Abbiamo dimenticato cosa sia l'uomo
La crisi migratoria, l'ascesa del populismo e l'insegnamento trascurato della Chiesa su nazioni, cultura e bene comune.
Oggi sul Regno Unito aleggia una sorta di silenzio attonito. Sta diventando un fenomeno fin troppo frequente. Il terribile attentato di Belfast ha messo ancora una volta a nudo il crescente divario tra le classi dirigenti e il popolo che affermano di rappresentare. In seguito all'ennesimo episodio di violenza che ha coinvolto un uomo ritenuto un immigrato sudanese, molti cittadini comuni reagiscono con rabbia, frustrazione e la crescente sensazione che coloro che plasmano il dibattito pubblico o non comprendano ciò che sta accadendo nel Paese, o non siano disposti a parlarne onestamente. Quasi immediatamente, si è ripetuto il solito copione. I leader politici hanno giustamente condannato l'attentato e invitato alla calma. Eppure molti cittadini ritengono che le questioni più ampie sollevate dall'incidente vengano ancora una volta trattate principalmente come un problema di percezione pubblica piuttosto che di politica pubblica. Le preoccupazioni relative all'immigrazione, all'integrazione e alla coesione sociale vengono rapidamente oscurate dagli avvertimenti sulla disinformazione, sull'estremismo e sui pericoli di alimentare le tensioni. Che siano giustificate o meno, molte persone hanno l'impressione che le ansie dei cittadini comuni vengano gestite anziché affrontate.
Eppure la difficoltà persiste. Le persone continuano a osservare una realtà che appare sempre più in contrasto con le rassicurazioni che ricevono. Ricordano gli scandali delle bande di sfruttatori sessuali a Rotherham, Rochdale, Telford e altrove, dove ragazze vulnerabili venivano sistematicamente abusate mentre le autorità chiudevano un occhio per paura di apparire razziste. Sono testimoni di tensioni settarie importate, comunità parallele e una crescente frammentazione sociale. Vedono attacchi contro le popolazioni autoctone riportati con notevole cautela, mentre le preoccupazioni sulla coesione sociale vengono regolarmente liquidate. Che ogni preoccupazione sia giustificata o meno non è il punto. Il punto è che milioni di persone credono sempre più che le istituzioni che le governano non si fidino più di loro e non confidino più nella verità.
Questa crescente alienazione non si limita alla politica. Si è insinuata anche nella Chiesa. Per molti anni, i vescovi di Inghilterra e Galles hanno parlato con costanza e passione della dignità dei migranti e dei rifugiati. Su questo hanno perfettamente ragione. Ogni essere umano, indipendentemente da nazionalità, etnia o religione, è creato a immagine di Dio e possiede una dignità inviolabile che deve essere rispettata. I cristiani hanno il preciso obbligo di mostrare carità allo straniero e compassione a coloro che fuggono da persecuzioni, guerre o reali difficoltà. La difficoltà non sta in ciò che i vescovi dicono, ma in ciò che spesso omettono di dire.
Ai fedeli viene spesso ricordato il loro dovere di accogliere lo straniero, ma raramente vengono istruiti con altrettanta chiarezza sull'insegnamento della Chiesa in materia di confini, sovranità, autorità politica e bene comune. Di conseguenza, molti cattolici rimangono con l'impressione che l'insegnamento cattolico richieda poco più di una sempre maggiore apertura alla migrazione e di una sempre maggiore diffidenza verso coloro che esprimono preoccupazioni sulle sue conseguenze. Tale impressione è profondamente fuorviante.
La Chiesa non ha mai insegnato che le nazioni non abbiano il diritto di controllare i propri confini. Non ha mai insegnato che le comunità politiche non abbiano il diritto di preservare il proprio patrimonio culturale. Non ha mai insegnato che i governi possano trascurare il benessere dei propri cittadini in nome di astratti ideali umanitari. Al contrario.
Il Catechismo insegna che le nazioni prospere dovrebbero, per quanto possibile, accogliere lo straniero in cerca di sicurezza e sostentamento. Eppure, lo stesso paragrafo insegna che le autorità politiche possono regolamentare l'immigrazione secondo le esigenze del bene comune. Questa non è una precisazione imbarazzante aggiunta a un obbligo altrimenti universale, bensì parte integrante dell'insegnamento della Chiesa.
Per comprenderne il motivo, dobbiamo allontanarci dagli slogan politici contemporanei e riscoprire una saggezza ben più antica.
Ben prima dei moderni dibattiti su immigrazione, identità e multiculturalismo, la tradizione cristiana rifletteva profondamente sulla natura dell'autorità politica. Sant'Agostino descriveva la pace come la tranquillità dell'ordine. San Tommaso d'Aquino insegnava che il governo esiste per preservare il bene comune e l'unità della pace. Il Catechismo insegna che il bene comune richiede la stabilità e la sicurezza di un ordine giusto. Nel corso dei secoli, i pensatori cattolici hanno costantemente riconosciuto che i governanti hanno degli obblighi nei confronti delle comunità affidate alle loro cure. Questi obblighi non si limitano alla prosperità economica o alla sicurezza fisica, ma si estendono alla preservazione di quelle condizioni che permettono agli esseri umani di prosperare insieme.
È qui che il discorso contemporaneo spesso si perde. Il mondo moderno si è abituato a pensare alle nazioni principalmente in termini amministrativi o economici. Una nazione viene vista come una base imponibile, un mercato del lavoro o un insieme di consumatori che abitano un territorio comune. Eppure la tradizione cattolica ha sempre compreso le comunità politiche in modo più profondo.
Gli esseri umani non sono individui isolati che fluttuano nella storia. Nasciamo in famiglie. Ereditiamo le lingue. Riceviamo tradizioni. Apparteniamo a luoghi. Siamo plasmati da storie, costumi, simboli e ricordi che precedono di gran lunga la nostra stessa esistenza.
Papa San Giovanni Paolo II ha espresso questo concetto in modo mirabile quando ha dichiarato all'UNESCO che "la nazione esiste attraverso la cultura e per la cultura". Per Giovanni Paolo II, la cultura non era un ornamento facoltativo, ma uno dei principali mezzi attraverso cui gli esseri umani diventano pienamente tali. Una cultura è un'eredità. Incarna la saggezza accumulata, i presupposti morali, le abitudini, le istituzioni, le storie e i simboli tramandati di generazione in generazione. Perdere tali cose non significa semplicemente alterare una società, ma impoverirla.
Questa intuizione è quasi del tutto assente dal discorso politico contemporaneo. Anzi, le ideologie moderne sembrano spesso incapaci di comprenderla. Il liberale tende a definire l'uomo principalmente come un portatore autonomo di diritti. Il liberale di mercato lo vede spesso come un consumatore. Il socialista lo intende principalmente come un attore economico. La politica identitaria lo definisce attraverso la razza, il sesso, la sessualità o le rivendicazioni. Il tecnocrate lo riduce a semplici dati da gestire. Ogni prospettiva contiene un frammento di verità. Eppure, tutte falliscono in ultima analisi perché tentano di comprendere l'uomo separatamente da Dio.
La crisi che affligge l'Occidente non è dunque principalmente demografica, economica o politica. È teologica. Avendo dimenticato Dio, abbiamo dimenticato cosa sia l'uomo. Ecco perché molti dei nostri dibattiti pubblici sembrano sempre più distaccati dalla realtà. Continuiamo a parlare di dignità, uguaglianza, diritti e libertà, eppure fatichiamo a spiegare perché queste cose siano importanti. Preserviamo il linguaggio della civiltà cristiana, mentre eliminiamo sistematicamente i fondamenti che un tempo la sostenevano.
Papa Benedetto XVI ha ripetutamente ammonito che la modernità cerca di preservare i frutti del cristianesimo recidendoli però dalle loro radici. La dignità umana, i diritti universali e l'uguaglianza davanti alla legge non sono nati dal nulla. Sono scaturiti da una concezione specificamente cristiana della realtà. Si fondano sulla convinzione che ogni essere umano sia creato a immagine di Dio e redento da Cristo. Se si rimuove questo fondamento, i concetti permangono per un certo periodo, proprio come i fiori recisi conservano la loro bellezza dopo essere stati staccati dalla pianta. Alla fine, però, cominciano ad appassire.
Ciò diventa particolarmente evidente nell'ideologia del globalismo. Il cristianesimo insegna che tutti gli uomini sono fratelli perché condividono un Padre comune e sono chiamati alla salvezza in Cristo. L'universalismo secolare moderno tenta di preservare la fratellanza rinunciando al Padre. Il risultato è una visione dell'umanità unita dal sentimento piuttosto che dalla verità.
L'affermazione cristiana secondo cui in Cristo non c'è né Giudeo né Greco si trasforma in un progetto politico volto a dissolvere le distinzioni, senza alcun riferimento alla realtà trascendente che sola conferisce significato a tale unità. Le conseguenze sono sempre più evidenti.
Molte persone riconoscono istintivamente che qualcosa di prezioso sta andando perduto. Vedono l'erosione della fiducia sociale. Assistono all'indebolimento dei presupposti culturali condivisi. Osservano istituzioni che sembrano più preoccupate di gestire la diversità che di coltivare l'unità. Viene loro detto che il patriottismo è sospetto, che l'identità nazionale è arbitraria e che la continuità culturale non è altro che nostalgia. Eppure, queste stesse persone spesso non hanno le parole per esprimere ciò che stanno vivendo.
Questo aiuta a spiegare l'ascesa dei movimenti populisti e nazionalisti in tutto l'Occidente. Il fascino di tali movimenti non deriva principalmente dall'odio, bensì dal desiderio di appartenenza. Le persone desiderano preservare le proprie case, proteggere i propri figli, mantenere la fiducia sociale e tramandare qualcosa di riconoscibile alle generazioni future. Questi istinti non sono patologici, ma profondamente umani. La tragedia è che spesso vengono accolti con disprezzo. Quando i cittadini comuni esprimono preoccupazioni riguardo all'immigrazione, alla criminalità, alla coesione sociale o al cambiamento culturale e vengono immediatamente etichettati come razzisti o xenofobi, non abbandonano tali preoccupazioni. Semplicemente smettono di ascoltare chi li condanna. Ogni denuncia acuisce il senso di alienazione. Ogni accusa conferma il sospetto che le istituzioni della società non comprendano più le loro vite.
A questo proposito, l'establishment politico è diventato il principale reclutatore proprio di quel populismo che afferma di combattere. Eppure il populismo stesso non può fornire una risposta completa...[se non si recupera la centralità di Cristo Signore nella storia ndT].
Mark Lambert, 9 giugno
Eppure la difficoltà persiste. Le persone continuano a osservare una realtà che appare sempre più in contrasto con le rassicurazioni che ricevono. Ricordano gli scandali delle bande di sfruttatori sessuali a Rotherham, Rochdale, Telford e altrove, dove ragazze vulnerabili venivano sistematicamente abusate mentre le autorità chiudevano un occhio per paura di apparire razziste. Sono testimoni di tensioni settarie importate, comunità parallele e una crescente frammentazione sociale. Vedono attacchi contro le popolazioni autoctone riportati con notevole cautela, mentre le preoccupazioni sulla coesione sociale vengono regolarmente liquidate. Che ogni preoccupazione sia giustificata o meno non è il punto. Il punto è che milioni di persone credono sempre più che le istituzioni che le governano non si fidino più di loro e non confidino più nella verità.
Questa crescente alienazione non si limita alla politica. Si è insinuata anche nella Chiesa. Per molti anni, i vescovi di Inghilterra e Galles hanno parlato con costanza e passione della dignità dei migranti e dei rifugiati. Su questo hanno perfettamente ragione. Ogni essere umano, indipendentemente da nazionalità, etnia o religione, è creato a immagine di Dio e possiede una dignità inviolabile che deve essere rispettata. I cristiani hanno il preciso obbligo di mostrare carità allo straniero e compassione a coloro che fuggono da persecuzioni, guerre o reali difficoltà. La difficoltà non sta in ciò che i vescovi dicono, ma in ciò che spesso omettono di dire.
Ai fedeli viene spesso ricordato il loro dovere di accogliere lo straniero, ma raramente vengono istruiti con altrettanta chiarezza sull'insegnamento della Chiesa in materia di confini, sovranità, autorità politica e bene comune. Di conseguenza, molti cattolici rimangono con l'impressione che l'insegnamento cattolico richieda poco più di una sempre maggiore apertura alla migrazione e di una sempre maggiore diffidenza verso coloro che esprimono preoccupazioni sulle sue conseguenze. Tale impressione è profondamente fuorviante.
La Chiesa non ha mai insegnato che le nazioni non abbiano il diritto di controllare i propri confini. Non ha mai insegnato che le comunità politiche non abbiano il diritto di preservare il proprio patrimonio culturale. Non ha mai insegnato che i governi possano trascurare il benessere dei propri cittadini in nome di astratti ideali umanitari. Al contrario.
Il Catechismo insegna che le nazioni prospere dovrebbero, per quanto possibile, accogliere lo straniero in cerca di sicurezza e sostentamento. Eppure, lo stesso paragrafo insegna che le autorità politiche possono regolamentare l'immigrazione secondo le esigenze del bene comune. Questa non è una precisazione imbarazzante aggiunta a un obbligo altrimenti universale, bensì parte integrante dell'insegnamento della Chiesa.
Per comprenderne il motivo, dobbiamo allontanarci dagli slogan politici contemporanei e riscoprire una saggezza ben più antica.
Ben prima dei moderni dibattiti su immigrazione, identità e multiculturalismo, la tradizione cristiana rifletteva profondamente sulla natura dell'autorità politica. Sant'Agostino descriveva la pace come la tranquillità dell'ordine. San Tommaso d'Aquino insegnava che il governo esiste per preservare il bene comune e l'unità della pace. Il Catechismo insegna che il bene comune richiede la stabilità e la sicurezza di un ordine giusto. Nel corso dei secoli, i pensatori cattolici hanno costantemente riconosciuto che i governanti hanno degli obblighi nei confronti delle comunità affidate alle loro cure. Questi obblighi non si limitano alla prosperità economica o alla sicurezza fisica, ma si estendono alla preservazione di quelle condizioni che permettono agli esseri umani di prosperare insieme.
È qui che il discorso contemporaneo spesso si perde. Il mondo moderno si è abituato a pensare alle nazioni principalmente in termini amministrativi o economici. Una nazione viene vista come una base imponibile, un mercato del lavoro o un insieme di consumatori che abitano un territorio comune. Eppure la tradizione cattolica ha sempre compreso le comunità politiche in modo più profondo.
Gli esseri umani non sono individui isolati che fluttuano nella storia. Nasciamo in famiglie. Ereditiamo le lingue. Riceviamo tradizioni. Apparteniamo a luoghi. Siamo plasmati da storie, costumi, simboli e ricordi che precedono di gran lunga la nostra stessa esistenza.
Papa San Giovanni Paolo II ha espresso questo concetto in modo mirabile quando ha dichiarato all'UNESCO che "la nazione esiste attraverso la cultura e per la cultura". Per Giovanni Paolo II, la cultura non era un ornamento facoltativo, ma uno dei principali mezzi attraverso cui gli esseri umani diventano pienamente tali. Una cultura è un'eredità. Incarna la saggezza accumulata, i presupposti morali, le abitudini, le istituzioni, le storie e i simboli tramandati di generazione in generazione. Perdere tali cose non significa semplicemente alterare una società, ma impoverirla.
Questa intuizione è quasi del tutto assente dal discorso politico contemporaneo. Anzi, le ideologie moderne sembrano spesso incapaci di comprenderla. Il liberale tende a definire l'uomo principalmente come un portatore autonomo di diritti. Il liberale di mercato lo vede spesso come un consumatore. Il socialista lo intende principalmente come un attore economico. La politica identitaria lo definisce attraverso la razza, il sesso, la sessualità o le rivendicazioni. Il tecnocrate lo riduce a semplici dati da gestire. Ogni prospettiva contiene un frammento di verità. Eppure, tutte falliscono in ultima analisi perché tentano di comprendere l'uomo separatamente da Dio.
La crisi che affligge l'Occidente non è dunque principalmente demografica, economica o politica. È teologica. Avendo dimenticato Dio, abbiamo dimenticato cosa sia l'uomo. Ecco perché molti dei nostri dibattiti pubblici sembrano sempre più distaccati dalla realtà. Continuiamo a parlare di dignità, uguaglianza, diritti e libertà, eppure fatichiamo a spiegare perché queste cose siano importanti. Preserviamo il linguaggio della civiltà cristiana, mentre eliminiamo sistematicamente i fondamenti che un tempo la sostenevano.
Papa Benedetto XVI ha ripetutamente ammonito che la modernità cerca di preservare i frutti del cristianesimo recidendoli però dalle loro radici. La dignità umana, i diritti universali e l'uguaglianza davanti alla legge non sono nati dal nulla. Sono scaturiti da una concezione specificamente cristiana della realtà. Si fondano sulla convinzione che ogni essere umano sia creato a immagine di Dio e redento da Cristo. Se si rimuove questo fondamento, i concetti permangono per un certo periodo, proprio come i fiori recisi conservano la loro bellezza dopo essere stati staccati dalla pianta. Alla fine, però, cominciano ad appassire.
Ciò diventa particolarmente evidente nell'ideologia del globalismo. Il cristianesimo insegna che tutti gli uomini sono fratelli perché condividono un Padre comune e sono chiamati alla salvezza in Cristo. L'universalismo secolare moderno tenta di preservare la fratellanza rinunciando al Padre. Il risultato è una visione dell'umanità unita dal sentimento piuttosto che dalla verità.
L'affermazione cristiana secondo cui in Cristo non c'è né Giudeo né Greco si trasforma in un progetto politico volto a dissolvere le distinzioni, senza alcun riferimento alla realtà trascendente che sola conferisce significato a tale unità. Le conseguenze sono sempre più evidenti.
Molte persone riconoscono istintivamente che qualcosa di prezioso sta andando perduto. Vedono l'erosione della fiducia sociale. Assistono all'indebolimento dei presupposti culturali condivisi. Osservano istituzioni che sembrano più preoccupate di gestire la diversità che di coltivare l'unità. Viene loro detto che il patriottismo è sospetto, che l'identità nazionale è arbitraria e che la continuità culturale non è altro che nostalgia. Eppure, queste stesse persone spesso non hanno le parole per esprimere ciò che stanno vivendo.
Questo aiuta a spiegare l'ascesa dei movimenti populisti e nazionalisti in tutto l'Occidente. Il fascino di tali movimenti non deriva principalmente dall'odio, bensì dal desiderio di appartenenza. Le persone desiderano preservare le proprie case, proteggere i propri figli, mantenere la fiducia sociale e tramandare qualcosa di riconoscibile alle generazioni future. Questi istinti non sono patologici, ma profondamente umani. La tragedia è che spesso vengono accolti con disprezzo. Quando i cittadini comuni esprimono preoccupazioni riguardo all'immigrazione, alla criminalità, alla coesione sociale o al cambiamento culturale e vengono immediatamente etichettati come razzisti o xenofobi, non abbandonano tali preoccupazioni. Semplicemente smettono di ascoltare chi li condanna. Ogni denuncia acuisce il senso di alienazione. Ogni accusa conferma il sospetto che le istituzioni della società non comprendano più le loro vite.
A questo proposito, l'establishment politico è diventato il principale reclutatore proprio di quel populismo che afferma di combattere. Eppure il populismo stesso non può fornire una risposta completa...[se non si recupera la centralità di Cristo Signore nella storia ndT].

6 commenti:
Per molti osservatori, l’episodio di Belfast non può essere archiviato come un caso isolato di follia. Al contrario, viene letto come la punta dell’iceberg di una mancata integrazione e della penetrazione silenziosa di ideologie radicali islamiche nel tessuto sociale occidentale.
Sotto accusa finisce il sistema dei controlli: la presenza del sospettato sul suolo britannico con un visto regolare di cinque anni solleva interrogativi pesantissimi sui meccanismi di monitoraggio di chi viene accolto.
Il dibattito si concentra sulla fragilità delle democrazie liberali di fronte a spinte islamiche che rifiutano i valori civili ospitanti.
La sensazione diffusa in ampi settori della popolazione è che le politiche di accoglienza degli ultimi anni abbiano sottovalutato il rischio della radicalizzazione “fai-da-te”, lasciando i cittadini esposti a livelli di violenza estrema ormai tristemente noti alle cronache europee.
La tensione accumulata è esplosa nelle ultime ore. Ieri sera, le strade di Belfast sono state teatro di massicce proteste popolari, con centinaia di cittadini nordirlandesi scesi in piazza per manifestare contro quella la minaccia diretta alla propria incolumità e alla propria identità nazionale.
I manifestanti hanno intonato slogan contro l’immigrazione incontrollata e contro la diffusione dell’estremismo islamico, chiedendo a gran voce un giro di vite immediato sulle politiche migratorie e una maggiore trasparenza da parte del Police Service of Northern Ireland (PSNI).
La brutale aggressione avvenuta a Belfast, dove un cittadino sudanese musulmano ha accoltellato e tentato di decapitare un uomo del posto, ha superato i confini della dinamica criminale per trasformarsi nell’ennesimo, drammatico banco di prova per la tenuta del modello multiculturale britannico.
Sebbene le autorità locali abbiano inizialmente tentato di smorzare i toni escludendo una matrice terroristica formale, la ferocia dell’attacco – che evoca i tipi metodi cruenti dell’Islam – ha innescato una reazione immediata nell’opinione pubblica.
Il coraggio dei passanti, intervenuti tempestivamente per bloccare l’assalitore, ha evitato un bilancio ancora più tragico, ma non ha potuto frenare l’ondata di sdegno e di paura che da ieri attraversa il Paese.
Non so chi abbia spinto per questi arrivi a sorpresa, certo è che non è stata una buona "pensata", come non è stata una buona "pensata" la ue, come non è stata una buona "pensata" quella di lasciarsi invadere culturalmente dagli anglo/americani. Non ho idea, se e come, riusciremo mai a ritrovare noi stessi. E per finire ci siamo svenduti a coloro che si sono e si stanno comprando proprietà terriere ingenti, mandrie, palazzi...tra poco ci toglieranno anche i passaporti. Se non ci muoviamo i nuovi clandestini saremo noi.
Questi politici fanno veramente paura. Sono pervicacemente determinati ad applicare un progetto contro i popoli che dovrebbero tutelare. E che dire di una radio come RTL che fa da scendiletto a questo progressismo suicida?
"I disordini anti-migranti di Belfast sono "scioccanti e del tutto inaccettabili". Lo ha dichiarato il premier britannico Keir Starmer, condannando quanto accaduto nella notte dopo l'accoltellamento di un quarantenne imputato a un rifugiato sudanese. "Non esiste alcuna giustificazione per la violenza e i disordini che abbiamo visto minacciare le nostre comunità, né per chi li ha incoraggiati, online o altrove", ha affermato Starmer, aggiungendo che "è evidente che le persone sono state prese di mira a causa della loro origine" e che "i responsabili sentiranno tutta la forza della legge"
ANSA/Carlos Jasso / POOL
La reazione dei governi a fronte delle proteste dei cittadini ci fa capire che siamo governati da individui che ODIANO IL LORO POPOLO
Il cittadino irlandese che ha subito il tentativo di decapitazione è morto per le conseguenze di tutte le coltellate ricevute al collo, al viso e agli occhi. Si deve guardare in faccia la realtà, che piaccia o no. Noi non siamo come loro, non è questa la nostra cultura, non è questa la nostra Fede religiosa, non è questa la nostra storia.
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