontra minore resistenza.

Corollario: la centralità del Canone nella Messa Tridentina
Da quanto detto, segue un corollario che appartiene propriamente all'ordine della prudenza pastorale, e non a quello dell'osservazione storica o dell'interpretazione dogmatica, che lo precedono. Nella stragrande maggioranza degli altari cattolici, ormai da decenni, questo Canone non viene più recitato, bensì altre preghiere eucaristiche composte in tempi recenti, nelle quali molte di queste enfasi appaiono notevolmente attenuate; e laddove questa costante espressione si indebolisce, è lecito temere, secondo il principio sopra esposto, un corrispondente indebolimento di ciò che viene effettivamente assimilato attraverso la preghiera ripetuta.

Si può quindi affermare senza timore di esagerazione che solo la Messa tridentina conserva il Canone Romano come centro strutturale di tutto ciò che vi si svolge. In questo rito, il Canone è il culmine verso cui è ordinata l'intera struttura, e mai semplicemente un altro momento tra gli altri, intercambiabile o incidentale: l'Introito, il Kyrie [qui - qui], il Gloria (Parte 1 [qui] - Parte 2 [qui] - parte 3 [qui] - Parte 4 [qui]), le Letture [qui - qui], l'Offertorio [qui - qui], il Prefazio [quiqui] – tutti sono preparazioni remote e prossime alla grande azione che si consuma nel Canone, e al suo interno, in modo particolarmente significativo, a quell'istante della doppia consacrazione in cui la separazione del Corpo e del Sangue rende presente, sotto un velo sacramentale, l'immolazione stessa dell'Agnello.

Conclusione
Pertanto, la considerazione del venerabile Canone Romano è, prima di tutto, teologica – in quanto espressione particolarmente profonda della lex orandi della Chiesa nella sua dimensione sacrificale – e non una mera curiosità archeologica o un esercizio comparativo. E se le grazie che scaturiscono dalla Passione vengono ordinariamente applicate attraverso i sacramenti e in modo eminente attraverso il santo sacrificio della Messa, ne consegue che la forma in cui questi misteri si esprimono nella preghiera pubblica non è irrilevante per la loro ricezione nella vita dei fedeli.

Da ciò consegue che l'eventuale attenuazione di tali espressioni non inficia, in senso stretto, la verità del dogma, che rimane intatto nella misura in cui è stato affidato da Dio; ma non si dica che la leggerezza liturgica sia una questione di poco conto, né si debba considerare questa un'esagerazione retorica da parte di chi scrive con eccessivo zelo. Infatti, una cosa è che il dogma rimanga intatto nel deposito della fede, un'altra è che i fedeli lo conservino intatto nelle loro anime; ed è proprio tra queste due cose, tra la verità immutabile e la fede che può vacillare, che la leggerezza opera silenziosamente: non nega il dogma in toto, ma piuttosto predispone l'anima, passo dopo passo e senza che l'anima stessa se ne accorga, a considerarlo qualcosa di secondario, superfluo, quasi vergognoso. E così come non è necessario abbattere un edificio per farlo crollare, ma piuttosto minarne lentamente le fondamenta, allo stesso modo non è necessario rinnegare un dogma per svuotarlo del suo peso nella vita dei fedeli: basta trattarlo, domenica dopo domenica, come se non avesse molta importanza. Non a caso gli antichi dicevano che la gente crede come prega, e il cielo non gradirebbe se venissero a pregare come, purtroppo, hanno smesso di credere.

In questo senso, il più ampio ripristino possibile del venerabile Canone Romano non si propone come questione estetica o disciplinare, ma come mezzo per favorire la piena intelligibilità orante del mistero eucaristico, così come la tradizione latina lo ha trasmesso, intatto, attraverso i secoli. [vedi nota: diventa un secondo articolo; ma è una integrazione ineludibile (M.G.)]

E nessuno pensi che si tratti di una disputa tra antiquari o di un capriccio di chi brama un latino che non comprende. Oggi, i misteri più augusti vengono ricevuti in piedi, mano nella mano, quasi di sfuggita, come chi riceve un pezzo di pane comune e non il Dio vivente stesso sotto le specie; oggi, il silenzio è stato bandito da tanti altari, sostituito dal clamore di chi trasforma il sacrificio in un'assemblea orizzontale e il culto in una mera convivenza fraterna; oggi, si omette di parlare di giudizio e dannazione eterna, come se fosse scomodo, come se l'inferno fosse stato abolito per decreto della sensibilità moderna; oggi, il tabernacolo viene profanato senza scrupoli, si improvvisano formule dove un tempo vi era un rito prestabilito, e il culto dovuto a Dio viene sostituito dall'autocompiacimento della comunità riunita attorno a sé. Questo è l'esatto opposto dello sviluppo organico della liturgia: la sostituzione del culto dovuto a Dio con il culto dell'uomo, che è precisamente ciò che san Pio X, con acuta perspicacia, denunciò come il cuore stesso del modernismo, ovvero fare del sentimento religioso del singolo, e non della verità rivelata, la misura di tutto ciò che deve essere creduto e celebrato. Quella che un tempo era eresia velata nei trattati è ora diventata pratica quotidiana in molti altari dove il sacrilegio è stato mascherato da contemporaneità e l'irriverenza da apertura pastorale; e i fedeli, plasmati più da ciò che vedono e sentono ripetere che da ciò che leggono, assimilano inconsapevolmente il veleno travestito da cura pastorale.

Sia dunque sigillato quanto qui affermato: il Canone Romano, separando il Corpo e il Sangue del Signore mediante una consacrazione distinta, rappresenta la sanguinosa Passione in modo incruento; e affinché tutto nella Chiesa sia ordinato come si conviene alla Maestà di Colui che essa serve, è necessario che questo venerabile Canone sia recitato correttamente, con la fede e l'amore che la sua grandezza esige, e non come chi si limita a compiere una formalità banalizzata dalla consuetudine. E perché sia recitato in tal modo, non basta la buona volontà del ministro, per quanto sincera; è necessario che l'intera Messa sia celebrata correttamente, secondo quell'ordine fisso e certo codificato da San Pio V, affinché né il sacerdote sia lasciato in balia della propria opinione, né la preghiera pubblica della Chiesa sia soggetta ai capricci di chiunque voglia modificarla secondo il gusto della propria epoca. A quest'ordine, dunque, il sacerdote deve sottomettersi prima di tutto, perché davanti all'altare non è signore ma ministro; A questo stesso ordine deve essere sottomessa, con esso e attraverso di esso, tutta la Chiesa militante, che cammina sulla terra e trova fermezza solo quando prega ciò che ha ricevuto, e non ciò che ogni persona, in ogni epoca, potrebbe voler inventare.
Joel Antonio Vásquez, Circolo Blas de Ostolaza.
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Nota. Non dimentichiamo 
Modifica della formula di Consacrazione:
il mysterium fidei

Annibale Bugnini in La Riforma Liturgica, C.L.V. Ed. Liturgiche, 1997, pp. 447-448, nell'enumerare le considerazioni che giustificano i cambiamenti da lui apportati al Rito con l'introduzione di nuove preghiere Eucaristiche, riguardo alla modifica della formula di Consacrazione, osserva : «L’aggiunta “Mysterium fidei” nella formula del canone romano per la consacrazione del vino: non è biblica, si trova solo nel canone romano, è di origine e di significato incerti...» 

Purtroppo lui e chi per lui hanno ignorato che il canone romano risale alla tradizione orale di San Pietro che trasmette le parole da lui stesso udite dal Signore. 
Il Canone è il centro della Messa, intesa come un Sacrificio. Secondo il Concilio di Trento, esso risale alla tradizione degli Apostoli ed era sostanzialmente già completo ai tempi di Gregorio Magno (anno 600). La Chiesa Romana non aveva mai avuto altri Canoni. Il passo stesso del “mysterium fidei” nella formula della Consacrazione è un’antica tradizione che Innocenzo III testimonia esplicitamente in una risposta data all’Arcivescovo di Lione. Anche san Tommaso d’Aquino dedica un articolo della sua Summa Teologica alla stessa giustificazione del “mysterium fidei”. Ed il Concilio di Firenze confermò esplicitamente il “mysterium fidei” nella formula della Consacrazione.

La Mediator Dei afferma e conferma che il Sacrificio di Cristo è uno ed unico ed appartiene a Lui solo. E non è un caso che le parole "mysterium fidei" siano pronunciate al momento della Consacrazione del Calice e quindi del Sangue della Nuova ed eterna Alleanza; il Signore ci comanda di fare haec (questo) in sua memoria fino alla fine dei tempi. Anche le parole "mysterium fidei" appartengono a Cristo, che suggella così la sua Azione espiatrice e redentrice e qui non ci resta che adorare e accogliere. Nella Messa riformata, invece, esse vengono messe in bocca all’assemblea sotto forma di annuncio, che tronca in maniera brusca la profonda compenetrazione con quanto accade sull’Altare e il silenzio e la solennità dell'adorazione che vi sarebbero più appropriate.

Praticamente il “mysterium fidei” è stato eliminato dalla formula della Consacrazione e posto subito dopo di essa per suscitare l’acclamazione dei fedeli. Così facendo si evidenzia il nuovo stile 'narrativo' piuttosto che 'attuativo' della Consacrazione che è particolare Actio Christi, come lo è del resto tutta la celebrazione, che ora è diventata azione dell'assemblea. Col paradosso di invocare la venuta del Signore, sia pure quella finale, proprio nel momento in cui Egli si fa realmente Presente, come ha promesso, fino alla fine dei tempi.

Far seguire l'espressione da una frase presa o elaborata da san Paolo, frase di significato escatologico, invocante la venuta finale del Signore, sposta il mistero della fede dal momento del sacrificio redentivo di Cristo al momento della sua venuta e cioè, implicitamente, dalla Croce alla Resurrezione, poiché il Cristo che si attende per la nostra liberazione finale è quello Glorioso, Risorto, non certo il Cristo sofferente che ci procura la salvezza con la sua perfetta obbedienza alla Volontà del Padre.

Questa trasformazione è stata resa possibile anche da altri mutamenti, introdotti sempre in modo sfumato, come la trasformazione dell'Offertorio in una berakah ebraica (semplice preghiera di benedizione), mentre il pane e il vino (le oblate) vengono predisposte, "messe da parte" per il sacrificio; nonché il ruolo più ampio attribuito all'assemblea dei fedeli nella celebrazione della Messa. Mentre prima era chiaro (Pio XII) che i fedeli offrivano il sacrificio solamente in voto, spiritualmente, senza sovrapporsi all'azione dell'officiante, che rinnova in modo incruento quanto avvenuto sul Calvario; ora invece l'assemblea sembra avere un ruolo più ampio, sotto “la presidenza del sacerdote”. La frase di san Pietro, “ora siete popolo di Dio”, perché tratti dalle tenebre del paganesimo, conferente un titolo d'onore ai cristiani, viene intesa malamente come se istituisse un sacerdozio dei fedeli, da porre sullo stesso piano di quello del sacerdote che subisce una diminutio. Senza nulla togliere al sacerdozio battesimale che tuttavia differisce sia in grado che in essenza da quello ordinato e senza dimenticare che quello che oggi viene chiamato 'popolo di Dio' (termine vetero-testamentario) è innanzitutto corpo mistico di Cristo. Tutto ciò è fatto capire in modo ambiguo ma non per questo meno reale.

La sobria sacralità, insieme alla fedeltà alle solenni formule del Rito antico, oltre a rispettare in pieno lo ius divinum al culto al culto come ce lo ha consegnato il Signore e ci è pervenuto fin dall’epoca apostolica, rende impossibile ogni abuso liturgico e ogni tentazione, sia da parte del Sacerdote che dell'Assemblea, di sostituirsi al vero Protagonista. 
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