giovedì 6 gennaio 2011

Convegno sul Vaticano II. P. Rosario Sammarco, La formazione permanente del clero secondo "Presbiterorum Ordinis"

Comunicazione per il Convegno Concilio Ecumenico Vaticano II. Un Concilio Pastorale. Analisi storico-filosofico-teologica
P. Rosario M. Sammarco, Seminario Teologico “Immacolata Mediatrice”

INTRODUZIONE

Curare la formazione permanente del clero è stata, si può dire, sempre, una necessità della Chiesa e dei suoi Pastori. Questo perché a nessuno sfugge come sia insito nella natura umana stessa il dimenticare quanto già acquisito e che magari non si pratica. E quando questo succede ai Sacerdoti, il cui compito di istruire i fedeli e guidarli nelle vie della perfezione evangelica è qualcosa di importantissimo e delicatissimo, i danni possono essere notevoli.

Dovere del Sacerdote, Pastore del Popolo di Dio, è assicurare ai membri dello stesso il diritto a ricevere la Verità Rivelata e a partecipare dei frutti della Redenzione operata da Cristo. Quando, per qualche ragione, il Sacerdote non riesce a fare tutto questo ne viene condizionata la vita stessa della Chiesa.

Il dovere della formazione permanente per il Sacerdote si evince anche, specialmente nei nostri tempi, dai rapidi cambiamenti che interessano la società, la cultura e le stesse scienze sperimentali, ponendo ai diversi campi della teologia, e non solo di essa, delle sfide che egli è chiamato ad affrontare con competenza, anche perché spesso è visto dai fedeli come un “esperto di vita evangelica”.

Quindi, la formazione permanente si pone come un dovere di fronte al “nuovo che avanza”.
Il Concilio Vaticano II, per tanti versi, nasce proprio come un tentativo di risposta della Chiesa a questo “nuovo”, e proprio in quanto tale esige dai Sacerdoti un’attenzione particolare ad esso e un aggiornamento.

Ma, come fare questo aggiornamento? È un problema non da poco, la cui trattazione esula dai brevi limiti di questa comunicazione per entrare in quelli di altre che verranno tenute in questo convegno.

La formazione permanente del clero, infatti, comporta, secondo le richieste del Concilio Vaticano II, tutta una serie di iniziative, parte delle quali ci sembra siano state incoraggiate dai Pastori, mentre su altre, che già davano frutto, si è messa una colpevole pietra tombale, che esigono a monte una base teologica sicura. Se questa base teologica viene meno, le iniziative volte a promuovere questa formazione permanente diventano un boomerang dagli effetti devastanti.

Nel corso di questo breve studio vedremo innanzitutto che cosa la Presbyterorum Ordinis indica circa la formazione permanente del clero. In secondo luogo daremo un’occhiata a come, già a distanza di qualche anno, la direttiva viene recepita. Quindi faremo riferimento ad un caso specifico di iniziative positive per la formazione in vigore prima del Concilio e colpevolmente abbandonate, e quindi daremo dei rilievi prospettici conclusivi.

LA FORMAZIONE PERMANENTE DEL CLERO SECONDO IL DECRETO
SUL MINISTERO E LA VITA DEI PRESBITERI PRESBYTERORUM ORDINIS

Il decreto conciliare Presbyterorum Ordinis si occupa della formazione permanente del clero al n. 19. Il testo non è lungo e vale la pena riportarlo per intero, allo scopo di farne emergere i punti fondamentali.

Afferma dunque il decreto:
«Nel sacro rito dell'ordinazione il vescovo ricorda ai presbiteri che devono essere “maturi nella scienza” e che la loro dottrina dovrà risultare come “una spirituale medicina per il popolo di Dio”. Ora, bisogna che la scienza del ministro sacro sia anch'essa sacra, in quanto derivata da una fonte sacra e diretta a un fine altrettanto sacro. Essa va pertanto tratta in primo luogo dalla lettura e dalla meditazione della sacra Scrittura ma suo fruttuoso alimento è anche lo studio dei santi Padri e dottori e degli altri documenti della tradizione. In secondo luogo, per poter dare una risposta esauriente ai problemi sollevati dagli uomini d'oggi, è necessario che i presbiteri conoscano a fondo i documenti del magistero - specie quelli dei Concili e dei romani Pontefici - e che consultino le opere dei migliori teologi, la cui scienza è riconosciuta.
Ma ai nostri giorni la cultura umana e anche le scienze sacre avanzano a un ritmo prima sconosciuto; è bene quindi che i presbiteri si preoccupino di perfezionare sempre adeguatamente la propria scienza teologica e la propria cultura, in modo da essere in condizione di sostenere con buoni risultati il dialogo con gli uomini del loro tempo.
D'altra parte, però, ci si deve preoccupare di agevolare ai presbiteri il compito di approfondire i propri studi e di apprendere i migliori metodi di evangelizzazione e apostolato; in questo senso, possono risultare di grande aiuto - adattandoli logicamente alle situazioni locali - l'istituzione di corsi o congressi, la fondazione di centri destinati agli studi pastorali, la creazione di biblioteche e un'intelligente direzione degli studi da parte di persone capaci. I vescovi devono studiare altresì da soli o a livello interdiocesano - il sistema migliore per far in modo che tutti i loro presbiteri - soprattutto qualche anno dopo l'ordinazione - possano frequentare periodicamente dei corsi di perfezionamento nelle scienze teologiche e nei metodi pastorali; questi corsi dovranno servire anche a rafforzare la vita spirituale e consentiranno un proficuo scambio di esperienze apostoliche con i confratelli. Mediante tutti questi sussidi e altri del genere, si abbia una cura particolare dei parroci di nomina recente e di tutti coloro che iniziano una nuova attività pastorale o sono trasferiti a un'altra diocesi o nazione.
Infine, i vescovi devono anche procurare che alcuni presbiteri si dedichino allo studio approfondito delle scienze divine, in modo che non vengano mai a mancare dei professori competenti per le scuole ecclesiastiche, e specialisti in grado di orientare gli altri sacerdoti e i fedeli verso una maggiore istruzione religiosa; inoltre, con questo lavoro di ricerca si stimola quel sano progresso delle scienze sacre che è del tutto necessario alla Chiesa».
Fin qui il Decreto. Vediamone ora le note fondamentali.

Per il Decreto, la formazione permanente del clero deve avere queste caratteristiche:
  1. essere fondata sulla S. Scrittura, sui Padri e sui Dottori della Chiesa;
  2. abbracciare i documenti del Magistero per dare una risposta esauriente ai problemi attuali;
  3. abbracciare lo studio di teologi validi la cui scienza è riconosciuta;
  4. abbracciare e seguire anche il rapido evolversi delle scienze umane e teologiche.
Ai Vescovi viene demandato l’incarico di istituire corsi di formazione; congressi; biblioteche ed eventi vari e, insomma, di curare i vari aspetti di questa formazione. Non occorre molto per notare come, da parte di Vescovi e Diocesi, nel corso degli anni si sia cercato alacremente di dare attuazione a questo ambizioso programma, soprattutto per quanto riguarda la parte dell’istituzione di uffici diocesani per la formazione permanente del clero, affidati a diversi responsabili; o come ormai una notevole parte del giovane clero diocesano venga comunque avviato agli studi specialistici in questa o quella branca della teologia.

Juan Esquerda Bifet, in un suo studio sulla spiritualità e la missione dei presbiteri osserva a questo proposito: «Nei luoghi in cui si sono offerti al sacerdote mezzi adeguati di formazione permanente, questi si è visto rafforzato e reso capace di rispondere ai cambiamenti attuali senza perdere la propria identità, specialmente quando questa formazione è stata data anche come pastorale sacerdotale, cioè con l’assistenza e l’aiuto in ogni campo della sua vita e del suo ministero».

Riepilogando quanto emerso dal Decreto, dalla Dichiarazione Optatam Totius, e da altri documenti successivi, Bifet dà un’idea dei campi su cui deve intervenire la formazione permanente, la quale deve coinvolgere la spiritualità, la pastorale, la cultura, l’economia e gli aspetti personali del sacerdote.

In tutto questo, se, come abbiamo visto, il Concilio dà grande responsabilità ai Vescovi, non dev’essere trascurato il fatto che la fedeltà alla propria formazione permanente è compito affidato principalmente alla responsabilità del singolo sacerdote, sia in ordine a se stesso, sia in ordine all’aiuto da dare ai confratelli più giovani.

Un accento particolare in quest’ambito dev’essere riservato alla spiritualità e alla pastorale specificamente sacerdotali.

Il Bifet a questo proposito osserva: «Sarà poco efficace la formazione permanente se non è accompagnata da una vera pastorale sacerdotale. Il sacerdote ha bisogno di trovarsi m spirito di famiglia e non d’impresa, nel presbiterio. […] Se fallisse la formazione spirituale permanente, gli altri aspetti rimarrebbero molto indeboliti. Ecco allora la necessità di privilegiare l'organizzazione di ritiri periodici, esercizi spirituali, corsi di spiritualità, giornate dedicate a santi sacerdoti (Curato d'Ars, Giovanni d'Avila...), celebrazioni (nozze d'argento e oro), ecc. Uno dei settori più dimenticati della formazione permanente è proprio lo studio della teologia spirituale. Il sacerdote deve conoscere teologicamente e per esperienza tutto il processo della vita spirituale, come parte integrante del suo ministero. Infatti, il sacerdote deve guidare sul cammino della perfezione i fedeli che sentano questa chiamata, anche verso la contemplazione e i consigli evangelici».

Quanto visto finora, in modo breve e conciso, è ciò che “dovrebbe essere” e anche ciò che in parte (almeno quanto all’aspetto organizzativo) è di fatto. La tematica, forse, avrebbe meritato anche di essere maggiormente approfondita anche con l’ausilio di altre fonti bibliografiche e studi nel merito, ma lo spazio non ce lo concede.

Fuor degli auspici e dei positivi dati organizzativi vediamo, invece, cosa succede.

Il 4 novembre del 1969 la Congregazione per il Clero, allora presieduta dal Card. Giovanni Wright pubblica l’istruzione Inter Ea sull’istruzione e sulla formazione permanente del clero. Questa istruzione vuole in qualche modo essere un completamento e un approfondimento di quanto richiesto dalla Presbyterorum Ordinis, ma non manca di fare dei rilievi su quello che, già a distanza di 4 anni dalla pubblicazione della stessa, sta accadendo.

Tra le altre cose, l’Inter Ea afferma delle cose che, all’occhio di un semplice fedele, possono apparire a dir poco sconcertanti. Per esempio: «Ai nostri giorni […] vengono sollevati dubbi e discussioni riguardo a quasi tutte le cose, perfino circa le verità di fede; da ciò deriva che molti sacerdoti non hanno più una personale certezza circa l'autentica dottrina cattolica, fino al punto che vengono posti in dubbio o almeno in discussione persino i principi, che reggono e dirigono la vita cristiana e sacerdotale. Questo atteggiamento non favorisce per nulla quello spirito soprannaturale, che è assolutamente indispensabile alla vita e al ministero dei sacerdoti, ma li sospinge verso quella che chiamano " secolarizzazione ": e questa non solo talvolta esiste nella realtà, ma viene anche apertamente perseguita e intesa. Se infatti si perde il cosiddetto patrimonio della dottrina cattolica, che ognuno possiede in modo certo e personale e che dirige efficacemente la propria vita e attività, vengono a mancare gli aiuti con cui si può resistere al naturalismo e al materialismo pratico, di cui è totalmente impregnata ai nostri giorni la vita sociale».
E più oltre prosegue: «I giovani sacerdoti provano spesso difficoltà a conservare integralmente il deposito della fede, che Gesù ha trasmesso alla Chiesa. Molteplici sono le cause di questo fatto. In parte ciò deriva dalla crescente volontà di contraddizione, per cui non si esita a respingere anche le stesse verità tramandate della fede, soprattutto per quanto riguarda la maniera di esprimerle. Quest'inclinazione alla critica concerne anzitutto le dichiarazioni dell'autentico magistero ecclesiastico e arriva fino al punto di rimettere in discussione l'obbedienza. La causa di questo turbamento degli animi è anche in parte da trovarsi nell'accresciuto peso dato alle scienze sperimentali, le cui conclusioni talvolta i teologi interpretano in modo non conforme alla fede: questa interpretazione non è approvata nemmeno dagli stessi cultori di queste scienze, almeno da quelli che non sono imbevuti di qualche ideologia ostile alla religione cristiana».
Per la formazione teologica, l’Istruzione dice che deve: «prima di tutto proteggere pienamente e in tutte le sue parti la dottrina cattolica proposta dal magistero della Chiesa, spiegarla ed esporla con acutezza, adoperando gli aiuti e i sussidi, che le discipline dei sacri testi, i Padri della Chiesa e i " patrimoni filosofici perennemente validi " hanno apportato. Né si può omettere la dottrina cattolica sul dovere di difendere allo stesso modo l'autorità del magistero stesso della Chiesa. Bisogna presentare tutto ciò tenendo presenti le difficoltà, che sorgono circa la sacra dottrina a causa delle problematiche accanitamente oggi sollevate e alle quali bisogna dare una risposta veramente cristiana».

Per risolvere questi problemi, la Congregazione impegna tantissimo i Vescovi, ai quali viene, giustamente, demandato l’onore di scegliere i professori che andranno a curare la formazione permanente del clero.

Professori, il cui criterio di scelta dev’essere «la sana mentalità ecclesiastica. Il sentire con la Chiesa, che bisogna senza posa fomentare, richiede infatti un teologo fedele alla Chiesa. In genere infatti per favorire la vita sacerdotale e la sua forza persuasiva, bisogna realizzare una stretta connessione tra la scienza teologica e la spiritualità propria dei sacerdoti. E così possono essere ritenuti maestri adatti a questo scopo coloro che risolvono le questioni loro proposte, non coloro che suscitano e aumentano i dubbi. Non possono essere motivi per la loro scelta né la celebrità della quale pubblicamente godono, né la ricerca della novità nel proporre e spiegare le problematiche, o un modo di presentarle che risulti attraente ma che non istruisca o persuada. L'abitudine di impugnare le tradizioni, le istituzioni e l'autorità della Chiesa, non rende alcuno idoneo ad adempiere quest'ufficio».

Ci sembra che quest’ultimo sia, ancora oggi, uno dei problemi che maggiormente attanagliano la formazione permanente del clero e che sta causando notevoli danni. Il fatto cioè di privilegiare, per questa formazione, diciamolo in verità, non sempre, ma spesso, non il teologo che sente con la Chiesa, ma quello di grido e che va facendo proposte nuove. Con la conseguenza diretta, cui accennavamo già in apertura, che la lodevolissima formazione permanente del clero si sta trasformando in un boomerang che, spesso e volentieri, invece di contribuire a formare un clero più aderente al Vangelo e alla Chiesa, lo allontana sempre di più dall’uno e dall’altra.

Questo tipo di atteggiamento, è da imputarsi alla Presbyterorum Ordinis? Certamente no, perché il documento è chiaro, e le direttive limpide, evidenti, perfino lapalissiane. E a chi bisogna imputarlo? La risposta più ovvia è la responsabilità dei singoli, dei singoli vescovi e teologi in particolare, per i quali si richiede un serio esame di coscienza su questo punto.

Ma la radice di tutto, che suppongo venga sviluppata con più proprietà e competenza da altri in questa sede, sta in un problema teologico ed ermeneutico del Concilio che Papa Benedetto XVI ha espresso con i termini di “ermeneutica della rottura”.

A causa di questo si è dato, e si dà tuttora ampia cittadinanza negli studi teologici e nella formazione del clero a personaggi, per esempio, i quali ai loro tempi affermavano apertamente le loro dottrine come in contrasto con quelle tradizionali in nome di un rinnovamento teologico che ha portato ancora non si sa dove.

Oppure ad altri, tuttora di grido, uno dei quali, per es., afferma che: «Il Concilio, con la sua insistenza sulla storia della salvezza e sul dialogo con il mondo contemporaneo, ha provocato la teologia mettendo in crisi il suo intero corpo dottrinale e il suo metodo. La provocazione è stata così profonda che la teologia “ha cominciato a reagire, con qualche pericoloso estremismo, del resto inevitabile in un tempo di fermenti, ma in complesso in modo positivo e fecondo”». Il medesimo, più oltre afferma: «Con l’orientamento conciliare crolla la teologia aridamente speculativa, con il suo metodo concettuale, argomentativo e deduttivo, derivato dalla tarda scolastica […]».

A quest’ultimo soggetto vogliamo concedere il beneficio di tutte le buone intenzioni, ma francamente ci sembra che queste affermazioni siano quantomeno preoccupanti. Si parla, infatti, di messa in crisi dell’intero corpo dottrinale della teologia e della fede, e dello stesso metodo. Si bolla il metodo concettuale, argomentativo e deduttivo come superato, non più valido. E questo, si badi bene, è un pensiero comune a diversi e non solo all’autore citato.

E proprio in quest’idea sta forse la radice dell’improprio abbandono di uno dei modi più utili per curare la formazione permanente del clero e che era in vigore prima del Concilio: alludiamo alla soluzione mensile dei casi di morale, che qui vogliamo porre ad esempio di qualcosa di buono e valido che è stato, forse molto inopportunamente e ingiustamente messo da parte con notevoli perdite.

IL CASO DEI CASI

Nel 1991 il cappuccino P. Livio Dimatteo pubblicava un libro la cui preziosità, per la conoscenza del pensiero teologico-morale di s. Pio da Pietrelcina, è innegabile. Com’è pure innegabile che una tale opera si prestava, e si presta tutt’ora, ad essere un valido strumento di consultazione e di formazione per tanti sacerdoti. L’opera aveva per titolo: I Casi di Morale di Padre Pio e riportava, corredati da una certa introduzione, i verbali dei casi che, secondo la prassi cappuccina dell’epoca, P. Pio aveva risolto durante le esercitazioni stabilite dai regolamenti.

Questo libro porta alla conoscenza dell’ignaro sacerdote ordinato nel XXI secolo dell’esistenza fino al 1973 sia tra il clero secolare che tra il clero regolare di una prassi formativa permanente che si traduceva nella soluzione mensile di casi di morale presentati dalla Curia Diocesana o da quella Provinciale. In pratica, ogni mese si dovevano tenere tra i sacerdoti, a vari livelli, delle riunioni nelle quali un incaricato doveva svolgere e risolvere un caso assegnato dalle autorità, e questo doveva avvenire nel contesto di un dibattito cui dovevano partecipare i vari sacerdoti.

Questa usanza, di cui si trovano tracce nientemeno che già dopo il Concilio Lateranense IV, ebbe grande impulso con il Concilio di Trento e con i successivi Concili Provinciali applicativi, soprattutto con quelli milanesi. Fu proprio grazie a queste due realtà che l’uso di riunire il clero per fargli risolvere i casi di morale divenne una prassi ordinaria prima, e un vero e proprio obbligo, poi.

S. Carlo Borromeo, ci informa il P. Dimatteo, vedeva in questo un mezzo per realizzare «una certa uniformità di comportamento riguardo alla conduzione delle anime». Se, tuttavia, il Concilio di Trento aveva esortato alla pratica di queste riunioni, e i Concili Provinciali le avevano ulteriormente promosse, sarà solo con il Concilio Romano del 1725, cui partecipò, come canonista, il Card. Prospero Lambertini (futuro Papa Benedetto XIV), che queste riunioni divennero un vero e proprio obbligo.

Scrive il Dimatteo: «Stando a quanto decretarono i padri conciliari, le riunioni per le soluzioni dei casi di morale dovevano essere due al mese e due per ci casi di liturgia e, per renderle obbligatorie, vi fu annessa una pena pecuniaria per il clero diocesano. [...] Mentre per i religiosi vi era una pena spirituale, quella cioè di non poter ricevere le confessioni, se nei loro conventi non si tenevano tali riunioni».

Di queste riunioni si occupò anche il Codice di Diritto Canonico pubblicato nel 1917, che, al canone 131, parla esplicitamente di queste riunioni, pur non determinandone in modo specifico il numero, obbligando i sacerdoti che per giusta causa fossero assenti a tali riunioni, diocesani o regolari che fossero, a risolvere comunque i casi e mandarne la soluzione scritta alla Curia. In linea di massima, il numero di volte in cui si dovevano tenere queste riunioni era di 6 o 7 volte l’anno, cui se ne potevano aggiungere altre a discrezione del vescovo.

«Il fine che si propongono queste adunanze - scrive il P. Dimatteo - è di far crescere i sacerdoti nello spirito e di impegnarli nello studio delle varie discipline teologiche».

La cosa interessante è che, secondo che riporta lo stesso P. Livio Dimatteo, il Codice del 1917, pur sanzionando i trasgressori alla frequenza di queste riunioni, commina una pena piuttosto blanda. Il can. 2377, infatti, stabilisce che l’Ordinario punisca i trasgressori a suo prudente arbitrio. Nel caso i trasgressori fossero sacerdoti regolari non aventi cura d’anime viene stabilita la sospensione dall’ascolto delle confessioni.

Queste disposizioni restarono in vigore praticamente fino al Decreto Conciliare Presbyterorum Ordinis, pubblicato nel 1965. Questo auspicò, è vero, un aggiornamento costante del clero sotto il profilo teologico e pastorale, ma, per ragioni tuttora ignote, e forse spiegabili solo con l’idea del “tutto da buttare quanto fatto prima del Vaticano II”, si finì con l’arrivare alla rimozione degli obblighi di cui sopra, rimozione che venne codificata nel nuovo Codice di Diritto Canonico.

Quest’ultimo, osserva il P. Livio Dimatteo, riguardo ai sacerdoti regolari «dopo aver fatto notare l’utilità di mantenersi aggiornati nelle varie discipline ecclesiastiche (cfr. can. 659) esorta i componenti dei vari Istituti Religiosi affinché: “Per tutta la vita i religiosi proseguano assiduamente la propria formazione spirituale, dottrinale e pratica; i Superiori ne procurino loro i mezzi e il tempo” (can. 661)”. Il fine che si propone il magistero è sempre quello della formazione spirituale e dottrinale e quello di una certa uniformità nella vita pastorale; chiaramente per il loro particolare stato di scelta hanno bisogno dell’aiuto del Superiore per realizzare i desideri espressi dal canone».

Come rilevato dallo studio del P. Cappuccino, quantomeno in questo Ordine, negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II e alla Presbyterorum Ordinis diversi Superiori provinciali cercarono di mantenere in vigore l’uso e l’obbligo di queste riunioni, ma restarono per lo più inascoltati. Alla fine, nel 1973, si arresero.

Non ho potuto indagare approfonditamente su quale sia stata la situazione nel clero diocesano a questo proposito nell’immediato post-concilio, ma dal tono usato dal P. Dimatteo è facile arguire che le disposizioni del CJC del 1983 più che l’affermazione di qualcosa da fare nel merito furono la presa di coscienza di un dato di fatto: la preoccupazione della soluzione dei casi di morale non c’era praticamente più e queste riunioni venivano sistematicamente disertate per fare altre cose. Inutile, allora, continuarne ad imporre l’obbligo, anche se non erano nulla di vecchio, né di anticonciliare. Del resto, comunque, la possibilità di farle rimanere in qualche persona di buona volontà è salvaguardata.

Ci pare, tuttavia, che questo dei Casi sia un esempio che testimonia come in nome del “nuovo” si sia buttato via qualcosa che semplicemente non era vecchio, ma attuale.

Concediamo, indubbiamente, che la teologia morale avesse bisogno di un rinnovamento e che la stessa pastorale avesse certe esigenze. Ma, da studiosi di morale quali siamo, non possiamo fare a meno di rilevare come, da un lato, la preoccupazione delle situazioni da risolvere in confessionale giustifichi la necessità di mantenere qualcosa di simile a quanto abbiamo visto; dall’altro come l’autentico rinnovamento della teologia morale e di quella pastorale siano state e siano portate tutt’oggi avanti da personaggi di grande levatura teologica che hanno prodotto il nuovo senza rigettare il vecchio.

CONCLUSIONE

Quanto fin qui detto mostra come c’è stato un certo divario tra le indicazioni offerte dalla Presbyterorum Ordinis circa la formazione permanente del clero e quello che poi è stato fatto. Le indicazioni date, da parte loro, ci sembrano giuste e assennate, oltre che doverose. La formazione permanente per i sacerdoti è, effettivamente, un dovere e un dovere grave perché gli mette tra le mani gli strumenti per vivere meglio la sua vita spirituale e svolgere al meglio il suo ministero.

Siccome, però, i sacerdoti sono uomini come tutti gli altri, esposti a pigrizie, debolezze e quant’altro, è giusto insistere perché questa formazione venga rimessa non solo alla responsabilità personale del singolo sacerdote, ma che venga incoraggiata, promossa, sostenuta, dai vescovi e dalle conferenze episcopali.

Fermi restando, tuttavia, gli oggettivi limiti che può avere una dichiarazione di un Concilio Ecumenico, si possono tuttavia fare due appunti, uno dei quali già ripreso in precedenza.

Il primo appunto riguarda la qualità dei teologi coinvolti in questa formazione permanente. In verità, come già si osservava prima, non è questo un appunto da farsi tanto al documento conciliare, che è chiaro, ma a chi lo ha applicato, vale a dire a chi ha scelto e sceglie i teologi in questione. Perché è un dato di fatto che, se, come rilevato sopra, si bada a scegliere il teologo di grido o a trasmettere le dottrine di grido, senza valutarne l’effettiva cattolicità, l’effettiva conformità al sentire cum Ecclesia e con la grande Tradizione, non si fa una formazione permanente, ma si rischia di fare una deformazione permanente.

Da questo punto di vista, proprio alla luce di uno studio che abbiamo preparato lo scorso anno per un altro convegno e che trattava di problematiche odierne della vita religiosa, è nostra personale ma forte convinzione che buona parte dei disastri che coinvolgono oggi la Chiesa dipendano proprio da questa deformazione, la quale viene, peraltro, in nome del Concilio, “lodevolmente” imposta.

Il secondo appunto, da situare, tuttavia, in un contesto di Diocesi o Regioni Ecclesiastiche dove la formazione permanente è fatta secondo i criteri offerti dalla Presbyterorum Ordinis prima e dalla Inter Ea dopo, riguarda la forza obbligante di questo tipo di offerta formativa.

Per capirci: si parla tanto di obblighi, ma non si parla di sanzioni che aiutino ad osservare questi obblighi. Ma un obbligo che non viene sanzionato, a livello psicologico non ha forza vincolante. Di conseguenza si rischia che attendano alla propria formazione permanente solo un numero esiguo di destinatari della stessa, mentre è urgente che essa sia estesa a tutti. Anche qua pensiamo che la cosa, con la debita discrezione, sia di competenza, più che del Codice di Diritto Canonico, cui tuttavia non ci sembra guasterebbe, dei singoli Vescovi e dei singoli Superiori Religiosi.

Infine, riproponiamo la domanda che ci opprime il cervello da parecchio tempo: è proprio necessario rigettare sempre le cose passate per portare avanti il nuovo? E se invece si imparasse a fare come l’evangelico scriba sapiente del quale Gesù dice che sa trarre dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie?

Mi aspetto dai competenti la risposta a questa domanda.

5 commenti:

sempre più perplesso ha detto...

Benedetto XVI, oltre a parlare della riforma dei seminari, non aveva detto che i nuovi sacerdoti avrebbero dovuto imparare a celebrare sia la forma ordinaria che quella straordinaria della S. Messa?

E, naturalmente, dovrebbero imparare il latino.

Ma non è un controsenso che la Segreteria di Stato abbia declassato la lingua madre della Chiesa insieme alla Fondazione Latinitas che, da dicastero-principe, dotato di una sua autonomia istituzionale e finanziaria, è divenuta uno dei tanti uffici del Pontificio Consiglio della Cultura presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi?

Non è una delle tante contraddizioni autodistruttive che attraversano la Chiesa?

mic ha detto...

l'ennesimo 'vulnus' per la cattolicità della Chiesa, che passerà inosservato ai più, se è autentica la notizia riportata da Repubblica, ma la credo abbastanza attendibile con l'aria che tira in Curia...

ci sarà qualche reazione?
Ma chi darà voce a chi sembra non aver voce?

Io ancora attendo e spero, mi auguro non invano...

Anonimo ha detto...

Hi,

Thanks for sharing this link - but unfortunately it seems to be down? Does anybody here at missatridentinaemportugal.blogspot.com have a mirror or another source?


Cheers,
Alex

Anonimo ha detto...

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Anonimo ha detto...

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