Avvicinatevi al banchetto nuziale del cielo.
Lo scopo della vita cristiana non è la sofferenza, ma la gioia nella presenza di Dio.
Una delle peggiori distorsioni perpetrate sui santi, sia da autori "pii" che da nemici della Chiesa, è che i santi fossero un gruppo cupo, curvi sotto il peso di austere penitenze, che bandivano la luce del sole dalle loro stanze, chiusi alla gioia, alle risate e alla spensieratezza.
Chiunque conosca i santi, o chiunque abbia incontrato una persona santa, non li riconoscerebbe mai in una simile descrizione. Anzi, uno dei segni necessari per la canonizzazione è proprio la gioia di vivere!
San Francesco d'Assisi si abbandonava all'estasi per la bontà di Dio nella creazione, giocava e faceva buffonerie, cantando la sua gioia mentre percorreva le strade d'Italia. Santa Caterina da Siena, stigmatizzata, ebbe il coraggio di dire al Papa di tenere la bocca chiusa per prudenza. San Lorenzo fece una battuta sulla graticola: "Girami, da questo lato sono cotto". E che dire del talvolta birichino San Filippo Neri, che si rase metà della barba per umiltà e ordinò a un penitente di liberare un cuscino pieno di piume? O di Santa Teresa di Lisieux, che ci insegna i " segreti della gioia "? Se si legge il Magnificat della Madonna, non vi si trova un briciolo di tristezza.
I santi conoscevano un segreto cruciale che la maggior parte delle persone oggi ignora: la gioia è radicata nell'amore di Dio. Le persone moderne cercano di essere felici senza Dio, ma questa è pura follia, perché Dio è la felicità. Dio è identico alla felicità, Egli è infinita beatitudine, e ogni volta che raggiungiamo un qualsiasi grado di gioia o pace è solo perché ci siamo avvicinati a Lui. Cercare la felicità altrove è il risultato di un'illusione, di un inganno.
Dobbiamo tenere a mente che Dio non ha creato la sofferenza e non vuole che i suoi figli soffrano. La sofferenza è un male, non è un bene fine a se stesso. Il mondo, così come Dio lo ha creato, è buono in ogni sua parte; è l'uomo che introduce il male in questo mondo, e i peccati di certi uomini si sono rivelati causa di grandi sofferenze per altri. Dio permette questa sofferenza perché attraverso di essa può purificarci dalla nostra peccaminosità e renderci più degni del suo amore sconfinato. Anzi, Dio ci impone le sofferenze e si aspetta che noi cerchiamo volontariamente la sofferenza della penitenza perché sa che abbiamo un disperato bisogno di distaccarci dagli attaccamenti disordinati ai beni di questo mondo e che, attraverso questo processo, cresceremo «in sapienza, statura e grazia» (cfr. Lc 2,52).
Questo è il senso profondo della Quaresima: non assaporeremo mai la gioia spirituale della risurrezione se ci crogioliamo nella sporcizia dei peccati, se siamo macchiati dai residui dei mali passati o se siamo preoccupati dai nostri bisogni e comfort terreni.

7 commenti:
Preziosissime riflessioni!
"Gaudete in Domino semper: iterum dico, gaudete".
"Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi".
San Paolo, Lettera ai Filippesi (4,4-6)
Ricondividiamo con gratitudine questa bella notizia.
Papa Leone XIV ha affidato a fra Francesco Patton, già Custode di Terra Santa, le meditazioni della Via Crucis del Colosseo del Venerdì Santo.
In un giorno così caro alla fede del popolo cristiano, questo incarico richiama il legame profondo tra la Terra Santa, la spiritualità francescana e il cammino della Chiesa.
Accompagniamo questo momento con la preghiera, lasciandoci guidare ancora una volta dalla Croce del Signore, sorgente di speranza per il mondo.
Il Venerdì Santo è il giorno del silenzio e del compimento, il giorno in cui l’amore di Dio raggiunge il suo vertice nella croce di Cristo. Tutta la teologia cristiana, da quella dei Padri alla scolastica medievale, ha visto in questo giorno non soltanto la memoria del dolore, ma la rivelazione del volto di Dio come misericordia e sacrificio.
Per i Padri della Chiesa, la croce è il trono della gloria e il segno della vittoria.
Origene, nel Commento a Matteo (XII, 36), parla della croce come del “giudizio del mondo”, dove “Cristo, giudicato dagli uomini, giudica i cuori degli uomini.” Per lui, il Venerdì Santo è l’ora della verità: l’ora in cui l’amore divino si rivela più forte dell’odio.
Sant’Agostino afferma: “La Passione del Signore è la speranza della gloria, la croce è la via del cielo” (Sermo 218). Egli vede nella croce il mistero dell’amore che trasforma la sofferenza in redenzione: “L’albero della croce, su cui era appesa la vita, ha sostituito l’albero del peccato da cui venne la morte.” (Enarrationes in Psalmos 96, 4).
San Giovanni Crisostomo, nella Omelia sulla Croce e sul Ladrone, esclama: “O potenza della croce! Un ladrone diventa il primo cittadino del Paradiso.” E commenta: “Non è la morte di Cristo che ci salva, ma l’amore con cui egli muore.”
Gregorio Magno, nelle Omelie sui Vangeli (II, 37), vede nel sangue di Cristo “la chiave che apre il cielo” e nella croce “la scala su cui l’uomo risale alla sua patria.” Per il Papa dottore, il Venerdì Santo è il giorno in cui la giustizia e la misericordia si abbracciano.
Nel Medioevo, la meditazione sulla Passione diventa il cuore della pietà e della teologia.
San Bernardo di Chiaravalle, nel Sermo de Passione Domini, scrive parole che riassumono l’intero spirito cistercense: “La croce è sufficiente alla mia sapienza. In essa trovo tutto ciò che desidero sapere: l’amore di Dio, la gravità del peccato, la via della vita.” E in un altro passo aggiunge: “Guarda il crocifisso: non c’è eloquenza più alta del silenzio di quel corpo ferito.” Per Bernardo, il Venerdì Santo non è solo contemplazione della sofferenza, ma partecipazione interiore al sacrificio del Cristo. Egli invita a “trasformare la compassione in imitazione”, lasciando che la croce diventi la forma stessa della vita cristiana.
San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae (III, q.46, a.3), afferma che “Cristo ha sofferto per amore e per obbedienza, e per questo la sua Passione è stata il sacrificio più gradito a Dio.” In un passo parallelo (III, q.49, a.3), aggiunge che la croce è causa della nostra salvezza “perché in essa Cristo ci ha meritato la grazia e ci ha riconciliati con il Padre.” Per Tommaso, la croce è atto supremo della libertà divina: l’obbedienza che redime la disobbedienza di Adamo.
San Bonaventura, nel Lignum Vitae, contempla il Venerdì Santo come il giorno in cui l’anima è chiamata a “piantarsi nel legno della croce.” Egli scrive: “Chi guarda la croce con amore, vi trova la medicina di ogni ferita.” E ancora: “Nel corpo ferito di Cristo l’anima apprende il segreto dell’umiltà e della pace.”
La liturgia medievale, nel Improperia e nel Crux fidelis, esprime questa teologia con il linguaggio poetico e mistico della Chiesa: “O crux ave, spes unica.” La croce è la speranza unica, non perché elimina la sofferenza, ma perché la trasfigura.
Il Venerdì Santo, nella teologia e nella spiritualità del Medioevo, è dunque il giorno in cui il silenzio parla più delle parole, il giorno in cui la logica della potenza si rovescia nella logica dell’amore. È il giorno in cui Dio tace, ma il suo silenzio risuona come promessa.
Come scrive Agostino nel Sermo 263: “La croce del Signore è la cattedra da cui Egli insegna l’amore.”
Forse vi siete persi Mons. Barron che applaude compiaciuto mentre la “consigliera spirituale” della Casa Bianca paragona Trump a Gesù!
Ahhh, la bellezza del cattolicesimo americano favorevole alla messa in latino!
Purtroppo non ce lo siamo perso. È la piega preoccupante impressa dell'evangelismo (decisamente fonte di squilibrio non solo spirituale), che si sta rivelando motore di molte scelte trumpiane, di certo non condivisibili.
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L’attacco a Kamal Kharazi rende più difficile, per tutti, fingere che queste due dimensioni – quella militare e quella negoziale – possano procedere in parallelo senza contaminarsi. La realtà è che si influenzano a vicenda, e che un missile ben piazzato può cancellare in un attimo il lavoro discreto di mesi di contatti informali. Se davvero si vuole che la parola “negoziato” non resti soltanto un elemento di scenografia nei comunicati ufficiali, occorrerà trarre da questo episodio una lezione scomoda: non si può coltivare un interlocutore e, al tempo stesso, accettare che venga colpito come un obiettivo qualsiasi. Perché, una volta che l’interlocutore è stato messo fuori gioco, resta soltanto il fragore delle armi – e il silenzio di chi, magari in modo imperfetto, stava tentando di sostituire alla guerra il linguaggio faticoso della politica.
https://www.meridianoitalia.tv/index.php/italia-e-il-mondo/geopolitica/1075-colpire-l-interlocutore-come-l-attacco-a-kharazi-avvelena-il-negoziato-tra-washington-e-teheran
Penso che Israele purtroppo non voglia la pace ! .. irresponsabile strategia che porterà anche tutti noi nel baratro.
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